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miti e leggende della Valvestino
La
terza tentazione del diavolo al Signore Dopo aver tentato invano Gesù
nel deserto e sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme, il diavolo lo portò
sull'alto monte Tombea. Lassù, mostrandogli tutti i regni
del mondo e specialmente l'ampia cerchia di monti dall'Adamello al Baldo,
gli azzurri laghi d'Idro e di Garda, la vasta e ridente pianura Padana
fino all'Appermino, gli disse: «Vedi tutto questo che ci circonda? Tutto
io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai; però mi riservo questo buco (e
indicò la valle di Vestino) perché è l'eredità che ho avuto da mia
madre». Rispose allora Gesù: «Va'
via, Satana, ché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a
Lui solo». Finalmente il diavolo lo lasciò,
ed ecco che gli angeli vennero lassù a servirlo. Da un testo di don Amadio
Monticelli, parroco di Magasa dal 1893 al 1924. La
vestale ed i sette fratelli ladri Ad un'ora di strada sopra Bollone
c'è un monte che è il più alto all'entrata della valle di Vestino; al
tempo degli «dei falsi e bugiardi» vi si trovava un tempietto dedicato
alla dea Vesta: per questo prese il nome di monte Vesta. Una vestale, sacerdotessa della
dea, era incaricata della sorveglianza del tempio e dell'accensione
ininterrotta del fuoco sacro davanti alla statua. Aveva in sua difesa
sette fratelli che, prima di mettersi al suo servizio, erano stati ladri
nella lontana Toscana. Un giorno la vestale si sposò e
abbandonò il tempio e i suoi difensori; ma prima di partire pensò di
ricompensarli per l'aiuto prestatole e, riunitoli attorno a sé, indicando
l'ampia valle che dai piedi del monte si stende fino Tombea, disse: «Io
devo lasciarvi e, non avendo alcuna ricchezza colla quale ricompensarvi,
vi do questa valle a condizione che vi separiate e andiate a costruirvi
una casa in sette luoghi differenti e in modo che uscendo il fumo dal
comignolo di una non lo si veda dalla finestra delle altre sei». Allora tutti si scelsero un posto
nei luoghi ove oggi sono i sette paesi della valle e vi costruirono la
loro abitazione; accesero poi il fuoco, ma benché il fumo salisse in alto
non si vedeva dalle altre. Il desiderio della vestale era
stato appagato; da allora in poi, attorno a quella prima dimora, se ne
aggiunsero delle altre formandosi i sette attuali paesi: Armo, Bollone,
Cadria, Magasa, Moerna, Persone, Turano. In
località Presós, nel mezzo terminale della vallata, si erge maestosa una
grande roccia dolomitica che, all'altezza di circa 150‑200 metri dal
suo piede, si divide in due; solamente la guglia a est è scalabilefino
alla sua sommità sulla quale c'è un piccolo piano con i ruderi di un
antico muricciolo circondato da numerosi cespugli e da qualche betulla.
Lassù ci si trova come in un'isola: infatti a sud si domina l'ampia
vallata con i paesi di Magasa e Bollone mentre lo sguardo si spinge fino
al monte Pizzocolo e al lago di Garda; a ovest, a nord e a est sono i
monti di Denai, i prati di Praa, Crune, Casina e Rest e sembra di toccarli
tutti, tanta è la loro vicinanza alla roccia. Alquanto sotto la sommità ci sono
delle vaste grotte, rifugio di corvi e di scoiattoli. Ed è proprio sulla
posizione panoramica di questa roccia e sulle sue grotte che si fonda la
nostra leggenda. Abitava le grotte una famiglia
composta dal padre e da tre figli: erano di religione pagana e da loro il
luogo si chiamò Rocca Pagana. Erano stati cacciati da Magasa dopo la
diffusione del Cristianesimo nella valle di Vestino non avendo essi voluto
accettare la nuova religione; loro professione era quella di rubare e
rapire ogni tanto delle donne del vicino paese di Magasa. In una piovigginosa e nebbiosa
giornata d'autunno, una donna si trovava in località Navezze a
raccogliere le patate; i pagani della Rocca erano pure nella campagna a
rubare e, vista la donna, la rapirono e la portarono lassù. In breve le si affezionarono e le
vollero bene. Lei, non sapendo come fare per liberarsi essendole preclusa
ogni via di fuga, ricorse a uno stratagemma e disse ai pagani: «Pagani,
paganini, andate a fare i vimini e faremo i bei giocattolini». Per diversi giorni i pagani
tagliarono i ramoscelli di lantana («antana») richiesti e la donna
preparava qualche bel giocattolo, ma di nascosto lavorava una catena di
legno che doveva servirle per calarsi dalla Rocca. Un giorno, mentre i pagani erano
lontani, provò la catena ma, per giungere al suolo verso Castel, mancava
ancora qualche anello. Pertanto il giorno dopo disse ai suoi carcerieri:
«Pagani, paganini, andate a fare i vimini e faremo i bei giocattolini».
Procurarono costoro altri vimini e la catena fu completa. E finalmente, un bel giorno in cui
gli amici si erano recati a Rest, ella fissò un anello sulla sommità e
lentamente si calò. Come fu sul libero terreno ove oggi è l'alto faggio
di Castel, provò a staccare la catena ma, non riuscendovi, si mise a
correre verso il paese. Tornarono frattanto i pagani e
accortisi della fuga della loro rapita, si calarono immediatamente per la
medesima catena e si dettero ad inseguirla. Per quanto la poverina
corresse, la distanza con i suoi inseguitori diminuiva. Bus del Bec, Rio de Castegnì,
Acqua della Febbre, Cimitero, Valesel, Santella furono i luoghi di
inesorabile avvicinamento. La poverina era alle prime case in piazza Erbe
e già se li sentiva alle spalle: era allo stremo delle forze, non aveva
più fiato, la paura le strozzava il battito del cuore; quelli urlavano e
minacciavano e lei bene conosceva la triste fine che le sarebbe spettata,
se l'avessero ripresa. Ma ecco inaspettatamente la
salvezza: la chiesa era aperta e il diritto di immunità le consentiva
di entrarvi mentre vietava l'entrata ai suoi inseguitori; vi entrò e fu
salva quasi per miracolo. Alle sue ultime grida ed a quelle
dei pagani si svegliarono frattanto gli uomini del paese che accorsero,
inseguirono i pagani a loro volta, catturandoli e liberandosi per sempre
da una continua minaccia; più tardi sarebbero stati condannati alla
morte della goccia. Era rimasto sull'alta rupe solo il
vecchio padre che attese inutilmente il ritorno dei figli. Finita la
riserva dei viveri e forse presago della triste fine dei suoi cari, dopo
qualche giorno scese avviandosi alla volta di Magasa, ma giunto al vetusto
faggio di Castel, sentendosi un forte e improvviso dolore, dovette
fermarsi, stendersi a terra e chiamare aiuto. Saliva dalla strada sottostante un
mandriano del paese che si recava ai vicini masi di Crune: richiamato
dalle grida, affrettò il passo e giunse vicino al vecchio cercando di
prestargli il primo soccorso: ma era troppo tardi perché il poverino era
già moribondo e solo raccolse da lui questa frase: «Non è più tempo di
paganesimo, ma di Cristianesimo». Fu di certo una abiura all'antica
religione degli «dei falsi e bugiardi», una sincera confessione di fede
nella nuova dottrina che già San Vigilio aveva predicato lungo le sponde
del Garda e nelle vallate del Trentino. Ancor oggi chi sale sull'alta rupe
ha modo di notare sulla sommità un muro lungo una decina di metri e alto
non più di uno: dalla grotta sottostante, che pure conserva sotto l'erica
un altro muricciolo sull'argine sopra lo strapiombo della roccia, si può
percorrere da sudovest a nord quello che pure oggidì si chiama il «sentiero
dei pagani». Dai tempi antichi la Rocca è silenziosa e non è più spettatrice di tristi fatti, né deposito di illeciti bottini e di rapine. Solo ogni tanto il suo maestoso silenzio è rotto dal canto e dai discorsi dei giovani che salgono lassù. I corvi e i gracchi le roteano attorno stridendo mentre qualche falco le caracolla in alto per quasi rubarle parte della sua maestosa grandezza. In basso, in Presós, i campani delle bestie pascenti tranquillamente ci dicono che veramente oggi, contrariamente ai giorni tristi di un tempo, «sta l'erta rupe e non minaccia». In un soleggiato pomeriggio della
domenica 8 novembre 1959 un gruppo di scolari e di giovani di Magasa salì
fino all'alta cima della Rocca portandovi a fatica e in pio pellegrinaggio
una grande croce di ferro e murandola nella roccia: essa è visibile per
lungo tratto dai monti circostanti e si staglia sull'ampia vallata; i
montanari la osservano con religioso rispetto e sentimento ed è per tutti
un richiamo alla coscienza e al dovere. «A perpetua memoria. Su
quest'alta rocca, ove gli ultimi dei falsi e bugiardi del paganesimo
gallico e romano furono sconfitti per sempre dal Cristianesimo trionfante
nei primi decenni del '400, i giovani di Magasa, nella commemorazione dei
primo decennio dei passaggio della Madonna Pellegrina nel loro paese,
hanno portato e piantato, in pio pellegrinaggio, questa ferrea croce. Come
Essa per circa 122 anni ha benedetto i morti del loro Cimitero, continui a
benedire, in amoroso amplesso, i morti e i vivi dei Comune di Magasa e lo
straniero viandante, invitando sempre tutti all'amore, alla concordia e
alla pace nei secoli che sono e che saranno (Rupe dei Pagani, 8 novembre
1959)». Presenti: Vito Zeni, Narciso Zeni, Lionello Mazza, Alessio Mazza,
Nerino Pace, Irmo Pace, Frido Gottardi, Severina Venturini, Iginio
Venturini, Alessandro Mazza, Tullio Stefani, Angelo
Gottardi, Ester Mazza,
Danila Mazza, Vittorina Gottardi, Vittoria Venturini, Irene Venturini,
Silvio Gottardi, Delfino Venturini.
La
campana miracolosa di San Lorenzo a Cadria Nell'afoso tramonto di un sabato
estivo, un carbonaio viaggiava dal monte Puria alla volta di Magasa.
Giunto ai prati di Provaglio, non ritenne opportuno di passare per Cadria
e abbreviò il viaggio salendo, per un ripido sentiero, il «Telù» e la
val di Cadria. Quasi alla fine della salita, stanco e sudato, si fermò ad
una carbonaia («giàl») e si addormentò con le mani incrociate sul
petto. Abitavano in quel tempo sul monte Tombea i Pagani (o stregoni), che
proprio in quel momento dicevano: «Se oggi non piove o non grandina, non
è bello perché è troppo caldo». E incominciò a grandinare lontano per
davvero; in breve grosse nubi salirono dal lago di Garda sull'ampia valle
del Droanello e si addensarono minacciose fra i monti Denervo, Puria e
Fornello. Nello stesso istante si sentì suonare la campana di San
Lorenzo, mentre gli stregoni, trasformatisi nella triste nuvolaglia,
gridavano: «Avanti! Avanti! ». Ma i primi in testa rispondevano: «Non
possiamo proseguire perché sotto di noi la Lorenzina suona e un uomo sta
colle mani in croce». Così il cattivo desiderio dei Pagani non fu
accontentato per la pietà del buon carbonaio (che, pure dormendo, aveva
il pensiero rivolto al Signore) e per il prodigio della campana benedetta.
Ancor oggi gli uomini di Cadria conservano questa pia fiducia nella loro
squilla e durante i temporali estivi la suonano a lungo; il suono, unito
alla assai praticata preghiera, infonde nelle anime di quei lontani
abitanti un concreto senso di fiducia e di speranza in Dio per la
mitigazione di ogni calamità. Domenica 16 aprile 1967: grande
festa a Cadria con l'intervento di varie autorità. La Lorenzina è stata
posta in pensione per vecchiaia (era stata fusa nel 1547) e si sono
ottenute nelle fonderie «Cavadini» di Verona due nuove campane: la
Lorenzina e la Santa Croce. E come le due umili sorelle gemelle
squillarono a gran distesa la mattina di giovedì 25 maggio 1972! Nella
lunga storia del Cristianesimo giungeva in visita il vescovo Mons. Luigi
Morstabilini, ordinario di Brescia, alla cui diocesi la valle di Vestino
era stata aggregata col 1 settembre 1964 dopo quasi un millennio di
appartenenza a quella di Trento. Le
giovani ballerine e gli spiriti Era il mese di luglio, durante il
quale i contadini della valle di Vestino, specialmente quelli di Magasa e
Cadria, si trovano sui monti per la fienagione. un mese di duro lavoro; i giovani
trovano però modo alla sera di unirsi a gruppetti e giocare a rimpiattino
o cantare qualche canzone della montagna. A sera dormono lassù per poter
essere a tempo sul lavoro il mattino seguente. Scendono così al paese
solo per la messa domenicale. Pure tre giovani sorelle
lavoravano e dormivano in questo periodo in Rest: a due di loro piaceva
ballare e, per molte notti, stando nel fienile, sembrava di stare ancora
danzando come nei giorni di festa. Una sera di sabato o di domenica
le due ballerine si recarono nel vicino paese di Cadria e vi si tennero in
allegria fino ad ora tarda per cui preferirono rimanervi anche a dormire,
ospitate in casa amica. Prima di ritirarsi, da un giovane
col quale avevano ballato avevano avuto in dono un grossa mela ciascuna
che, prima di coricarsi, deposero sul davanzale della finestra perché
restassero al fresco. Primo pensiero al mattino,
alzandosi, fu quello di prenderle e mangiarle, ma con gran loro stupore e
paura vi trovarono due teschi umani. Non sapendo che fare, salirono a
Magasa e raccontarono l'accaduto al curato. Questi le invitò a riportarli
immediatamente al donatore. E così fecero; ma il giovane, che altro non
era che uno spirito o diavolo, non li accettò, anzi diede alle due un tal
carico di botte che il giorno dopo una purtroppo morì con grande dolore
dei familiari e costernazione degli abitanti di Magasa e di Cadria. Lo
stregone di Rest e il refolo Ai tempi delle streghe, accadeva
sovente sull'altipiano di Rest, al tempo della fienagione, che, durante le
belle e calde giornate di sole e quando il fieno era da raccogliersi, si
levasse il refolo (leggero soffio di vento rotatorio) che portava via il
fieno fino nella val di Cadria ove lo sperdeva, per cui i poveri contadini
si vedevano andare a male tutto il loro foraggio. Lo stesso fatto si ripete con un
uomo un po' più furbo degli altri; mentre il fieno si alzava egli capì
che qualche stregoneria era in atto. Chiamò subito il figlioletto, che
stava giocando vicino al fienile, si fece portare un lungo coltello e si
mise a tirare coltellate nel refolo. Meraviglia! Il venticello cessò
subito e il fieno cadde a terra: così tutti i contadini poterono
proseguire il loro lavoro indisturbati. La domenica seguente, il nostro
contadino assisteva nella chiesa di Magasa alla Santa Messa; verso
l'altare della Madonna del Rosario notò un uomo con la testa fasciata:
era lo stregone trasformatosi in refolo. All'uscita, il ferito avvicinò il
contadino dicendogli: «Vedi che cosa mi hai fatto?». E questi di rimando: «Se verrai
ancora a Rest a portare via e sperdere il fieno, ti ucciderò». Il
diavolo ed il mandriano di Font Un
mandriano era sceso dal suo maso di Font al paese di Magasa per assistere
alla messa domenicale; come è ancor oggi costume, aveva provveduto a
nascondere la chiave della casina. Tornò nel primo pomeriggio e la
cercò al posto usato, ma non la trovò. Allora esclamò: «Se è vero che
c'è il diavolo, anch'io devo trovare la mia chiave!». Mentre stava governando le mucche
nella stalla, gli si presentò un uomo con la chiave in mano dicendogli: «Ora credi che c'è il diavolo?». li mandriano ultimò il suo lavoro
e poi ridiscese a Magasa per confessarsi: si dice che sia morto in poco
tempo con gli occhi ancora stravolti dalla paura. Alcuni
contadini, stanchi per il lungo lavoro della giornata, stavano
raccogliendo il fieno nel prato di Crune, comprendente l'abbeveratoio
comunale, nella parte detta Degagna. Uno di loro, forse più stanco
degli altri, usci in questa esclamazione: «Se è vero che c'è il
diavolo, anche il fieno deve andare nel fienile da solo! ». E tutti si sedettero. Istantaneamente il foraggio si levò
in piccoli mucchi, infilò la porta del fienile e vi si sistemò fra la
gran meraviglia dei presenti. Rimaneva una parte di fieno da
ammucchiare ma, per quanti sforzi facessero con il rastrello, i bravi e
buoni contadini non riuscivano a staccarlo dal terreno: vi rinunciarono
ritirandosi alla vicina casina e frattanto il fieno si sistemò da solo. Dopo questo fatto straordinario,
nessun mandriano voleva più andare con le sue mucche a questa abitazione.
Il padrone fece venire sul luogo un sacerdote onde benedicesse tutto; in
compenso, essendo immediatamente cessata ogni diavoleria, gli donò metà
delle sue mucche. Dalla finestra di casa Gottardi,
sita in via Dosso a Magasa, una donna vide nella località Pegoi, un
lenzuolo quadrettato ben steso: subito pensò di andare a vedere ed
eventualmente prenderselo. Come giunse sul luogo e lo toccò,
si udì una forte scossa di terremoto ed il lenzuolo scomparve poiché in
esso s'era trasformata una strega. Una donna giovane e bella, ma
impreparata professionalmente, andò sposa ad un taglialegna di Magasa. Ma
col marito insisteva che sapeva filare canapa, lino e lana, tesserli e
quindi farne panni e vestiti. Ancora nei primi giorni di
matrimonio, il giovane sposo le disse: «Domani, di buon mattino, andrò a
tagliare il legname per allestire il telaio onde tu possa lavorare». Assai preoccupata, lei corse dalla
madre, che era una strega, e le espose l'intenzione del marito ed il suo
dispiacere dato che, costruito il telaio, non sarebbe stata capace di
lavorarvi. Rispose la genitrice: «Non
pensarci: mai tuo marito riuscirà a costruire il telaio!». E subito si portò nella selva dei
Bornas prima che vi giungesse il genero. Questi, quivi giunto e messosi al
lavoro, udì una voce d'oltretomba che diceva: «O boscaiolo, che tagliate
per quel telaio, avete da morire voi e la vostra donna nel mese di
gennaio! ». Il povero uomo si sentì freddo
per tutto il corpo per la paura e si portò le mani al viso per vedere se
stava male; ma come sentì la medesima voce per la seconda volta,
disperato, si diede alla fuga e, giunto a casa, raccontò alla moglie
l'accaduto. Ma questa, per nulla turbata, gli disse: «Va' ancora una
volta ché quella voce l'avrai immaginata tu e fa' presto a preparare
tutta l'attrezzatura: io ho una gran voglia di lavorare e rendermi utile
alla nostra nuova famiglia». Ritornò egli per la seconda volta
lassù ai piedi del monte Tombea, ma la voce si ripeteva. Dopo averlo
detto alla moglie, cambiò pure bosco successivamente, ma per lui non
c'era più pace e sempre doveva fuggire e farsi consolare da lei! Così il povero taglialegna, in
causa di quella voce misteriosa, non pensò più al telaio mentre la
moglie continuò la sua inoperosa vita coniugale. Una strega chiese del burro a un
mandriano, ma egli glielo rifiutò e si mise a lavorare il latte per
ottenere il formaggio. Purtroppo, dopo circa mezz'ora, la
«caldera» non dava alcun segno della cagliata. Subito il buon uomo comprese che
qualche stregoneria era in corso e cominciò a mettere legna sul fuoco
aumentando così il riscaldamento del latte. Tutto d'un tratto giunse nella
casina trafelato e preoccupato il figlio della strega il quale disse: «Cessate,
cessate di far fuoco sotto la "caldera", altrimenti la mia mamma
muore cotta». Levò il mandriano il gran
recipiente dal fuoco e, da allora in poi, poté avere sempre la cagliata. La figlia d'una strega aveva
sposato un ricco mandriano di Magasa abitante in via Dante, nella ex casa
Baracole; colla madre andava lamentandosi in quanto nella nuova casa
mangiava sempre poco e mai c'era carne. Allora la strega si informò di
quando il genero avrebbe fatto San Martino (trasloco) con le mucche e,
saputo che era stato fissato per il giorno seguente, le disse: «Domani
mangerai carne fin che vorrai». E di buon mattino si portò presso
la Scagèra: qui la strada che da Magasa conduce ai prati di Denai corre
in cima a un dirupo strapiombante verso la valle per circa centocinquanta
metri per cui il passaggio è assai pericoloso. La cattiva donna si trasformò in
un grosso e groviglioso bosco di spine in mezzo alla strada, impedendo in
tal modo il passaggio per cui le mucche, all'arrivo, avrebbero preso paura
e, non potendo passare, sarebbero saltate dal dirupo uccidendosi. Giunse il mandriano alla testa
delle mucche e vide il pericolo: subito intuì che covava qualcosa di
straordinario e, impugnata la roncola, si dette a tagliare le spine in
modo di aprire il passaggio per sé e per le sue bestie. A sera, la giovane sposa annunciò
al marito che la madre era gravemente ammalata e ferita e che desiderava
vederlo. Se aveva avuto dei sospetti, in quel momento si chiari al bravo
lavoratore la vera stregoneria della perfida suocera e comprese che, se
fosse andato a visitarla, quella avrebbe potuto compiere altre nefandezze
su di lui; al contrario dei taglialegna non fece parola di quanto pensava
colla moglie e la assicurò che sarebbe andato a rendere visita
all'inferma verso sera e così continuò a rimandare ogni giorno finché
quella fu completamente guarita. Si vuole che in località
Calzine, posta ai piedi del monte Denai e vicina all'orto giubilare e alla
«calchéra», ci fosse una volta un vitello d'oro che, come una persona
gli si avvicinava e lo toccava, faceva tuonare e lampeggiare. Ma un giorno ci fu un uomo
coraggioso che lo toccò e lo tenne ben stretto fra le braccia: non tuonò
e non lampeggiò! Tentò egli però di rigirarsi e
in quell'attimo il vitello si sprofondò e ancor oggi è leggendaria
credenza che ivi sia sotterrato (infatti vi si osserva una piccola fossa
per calce!).
Il
conte di Lodrone e la strega al Capetel L'intera Valle di Vestino
fu, per oltre seicento anni, dominio feudale dei conti di Lodrone, alla
cui giurisdizione essi rinunceranno il 29 giugno 1826. Un giorno, uno di questi conti
saliva da Turano a Magasa e, in località Capetel, s'incontrò con alcune
donne che seminavano il frumento; era fra queste una strega che disse al
conte: «Se Vo sarè bu, el grà '1 sarà bel e bu; ma se Vo no sarè bu,
el gra '1 sarà bel matù». Insegnò poi la strega a quelle
donne a levar al frumento l'anima, cioè l'embrione o iniziale germoglio.
Così fecero e il cereale non germogliò; tutti, non conoscendo il trucco
della strega, dicevano che la colpa era del conte che era stato cattivo.
Il
conte di Lodrone ed il porcaio Sempre durante la
dominazione feudale dei conti di Lodrone c'era in Denai un convento di
frati. Proveniente da Lodrone, un conte vi fece visita ed ebbe assai a
meravigliarsi rinvenendo nella loro dispensa della carne avariata;
richiesto il motivo per cui non l'avevano data ai poveri, gli fu risposto
che essi non meritavano la carità essendo cattivi. Il conte allora minacciò di
punizione i frati a meno che, alla fine di tre mesi e tre giorni, non
avessero saputo dar risposta a tre domande: Quanti giorni impiegò il
Signore ascendendo al cielo; quanto poteva valere l'interrogante; che cosa
pensava. Verso sera ritornò il porcaio del
convento e i frati gli riferirono l'accaduto: ascoltò egli con gran
serietà e alla fine li invitò a non pensarci dato che aveva già pronte
le risposte. Così si giunse alla scadenza
stabilita. Vestito da priore del convento, il
porcaio si presentò al conte e gli diede queste risposte: «Per ascendere
al cielo nostro Signore impiegò tre quarti di giorno; se Gesù fu venduto
per trenta denari, il conte può valerne solo ventinove; il conte pensa
che io sia il priore del convento ed invece sono il porcaio». Corse il conte alla immediata punizione: il porcaio fu nominato priore mentre l'anziano frate fu costretto al governo dei porci. Lo
sterratore e la miniera di Navezze Si vuole che pure in Navezze
ci fosse una miniera d'oro. Avido, come i primi cercatori in
America, un uomo ne iniziò gli scavi e riuscì a trovarla; nel toccare un
pezzo d'oro accadde l'inverosimile: tuonò e lampeggiò! I compagni di lavoro gli
raccomandarono di non volgersi indietro, altrimenti la miniera si sarebbe
nuovamente e maggiormente sprofondata ed egli condannato a morirvi. Ma il povero uomo non seppe dar
retta al consiglio degli amici: si rigirò e, in quell'attimo, fra tuoni e
lampi, si inabissò con la miniera.
Si dice che nella casa della
defunta Santa Mazza, sita a Magasa in via Roma n. 5, già proprietà di
mons. Pier Angelo Stefani vicario generale e capitolare della diocesi di
Brescia, si sentissero gli spiriti. 1 padroni andarono a Turano (varie
donne di questo paese si sposarono con gli Stefani) e raccontarono il
fatto ad un cestaio che venne a vedere quanto di vero ci fosse. Egli portò seco tutta la sua
attrezzatura e si mise al lavoro durante la notte: gli si presentò tutta
l'abitazione piena di grossi topi i quali avevano attaccati alla coda dei
sonaglini. Per nulla impaurito, la mattina
seguente disse ai padroni: «Gli spiriti ci sono, ma non fanno alcun male
e, se mi date una buona somma di denaro, ci vado anche la seconda notte». Quelli accettarono; il cestaio vi
ritornò e i topi ripeterono lo scherzo. Venne l'alba ed il bravo artigiano
invitò i padroni ad entrare in casa con un gatto: così fecero e
nell'entrare videro pure essi tutto l'appartamento invaso da grossi
roditori che il gatto fece sparire con poche miagolate e inseguimenti per
gli ampi corridoi. Da allora in poi tutto fu tranquillo e non si udì più
nulla.
Si dice che in casa Gottardi,
sita a Magasa in via Dosso n. 3, ci fossero degli spiriti. Nessuno vi abitava e i proprietari
avevano deciso di donarla a chi avesse avuto il coraggio di abitarla. Un calzolaio accettò l'offerta e
vi si recò rimanendovi alzato a lavorare fino a notte inoltrata. D'un tratto, senza rumore alcuno,
gli si presentarono tre uomini ai quali egli, per nulla timoroso, chiese:
«Da quale parte venite e che cosa volete? ». Risposero. «Noi eravamo i padroni di questa
casa e avevamo deciso con un voto di fare un pellegrinaggio, a piedi
scalzi, da qui fino al Santuario di Rio Secco. Se tu farai per tre volte
il pellegrinaggio per noi, non ricompariremo più in questa casa e tu ne
diverrai il padrone». Il povero ma buon calzolaio fu pellegrino per tre volte, a piedi scalzi, fino alle balze di Rio Secco; da allora la casa rimase sua. Un
delitto di carnevale a Magasa Nel secolo scorso, le donne
si univano in gruppi e trascorrevano le lunghe sere invernali filando la
lana o preparando la maglia o raccontandosi antiche storie nelle stalle:
erano i «filò» (o «ffiera» o «filere»). Così consumavano meno olio
di noce e avevano più caldo stando vicino alle numerose bestie. Nell'anno 1861, in tempo di
carnevale, accadde questo delitto. Un ragazzo di nove anni, orfano di
padre e di nome Massimino Pace abitava con la madre a Magasa, in via 24
maggio, nella casa che oggi è di proprietà di Nerino Pace. Durante la giornata egli aveva
litigato con i suoi compagni e loro pensarono di vendicarsi uccidendolo. La madre, la sera, dopo aver messo
a dormire il fanciullo, andò nella stalla. 1 ragazzi con cui Massimino aveva
litigato, dopo aver spiato la madre, si recarono alla sua casa e lo
chiamarono invitandolo ad andare in maschera insieme con loro. Tutto contento, accettò
pregandoli di aspettarlo intanto che si vetiva; ma, come ebbe aperta la
porta, lo uccisero, lo vestirono da donna, lo presero sottobraccio e lo
portarono nella stalla, vicino a sua madre, ponendolo ritto su una sedia. Poi essi si misero a ballare
mentre le donne chiedevano alla immobile mascherina perché non ballasse:
non giungeva risposta. Ultimata la ballata, le maschere
se ne andarono, ma la povera vittima rimase lì. Allora le numerose donne chiesero
perché non usciva e seguiva i suoi compagni: ma nuovamente non poté
rispondere. La domanda fu ripetuta varie volte senza alcuna risposta.
Videro anzi che sul vestito della maschera c'erano tracce di sangue e si
impensierirono. Proprio in quel momento, la mamma di Massimo disse che il
suo bambino, per fortuna, era a letto e quindi non poteva essergli
accaduta alcuna disgrazia. Proprio la sfortunata vedova si
decise di scoprire la mascherina e inorridita, constatò che era proprio
suo figlio. Fino a pochi anni fa, e forse
ancor oggi, sul luogo dell'orrenda scoperta era disegnata una bianca
croce. L'atto criminale venne narrato a chi scrive da una persona, di sicura fede, morta nel 1968. Controlli fatti nei registri parrocchiali di Magasa non danno alcun caso di morte così grave nell'anno indicato. Nei primi decenni del 1700
una famiglia composta di padre, madre, di un figlio e due figlie, i quali
facevano il barbiere, i ladri e gli assassini, venne da Venezia a Magasa e
prese in abitazione la casa che oggi è proprietà di Giovanni Mazza, in
via Santa Maria. Ogni giorno consumavano
complessivamente un cavallo di vino. Acquistarono molti prati di Magasa
e quaranta mucche e continuarono la loro vita allegra gozzovigliando e
spendendo molto. Così accadde che, dopo tredici
anni, dovettero svendere tutto e morire di fame padre, madre e figlie. Il figlio Antonio finì in Salò
come calzolaio e poi a Brescia come stalliere ed ivi morì. Nulla vogliamo togliere alla tradizione popolare di quanto scritto sopra ma, forse, sarebbe bene inquadrare storicamente la vicenda. Ancor oggi la casa predetta conserva un'arte che, due secoli fa, la presentava come un vero palazzo montano. Ottime infatti le cantine, simmetriche le finestre con altre più piccole e tondeggianti nel sottotetto; fino a tre anni fa l'entrata principale presentava un artistico portone con il picchiotto. Per quanto ci risulta fu la casa di don Giovanni Maria Zeni, nato in Magasa il 6 novembre 1727 ed ivi morto il 20 febbraio 1811: fu egli Rettore della Valle di Vestino in Turano per molti anni. Di certo abbastanza ricco, beneficò la Chiesa di Magasa con la donazione di due pregevoli pale: quella dell'altare maggiore, opera del pittore bresciano Francesco Savanni, datata 1763; una, minore, dedicata alla Madonna del Rosario, opera del pittore veronese Bartolorneo Zerti, datata 1800. Ricerche
condotte nell'archivio parrocchiale di Magasa mettono in evidenza che da
Venezia a Magasa (con i genitori) venne, nel 1717, Antonio Zeni, figlio di
Bortolo di Antonio e di Antola, nato in Venezia il 7 settembre 1711 ed ivi
battezzato il 20 novembre 1711 nella Chiesa Parrocchiale Collegiata e
Matrice di San Silvestro, sul Canal Grande, dal sacerdote don Lorenzo
Licini. La trascrizione dell'atto di nascita venne fatta in Magasa il 24
settembre 1717 dal sacerdote don Pietro Gottardi. L'atto originale venne
conservato da Giovanni Maria Zeni, zio del predetto Antonio. Quindi nulla
impedisce di credere che Antonio Zeni avesse pure delle sorelle e che,
unitamente ai predetti genitori Bortolo e Antola, fossero giunti ricchi a
Magasa nella già benestante casa Zeni.
C'era in Magasa una piccola
famiglia: padre, madre e il figlio di nome Alessio. Questi avrebbe voluto
studiare per diventare sacerdote, ma i genitori ostacolavano la vocazione. Pensò allora il giovane di
fuggire di casa. Una sera se ne andò a letto contemporaneamente ai
genitori; mentre costoro dormivano, si alzò, prese le scarpe del padre e
un po' di cibo per raggiungere Trento e quindi poter studiare. Era nevicato abbondantemente da
poco e, per non indicare la sua strada ad eventuali inseguitori, salì
fino alla malga Casina scalzo e colà si mise le scarpe al rovescio, cioè
in modo che il tacco fosse alla punta dei piedi e viceversa. Così proseguendo giunse verso
sera alle grotte di Campei da dove, per la gran quantità di neve, non poté
proseguire. Qui si fermò per molto tempo
digiunando e facendo penitenze e vi morì. Ovunque i disperati genitori lo
cercarono, ma non lo trovarono: ne rinvennero il corpo ancora ibernato, a
primavera, i pastori andando al pascolo con le pecore. Le grotte vennero chiamate «Grotte» o «Cui di Casa Santa» perché si vuole che il giovane Alessio sia morto santo.
Il
basto del diavolo a bocca di Valle Un uomo propose al diavolo:
«Se sei capace di portare un grosso sasso, all'uopo designato, da Baitoni
a Bocca di Valle, io ti do la mia anima». Figuriamoci la sua contentezza
dato che si vedeva aumentare la famiglia infernale senza fatica e continue
tentazioni. Immediatamente accettò e si mise
in viaggio col carico. Inizialmente era certo di avere
l'anima in mano perché procedeva spedito, seguito dall'incerto
scommettitore. Ma la mulattiera che sale dalla
santella di Ola (vicino a Bondone) verso il passaggio montano che immette
nella Valle di Vestino è ripida, sassosa e lunga per cui il diavolo
incominciò a sentire la fatica. Rabbioso era ogni sforzo per non
perdere la posta ma, come oltrepassò il «Baraccone» (grotta per i
pastori) e quando poche centinaia di metri lo separavano dal valico,
spossato dallo sforzo e dalla stizza, dovette posare il pesante masso. Rise tutto allegro l'uomo mentre
quello scompariva con la coda tra le gambe. Ancora oggi è là (a metà strada
fra il passo e il «Baraccone») e ogni passante lo può bene osservare.
Chi conosce la sua storia lo chiama il basto («bastarèl») del diavolo.
I
bulli evadono dal castello di Lodrone Durante la lunga dominazione
dei Conti di Lodrone, la Valle di Vestino era periodicamente visitata dai
loro bravi che erano incaricati anche per il mantenimento del buon ordine. Correva la fine del secondo
decennio del 1700. In una di queste visite, i bravi ebbero a fermarsi,
ultimato il servizio di polizia, all'osteria Viani detto «Rossì» di
Turano. Qui, dopo aver ben mangiato e bevuto, vennero a diverbio con tali
Viani detto «Stefenù» da Turano e Salvadori «Pasquì» da Bollone:
erano questi due uomini erculei per cui ebbero ben presto il sopravvento e
i poveri bravi rimasero ben pesti, perdettero le armi, venne urinato nei
loro fucili e per una settimana non poterono ripartire. Ritornati a Lodrone, denunziarono
il fatto e ben presto i due valvestinesi vennero arrestati, condotti a
Lodrone e rinchiusi in celle attigue nel castello di Santa Barbara. Il Viani, detto anche «Tencù»,
aveva un fratello prete il quale era in amicizia con la moglie del
carceriere in quanto ad essa aveva consigliato di bere l'ottimo vino delle
viti di Ganone («Ganù») di Armo; provvide quindi questi ad inviare al
secondino delle prigioni una lettera di raccomandazione per il caro
carcerato e, unitamente, un paio di pani. Mangiò il Viani il primo pane e,
spezzato il secondo, vi trovò una lima triangolare. Con questa, nei
momenti più sicuri e tranquilli della cella, si diede a limare le catene
delle mani e dei piedi finché si spezzarono. E venne l'occasione propizia. Una
mattina, all'ora solita, il secondino gli portò il cibo che veniva
servito al prigioniero attraverso uno spioncino della porta. Il Viani lo
pregò umilmente di porgere internamente la misera razione dato che, con
quelle mani strette dalle catene, non poteva riceverlo bene. Si sporse
allora quello un po' meglio all'interno: subito il prigioniero allungò le
poderose mani non più strette dalle catene e afferrò il secondino per un
braccio intimandogli: «Non una parola altrimenti ti stacco la spalla!». Il povero carceriere, impaurito
anche dalla gigantesca forza del Viani, tremava tutto. Ma il turanese, ben
deciso, gli ingiunse di prendere le chiavi che gli pendevano dal cinturone
e di aprire la porta della cella: come ciò venne eseguito, sempre
tenendolo fortemente stretto per le braccia, girò la porta, fece entrare
il secondino e ve lo rinchiuse privandolo delle chiavi della prigione. Poco distante era il «Pasquì»:
gli aprì e insieme fuggirono dal castello. Per i campi del pian d'Oneda
presero i sentieri che portano a Baitoni, Bondone e Valle di Vestino. Allorché iniziarono la ripida
salita verso Bondone, il «Pasquì», strernato nelle forze, non poté più
proseguire e si accasciò a terra. Ma urgeva fuggire per non essere
ripresi: allora il Viani se lo caricò sulle spalle e lo portò al vicino
molino dove rimasero nascosti per alcuni giorni. Ma li assaliva il pensiero di
essere catturati nuovamente, riportati a Santa Barbara con pene ancora più
gravi. Seppure con rincrescimento,
decisero di separarsi: il Viani andò in Val di Ledro e «Pasquì» alla
Costa di Gargnano, ove esiste tutt'oggi la sua discendenza: in questi due
luoghi i Lodroni non avevano potere e quindi non potevano raggiungerli. Il Viani trovò asilo presso un
generoso signore che gli diede lavoro e cibo; ma era sempre triste perché
profugo dal suo Turano e sempre timoroso della vendetta del conte. Di ciò
richiesto dal padrone, gli spiegò ogni cosa. Questi lo consolò e lo
assicurò che avrebbe fatto tutto il possibile per salvarlo tanto più che
un suo nipote era un segretario del conte. In breve tempo, il bravo amico si
interessò e rispose che avrebbe dato informazioni in codice, cioè con
alfabeto particolare. E la risposta giunse presto e assai laconica come
d'intesa e significò: libertà! Con gran gioia il turanese, per i
sentieri che separano la Valle di Ledro e quella di Vestino, poté far
ritorno al suo paesello e godere l'affetto della famiglia e la pace dei
suoi monti. Poco tempo dopo, i bravi, memori di quanto accaduto, vennero a
ripescarlo e, nonostante si protestasse buon cittadino fedele ai conti di
Lodrone, fu accusato di quanto già commesso e tradotto nuovamente a
Lodrone. Ma, qui giunti, non vennero trovati i documenti comprovanti la
sua colpa poiché il bravo segretario li aveva bruciati: così egli fu
assolto definitivamente e tornò per sempre alla sua terra'. Tutto venne raccontato nel 1952 da Stefano Viani di Turano, padre di Guido Viani «Campèt». Ricerche condotte personalmente presso l'archivio parrocchiale di Costa di Gargnano comprovano che solo dopo il 1720 vi si ebbe la prima presenza dei Salvadori, provenienti appunto da Bollone.
Nel 1400 la valle del
Droanello, da Legnàc al Fornello, era una grande pineta con le ben
coltivate campagne di Droane e del Fornello; la tradizione vuole che il
villaggio avesse circa 150 abitanti il cui lavoro principale, a parte la
fiorente agricoltura e l'allevamento del bestiame, era la lavorazione
della resina o pece; questa, ben pulita nei forni (toponìmo del
Fornello), per la valle del Toscolano e il lago di Garda giungeva fino a
Venezia per calafatare le navi. Case sparse un po' ovunque e
numerose ed ampie grotte davano ospitalità ai laboriosi abitanti. La vecchia chiesa di San Vigilo
conservò il campanile fino al 1877 allorché venne ricostruita l'attuale.
Altra cappella era dedicata a San Michele, sul dosso omonimo. La tradizione vuole che nell'anno
1500 vi si diffondesse la peste lasciando immuni gli altri paesi della
Valle di Vestino. La esatta data si può collocare meglio fra il 1496 e il
1537; con quest'ultima data storicamente non si parlerà più della «villa»
o villaggio di Droane. Sopravvissero solo due vecchiette
che, rifugiandosi in una stalla, rimasero immuni per l'odore di becco; ben
conoscendo la stagione degli amori caprini, si può dedurre che il
terribile morbo si fosse diffuso verso l'autunno. Si racconta che la pestilenza
ammorbò a tal punto l'aria che, collocando una pagnotta alla Croce di
Camiolo, cioè fra Droane e la Valle di Vestino, la parte della pagnotta
rivolta verso l'infelice paese anneriva e marciva, mentre l'altra rimaneva
bianca! Rimaste sole e indifese in un
paese sparso di cadaveri e avviato verso la completa rovina, le due donne
cercarono ospitalità altrove. Si incamminarono verso Magasa, ma vennero
respinte al Rio Acquadert; uguale sorte toccò loro nelle vicinanze di
Turano. Si diressero allora alla volta di Tignale: una morì di stenti
lungo la strada, la sopravvissuta giunse ad Aer ove fu gentilmente
accolta. Alla sua morte, unica erede di
Droane, lasciò tutte quelle proprietà ai Tignalesi a condizione che ogni
anno, nel giorno festivo di San Vigilio (26 giugno), patrono del luogo, vi
si celebrasse la messa e venisse distribuito un quintale di pane fra tutti
i partecipanti7. Fin verso il 1814, incaricati del Comune di Tignale controllavano la disposizione testamentaria e soprintendevano alla regolare distribuzione del pane. Successivamente subentrò il Comune di Turano al quale compete ancor oggi. La messa venne celebrata dall'arciprete di Tignale fino al 1785, poi dal parroco di Turano: ancor oggi o lui o un suo delegato si reca in quel luogo solitario a soddisfare il pio desiderio della buona vecchietta. Per quanto riguarda la diffusione delle peste in Droane, anni fa il defunto e compianto dott. Bonfreschi di Gargnano osservava allo scrivente che vari di questi casi erano facilmente epidemie di altra natura che oggi si potrebbero ben curare: spagnola, asiatica, etc. E’ pure da tener presente che, in occasione della funzione religiosa il 26 giugno, sul colle di San Vigilio in Droane si benedice pure l'ossario dei morti per la peste: è posto sotto il pavimento della vecchia chiesa e sormontato da una alta croce di cemento. Il Tombea, la più alta montagna dell'area compresa tra Riva e Salò, è da sempre meta di turisti e di botanici attratti dalla sua «Saxifraga Tombeanensis» e dall'ampio panorama che si gode, dall'Adamello agli Appennini. Nel corso del tempo, fu oggetto di diverse leggende. El prà
de le pegre Il testo, di Gaetano Bernardi, è
in «La Venezia Tridentina», Mondadori, 1924, pp. 78-79. C'è da
sottolineare che i Bettoni non ebbero mai giurisdizione nella Valle di
Vestino. La sommità del monte Tombea,
situato fra le valli di Ledro e di Vestino, si presenta con una serie di
piccoli ridossi, ricoperti d'erba folta, che fanno pensare a tombe
abbandonate. E la gente del luogo crede che
veramente si tratti di tombe. Quei pascoli si trovavano fra i
domini dei conti di Lodrone, signori della Valle di Ledro e delle
Giudicarie, e dei conti Bettoni, signori della Valle di Vestino. Le due
potenti famiglie si contrastavano la proprietà di quei pascoli e vi
mandavano le loro greggi coi loro pastori, fra i quali accadevano spesso
risse violente. Per mettere termine alla contesa,
le due famiglie rivali risolsero di lasciar decidere la questione a «un
giudizio di Dio»: si stabilì cioè che due campioni, detti «búli», si
battessero per i loro padroni: il pascolo sarebbe appartenuto alla
famiglia da cui dipendeva il vincitore. Vinse il campione dei conti Bettoni. Ma i Lodroni non si assoggettarono al giudizio di Dio e continuarono a mandare sui pascoli le loro greggi guardate da pastori armati. Un bel giorno d'estate, pecore e
pastori dei Lodroni s'avviarono ai pascoli contrastati: le pecore
cominciarono a brucare avidamente la bella erba, mentre i pastori
guardavano minacciosamente intorno, aspettando i loro nemici. Ma non avevano pensato a guardarsi
da un altro nemico grande ch'essi avevano offeso: Dio! Improvvisamente il cielo si coprì
di nubi, una fitta nebbia circondò il monte, i pascoli, le pecore e i
pastori: un terribile uragano si scatenò su tutta le regione. 1 fulmini
cadevano fitti come gragnola e, in breve tempo, gli esseri viventi che si
trovavano sul monte giacquero a terra morti. Per molti anni nessun essere umano
ardì più mettere il piede nella regione maledetta: un po' alla volta i
cadaveri delle pecore e dei pastori furono ricoperti di terra, d'erba e di
detriti. E son essi che danno alla schiena del monte l'aspetto d'un
cimitero'. Il monte
Tombea Ai tempi dei tempi, la vetta
pianeggiante del monte Tombea era motivo di costante e grave dissidio tra
gli abitanti dei limitrofi comuni di Storo e Valvestino perché ogni
singolo paese si contendeva il diritto di proprietà. La tensione però era maggiormente
accentuata tra i pastori dei due Comuni, essendo questa la categoria di
abitanti che dal fondo traeva magro profitto per il pascolo degli armenti. Perciò, ogni qualvolta i pastori
di Storo s'imbattevano con quelli di Valvestino nel pascolo in
contestazione, scoppiavano violenti liti e diatribe che avevano attirato
anche l'attenzione delle rispettive autorità comunali temendo, una volta
o l'altra, tragici epiloghi. Se non che, al pastore più ricco
di Storo, certo Spaccafumo, così chiamato per le sue fantastiche
bizzarrie, sorse un'idea originale. Secondo la crassa ignoranza dello
Spaccafumo, presentandosi questi ai secolari nemici di Valvestino nel
fondo conteso portando negli stivali uno strato di terra raccolta in un
campo di Storo, i suoi avversari non dovevano recargli molestia di sorta,
perché egli teneva i piedi sulla terra del proprio Comune. Un bel giorno quindi, lo
Spaccafumo, in groppa ad un ricalcitrante asino, con gli armenti e con il
fido grosso cane, partì alla volta del Tombea. I pastori di Valvestino, che già
stavano colà pascolando i rispettivi armenti, armati di fucile, come lo
videro, gli mossero incontro, intimandogli senz'altro, se avesse cara la
vita, di tornarsene subito indietro. Lo Spaccafumo, per nulla
intimorito dalle profferte minacce, chiesto ed ottenuto dagli aborriti
competitori un parlamentare, fece loro comprendere l'assurdità
dell'imposizione di lasciare il Tombea, affermando che egli si trovava colà
nei suoi pieni diritti, perché posava i piedi in terra di Storo, terra
che mostrava loro cavandosi all'uopo gli stivali. «Se non dico la verità,continuò
lo Spaccafumo inarcando le sopracciglia e mostrando quei due grandi
specchi ustori che aveva sugli occhi, se non dico la verità che questa è
terra di Storo, mi possa cadere un fulmine sul collo e restare qui secco:
in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti». Come ebbe pronunciato le sante
parole, un abisso senza luce e senza fondo si aprì ai suoi piedi, e lo
Spaccafumo, tra un terribile urlo di angoscia, fu inghiottito insieme alla
cavalcatura, mentre le pecore, con il ringhioso mastino, restarono
mummificate. Nel luogo ove fu sommerso il
disgraziato pastore, sorse immediatamente un piccolo stagno che, a detta
dei valligiani, è provvisto d'acqua anche nei periodi di lunghe e
ostinate siccità"'. Il Non vi sono fonti documentarie
sui quali si possa fermare la costruzione dell'avvenimento. Lo scrivente
attinse la narrazione dalla concorde voce popolare; di sua creazione, per
esigenze della cronaca, non vi è che il solo nome dato all'infelice
protagonista. Tuttavia la leggenda si appoggia su due elementi reali: il
primo è il monte suddetto che in seguito fu ed è incontestabilmente
goduto dagli abitanti di Valvestino; il secondo è che nei dintorni dello
stagno notansi dei cumuli di terriccio aventi vere e proprie forme di
gregge in vario atteggiamento. La leggenda, di Augusto Pettina, fu
copiata, per mio incarico, nella casa del defunto Attilio Pace «Fanela»,
di Cadria, il quale la conservava stampata e ben incorniciata nel suo
piccolo salotto. Facciamo
notare che: i pastori non erano della intera valle, ma solamente di Magasa;
la «piana degli Stor», in Tombea, venne acquistata il 21 novembre 1836
dalla Congregazione di Carità di Magasa per fiorini imperiali 480:
venditore fu Giampietro Tonini fu Francesco, di Storo, e acquirenti, per
il predetto ente, don Matteo Gottardi, vicario curaziale di Magasa, e
Angelo Stefani, Capocomune; i conti Bettoni non furono in alcun tempo
signori della Valle di Vestino così come, per la Valle di Ledro, non lo
furono i conti di Lodrone. Monte
Tombea Chi viaggiando per l'estremo lembo
meridionale delle Giudicarie esteriori volesse valicare un monte, che gli
sorge all'oriente, porrebbe piede in una piccola valle, che dal Vesta, il
quale la chiude al sud, Valle di Vestino appunto si appella! Essa fece parte per molto tempo
del contado dell'illustre famiglia dei conti Lodroni, i quali colla loro
sede nel castello del Caffaro estendevano fin là Signoria assoluta. Ed
oggi pure, come avanzo non troppo gradito di tempi che furono e di diritti
che difficilmente si rinunziano quando sono proficui, i Lodroni vi
esercitano facoltà di non so quali decime, o livelli. A difendere quel
sito alpestre dalle inclementi arie settentrionali sorge all'altezza di
5000 piedi il monte Gasa, sul quale come oggidì si incontrano i confini
del Comune di Storo e dei Comuni di Val Vestino, così a tempi più remoti
doveano incontrarsi quelli del Contado Lodronio e della dominazione dei
Signori di Storo. Se voi però domandaste a quegli alpigiani il nome del
monte lo sentireste suonare ben diversamente da quello che usa la
geografia, un nome fantastico che vi richiama subito al tempo degli
incantesimi e delle stregonerie, all'età dei facili prodigi, e delle
tragiche scene, ai momenti in cui si evocavano gli spiriti, e la terra
s'apriva sotto i piedi dello spergiuro. E infatti che pensereste voi di un
monte che si chiami «il monte delle tombe», o con una parola ancor più
funerale, «Tombea»? La tradizione popolare ha
conservato il fatto che al Gasa meritò questo nome: ed ogni abitante
della mia valle ve lo saprebbe raccontare nelle più minute circostanze; e
dove vi mostraste difficili a prestargli fede vi chiamerebbe sul luogo ad
additarvi le vestigia incancellabili del triste avvenimento. Ma l'avvenimento io ho divisato
offrirlo a voi con qualche veste poetica, e l'ho creduto sufficiente
soggetto ad una «Leggenda». L'autore
della leggenda, il cui manoscritto originale è conservato presso
l'Archivio dell'Accademia degli Agiati a Rovereto, è don Bartolomeo
Venturini, sacerdote di Magasa. Scrittore di buon gusto, nacque il 10
marzo 1822. Di lui abbiamo una dissertazione sull'Epigrafia italiana, un
Discorso per Nozze e Poesie. Dall'anno 1872 fino al 1895 diresse il
Collegio Convitto di Desenzano «con quel corredo di sapienza che rese
quell'Istituto stimabilissimo». La scena è tra un Guiscardo
Lodrone e un Germano di Storo, il quale a pretesto di poter vendicare sul
conte l'offesa di un rifiuto, lo aspetta sulle cime del Gasa e vi suscita
un'antica questione di territorio, allo scioglimento della quale, secondo
il costume dei tempi, ha pronta la spada e il giurarnento. Figuratevi una ben capace pianura,
che si stende improvvisa innanzi a chi guadagni le alture del Gasa, uno
stagno di acque paludose ne occupi il centro, attorno allo stagno naturali
disuguaglianze di terreno presentino a chi li osserva a qualche distanza
un branco di pecore guardate qua e là da pastori e avrete il luogo
preciso che fu il teatro del fatto. Non l'hai
tu veduto del lampo al bagliore? Gigante
sul dorso di bruno destriero del monte
il ciglione fantasma salì! Non l'hai
tu sentito? Del tuono il fragore Non è
così cupo, non è così fiero Com'è
l'ululato che lungo gli uscì. Fuggiamo,
fuggiamo: qui manda l'averno In mezzo
al tumulto di notte tremenda. Gli
spettri più truci le orge a compir. Fuggiamo,
fuggiamo: nel piano discerno. Le
streghe anelanti l’infame leggenda Dal suolo
commosso furenti sortir. La storia
t'è nuova del conte Germano Signor
dell'antico settauro castello. La storia
che è il canto di tutti i pastor? In mezzo
allo scroscio di questo uragano Fanciullo, l'impara:
il nome d'un fello S'accorda
sì bene dei nembi al fragor? Signor
d'infiniti tesori e di mille Campagne
mugghianti d'innumeri armenti Gran
corte bandiva l'altero German; E il
grido diffuso per tutte le ville Correndo
sull'ali veloci dei venti Si sparse
per l'orbe lontano, lontan. Non era
barone, non era guerriero Che non
allegrasse le giostre, la danza, Le caccie,
il convitto del giovane Sir; Non era
donzella che dolce un pensiero Per lui
non avesse, e vaga speranza Secreta
sdegnasse nel petto nutrir. Ma il
conte Germano non era felice, E in
mezzo al tripudio dell'ore festive, Tra i
nappi spumanti del lieto licor Lo
sguardo inquieto, convulso ti dice, Che in
fondo dell'alma repressa gli vive La rabbia
feroce d'un lungo livor. Son molti
i venuti: la splendida corte Fa bella
di belle la lieta corona, Ma il Sir
di Lodrone ‑ Guiscardo non è Eppur di
Germano fidato consorte Fu sempre
Guiscardo. ‑ Ma Elisa la buona, Elisa la
saggia nemici li fè. Germano
del conte la vide al castello, Le grazie
ne ammira, ne brama la fede; Ma amara
ripulsa quel labbro suonò. E se
dell'amico le parla il fratello, Elisa
piangendo per grazia gli chiede Silenzio
di nozze che il cuor rifiutò. A teneri
affetti d'Elisa temprata E’
l'anima mite; profumo di fiore Del puro
suo seno il casto sospir: E amor
non saetta quest'alma ben nata Dagli
occhi protervi, che metton terrore, Da un
cuore ch'è straniero a nobil sentir. Dal dì
che il suo voto tornato fu vano German più
non vide Guiscardo o la suora Del
triste castello la soglia varcar; E voce di
sparse che il fier castellano L'ontosa
ripulsa giurasse d'allora Nel
sangue del conte (ingiusto!) lavar. Ma invan
del sicario fu compro il pugnale, Invano la
fede dei paggi tentata; Sicuri a
Guiscardo risplendono i dì: E spesso
all'amico superbo, brutale Di
molcere studia la rabbia sfrenata, | |