miti e leggende della Valvestino

  1. La terza tentazione del diavolo al Signore

  2. La vestale ed i sette fratelli ladri

  3. La rocca pagana

  4. La campana miracolosa di San Lorenzo a Cadria

  5. Le giovani ballerine e gli spiriti

  6. Lo stregone di Rest e il refolo

  7. Il diavolo ed il mandriano di Font

  8. Il diavolo della Degagna

  9. La strega dei Pegoi

  10. La strega ed il taglialegna

  11. La strega nella caldaia

  12. La strega e il mandriano

  13. Il vitello d'oro

  14. Il conte di Lodrone e la strega al Capetel

  15. Il conte di Lodrone e il porcaio

  16. Lo sterratore e la miniera di Navezze

  17. Il cestaio e i topi

  18. Il calzolaio e i tre spiriti

  19. Un delitto di carnevale a Magasa

  20. I fratelli veneziani

  21. Le grotte di casa Santa

  22. Il basto del diavolo a bocca di Valle

  23. I bulli evadono dal castello di Lodrone

  24. La peste di Droane

  25. Il monte Tombea

 

     

     

     

     

     

     

     

 

     

La terza tentazione del diavolo al Signore

    Dopo aver tentato invano Gesù nel deserto e sul pinnacolo del tempio di Gerusalemme, il diavolo lo portò sull'alto monte Tombea. Lassù, mostrandogli tutti i regni del mondo e specialmente l'ampia cerchia di monti dall'Adamello al Baldo, gli azzurri laghi d'Idro e di Garda, la vasta e ridente pianura Padana fino all'Appermino, gli disse: «Vedi tutto questo che ci circonda? Tutto io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai; però mi riservo questo buco (e indicò la valle di Vestino) perché è l'eredità che ho avuto da mia madre».

    Rispose allora Gesù: «Va' via, Satana, ché sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e servirai a Lui solo».

    Finalmente il diavolo lo lasciò, ed ecco che gli angeli vennero lassù a servirlo.

    Da un testo di don Amadio Monticelli, parroco di Magasa dal 1893 al 1924.


    La vestale ed i sette fratelli ladri

    Ad un'ora di strada sopra Bollone c'è un monte che è il più alto all'entrata della valle di Vestino; al tempo degli «dei falsi e bugiardi» vi si trovava un tempietto dedicato alla dea Vesta: per questo prese il nome di monte Vesta.

    Una vestale, sacerdotessa della dea, era incaricata della sorveglianza del tempio e dell'accensione ininterrotta del fuoco sacro davanti alla statua. Aveva in sua difesa sette fratelli che, prima di mettersi al suo servizio, erano stati ladri nella lontana Toscana.

    Un giorno la vestale si sposò e abbandonò il tempio e i suoi difensori; ma prima di partire pensò di ricompensarli per l'aiuto prestatole e, riunitoli attorno a sé, indicando l'ampia valle che dai piedi del monte si stende fino Tombea, disse: «Io devo lasciarvi e, non avendo alcuna ricchezza colla quale ricompensarvi, vi do questa valle a condizione che vi separiate e andiate a costruirvi una casa in sette luoghi differenti e in modo che uscendo il fumo dal comignolo di una non lo si veda dalla finestra delle altre sei».

    Allora tutti si scelsero un posto nei luoghi ove oggi sono i sette paesi della valle e vi costruirono la loro abitazione; accesero poi il fuoco, ma benché il fumo salisse in alto non si vedeva dalle altre.

    Il desiderio della vestale era stato appagato; da allora in poi, attorno a quella prima dimora, se ne aggiunsero delle altre formandosi i sette attuali paesi: Armo, Bollone, Cadria, Magasa, Moerna, Persone, Turano.


    La rocca pagana

    In località Presós, nel mezzo terminale della vallata, si erge maestosa una grande roccia dolomitica che, all'altezza di circa 150‑200 metri dal suo piede, si divide in due; solamente la guglia a est è scalabilefino alla sua sommità sulla quale c'è un piccolo piano con i ruderi di un antico muricciolo circondato da numerosi cespugli e da qualche betulla. Lassù ci si trova come in un'isola: infatti a sud si domina l'ampia vallata con i paesi di Magasa e Bollone mentre lo sguardo si spinge fino al monte Pizzocolo e al lago di Garda; a ovest, a nord e a est sono i monti di Denai, i prati di Praa, Crune, Casina e Rest e sembra di toccarli tutti, tanta è la loro vicinanza alla roccia.

    Alquanto sotto la sommità ci sono delle vaste grotte, rifugio di corvi e di scoiattoli. Ed è proprio sulla posizione panoramica di questa roccia e sulle sue grotte che si fonda la nostra leggenda.

    Abitava le grotte una famiglia composta dal padre e da tre figli: erano di religione pagana e da loro il luogo si chiamò Rocca Pagana. Erano stati cacciati da Magasa dopo la diffusione del Cristianesimo nella valle di Vestino non avendo essi voluto accettare la nuova religione; loro professione era quella di rubare e rapire ogni tanto delle donne del vicino paese di Magasa.

    In una piovigginosa e nebbiosa giornata d'autunno, una donna si trovava in località Navezze a raccogliere le patate; i pagani della Rocca erano pure nella campagna a rubare e, vista la donna, la rapirono e la portarono lassù.

    In breve le si affezionarono e le vollero bene. Lei, non sapendo come fare per liberarsi essendole preclusa ogni via di fuga, ricorse a uno stratagemma e disse ai pagani: «Pagani, paganini, andate a fare i vimini e faremo i bei giocattolini».

    Per diversi giorni i pagani tagliarono i ramoscelli di lantana («antana») richiesti e la donna preparava qualche bel giocattolo, ma di nascosto lavorava una catena di legno che doveva servirle per calarsi dalla Rocca.

    Un giorno, mentre i pagani erano lontani, provò la catena ma, per giungere al suolo verso Castel, mancava ancora qualche anello. Pertanto il giorno dopo disse ai suoi carcerieri: «Pagani, paganini, andate a fare i vimini e faremo i bei giocattolini». Procurarono costoro altri vimini e la catena fu completa.

    E finalmente, un bel giorno in cui gli amici si erano recati a Rest, ella fissò un anello sulla sommità e lentamente si calò. Come fu sul libero terreno ove oggi è l'alto faggio di Castel, provò a staccare la catena ma, non riuscendovi, si mise a correre verso il paese.

    Tornarono frattanto i pagani e accortisi della fuga della loro rapita, si calarono immediatamente per la medesima catena e si dettero ad inseguirla. Per quanto la poverina corresse, la distanza con i suoi inseguitori diminuiva.

    Bus del Bec, Rio de Castegnì, Acqua della Febbre, Cimitero, Valesel, Santella furono i luoghi di inesorabile avvicinamento. La poverina era alle prime case in piazza Erbe e già se li sentiva alle spalle: era allo stremo delle forze, non aveva più fiato, la paura le strozzava il battito del cuore; quelli urlavano e minacciavano e lei bene conosceva la triste fine che le sarebbe spettata, se l'avessero ripresa.

    Ma ecco inaspettatamente la salvezza: la chiesa era aperta e il diritto di immunità le consentiva di entrarvi mentre vietava l'entrata ai suoi inseguitori; vi entrò e fu salva quasi per miracolo.

    Alle sue ultime grida ed a quelle dei pagani si svegliarono frattanto gli uomini del paese che accorsero, inseguirono i pagani a loro volta, catturandoli e liberandosi per sempre da una continua minaccia; più tardi sarebbero stati condannati alla morte della goccia.

    Era rimasto sull'alta rupe solo il vecchio padre che attese inutilmente il ritorno dei figli. Finita la riserva dei viveri e forse presago della triste fine dei suoi cari, dopo qualche giorno scese avviandosi alla volta di Magasa, ma giunto al vetusto faggio di Castel, sentendosi un forte e improvviso dolore, dovette fermarsi, stendersi a terra e chiamare aiuto.

    Saliva dalla strada sottostante un mandriano del paese che si recava ai vicini masi di Crune: richiamato dalle grida, affrettò il passo e giunse vicino al vecchio cercando di prestargli il primo soccorso: ma era troppo tardi perché il poverino era già moribondo e solo raccolse da lui questa frase: «Non è più tempo di paganesimo, ma di Cristianesimo». Fu di certo una abiura all'antica religione degli «dei falsi e bugiardi», una sincera confessione di fede nella nuova dottrina che già San Vigilio aveva predicato lungo le sponde del Garda e nelle vallate del Trentino.

    Ancor oggi chi sale sull'alta rupe ha modo di notare sulla sommità un muro lungo una decina di metri e alto non più di uno: dalla grotta sottostante, che pure conserva sotto l'erica un altro muricciolo sull'argine sopra lo strapiombo della roccia, si può percorrere da sudovest a nord quello che pure oggidì si chiama il «sentiero dei pagani».

    Dai tempi antichi la Rocca è silenziosa e non è più spettatrice di tristi fatti, né deposito di illeciti bottini e di rapine. Solo ogni tanto il suo maestoso silenzio è rotto dal canto e dai discorsi dei giovani che salgono lassù. I corvi e i gracchi le roteano attorno stridendo mentre qualche falco le caracolla in alto per quasi rubarle parte della sua maestosa grandezza. In basso, in Presós, i campani delle bestie pascenti tranquillamente ci dicono che veramente oggi, contrariamente ai giorni tristi di un tempo, «sta l'erta rupe e non minaccia».

    In un soleggiato pomeriggio della domenica 8 novembre 1959 un gruppo di scolari e di giovani di Magasa salì fino all'alta cima della Rocca portandovi a fatica e in pio pellegrinaggio una grande croce di ferro e murandola nella roccia: essa è visibile per lungo tratto dai monti circostanti e si staglia sull'ampia vallata; i montanari la osservano con religioso rispetto e sentimento ed è per tutti un richiamo alla coscienza e al dovere.

    «A perpetua memoria. Su quest'alta rocca, ove gli ultimi dei falsi e bugiardi del paganesimo gallico e romano furono sconfitti per sempre dal Cristianesimo trionfante nei primi decenni del '400, i giovani di Magasa, nella commemorazione dei primo decennio dei passaggio della Madonna Pellegrina nel loro paese, hanno portato e piantato, in pio pellegrinaggio, questa ferrea croce. Come Essa per circa 122 anni ha benedetto i morti del loro Cimitero, continui a benedire, in amoroso amplesso, i morti e i vivi dei Comune di Magasa e lo straniero viandante, invitando sempre tutti all'amore, alla concordia e alla pace nei secoli che sono e che saranno (Rupe dei Pagani, 8 novembre 1959)». Presenti: Vito Zeni, Narciso Zeni, Lionello Mazza, Alessio Mazza, Nerino Pace, Irmo Pace, Frido Gottardi, Severina Venturini, Iginio Venturini, Alessandro Mazza, Tullio Stefani, Angelo Gottardi, Ester Mazza, Danila Mazza, Vittorina Gottardi, Vittoria Venturini, Irene Venturini, Silvio Gottardi, Delfino Venturini.  

     

     


    La campana miracolosa di San Lorenzo a Cadria

    Nell'afoso tramonto di un sabato estivo, un carbonaio viaggiava dal monte Puria alla volta di Magasa. Giunto ai prati di Provaglio, non ritenne opportuno di passare per Cadria e abbreviò il viaggio salendo, per un ripido sentiero, il «Telù» e la val di Cadria. Quasi alla fine della salita, stanco e sudato, si fermò ad una carbonaia («giàl») e si addormentò con le mani incrociate sul petto. Abitavano in quel tempo sul monte Tombea i Pagani (o stregoni), che proprio in quel momento dicevano: «Se oggi non piove o non grandina, non è bello perché è troppo caldo». E incominciò a grandinare lontano per davvero; in breve grosse nubi salirono dal lago di Garda sull'ampia valle del Droanello e si addensarono minacciose fra i monti Denervo, Puria e Fornello. Nello stesso istante si sentì suonare la campana di San Lorenzo, mentre gli stregoni, trasformatisi nella triste nuvolaglia, gridavano: «Avanti! Avanti! ». Ma i primi in testa rispondevano: «Non possiamo proseguire perché sotto di noi la Lorenzina suona e un uomo sta colle mani in croce». Così il cattivo desiderio dei Pagani non fu accontentato per la pietà del buon carbonaio (che, pure dormendo, aveva il pensiero rivolto al Signore) e per il prodigio della campana benedetta. Ancor oggi gli uomini di Cadria conservano questa pia fiducia nella loro squilla e durante i temporali estivi la suonano a lungo; il suono, unito alla assai praticata preghiera, infonde nelle anime di quei lontani abitanti un concreto senso di fiducia e di speranza in Dio per la mitigazione di ogni calamità.

    Domenica 16 aprile 1967: grande festa a Cadria con l'intervento di varie autorità. La Lorenzina è stata posta in pensione per vecchiaia (era stata fusa nel 1547) e si sono ottenute nelle fonderie «Cavadini» di Verona due nuove campane: la Lorenzina e la Santa Croce. E come le due umili sorelle gemelle squillarono a gran distesa la mattina di giovedì 25 maggio 1972! Nella lunga storia del Cristianesimo giungeva in visita il vescovo Mons. Luigi Morstabilini, ordinario di Brescia, alla cui diocesi la valle di Vestino era stata aggregata col 1 settembre 1964 dopo quasi un millennio di appartenenza a quella di Trento.


    Le giovani ballerine e gli spiriti

    Era il mese di luglio, durante il quale i contadini della valle di Vestino, specialmente quelli di Magasa e Cadria, si trovano sui monti per la fienagione.

    un mese di duro lavoro; i giovani trovano però modo alla sera di unirsi a gruppetti e giocare a rimpiattino o cantare qualche canzone della montagna. A sera dormono lassù per poter essere a tempo sul lavoro il mattino seguente. Scendono così al paese solo per la messa domenicale.

    Pure tre giovani sorelle lavoravano e dormivano in questo periodo in Rest: a due di loro piaceva ballare e, per molte notti, stando nel fienile, sembrava di stare ancora danzando come nei giorni di festa.

    Una sera di sabato o di domenica le due ballerine si recarono nel vicino paese di Cadria e vi si tennero in allegria fino ad ora tarda per cui preferirono rimanervi anche a dormire, ospitate in casa amica.

    Prima di ritirarsi, da un giovane col quale avevano ballato avevano avuto in dono un grossa mela ciascuna che, prima di coricarsi, deposero sul davanzale della finestra perché restassero al fresco.

    Primo pensiero al mattino, alzandosi, fu quello di prenderle e mangiarle, ma con gran loro stupore e paura vi trovarono due teschi umani.

    Non sapendo che fare, salirono a Magasa e raccontarono l'accaduto al curato. Questi le invitò a riportarli immediatamente al donatore. E così fecero; ma il giovane, che altro non era che uno spirito o diavolo, non li accettò, anzi diede alle due un tal carico di botte che il giorno dopo una purtroppo morì con grande dolore dei familiari e costernazione degli abitanti di Magasa e di Cadria.


Lo stregone di Rest e il refolo

    Ai tempi delle streghe, accadeva sovente sull'altipiano di Rest, al tempo della fienagione, che, durante le belle e calde giornate di sole e quando il fieno era da raccogliersi, si levasse il refolo (leggero soffio di vento rotatorio) che portava via il fieno fino nella val di Cadria ove lo sperdeva, per cui i poveri contadini si vedevano andare a male tutto il loro foraggio.

    Lo stesso fatto si ripete con un uomo un po' più furbo degli altri; mentre il fieno si alzava egli capì che qualche stregoneria era in atto.

    Chiamò subito il figlioletto, che stava giocando vicino al fienile, si fece portare un lungo coltello e si mise a tirare coltellate nel refolo.

    Meraviglia! Il venticello cessò subito e il fieno cadde a terra: così tutti i contadini poterono proseguire il loro lavoro indisturbati.

    La domenica seguente, il nostro contadino assisteva nella chiesa di Magasa alla Santa Messa; verso l'altare della Madonna del Rosario notò un uomo con la testa fasciata: era lo stregone trasformatosi in refolo.

    All'uscita, il ferito avvicinò il contadino dicendogli: «Vedi che cosa mi hai fatto?».

    E questi di rimando: «Se verrai ancora a Rest a portare via e sperdere il fieno, ti ucciderò».


Il diavolo ed il mandriano di Font

    Un mandriano era sceso dal suo maso di Font al paese di Magasa per assistere alla messa domenicale; come è ancor oggi costume, aveva provveduto a nascondere la chiave della casina.

    Tornò nel primo pomeriggio e la cercò al posto usato, ma non la trovò.

    Allora esclamò: «Se è vero che c'è il diavolo, anch'io devo trovare la mia chiave!».

    Mentre stava governando le mucche nella stalla, gli si presentò un uomo con la chiave in mano dicendogli:

    «Ora credi che c'è il diavolo?».

    li mandriano ultimò il suo lavoro e poi ridiscese a Magasa per confessarsi: si dice che sia morto in poco tempo con gli occhi ancora stravolti dalla paura.


Il diavolo della Degagna

    Alcuni contadini, stanchi per il lungo lavoro della giornata, stavano raccogliendo il fieno nel prato di Crune, comprendente l'abbeveratoio comunale, nella parte detta Degagna.

    Uno di loro, forse più stanco degli altri, usci in questa esclamazione: «Se è vero che c'è il diavolo, anche il fieno deve andare nel fienile da solo! ».

    E tutti si sedettero.

    Istantaneamente il foraggio si levò in piccoli mucchi, infilò la porta del fienile e vi si sistemò fra la gran meraviglia dei presenti.

    Rimaneva una parte di fieno da ammucchiare ma, per quanti sforzi facessero con il rastrello, i bravi e buoni contadini non riuscivano a staccarlo dal terreno: vi rinunciarono ritirandosi alla vicina casina e frattanto il fieno si sistemò da solo.

    Dopo questo fatto straordinario, nessun mandriano voleva più andare con le sue mucche a questa abitazione. Il padrone fece venire sul luogo un sacerdote onde benedicesse tutto; in compenso, essendo immediatamente cessata ogni diavoleria, gli donò metà delle sue mucche.


La strega dei Pegoi

    Dalla finestra di casa Gottardi, sita in via Dosso a Magasa, una donna vide nella località Pegoi, un lenzuolo quadrettato ben steso: subito pensò di andare a vedere ed eventualmente prenderselo.

    Come giunse sul luogo e lo toccò, si udì una forte scossa di terremoto ed il lenzuolo scomparve poiché in esso s'era trasformata una strega.


    La strega ed il taglialegna

    Una donna giovane e bella, ma impreparata professionalmente, andò sposa ad un taglialegna di Magasa. Ma col marito insisteva che sapeva filare canapa, lino e lana, tesserli e quindi farne panni e vestiti.

    Ancora nei primi giorni di matrimonio, il giovane sposo le disse: «Domani, di buon mattino, andrò a tagliare il legname per allestire il telaio onde tu possa lavorare».

    Assai preoccupata, lei corse dalla madre, che era una strega, e le espose l'intenzione del marito ed il suo dispiacere dato che, costruito il telaio, non sarebbe stata capace di lavorarvi.

    Rispose la genitrice: «Non pensarci: mai tuo marito riuscirà a costruire il telaio!».

    E subito si portò nella selva dei Bornas prima che vi giungesse il genero. Questi, quivi giunto e messosi al lavoro, udì una voce d'oltretomba che diceva: «O boscaiolo, che tagliate per quel telaio, avete da morire voi e la vostra donna nel mese di gennaio! ».

    Il povero uomo si sentì freddo per tutto il corpo per la paura e si portò le mani al viso per vedere se stava male; ma come sentì la medesima voce per la seconda volta, disperato, si diede alla fuga e, giunto a casa, raccontò alla moglie l'accaduto. Ma questa, per nulla turbata, gli disse: «Va' ancora una volta ché quella voce l'avrai immaginata tu e fa' presto a preparare tutta l'attrezzatura: io ho una gran voglia di lavorare e rendermi utile alla nostra nuova famiglia».

    Ritornò egli per la seconda volta lassù ai piedi del monte Tombea, ma la voce si ripeteva. Dopo averlo detto alla moglie, cambiò pure bosco successivamente, ma per lui non c'era più pace e sempre doveva fuggire e farsi consolare da lei!

    Così il povero taglialegna, in causa di quella voce misteriosa, non pensò più al telaio mentre la moglie continuò la sua inoperosa vita coniugale.


    La strega nella caldaia

    Una strega chiese del burro a un mandriano, ma egli glielo rifiutò e si mise a lavorare il latte per ottenere il formaggio.

    Purtroppo, dopo circa mezz'ora, la «caldera» non dava alcun segno della cagliata.

    Subito il buon uomo comprese che qualche stregoneria era in corso e cominciò a mettere legna sul fuoco aumentando così il riscaldamento del latte.

    Tutto d'un tratto giunse nella casina trafelato e preoccupato il figlio della strega il quale disse: «Cessate, cessate di far fuoco sotto la "caldera", altrimenti la mia mamma muore cotta».

    Levò il mandriano il gran recipiente dal fuoco e, da allora in poi, poté avere sempre la cagliata.  


La strega ed il mandriano

    La figlia d'una strega aveva sposato un ricco mandriano di Magasa abitante in via Dante, nella ex casa Baracole; colla madre andava lamentandosi in quanto nella nuova casa mangiava sempre poco e mai c'era carne.

    Allora la strega si informò di quando il genero avrebbe fatto San Martino (trasloco) con le mucche e, saputo che era stato fissato per il giorno seguente, le disse: «Domani mangerai carne fin che vorrai».

    E di buon mattino si portò presso la Scagèra: qui la strada che da Magasa conduce ai prati di Denai corre in cima a un dirupo strapiombante verso la valle per circa centocinquanta metri per cui il passaggio è assai pericoloso.

    La cattiva donna si trasformò in un grosso e groviglioso bosco di spine in mezzo alla strada, impedendo in tal modo il passaggio per cui le mucche, all'arrivo, avrebbero preso paura e, non potendo passare, sarebbero saltate dal dirupo uccidendosi.

    Giunse il mandriano alla testa delle mucche e vide il pericolo: subito intuì che covava qualcosa di straordinario e, impugnata la roncola, si dette a tagliare le spine in modo di aprire il passaggio per sé e per le sue bestie.

    A sera, la giovane sposa annunciò al marito che la madre era gravemente ammalata e ferita e che desiderava vederlo. Se aveva avuto dei sospetti, in quel momento si chiari al bravo lavoratore la vera stregoneria della perfida suocera e comprese che, se fosse andato a visitarla, quella avrebbe potuto compiere altre nefandezze su di lui; al contrario dei taglialegna non fece parola di quanto pensava colla moglie e la assicurò che sarebbe andato a rendere visita all'inferma verso sera e così continuò a rimandare ogni giorno finché quella fu completamente guarita.


    Il vitello d’oro

     Si vuole che in località Calzine, posta ai piedi del monte Denai e vicina all'orto giubilare e alla «calchéra», ci fosse una volta un vitello d'oro che, come una persona gli si avvicinava e lo toccava, faceva tuonare e lampeggiare.

    Ma un giorno ci fu un uomo coraggioso che lo toccò e lo tenne ben stretto fra le braccia: non tuonò e non lampeggiò!

    Tentò egli però di rigirarsi e in quell'attimo il vitello si sprofondò e ancor oggi è leggendaria credenza che ivi sia sotterrato (infatti vi si osserva una piccola fossa per calce!).


     

Il conte di Lodrone e la strega al Capetel

     L'intera Valle di Vestino fu, per oltre seicento anni, dominio feudale dei conti di Lodrone, alla cui giurisdizione essi rinunceranno il 29 giugno 1826.

    Un giorno, uno di questi conti saliva da Turano a Magasa e, in località Capetel, s'incontrò con alcune donne che seminavano il frumento; era fra queste una strega che disse al conte: «Se Vo sarè bu, el grà '1 sarà bel e bu; ma se Vo no sarè bu, el gra '1 sarà bel matù».

    Insegnò poi la strega a quelle donne a levar al frumento l'anima, cioè l'embrione o iniziale germoglio. Così fecero e il cereale non germogliò; tutti, non conoscendo il trucco della strega, dicevano che la colpa era del conte che era stato cattivo.


     

    Il conte di Lodrone ed il porcaio

     Sempre durante la dominazione feudale dei conti di Lodrone c'era in Denai un convento di frati. Proveniente da Lodrone, un conte vi fece visita ed ebbe assai a meravigliarsi rinvenendo nella loro dispensa della carne avariata; richiesto il motivo per cui non l'avevano data ai poveri, gli fu risposto che essi non meritavano la carità essendo cattivi.

    Il conte allora minacciò di punizione i frati a meno che, alla fine di tre mesi e tre giorni, non avessero saputo dar risposta a tre domande: Quanti giorni impiegò il Signore ascendendo al cielo; quanto poteva valere l'interrogante; che cosa pensava.

    Verso sera ritornò il porcaio del convento e i frati gli riferirono l'accaduto: ascoltò egli con gran serietà e alla fine li invitò a non pensarci dato che aveva già pronte le risposte.

    Così si giunse alla scadenza stabilita.

    Vestito da priore del convento, il porcaio si presentò al conte e gli diede queste risposte: «Per ascendere al cielo nostro Signore impiegò tre quarti di giorno; se Gesù fu venduto per trenta denari, il conte può valerne solo ventinove; il conte pensa che io sia il priore del convento ed invece sono il porcaio».

    Corse il conte alla immediata punizione: il porcaio fu nominato priore mentre l'anziano frate fu costretto al governo dei porci.


Lo sterratore e la miniera di Navezze

     Si vuole che pure in Navezze ci fosse una miniera d'oro.

    Avido, come i primi cercatori in America, un uomo ne iniziò gli scavi e riuscì a trovarla; nel toccare un pezzo d'oro accadde l'inverosimile: tuonò e lampeggiò!

    I compagni di lavoro gli raccomandarono di non volgersi indietro, altrimenti la miniera si sarebbe nuovamente e maggiormente sprofondata ed egli condannato a morirvi.

    Ma il povero uomo non seppe dar retta al consiglio degli amici: si rigirò e, in quell'attimo, fra tuoni e lampi, si inabissò con la miniera.


     

    Il cestaio e i topi

     Si dice che nella casa della defunta Santa Mazza, sita a Magasa in via Roma n. 5, già proprietà di mons. Pier Angelo Stefani vicario generale e capitolare della diocesi di Brescia, si sentissero gli spiriti.

    1 padroni andarono a Turano (varie donne di questo paese si sposarono con gli Stefani) e raccontarono il fatto ad un cestaio che venne a vedere quanto di vero ci fosse.

    Egli portò seco tutta la sua attrezzatura e si mise al lavoro durante la notte: gli si presentò tutta l'abitazione piena di grossi topi i quali avevano attaccati alla coda dei sonaglini.

    Per nulla impaurito, la mattina seguente disse ai padroni: «Gli spiriti ci sono, ma non fanno alcun male e, se mi date una buona somma di denaro, ci vado anche la seconda notte».

    Quelli accettarono; il cestaio vi ritornò e i topi ripeterono lo scherzo.

    Venne l'alba ed il bravo artigiano invitò i padroni ad entrare in casa con un gatto: così fecero e nell'entrare videro pure essi tutto l'appartamento invaso da grossi roditori che il gatto fece sparire con poche miagolate e inseguimenti per gli ampi corridoi. Da allora in poi tutto fu tranquillo e non si udì più nulla.


     

    Il calzolaio ed i tre spiriti

     Si dice che in casa Gottardi, sita a Magasa in via Dosso n. 3, ci fossero degli spiriti.

    Nessuno vi abitava e i proprietari avevano deciso di donarla a chi avesse avuto il coraggio di abitarla.

    Un calzolaio accettò l'offerta e vi si recò rimanendovi alzato a lavorare fino a notte inoltrata.

    D'un tratto, senza rumore alcuno, gli si presentarono tre uomini ai quali egli, per nulla timoroso, chiese: «Da quale parte venite e che cosa volete? ».

    Risposero.

    «Noi eravamo i padroni di questa casa e avevamo deciso con un voto di fare un pellegrinaggio, a piedi scalzi, da qui fino al Santuario di Rio Secco. Se tu farai per tre volte il pellegrinaggio per noi, non ricompariremo più in questa casa e tu ne diverrai il padrone».

    Il povero ma buon calzolaio fu pellegrino per tre volte, a piedi scalzi, fino alle balze di Rio Secco; da allora la casa rimase sua.


    Un delitto di carnevale a Magasa

     Nel secolo scorso, le donne si univano in gruppi e trascorrevano le lunghe sere invernali filando la lana o preparando la maglia o raccontandosi antiche storie nelle stalle: erano i «filò» (o «ffiera» o «filere»). Così consumavano meno olio di noce e avevano più caldo stando vicino alle numerose bestie.

    Nell'anno 1861, in tempo di carnevale, accadde questo delitto.

    Un ragazzo di nove anni, orfano di padre e di nome Massimino Pace abitava con la madre a Magasa, in via 24 maggio, nella casa che oggi è di proprietà di Nerino Pace.

    Durante la giornata egli aveva litigato con i suoi compagni e loro pensarono di vendicarsi uccidendolo.

    La madre, la sera, dopo aver messo a dormire il fanciullo, andò nella stalla.

    1 ragazzi con cui Massimino aveva litigato, dopo aver spiato la madre, si recarono alla sua casa e lo chiamarono invitandolo ad andare in maschera insieme con loro.

    Tutto contento, accettò pregandoli di aspettarlo intanto che si vetiva; ma, come ebbe aperta la porta, lo uccisero, lo vestirono da donna, lo presero sottobraccio e lo portarono nella stalla, vicino a sua madre, ponendolo ritto su una sedia.

    Poi essi si misero a ballare mentre le donne chiedevano alla immobile mascherina perché non ballasse: non giungeva risposta.

    Ultimata la ballata, le maschere se ne andarono, ma la povera vittima rimase lì.

    Allora le numerose donne chiesero perché non usciva e seguiva i suoi compagni: ma nuovamente non poté rispondere. La domanda fu ripetuta varie volte senza alcuna risposta. Videro anzi che sul vestito della maschera c'erano tracce di sangue e si impensierirono. Proprio in quel momento, la mamma di Massimo disse che il suo bambino, per fortuna, era a letto e quindi non poteva essergli accaduta alcuna disgrazia.

    Proprio la sfortunata vedova si decise di scoprire la mascherina e inorridita, constatò che era proprio suo figlio.

    Fino a pochi anni fa, e forse ancor oggi, sul luogo dell'orrenda scoperta era disegnata una bianca croce.

    L'atto criminale venne narrato a chi scrive da una persona, di sicura fede, morta nel 1968. Controlli fatti nei registri parrocchiali di Magasa non danno alcun caso di morte così grave nell'anno indicato.


    I fratelli veneziani

     Nei primi decenni del 1700 una famiglia composta di padre, madre, di un figlio e due figlie, i quali facevano il barbiere, i ladri e gli assassini, venne da Venezia a Magasa e prese in abitazione la casa che oggi è proprietà di Giovanni Mazza, in via Santa Maria.

    Ogni giorno consumavano complessivamente un cavallo di vino.

    Acquistarono molti prati di Magasa e quaranta mucche e continuarono la loro vita allegra gozzovigliando e spendendo molto.

    Così accadde che, dopo tredici anni, dovettero svendere tutto e morire di fame padre, madre e figlie.

    Il figlio Antonio finì in Salò come calzolaio e poi a Brescia come stalliere ed ivi morì.

     

    Nulla vogliamo togliere alla tradizione popolare di quanto scritto sopra ma, forse, sarebbe bene inquadrare storicamente la vicenda. Ancor oggi la casa predetta conserva un'arte che, due secoli fa, la presentava come un vero palazzo montano. Ottime infatti le cantine, simmetriche le finestre con altre più piccole e tondeggianti nel sottotetto; fino a tre anni fa l'entrata principale presentava un artistico portone con il picchiotto. Per quanto ci risulta fu la casa di don Giovanni Maria Zeni, nato in Magasa il 6 novembre 1727 ed ivi morto il 20 febbraio 1811: fu egli Rettore della Valle di Vestino in Turano per molti anni. Di certo abbastanza ricco, beneficò la Chiesa di Magasa con la donazione di due pregevoli pale: quella dell'altare maggiore, opera del pittore bresciano Francesco Savanni, datata 1763; una, minore, dedicata alla Madonna del Rosario, opera del pittore veronese Bartolorneo Zerti, datata 1800.

    Ricerche condotte nell'archivio parrocchiale di Magasa mettono in evidenza che da Venezia a Magasa (con i genitori) venne, nel 1717, Antonio Zeni, figlio di Bortolo di Antonio e di Antola, nato in Venezia il 7 settembre 1711 ed ivi battezzato il 20 novembre 1711 nella Chiesa Parrocchiale Collegiata e Matrice di San Silvestro, sul Canal Grande, dal sacerdote don Lorenzo Licini. La trascrizione dell'atto di nascita venne fatta in Magasa il 24 settembre 1717 dal sacerdote don Pietro Gottardi. L'atto originale venne conservato da Giovanni Maria Zeni, zio del predetto Antonio. Quindi nulla impedisce di credere che Antonio Zeni avesse pure delle sorelle e che, unitamente ai predetti genitori Bortolo e Antola, fossero giunti ricchi a Magasa nella già benestante casa Zeni.


     

    Le grotte di casa Santa

     C'era in Magasa una piccola famiglia: padre, madre e il figlio di nome Alessio. Questi avrebbe voluto studiare per diventare sacerdote, ma i genitori ostacolavano la vocazione.

    Pensò allora il giovane di fuggire di casa. Una sera se ne andò a letto contemporaneamente ai genitori; mentre costoro dormivano, si alzò, prese le scarpe del padre e un po' di cibo per raggiungere Trento e quindi poter studiare.

    Era nevicato abbondantemente da poco e, per non indicare la sua strada ad eventuali inseguitori, salì fino alla malga Casina scalzo e colà si mise le scarpe al rovescio, cioè in modo che il tacco fosse alla punta dei piedi e viceversa.

    Così proseguendo giunse verso sera alle grotte di Campei da dove, per la gran quantità di neve, non poté proseguire.

    Qui si fermò per molto tempo digiunando e facendo penitenze e vi morì.

    Ovunque i disperati genitori lo cercarono, ma non lo trovarono: ne rinvennero il corpo ancora ibernato, a primavera, i pastori andando al pascolo con le pecore.

    Le grotte vennero chiamate «Grotte» o «Cui di Casa Santa» perché si vuole che il giovane Alessio sia morto santo.

     


    Il basto del diavolo a bocca di Valle

     Un uomo propose al diavolo: «Se sei capace di portare un grosso sasso, all'uopo designato, da Baitoni a Bocca di Valle, io ti do la mia anima».

    Figuriamoci la sua contentezza dato che si vedeva aumentare la famiglia infernale senza fatica e continue tentazioni.

    Immediatamente accettò e si mise in viaggio col carico.

    Inizialmente era certo di avere l'anima in mano perché procedeva spedito, seguito dall'incerto scommettitore.

    Ma la mulattiera che sale dalla santella di Ola (vicino a Bondone) verso il passaggio montano che immette nella Valle di Vestino è ripida, sassosa e lunga per cui il diavolo incominciò a sentire la fatica.

    Rabbioso era ogni sforzo per non perdere la posta ma, come oltre­passò il «Baraccone» (grotta per i pastori) e quando poche centinaia di metri lo separavano dal valico, spossato dallo sforzo e dalla stizza, dovette posare il pesante masso.

    Rise tutto allegro l'uomo mentre quello scompariva con la coda tra le gambe.

    Ancora oggi è là (a metà strada fra il passo e il «Baraccone») e ogni passante lo può bene osservare. Chi conosce la sua storia lo chiama il basto («bastarèl») del diavolo.


     

I bulli evadono dal castello di Lodrone

     Durante la lunga dominazione dei Conti di Lodrone, la Valle di Vestino era periodicamente visitata dai loro bravi che erano incaricati anche per il mantenimento del buon ordine.

    Correva la fine del secondo decennio del 1700. In una di queste visite, i bravi ebbero a fermarsi, ultimato il servizio di polizia, all'osteria Viani detto «Rossì» di Turano. Qui, dopo aver ben mangiato e bevuto, vennero a diverbio con tali Viani detto «Stefenù» da Turano e Salvadori «Pasquì» da Bollone: erano questi due uomini erculei per cui ebbero ben presto il sopravvento e i poveri bravi rimasero ben pesti, perdettero le armi, venne urinato nei loro fucili e per una settimana non poterono ripartire.

    Ritornati a Lodrone, denunziarono il fatto e ben presto i due valvestinesi vennero arrestati, condotti a Lodrone e rinchiusi in celle attigue nel castello di Santa Barbara.

    Il Viani, detto anche «Tencù», aveva un fratello prete il quale era in amicizia con la moglie del carceriere in quanto ad essa aveva consigliato di bere l'ottimo vino delle viti di Ganone («Ganù») di Armo; provvide quindi questi ad inviare al secondino delle prigioni una lettera di raccomandazione per il caro carcerato e, unitamente, un paio di pani.

    Mangiò il Viani il primo pane e, spezzato il secondo, vi trovò una lima triangolare. Con questa, nei momenti più sicuri e tranquilli della cella, si diede a limare le catene delle mani e dei piedi finché si spezzarono.

    E venne l'occasione propizia. Una mattina, all'ora solita, il secondino gli portò il cibo che veniva servito al prigioniero attraverso uno spioncino della porta. Il Viani lo pregò umilmente di porgere internamente la misera razione dato che, con quelle mani strette dalle catene, non poteva riceverlo bene. Si sporse allora quello un po' meglio all'interno: subito il prigioniero allungò le poderose mani non più strette dalle catene e afferrò il secondino per un braccio intimandogli: «Non una parola altrimenti ti stacco la spalla!».

    Il povero carceriere, impaurito anche dalla gigantesca forza del Viani, tremava tutto. Ma il turanese, ben deciso, gli ingiunse di prendere le chiavi che gli pendevano dal cinturone e di aprire la porta della cella: come ciò venne eseguito, sempre tenendolo fortemente stretto per le braccia, girò la porta, fece entrare il secondino e ve lo rinchiuse privandolo delle chiavi della prigione.

    Poco distante era il «Pasquì»: gli aprì e insieme fuggirono dal castello. Per i campi del pian d'Oneda presero i sentieri che portano a Baitoni, Bondone e Valle di Vestino.

    Allorché iniziarono la ripida salita verso Bondone, il «Pasquì», strernato nelle forze, non poté più proseguire e si accasciò a terra. Ma urgeva fuggire per non essere ripresi: allora il Viani se lo caricò sulle spalle e lo portò al vicino molino dove rimasero nascosti per alcuni giorni.

    Ma li assaliva il pensiero di essere catturati nuovamente, riportati a Santa Barbara con pene ancora più gravi.

    Seppure con rincrescimento, decisero di separarsi: il Viani andò in Val di Ledro e «Pasquì» alla Costa di Gargnano, ove esiste tutt'oggi la sua discendenza: in questi due luoghi i Lodroni non avevano potere e quindi non potevano raggiungerli.

    Il Viani trovò asilo presso un generoso signore che gli diede lavoro e cibo; ma era sempre triste perché profugo dal suo Turano e sempre timoroso della vendetta del conte. Di ciò richiesto dal padrone, gli spiegò ogni cosa. Questi lo consolò e lo assicurò che avrebbe fatto tutto il possibile per salvarlo tanto più che un suo nipote era un segretario del conte.

    In breve tempo, il bravo amico si interessò e rispose che avrebbe dato informazioni in codice, cioè con alfabeto particolare. E la risposta giunse presto e assai laconica come d'intesa e significò: libertà!

    Con gran gioia il turanese, per i sentieri che separano la Valle di Ledro e quella di Vestino, poté far ritorno al suo paesello e godere l'affetto della famiglia e la pace dei suoi monti. Poco tempo dopo, i bravi, memori di quanto accaduto, vennero a ripescarlo e, nonostante si protestasse buon cittadino fedele ai conti di Lodrone, fu accusato di quanto già commesso e tradotto nuovamente a Lodrone. Ma, qui giunti, non vennero trovati i documenti comprovanti la sua colpa poiché il bravo segretario li aveva bruciati: così egli fu assolto definitivamente e tornò per sempre alla sua terra'.

     

    Tutto venne raccontato nel 1952 da Stefano Viani di Turano, padre di Guido Viani «Campèt». Ricerche condotte personalmente presso l'archivio parrocchiale di Costa di Gargnano comprovano che solo dopo il 1720 vi si ebbe la prima presenza dei Salvadori, provenienti appunto da Bollone.

     


La peste di Droane

     Nel 1400 la valle del Droanello, da Legnàc al Fornello, era una grande pineta con le ben coltivate campagne di Droane e del Fornello; la tradizione vuole che il villaggio avesse circa 150 abitanti il cui lavoro principale, a parte la fiorente agricoltura e l'allevamento del bestiame, era la lavorazione della resina o pece; questa, ben pulita nei forni (toponìmo del Fornello), per la valle del Toscolano e il lago di Garda giungeva fino a Venezia per calafatare le navi.

    Case sparse un po' ovunque e numerose ed ampie grotte davano ospitalità ai laboriosi abitanti.

    La vecchia chiesa di San Vigilo conservò il campanile fino al 1877 allorché venne ricostruita l'attuale. Altra cappella era dedicata a San Michele, sul dosso omonimo.

    La tradizione vuole che nell'anno 1500 vi si diffondesse la peste lasciando immuni gli altri paesi della Valle di Vestino. La esatta data si può collocare meglio fra il 1496 e il 1537; con quest'ultima data storicamente non si parlerà più della «villa» o villaggio di Droane.

    Sopravvissero solo due vecchiette che, rifugiandosi in una stalla, rimasero immuni per l'odore di becco; ben conoscendo la stagione degli amori caprini, si può dedurre che il terribile morbo si fosse diffuso verso l'autunno.

    Si racconta che la pestilenza ammorbò a tal punto l'aria che, collocando una pagnotta alla Croce di Camiolo, cioè fra Droane e la Valle di Vestino, la parte della pagnotta rivolta verso l'infelice paese anneriva e marciva, mentre l'altra rimaneva bianca!

    Rimaste sole e indifese in un paese sparso di cadaveri e avviato verso la completa rovina, le due donne cercarono ospitalità altrove. Si incamminarono verso Magasa, ma vennero respinte al Rio Acquadert; uguale sorte toccò loro nelle vicinanze di Turano. Si diressero allora alla volta di Tignale: una morì di stenti lungo la strada, la sopravvissuta giunse ad Aer ove fu gentilmente accolta.

    Alla sua morte, unica erede di Droane, lasciò tutte quelle proprietà ai Tignalesi a condizione che ogni anno, nel giorno festivo di San Vigilio (26 giugno), patrono del luogo, vi si celebrasse la messa e venisse distribuito un quintale di pane fra tutti i partecipanti7.

    Fin verso il 1814, incaricati del Comune di Tignale controllavano la disposizione testamentaria e soprintendevano alla regolare distribuzione del pane. Successivamente subentrò il Comune di Turano al quale compete ancor oggi. La messa venne celebrata dall'arciprete di Tignale fino al 1785, poi dal parroco di Turano: ancor oggi o lui o un suo delegato si reca in quel luogo solitario a soddisfare il pio desiderio della buona vecchietta. Per quanto riguarda la diffusione delle peste in Droane, anni fa il defunto e compianto dott. Bonfreschi di Gargnano osservava allo scrivente che vari di questi casi erano facilmente epidemie di altra natura che oggi si potrebbero ben curare: spagnola, asiatica, etc. E’ pure da tener presente che, in occasione della funzione religiosa il 26 giugno, sul colle di San Vigilio in Droane si benedice pure l'ossario dei morti per la peste: è posto sotto il pavimento della vecchia chiesa e sormontato da una alta croce di cemento.


    Il monte Tombea

    Il Tombea, la più alta montagna dell'area compresa tra Riva e Salò, è da sempre meta di turisti e di botanici attratti dalla sua «Saxifraga Tombeanensis» e dall'ampio panorama che si gode, dall'Adamello agli Appennini. Nel corso del tempo, fu oggetto di diverse leggende.

     

    El prà de le pegre

    Il testo, di Gaetano Bernardi, è in «La Venezia Tridentina», Mondadori, 1924, pp. 78-79. C'è da sottolineare che i Bettoni non ebbero mai giurisdizione nella Valle di Vestino.

     

    La sommità del monte Tombea, situato fra le valli di Ledro e di Vestino, si presenta con una serie di piccoli ridossi, ricoperti d'erba folta, che fanno pensare a tombe abbandonate.

    E la gente del luogo crede che veramente si tratti di tombe.

    Quei pascoli si trovavano fra i domini dei conti di Lodrone, signori della Valle di Ledro e delle Giudicarie, e dei conti Bettoni, signori della Valle di Vestino. Le due potenti famiglie si contrastavano la proprietà di quei pascoli e vi mandavano le loro greggi coi loro pastori, fra i quali accadevano spesso risse violente.

    Per mettere termine alla contesa, le due famiglie rivali risolsero di lasciar decidere la questione a «un giudizio di Dio»: si stabilì cioè che due campioni, detti «búli», si battessero per i loro padroni: il pascolo sarebbe appartenuto alla famiglia da cui dipendeva il vincitore.

    Vinse il campione dei conti Bettoni. Ma i Lodroni non si assoggettarono al giudizio di Dio e continuarono a mandare sui pascoli le loro greggi guardate da pastori armati.

    Un bel giorno d'estate, pecore e pastori dei Lodroni s'avviarono ai pascoli contrastati: le pecore cominciarono a brucare avidamente la bella erba, mentre i pastori guardavano minacciosamente intorno, aspettando i loro nemici.

    Ma non avevano pensato a guardarsi da un altro nemico grande ch'essi avevano offeso: Dio!

    Improvvisamente il cielo si coprì di nubi, una fitta nebbia circondò il monte, i pascoli, le pecore e i pastori: un terribile uragano si scatenò su tutta le regione. 1 fulmini cadevano fitti come gragnola e, in breve tempo, gli esseri viventi che si trovavano sul monte giacquero a terra morti.

    Per molti anni nessun essere umano ardì più mettere il piede nella regione maledetta: un po' alla volta i cadaveri delle pecore e dei pastori furono ricoperti di terra, d'erba e di detriti. E son essi che danno alla schiena del monte l'aspetto d'un cimitero'.

     

    Il monte Tombea

    Ai tempi dei tempi, la vetta pianeggiante del monte Tombea era motivo di costante e grave dissidio tra gli abitanti dei limitrofi comuni di Storo e Valvestino perché ogni singolo paese si contendeva il diritto di proprietà.

    La tensione però era maggiormente accentuata tra i pastori dei due Comuni, essendo questa la categoria di abitanti che dal fondo traeva magro profitto per il pascolo degli armenti.

    Perciò, ogni qualvolta i pastori di Storo s'imbattevano con quelli di Valvestino nel pascolo in contestazione, scoppiavano violenti liti e diatribe che avevano attirato anche l'attenzione delle rispettive autorità comunali temendo, una volta o l'altra, tragici epiloghi.

    Se non che, al pastore più ricco di Storo, certo Spaccafumo, così chiamato per le sue fantastiche bizzarrie, sorse un'idea originale.

    Secondo la crassa ignoranza dello Spaccafumo, presentandosi questi ai secolari nemici di Valvestino nel fondo conteso portando negli stivali uno strato di terra raccolta in un campo di Storo, i suoi avversari non dovevano recargli molestia di sorta, perché egli teneva i piedi sulla terra del proprio Comune.

    Un bel giorno quindi, lo Spaccafumo, in groppa ad un ricalcitrante asino, con gli armenti e con il fido grosso cane, partì alla volta del Tombea.

    I pastori di Valvestino, che già stavano colà pascolando i rispettivi armenti, armati di fucile, come lo videro, gli mossero incontro, intimandogli senz'altro, se avesse cara la vita, di tornarsene subito indietro.

    Lo Spaccafumo, per nulla intimorito dalle profferte minacce, chiesto ed ottenuto dagli aborriti competitori un parlamentare, fece loro comprendere l'assurdità dell'imposizione di lasciare il Tombea, affermando che egli si trovava colà nei suoi pieni diritti, perché posava i piedi in terra di Storo, terra che mostrava loro cavandosi all'uopo gli stivali.

    «Se non dico la verità,continuò lo Spaccafumo inarcando le sopracciglia e mostrando quei due grandi specchi ustori che aveva sugli occhi, se non dico la verità che questa è terra di Storo, mi possa cadere un fulmine sul collo e restare qui secco: in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti».

    Come ebbe pronunciato le sante parole, un abisso senza luce e senza fondo si aprì ai suoi piedi, e lo Spaccafumo, tra un terribile urlo di angoscia, fu inghiottito insieme alla cavalcatura, mentre le pecore, con il ringhioso mastino, restarono mummificate.

    Nel luogo ove fu sommerso il disgraziato pastore, sorse immediatamente un piccolo stagno che, a detta dei valligiani, è provvisto d'acqua anche nei periodi di lunghe e ostinate siccità"'.

    Il Non vi sono fonti documentarie sui quali si possa fermare la costruzione dell'avvenimento. Lo scrivente attinse la narrazione dalla concorde voce popolare; di sua creazione, per esigenze della cronaca, non vi è che il solo nome dato all'infelice protagonista. Tuttavia la leggenda si appoggia su due elementi reali: il primo è il monte suddetto che in seguito fu ed è incontestabilmente goduto dagli abitanti di Valvestino; il secondo è che nei dintorni dello stagno notansi dei cumuli di terriccio aventi vere e proprie forme di gregge in vario atteggiamento. La leggenda, di Augusto Pettina, fu copiata, per mio incarico, nella casa del defunto Attilio Pace «Fanela», di Cadria, il quale la conservava stampata e ben incorniciata nel suo piccolo salotto.

    Facciamo notare che: i pastori non erano della intera valle, ma solamente di Magasa; la «piana degli Stor», in Tombea, venne acquistata il 21 novembre 1836 dalla Congregazione di Carità di Magasa per fiorini imperiali 480: venditore fu Giampietro Tonini fu Francesco, di Storo, e acquirenti, per il predetto ente, don Matteo Gottardi, vicario curaziale di Magasa, e Angelo Stefani, Capocomune; i conti Bettoni non furono in alcun tempo signori della Valle di Vestino così come, per la Valle di Ledro, non lo furono i conti di Lodrone.


    Monte Tombea

    Chi viaggiando per l'estremo lembo meridionale delle Giudicarie esteriori volesse valicare un monte, che gli sorge all'oriente, porrebbe piede in una piccola valle, che dal Vesta, il quale la chiude al sud, Valle di Vestino appunto si appella!

    Essa fece parte per molto tempo del contado dell'illustre famiglia dei conti Lodroni, i quali colla loro sede nel castello del Caffaro estendevano fin là Signoria assoluta. Ed oggi pure, come avanzo non troppo gradito di tempi che furono e di diritti che difficilmente si rinunziano quando sono proficui, i Lodroni vi esercitano facoltà di non so quali decime, o livelli. A difendere quel sito alpestre dalle inclementi arie settentrionali sorge all'altezza di 5000 piedi il monte Gasa, sul quale come oggidì si incontrano i confini del Comune di Storo e dei Comuni di Val Vestino, così a tempi più remoti doveano incontrarsi quelli del Contado Lodronio e della dominazione dei Signori di Storo. Se voi però domandaste a quegli alpigiani il nome del monte lo sentireste suonare ben diversamente da quello che usa la geografia, un nome fantastico che vi richiama subito al tempo degli incantesimi e delle stregonerie, all'età dei facili prodigi, e delle tragiche scene, ai momenti in cui si evocavano gli spiriti, e la terra s'apriva sotto i piedi dello spergiuro. E infatti che pensereste voi di un monte che si chiami «il monte delle tombe», o con una parola ancor più funerale, «Tombea»?

    La tradizione popolare ha conservato il fatto che al Gasa meritò questo nome: ed ogni abitante della mia valle ve lo saprebbe raccontare nelle più minute circostanze; e dove vi mostraste difficili a prestargli fede vi chiamerebbe sul luogo ad additarvi le vestigia incancellabili del triste avvenimento.

    Ma l'avvenimento io ho divisato offrirlo a voi con qualche veste poetica, e l'ho creduto sufficiente soggetto ad una «Leggenda».

    L'autore della leggenda, il cui manoscritto originale è conservato presso l'Archivio dell'Accademia degli Agiati a Rovereto, è don Bartolomeo Venturini, sacerdote di Magasa. Scrittore di buon gusto, nacque il 10 marzo 1822. Di lui abbiamo una dissertazione sull'Epigrafia italia­na, un Discorso per Nozze e Poesie. Dall'anno 1872 fino al 1895 diresse il Collegio Convitto di Desenzano «con quel corredo di sapienza che rese quell'Istituto stimabilissimo».

     

    La scena è tra un Guiscardo Lodrone e un Germano di Storo, il quale a pretesto di poter vendicare sul conte l'offesa di un rifiuto, lo aspetta sulle cime del Gasa e vi suscita un'antica questione di territorio, allo scioglimento della quale, secondo il costume dei tempi, ha pronta la spada e il giurarnento.

    Figuratevi una ben capace pianura, che si stende improvvisa innanzi a chi guadagni le alture del Gasa, uno stagno di acque paludose ne occupi il centro, attorno allo stagno naturali disuguaglianze di terreno presentino a chi li osserva a qualche distanza un branco di pecore guardate qua e là da pastori e avrete il luogo preciso che fu il teatro del fatto.

     

    Non l'hai tu veduto del lampo al bagliore?

    Gigante sul dorso di bruno destriero

    del monte il ciglione fantasma salì!

    Non l'hai tu sentito? Del tuono il fragore

    Non è così cupo, non è così fiero

    Com'è l'ululato che lungo gli uscì.

     

    Fuggiamo, fuggiamo: qui manda l'averno

    In mezzo al tumulto di notte tremenda.

    Gli spettri più truci le orge a compir.

    Fuggiamo, fuggiamo: nel piano discerno.

    Le streghe anelanti l’infame leggenda

    Dal suolo commosso furenti sortir.

     

    La storia t'è nuova del conte Germano

    Signor dell'antico settauro castello.

    La storia che è il canto di tutti i pastor?

    In mezzo allo scroscio di questo uragano Fanciullo,

    l'impara: il nome d'un fello

    S'accorda sì bene dei nembi al fragor?

     

    Signor d'infiniti tesori e di mille

    Campagne mugghianti d'innumeri armenti

    Gran corte bandiva l'altero German;

    E il grido diffuso per tutte le ville

    Correndo sull'ali veloci dei venti

    Si sparse per l'orbe lontano, lontan.

     

    Non era barone, non era guerriero

    Che non allegrasse le giostre, la danza,

    Le caccie, il convitto del giovane Sir;

    Non era donzella che dolce un pensiero

    Per lui non avesse, e vaga speranza

    Secreta sdegnasse nel petto nutrir.

     

    Ma il conte Germano non era felice,

    E in mezzo al tripudio dell'ore festive,

    Tra i nappi spumanti del lieto licor

    Lo sguardo inquieto, convulso ti dice,

    Che in fondo dell'alma repressa gli vive

    La rabbia feroce d'un lungo livor.

     

    Son molti i venuti: la splendida corte

    Fa bella di belle la lieta corona,

    Ma il Sir di Lodrone ‑ Guiscardo non è

    Eppur di Germano fidato consorte

    Fu sempre Guiscardo. ‑ Ma Elisa la buona,

    Elisa la saggia nemici li fè.

     

    Germano del conte la vide al castello,

    Le grazie ne ammira, ne brama la fede;

    Ma amara ripulsa quel labbro suonò.

    E se dell'amico le parla il fratello,

    Elisa piangendo per grazia gli chiede

    Silenzio di nozze che il cuor rifiutò.

     

    A teneri affetti d'Elisa temprata

    E’ l'anima mite; profumo di fiore

    Del puro suo seno il casto sospir:

    E amor non saetta quest'alma ben nata

    Dagli occhi protervi, che metton terrore,

    Da un cuore ch'è straniero a nobil sentir.

     

    Dal dì che il suo voto tornato fu vano

    German più non vide Guiscardo o la suora

    Del triste castello la soglia varcar;

    E voce di sparse che il fier castellano

    L'ontosa ripulsa giurasse d'allora

    Nel sangue del conte (ingiusto!) lavar.

     

    Ma invan del sicario fu compro il pugnale,

    Invano la fede dei paggi tentata;

    Sicuri a Guiscardo risplendono i dì:

    E spesso all'amico superbo, brutale

    Di molcere studia la rabbia sfrenata,

    Che in tanta minaccia sortire sentì.

     

    E’ un giorno di caccia. Le rupi, le selve

    Rispondono al suono dei curvi metalli

    Frammisto di bracchi al lieto latrar:

    Fugate dal folto covile le belve

    Trascendono i monti, trapassan le valli

    Il dente veloci, o il ferro a scampar.

     

    E’ cieco nell'ira l'iniquo signore

    Dell'onta sognata cercando vendetta

    Di frodi e spergiuri vergogna non ha;

    E in bando cacciata ragione del cuore

    Affila la spada che vittime aspetta.

    Il dì che a Guiscardo l'estremo sarà.

     

    Ma in fondo alle valli, dei monti alla cima

    Ansanti, correnti son conti e baroni

    Del giovin Guiscardo venuti al castel;

    E ricchi di preda svariata ed opima

    Di garrule voci, d'allegre canzoni

    Assordano l'aria in lieto drappel.

     

    E bieco ad un varco li attende Germano,

    Che volto a Guiscardo repente lo investe:

    E’ mio questo suolo; ti scosta, Signor.

    Degli avi Settauri se ognor furo invano

    Ai conti Lodroni portate le inchieste,

    Invan non chied'io più forte di lor.

     

    Di rei prepotenti tu vile nipote

    Se il suol degli avi difender non sai,

    O rendi la preda, o mano all'acciar.

    Degli avi, o Germano, le imprese son note,

    L'acciaro? Del giusto ragione fu mai?...

    La terra che è mia, mia più non ti par?

     

    Qual prova? Io prove? German non mentisce.

    -Ma in fondo alla valle fu sempre il confine.

    -T'inganni, tre passi sta dietro di te.

    -Tu menti: ne chiedi pur quanti qui unisce

    Il monte, la valle, le vette più alpine:

    Ognuno diratti il termine ov'è.

     

    Io mento? M'ascolta: se il suol ch'io calpesto

    Non fu dai rapaci Lodroni rubato,

    Del giusto la voce sprezzata, e l'onor.

    Mi colga lo sdegno del ciel manifesto;

    Ai posteri passi il mio nome esecrato;

    Mi assorba la terra col gregge e i pastor.

     

    Sì disse; e in un lampo dal ciel si disserra

    Con orrido schianto la folgor tremenda,

    E l'empio percuote sacrilego dir:

    Con cupo ululato traballa la terra,

    E aperta in profonda voragine orrenda

    Del conte punisce lo stolto mentir.

     

    Dov'egli sul bruno destriero salito

    Del cielo sfidava gli sdegni possenti

    Di sordido stagno la linfa marcì;

    E attorno allo stagno del gregge sparito

    Vestigia non dubbie dan fede alle genti,

    Che qui fulminato Germano finì.

     

    Nessuno l'ha pianto: retaggio d'affetti

    Non lascia il superbo. Ma quando più imbruna

    La notte, e le nubi s'addensano in ciel,

    E mugghiano i venti dagli antri distretti

    Correndo la terra con aspra fortuna,

    E il nembo dirompe in fulmini e gel,

     

    Allor vi commuove quest'erma pianura,

    E schiude fantasmi dal fosco sembiante

    Terrore e spavento di tutti i pastor:

    E l'ombra del conte lasciando l'impura Palude,

    sul bruno destriero gigante

    E grida e s'aggira con pazzo furor.

     

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

vestale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

rocca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

cuel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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cascata