INTRODUZIONE

La Valvestino, una grande valle posta trasversalmente tra il lago di Garda e il lago d'Idro, prende il nome dei monti Vesta e Stino che la chiudono a occidente; la sovrastano a nord un insieme di creste dalle quali spiccano cime dolomitiche che sfiorano i 2000 m: il Monte Cingla, il Monte Cortina, la Cima Tombéa e il Monte Caplone. La zona è composta da numerose valli minori profondamente solcate da spumeggianti torrenti: il Bollone, il Personcino, l'Armarolo, il Magasino, il Toscolano e il Droanello che, con numerosi altri rii, alimentano il lago artificiale di Valvestino.

Tra una valle secondaria e l'altra si alternano estesi altipiani prativi, famosi e principali quelli di Rest e di Denài. Fiabescamente inseriti in questo contesto troviamo sette minuscoli insediamenti: Turano con Moerna, Armo, Persone, Bollone, e Magasa con Cadria, formano i due comuni della Valvestino.

La Valvestino, da sempre dedita all'agricoltura, all'allevamento del bestiame ed alle attività boschive in genere, non ha mai conosciuto insediamenti industriali né turistici, nonostante negli ultimi tempi il secolare problema della viabilità sia stato in parte risolto. Ciò ha precluso lo sviluppo della valle, favorendo la fuga dei residenti alla ricerca del posto di lavoro; la popolazione, dalle 1081 unità del 1951, si è ridotta, infatti, ai circa 500 abitanti dei nostri giorni. La mancanza di questo tipo di insediamenti, d'altro canto, ha permesso a questi luoghi di conservarsi quasi completamente incontaminati, così come li trovarono, all'inizio del secolo, famosi botanici e studiosi d'oltralpe, decantandone le bellezze naturalistiche e paesaggistiche.

Il Monte Tombea in particolare, specialmente dopo la scoperta della Saxifraga tombeanensis nel 1853, divenne noto a tutti i botanici italiani e stranieri per la sua preziosa flora alpina, ricca di ristretti endemismi.

Non meno interessante la fauna che, oltre alle numerose specie minori quali lepri, volpi, tassi, scoiattoli, faine, martore e donnole, comprende: marmotte, recentemente introdotte, caprioli, camosci, stambecchi e cervi. Non di rado si può scorgere nei cieli della Valvestino il lento e maestoso volteggiare dell'aquila reale. Fagiano di monte, gallo cedrone, nocciolaia e corvo imperiale sono ben rappresentati nell'avifauna valvestinese.

E così, flora, fauna, maestose faggete, lucenti praterie, grotte gravide di leggende, selvaggi e scoscesi valloni, fanno della Valvestino un vero paradiso, unico nel suo genere.

 

Per saperne di più

Ezio Bottazzi, Leggende e grotte della Valvestino, Grafo 1982

«Passatopresente», rivista del Gruppo storico-culturale «Il Chiese» (Storo) dal 1979

«Speciale AB-Valvestino», 1989 Gabriella Motta, Parco Alto Garda bresciano, Grafo 1990

Atlante del Garda. Uomini, vicende, paesi, tre volumi, Grafo 1991-92.


 



GIUSEPPE ZENI

 

LA "SASSIFRAGA TOMBEANENSIS":

QUANDO E DA CHI FU SCOPERTA; NOTIZIE DUBBIE E STAZIONI ESTINTE; DELIMITAZIONI DELL'AREA DELLA SPECIE.

 

LE PRIMULE DEI GRUPPO “SUBSECT ARTHRITICA  SCHOTT”

  

MAGASA 1992

 

 

 

 

La "SASSIFRAGA TOMBEANENSIS":

quando e da chi fu scoperta,

la sua distribuzione geografica, notizie dubbie e spurie e stazioni presumibilmente esistenti;

con aggiunta una breve biografia del Sacerdote don Pietro Porta.

 

La Sassifraga tombeanensis è da considerarsi il più splendido ornamento delle rocce calcaree-dolomitiche. Essa è uno dei più meravigliosi endemismi delle Prealpi Insubriche; ha stipati pulvini formati da rosette di foglie quasi microscopiche, dai quali dipartono steli di sei-otto centimetri, con due o tre grandi fiori di un bianco vellutato e lucente.

 

Era l'estate 1853 quando lo svizzero Pierre Edmonde Boissier raggiunse le cime dolomitiche del Monte Tombea dove, fra le molte rare entità floristiche, ebbe la fortuna di scoprire una Sassifraga molto affine alla già nota Sassifraga diaspensioides ma, dopo un attento esame analitico, sia delle foglie sia dei fiori, potè dedurre che si trattava di una specie nuova e, dal nome del locus, la denominò Sassifraga tombeanensis. Entusiasta della scoperta ne diede notizia al collega tedesco Adolph Engler, botanico esperto nel genere sassifraghe e chissà perchè lo stesso Engler ne diede la prima notizia su un giornale di Vienna solo nel 1869.

Successe poi che, nell 'intervallo dei sedici anni trascorsi fra l' accertamento del Boissier e la prima notizia della nuova specie, a cura del tedesco Engler, altri rinvenimenti furono fatti, sempre però confondendo la Sassifraga diaspensioides con la Sassifraga tombeanensis e di qui i bisticci nomenclaturali fra P. Morandel-August Neihreih-Friedrich Ernst, e il Boissier-Engler.

 

Ma oltre ai litigi fra i botanici e botanofili che svolgevano vaste ricerche, tante erano anche le inesattezze e le discordanze fra loro, sia nelle indicazioni topografiche dei vari locus, sia nelle nomenclature delle varie specie. Anche le essiccate, conservate nei vari istituti botanici e musei di tutta l'Europa, tante volte erano di scarsa attendibilità. Si trattava di notizie spurie perchè desunte da esemplari in cattiva condizione o sfioriti e di sbagli dovuti a scambi di cartellini e materiali. R Huter, nel 1863, affermava la presenza della Sassifraga diaspensioides sulla vetta del Tombea, scambiandola con la vera Sassifraga tombeanensis; lo stesso Huter, più tardi, rinverrà la presenza della Sassifraga tombeanensis sulle Alpi calcaree della Val Concei; Hochstetter faceva confusione fra la Sassifraga vandelli, la diaspensioides e la burseriana; per altri botanici la nuova Sassifraga non era ancora ritenuta autonoma dalle altre suddette specie.

Con tanta confusione molte furono le notizie dubbie e molte le stazioni presumibilmente sbagliate o estinte. Ora elencheremo quali.

Riguardo alla stazione del Monte Venego in Valsugana è da escludersi: pare si tratti di un'essiccata della Sassifraga diaspensioides e della Sassifraga burseriana (sbagli per scambi di cartellini).

Sono pure da escludersi le stazioni sul Monte Macaion e Tormeno in Anaunia, anche qui si tratta di scambi fra la Sassifraga tombeanensis e la burseriana che in quei luoghi è abbastanza frequente; anche le stazioni di Bocca del Brenta, di Tovel di Molveno sono da escludersi perchè trattasi di errori di annotazione. Come da escludersi è la presenza della Sassifraga tombeanensis sul Monte Colsanto: qui si tratta di scambi fra la Sassifraga paniculata Miller, varietà minutifolia di cui il Colsanto è il locus classicus.

Fra le stazioni estinte (intendo sempre della nostra Sassifraga), anche se a malincuore, devo citare quella a noi più vicina, cioè quella sita lungo la strada che dalla località Rank porta alla località Bersaglio. Che la stazione esistesse ne dà prova un'essiccata del Sacerdote Don Porta, che figura nel Museum Ferdinandeum di Innsbruck con la dizione in tedesco "im Bachbett (nel letto del torrente) Magasa und Gargnano" quota 600 m.; la quota potrebbe coincidere con quella della confluenza fra i torrenti Magasino e Armarolo nei cui pressi v'è un roccione che, se pur compatto, è pur sempre dolomitico, ed è certamente qui, su stazione di riporto per fluitazione, che il Porta raccolse la sua essiccata.

Fino a qualche decennio orsono ai piedi di questa roccia esisteva anche una stazione di Sassifraga arachnodea Sternb; purtroppo le stazioni delle due Sassifraghe sono da considerarsi estinte, mentre ai piedi della stessa roccia possiamo ancora ammirare la Moehringia Iaucovirens Bertol e qualche raro esemplare di Aquilegia einseleana.

Ora, con più soddisfazione, passiamo ad elencare le stazioni ancora esistenti, cioè a precisare i luoghi dove la bella Sassifraga tombeanensis, malgrado i millenni, con orgoglio e gelosia conserva ancora il suo habitat.

Per prima cosa citiamo la presenza di una stazione disgiunta e isolata che si trova a settentrione dell'area della specie, in Anaunia e precisamente sulle rupi di formazione dolomia del versante sud di Cima d'Arsa a circa 1600 metri.

Ma il vero areale della Sassífraga tombeanensìs gravita nel settore delle Prealpi Insubriche e precisamente dal Monte Baldo alla Corna Blacca, nelle Prealpi bresciane.

Prima dell'ultimo sollevamento epirico successo durante il Neogene, che ha sconvolto per intero lePrealpi, la fossa benacense non esisteva e di conseguenza le formazioni costituite da calcari dolomitici a est erano sovrapposte o forse a contatto con le Dolomie triassiche del piano norico a occidente; e il Monte Baldo, che è così importante per le sue specie endemiche paleogeniche, può vantare la presenza della Sassifraga tombeanensis in una sola stazione; questa si trova verso il versante sud dell'Altissimo di Nago, a m. 1700-1800.

Ora dal Monte Baldo passiamo alle montagne della Val di Ledro dove la specie è presente solo a sinistra del lago ed esattamente sulle rupi della Valle dei Concei.

Cominciamo dal primo rinvenimento dovuto all'Huter nel lontano 1857, le ricognizioni si succedettero in continuazione e il Porta può vantare i più importanti e numerosi rinvenimenti; dopo il Porta e l’Huter altri , come H. Pitsman, H. Reisigl , l’Arietti e A. Follietto fecero ampie ricerche. In quel settore le specie è presente in numerose stazioni e si trovano a una quota dì 1600-1800-1900 metri , le più importanti sono sulle rupi del Passo Gavardina, dove J. Ball le rinvenne nel 1860 chiamandole non tombeanensis ma tombeana; anche qui però il Ball faceva confusione con la diaspensioides. Altre stazioni si ritrovano a Monte Corone, a Malga Gui e a Corno di Pihcea.

Dalle montagne ledrensi, con un salto, superiamo Tremalzo per arrivare sulle cime del Monte Tombea, il locus classicus della nostra Sassifraga, il suo vero habitat, la sua casa preferita; qui da millenni, ancora da quando le Alpi non erano ancora modellate, i candidi pulvini della bella Sassifraga imbiancano le vette dei nostri monti.

Contrariamente a quanto scrivono il Luzzani e il Reisigl le stazioni dove la specie è presente sono molte (il Porta parlava addirittura di prodigalità).

Certo per circa due secoli il Tombea fu devastato da una continua e disordinata rapina da parte di procacciatori di piante, per collezionare erbari e giardini rocciosi. Tuttavia le stazioni dove la specie è presente sono numerose; certo molte di queste sono ubicate fuori dai normali itinerari. altre sono difficilmente accessibili e altre non sono accessibili, ed altre ancora casualmente non sono localizzate (lo scorso anno i miei amici Franco e Mariagrazia Maccarinelli, non molto lontano dalla strada Puria per Val Campei, si imbatterono in una stazione abbastanza ricca di pulvini). E il Tonibea, oltre ad essere il locus classicus della specie, oltre ad essere la montagna più ricca di stazioni, è anche la zona da dove provengono in maggior numero le essicata che sono distribuite in tutti i maggiori istituti botanici e musei d'Europa (anche qui come in Val Concei il maggior numero di essicata sono del Porta).

Elencare tutte le stazioni qui esistenti sarebbe lungo, parciò faccio un elenco delle più note; alcune le troviamo lungo la mulattiera, ora sentiero (in tanti luoghi anche difficile da percorrere), che da Bocca Puria porta a Cima Campei.

A sud-ovest della Cima del Monte Caplone a 1850-1900 metri, altre le troviamo a monte del sentiero che porta a Cima Campei a circa 1800 metri, altre ancora le troviamo sulla vetta del monte, anche se la maggior parte sono difficilmente accessibili; a mio parere le più ricche sono quelle site sulle rocce che dalla Cima Tombea, seguendo il versante a ovest della valle, arrivano alla strada che da Crone porta al torrente di Val Campei ; più rare e meno ricche sono le stazioni che dal locus classicus della specie portano a Cima Cortina e più a sud-est alla Corna Rossa.

La distribuzione geografica della specie continua fino a oltre il Lago d'Idro, dove ha trovato un habitat confacente nella fascia della Dolomia norica dei versanti est e ovest del lago (la fossa occupata dal lago Eridio si è formata in seguito allo sprofondamento della catena dolomitica e fu interessata solo in parte dalle glaciazioni a differenza di quello che successe nella fossa benacense).

A est del lago, non lontano dall'abitato di Crone sulle roccie del Monte Clock a quota 600-700 metri, nel 1887 il Porta rinveniva la presenza dì Sassifraga tombeanensis. Molte ricerche e accertamenti furono fatti non molti decenni fa da E. Hauser, F. Ligasacchi e da A. Crescini.

A ovest del lago la specie è presente in più stazioni: sulla cima Megré nella Valle dell'Abioccolo a 1700 metri. A sud-ovest, a 1600 metri, a Corno Zeno, la presenza della specie è più diffusa. la troviamo a sud della Cima Megrè e sulle cime sempre a sud-est, a quota 1600-1700 metri circa.

Ma le stazioni più a ovest della nostra Sassifraga, le troviamo sul Monte Cadoline, a est della Corna Blacca non lontano dalle rupi a occidente del Dosso Alto sul versante a sud e sud-est.

Anche negli areali a ovest del lago il Crescini e N. Arietti hanno fatto importanti ricerche.

 

Dato che ho citato tante volte il Porta credo opportuno farne una breve biografia.

Don Pietro Porta nacque a Moerna in Valvestino il 5/11/1832, cominciò i suoi studi a Salò; dalla cittadina sul Garda passò al Ginnasio di Brescia e da qui a Rovereto e Trento, per frequentare il Seminario.

Nel 1856, appena ordinato sacerdote, viene mandato come cooperatore in Vallarsa; nel 1860 viene trasferito cappellano in Daone (Giudicarie), alla fine del 1863 a Bollone nella natia Valvestino. Da qui , nel 1870, passò a Locca in Val di Ledro; nel 1885 lascia Locca per trasferirsi a Cologna, da Cologna nel 1896 si sposterà a Strada (Creto) come cappellano del nosocomio e vi resterà fino al 1898, anno in cui si ritirerà a Riva come beneficiario.

Con gli ideali della fede egli portava in sè anche un grande amore per i vegetali; ancora ventenne possedeva già una collezione di piante raccolte in Valvestino e altrove.

A Daone, come nelle altre successive e umili sedi, egli non manca di approfittare delle felici situazioni di quei luoghi e pieno di entusiasmo si da tutto allo studio della flora alpina.

Le escursioni in alta montagna non gli offrivano nessuna difficoltà perchè alto di persona, magro e con gambe lunghe era un camminatore inarrivabile, capace di raggiungere in poche ore i limiti superiori della vegetazione.

Egli erborizzò minutamente la Valvestino, la Val Sabbia, le valli di Daone e di Ledro, il Tonale, le montagne del Rivano, il Monte Baldo, il Friuli, il Canale Cimolais e i Colli Euganei.

Acquisita una conoscenza vasta e raffinata della flora alpina, in più riprese erborizzò nell’Italia Meridionale e dal 1879 al 1895, per sei volte, si spinse fino in Spagna dove i campi di raccolta furono le Sierre, la Catalogna e le Baleari , regioni ricche di specie interessanti.

Oltre a botanico di fama europea il Porta era un'infaticabile raccoglitore; l’erbario portiano è composto da centinaia di cartelle e sono molte le essicate distribuite in tutti i musei d'Europa.

Quattro anni dopo la fine della guerra egli vuole rivedere la natia Moerna e da Riva vi si reca a piedi attraverso le strade militari costruite dall'esercito italiano, ma il camminatore, che non si stancava mai, non fece il conto con i suoi quasi novant'anni e a poco più della metà del viaggio, vinto dalla stanchezza e smarrita la strada in località Lorina, deve trascorrere un'intera notte sotto un ramoso abete e solo il giorno dopo, passando per Tombea, raggiunse la sua Moerna. Fu l’ultima volta perchè un anno dopo, cioè nel 1923, egli morì a Riva.

 

 

 

 

 

 

LE PRIMULE DEL GRUPPO "SUBSECT ARTHITICA SCHOTT"

 

Le Primule finora conosciute sono oltre trecento, senza contare le centinaia di ibridi e varietà; è un genere prevalentemente di montagna, crescono nelle zone fresche di tutta l’Europa, dell'Himalaia, della Siberia e della Cina; dai loro nidi di foglie emettono steli floreali a forma di verticilli, i colori sono meravigliosamente belli, vanno dal giallo arancio al rosa, dal rosso al viola chiaro e intenso. Sono loro le prime a portarci il sorriso della primavera.

Enumerare e parlare delle Primule in generale è cosa troppo lunga, perciò passeremo a descrivere quelle specie tutte particolari che fanno parte del quadro della "subsect arthitica Schott": cioè la Primula spectabilis Tratt, la Primula glaucescens Moretti, la Primula longobarda Porta, la Primula Wulfeniana e la Primula clusiana.

Queste due ultime sono quasi estranee alla flora italiana ed hanno una grande distribuzione geografica: si estendono dalle Alpi Carniche e Caravanche alle lontane montagne della Croazia, dal Salisburghese fino alla Transilvania.

Le prime tre, quelle che più ci interessano, sono veri gioielli delle nostre montagne, fra i più begli endemismi della flora insubrica e gravitano invece dalle Prealpi Vicentine al Lago di Como.

La Primula glaucescens la troviamo a ovest della zona citata, la Primula longobarda Porta al centro della zona: il Monte Cadino, a cavallo fra la Val Camonica e la Val del Caffaro, potrebbe esserne il locus classicus; l'areale della Primula spectabilis va dalle Prealpi bresciane al Monte Grappa e il suo centro di distribuzione è il Monte Tombea.

Le tre specie citate sono relìtti delle antiche flore del Neogene, appartengono ad un unico gruppo e sono legate fra loro da chiare affinità genetiche e da comuni esigenze edafico ecologiche. Analoghe sono le caratteristiche degli habitat costituiti in preferenza da pendici pietrose o sfasciumi di roccia rassodata più o meno inerbiti e talora da fessure nelle rocce.

Dare delle indicazioni precise di questo gruppo di Primule non è facile, molte sono le forme anomale, gli ibridi e le sottospecie. Anche i reperti conservati nei vari erbari, fra i quali molti del Porta, non sono tutti attendibili.

Tanti botanici e naturalisti ebbero dei giudizi contrastanti fra di loro: facevano confusione fra le Primule del gruppo citato e la Primula minima, la Primula daonensis, la Primula latifolia, la Primula baldensis e la Primula Parlatorei; lo stesso Pona aveva delle idee confuse riguardanti la Primula spectabilis, definendola addirittura Primula aurícola a fiori rossí; fino a pochi decenni fa si riteneva la Primula longobarda Porta una sp. della Primula glaucescens Moretti e solo da pochi anni, tenendo conto di tutti gli elementi raccolti, si è potuta definire una chiara autonomia della Primula longobarda dalla quale, per probabili interventi di fattori mutageni, potrebbe esser derivata la Primula glaucescens.

Senza le raffigurazioni schematiche dei fiori e delle foglie non è facile definire le differenze e questo succede specialmente nei luoghi dove gli areali delle tre specie sono a contatto.

Tutte tre hanno fiori di un bel rosso, violaceo o rosa porpora e un tenue profumo; nella spectabilis il profumo è diverso e più intenso.

La Primula longobarda differisce dalla spectabilis per le foglie più piccole e più attenuate, il calice con denti lanceolati e divaricati; dalla glaucescens differisce per le foglie allungate e a margine scarioso, il calice a forma di tubo diviso fino alla metà da denti lanceolati e divaricati all'apice.