Il “crucifige!” e la democrazia

 

di Gustavo Zagrebelsky

 

 

 

 

 

Un lessico civile.

Dogmatica, scettica, critica: il processo di Gesù Cristo come emblema dei diversi modi di pensare la democrazia.

 


Il “crucifige” e la democrazia

Si era dato un contrasto tra Pilato, il procuratore romano della giudea, e il Sinedrio di Gerusalemme, la massima autorità ebraica. La posta in gioco era la vita di Gesù. Tra l’imposizione di una decisione unilaterale, la liberazione di Gesù con un atto d’imperio che al procuratore era certo consentito, e la resa ai notabili del Sinedrio che chiedevano la conferma della condanna a morte da essi già pronunciata, Pilato scelse un’altra possibilità e aprì una procedura democratica, appellandosi al popolo.

La decisione finale fu presa nel crescendo impressionante di fanatismo popolare che Marco racconta nel modo più vivido:

La moltitudine gridando cominciò a domandare che facesse come sempre  aveva loro fatto. E Pilato rispose loro dicendo: volete che io vi liberi il re dei giudei? Perchè sapeva bene che i capi dei sacerdoti glielo avevano messo nelle mani per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la moltitudine che piuttosto liberasse loro Barabba. E Pilato, rispondendo, chiese di nuovo: che volete dunque che faccia a colui che voi chiamate il re dei Giudei? Ed essi gridarono di nuovo: crocifiggilo! E Pilato disse loro di nuovo: Ma che male vi ha fatto? Ed essi ancora più forte: crocifiggilo! (Mc 15, 8-14)

 

Cosa vedere in questo grido? A prima vista un inconfutabile argomento contro la democrazia. Secondo verità e giustizia, il dilemma che i vangeli dicono essere stato sottoposto al popolo, Gesù o Barabba, non avrebbe potuto consentire dubbi. Il popolo infatti non esitò. Ma la decisione che prese fu scandalosamente l’altra.

In quest’episodio da duemila anni verità e giustizia testimoniano contro la democrazia. Per allontanare lo scandalo di quel grido, noi possiamo solo rifiutare il contenuto di valore della scelta proposta alla folla: dobbiamo considerare equivalenti Gesù e Barabba e indifferente la scelta a favore della vita e della morte dell’uno o dell’altro.

Per Hans Kelsen Pilato, poichè era relativista e scettico, agì democraticamente. E quindi la condanna popolare di Gesù sarebbe un argomento definitivo contro la democrazia solo per coloro che sono convinti di poter avere la conoscenza del vero e del falso, del bene e del male.

In questo modo nell’etica politica si finisce per oscillare tra due estremi: dal dogma alla schepsi, dall’assolutismo al relativismo dei valori.

La democrazia, inammissibile per lo spirito dogmatico, verrebbe giustificata solo in un contesto spirituale scettico e relativistico.

Gesù, forte della sua verità, sarebbe il campione dell’antidemocrazia, cioè dell’autocrazia, mentre il personaggio positivo dal punto di vista democratico sarebbe Pilato.

Ma  per Zagrebelsky le cose stanno diversamente. Se si considera lo svolgersi dei fatti nel suo insieme, appare che sia il dogma come la schepsi possono convivere con la democrazia, sia l’uno che l’altra, strumentalizzandola. Amici, ma falsi amici.

Il dogmatico può accettare la democrazia solo fino a quando serve come forza atta ad imporre la verità. Lo scettico a sua volta può tanto accettarla come ripudiarla, e troverà di scegliere secondo la convenienza, cioè per opportunismo.

A questi due modi di pensiero, opposti nel fondamento ma convergenti nella strumentalizzazione, una teoria della democrazia come fine e non solo come mezzo deve saper contrapporne un altro, che non presuma di possedere la verità e la giustizia ma nemmeno ne consideri insensata la ricerca.

E’ questo il pensiero della possibilità, che è proprio di coloro che rigettano tanto l’arroganza della verità posseduta quanto la rinuncia della realtà accettata.

L’esigenza etica di questo pensiero non è la verità o la giustizia assolute, ma tra tutte le possibilità la ricerca orientata al meglio, un’esigenza che soltanto lo spirito radicalmente scettico potrebbe negare, in nome di una tentazione assolutistica rovesciata.

Solo per il pensiero della possibilità la democrazia oltre che mezzo può essere anche un fine, e  perciò oltre che servire essere servita.

Alla democrazia che assume come proprio questo atteggiamento dello spirito si addice il nome di democrazia critica

 

Democrazia senza nemici?

Oggi per la prima volta nella storia italiana la democrazia viene accettata senza rilevanti eccezioni, e gode di buona salute. Eppure avvertiamo una contraddizione, è come se un indebolimento accompagnasse questa forte estensione. Vediamo il manifestarsi di atteggiamenti antidemocratici di massa e una letteratura che non risparmia le critiche alla democrazia e alle sue istituzioni, Parlamento e partiti, svelandone la copertura di poteri e interessi oligarchici e l’inadeguatezza ad affrontare le sfide del terzo millennio.

La democrazia è l’ideologia del nostro tempo, forse non per convinzione, nemmeno per assuefazione, ma per mancanza di alternative che possano far breccia nella coscienza collettiva.

La parola democrazia non divide più perchè diversissimi sono i modi di intenderla, perchè oggi è possibile far passare nel campo della democrazia, come regimi fondati sul consenso (Berlusconi...Cofferati...le piazze...i megaraduni...compreso Tor Vergata e simili, il rapporto uno a cinque sul numero di partecipanti tra i comunicati della questura e quelli degli organizzatori), forme di governo che in passato si sarebbero ascritte all’autoritarismo antidemocratico. E sotto il comun denominatore del massimo ossequio alla volontà del popolo sovrano. Una democrazia dunque diffusissima ma anche estremamente ambigua.

La posta è grande, la questione reale: chi serve la democrazie e chi se ne serve? Andando oltre il moralismo costituzionale, inconcludente, le tre concezioni proposte vogliono dare un contributo.

Torniamo al processo a Gesù.

Il pensiero dogmatico crede di trovarvi tutto, cioè la condanna inappellabile della democrazia, il pensiero scettico non vi trova nulla. L’uno e l’altro non sospettano invece che si parla di loro e della loro concezione della democrazia. Il pensiero critico non spera di trovarvi nè tutto nè niente, ma qualcosa: una rappresentazione delle possibilità insite nell’atto democratico tipico, l’appello al popolo, che aiuti a comprendere il significato di queste distinzioni e a separare i veri dai falsi amici della democrazia.

 

I vangeli: paradigmi senza tempo

Ci rivolgiamo in questa sede alla narrazione evangelica non per una teologia, non per  un loro valore artistico letterario, non per interessi di indagine storica, ma per trovarvi eventi e personaggi paradigmatici il cui significato trascende la storia sacra e investe la storia umana come tale.

Qui interessa il paradigma politico, che ovviamente non è l’unico uso paradigmatico che se ne può fare (vedi psicanalisi con Reich...).

Per questo non ci interessano conferme storiche o ricostruzioni testuali precise(cfr Vangeli e storia per un approfondimento, ndr...).

Noi vediamo in questa vicenda come il dogma di una oligarchia si allea alla schepsi opportunistica di un autocrate per condurre ad una tragedia democratica. Vicenda scandalosa, perchè nessuno degli attori sembra mosso da animo pravo: i sinedriti agiscono per rendere servigio a Dio, Pilato in favore di Roma, la folla, oltre che inconsapevole, per amore della patria.

 

Gesù o Barabba

Nella narrazione evangelica Gesù è commisurato a Barabba come il giusto all’ingiusto, anche se le descrizioni variano nei vangeli. In ogni caso ch’egli fosse un delinquente comune o un patriota o un messia, il teatro della sua azione era totalmente mondano. Gesù viene invece presentato su un altro piano, come verità che viene donata dal Padre al suo popolo.

La verità di Gesù non è una dottrina ma una persona rivelatrice (diversamente da come ne emerge dal Panikkar): credere nella verità di Gesù non significa  concordare con un’idea o una dottrina, ma avere fede in quella persona rivelatrice: Io sono la verità, non questo o quello è la verità.

La verità di Gesù non comporta quindi una conoscenza, ma uno status.

 

Il silenzio di Gesù 1: “Non sanno quello che fanno”.

La verità è intransigente, e Gesù fu intransigente al punto di estraniarsi dal suo processo per testimoniarla integralmente e fino alla fine. Dove c’è verità ci può essere solo testimonianza e non c’è posto per opinioni ed argomenti. Accettando il confronto con l’accusa, la verità avrebbe fatto torto a se stessa. Diverso era il caso di Socrate, che non si era identificato con la realtà, ma con la ricerca indefessa di essa e non aveva esitato a difendersi.

Il silenzio di Gesù appare a prima vista strano, ma se guardiamo bene Gesù parla sempre per testimoniare la sua divinità e verità, che per gli accusatori è la vera colpa.

Per difendersi Gesù non avrebbe potuto evitare di negare egli stesso quella verità che costituiva il senso della sua vita. Difendersi era autodistruggersi, confessare la verità era realizzarsi pienamente, ma insieme condannarsi. Nel suo silenzio di fronte agli accusatori Gesù incarna la verità che sta compiendosi ed imponendosi. E’ un silenzio trionfante.

Per quanto questa interpretazione sembri probante, possiamo approfondire ulteriormente la narrazione  e trovare nuovi spunti di riflessione in direzione della nostra tesi

 

Il silenzio di Gesù 2:  “portato al patibolo come agnello da macello”.

A quel tempo in Israele esistevano due procedure per riparare i torti. La prima, il mishpat, era una procedura a tre analoga al processo che oggi conosciamo, la cui immagine è la bilancia, e che valeva tra nemici o due estranei.

Ma dove i contendenti fossero stati amici o legati da un rapporto vitale era possibile lo scontro a due, il ryb, il litigio.

Questo era uno scontro che non mirava a distruggere l’avversario, ma al contrario lo scopo era il componimento della controversia, la conclusione della contesa attraverso il riconoscimento del torto compiuto, il perdono e quindi la riconciliazione e la pace. Invece che l’immagine della bilancia quella del nodo da riallacciare.

E’ uno scontro a due, manca il giudice. E’ una procedura arcaica, precedente l’introduzione di tribunali imparziali. L’unica però concepibile per le controversie che non possono avere un giudice imparziale, cioè qualcuno al di sopra delle parti, ad esempio quando ci sono due re (Saul contro Davide), o un profeta ed un re (Samuele e Saul), oppure Dio stesso come parte offesa (nei profeti) o come offensore (il libro di Giobbe). Inoltre sembra rappresentare un valore etico superiore, rispetto alla vita sociale nel suo insieme: la giustizia del tribunale si occupa della giustizia in se, ma lascia ciascuno dei contendenti in compagnia di se medesimo. Il ryb instaura invece la relazione più difficile e decisiva per il mantenimento della società: la relazione del giusto con il malvagio non chiede di limitarsi a non commettere ingiustizia, ma pretende di ristabilire la giustizia e promuovere un retto rapporto tra i membri. Inoltre non mira alla punizione dell’offensore, ma al pentimento dell’avversario. La riparazione del danno, se ci sarà, sarà il pentimento raggiunto. E’ l’umanità dell’avversario che si cerca di toccare, in quanto si è interessati prima di tutto a salvaguardare un rapporto interpersonale.

Tra gli strumenti del ryb c’è il pianto, ed insieme anche il silenzio. Il tacere dell’offeso può essere uno strumento di grande forza espressiva, se solo riesce a far breccia nell’offensore, perchè denuncia l’enormità del misfatto. (si dice “non ho parole...” non per chiudersi in se stessi, ma per far recedere l’interlocutore da quanto sta facendo o dicendo.

Si può dunque vedere in Gesù l’autore di un ryb silenzioso. Il suo silenzio sarebbe allora l’ultimo tentativo di riallacciare il dialogo. Tutta la sua predicazione rivolta alla conversione, alla liberazione, le accuse agli scribi ed ai farisei, i gesti più eclatanti come la cacciata dei mercanti dal tempio si possono intendere come un grande ryb che Gesù sta portando avanti per far emergere la necessità di accogliere la verità e la giustizia, cioè per accogliere lui stesso che è verità e giustizia. Il silenzio di Gesù non è allora più la testimonianza della sua impossibilità di dialogare perchè i piani sono troppo diversi, ma quella di un uomo del dialogo sino alla fine, cioè fino alla croce, che può trovare il suo culmine nel reciproco ascolto.

 

Il Sinedrio di Gerusalemme e il sommo sacerdote

Il Gran Sinedrio di Gerusalemme era il consesso aristocratico che veniva dal passato e che i Romani avevano conservato come autorità locale di riferimento. Il dominio di Roma sulle terre di conquista era assai più un protettorato su città e popoli per fini di politica estera che non un governo diretto ed accentrato come è oggi. Nel mantenimento del reciproco rispetto, in questioni reciprocamente indifferenti, stava la garanzia per Roma di una maggior docilità degli Ebrei e per questi la possibilità di una dominazione più leggera. Caifa, sommo sacerdote, era il capo del Sinedrio, quindi la quintessenza dell’autorità ebraica, e quindi dominata dal nepotismo nella successione, ed insieme, in quanto tramite con autorità romana, gradito al procuratore romano.

 

Cercavano di farlo morire, poichè temevano il popolo

Al Sinedrio spettava in primo luogo, come compito imperativo, il mantenimento dell’ordine: per questo i Romani l’avevano mantenuto. Se non fossero riusciti nell’intento avrebbero perso la loro autorità di fronte al potere di Roma. Da molte fonti risulta che a quel tempo la Palestina era attraversata da gravi irrequietezze, accanto a Gesù stesso c’era Simone lo zelota. Le parole di Gesù sulla distruzione del tempio non erano certo rassicuranti, anzi... tra l’altro anche dopo la morte di Gesù si ripropose il timore che i suoi seguaci si aggiungessero alle altre bande sovversive che già esistevano. In quel periodo l’attesa messianica era diventata parossistica: e la folla come avrebbe reagito di fronte alla pretesa di Gesù di proclamarsi re dei Giudei?

Fin dall’inizio della sua predicazione il successo di Gesù deve essere stato travolgente, e la difesa dell’ordine costituito per il sinedrio coincideva anche con la difesa dei privilegi della struttura di potere. Perciò l’idea che egli dovesse essere eliminato in tempo per impedire un eccesso di popolarità era da tempo nella mente dell’autorità ebraica, ancor prima della sua salita a Gerusalemme, quando i suoi discepoli pensarono che l’avvento del nuovo regno fosse imminente e possibile e i sinedriti al culmine della preoccupazione decisero per l’azione risolutiva.

Notiamo anche che la vita pubblica di Gesù è un continuo sottrarsi dall’essere messo a morte e dall’essere proclamato re dalla folla (Gv 7,1-4-6 Lc 21,37). Il Sinedrio cercava fin dall’inizio di metter Gesù in difficoltà, anche attraverso l’invio di messi appositi per coglierlo in fallo e raccogliere testimonianze contro di lui. Quel che più volte trattiene dall’esecuzione è soltanto il favore popolare: era necessario che Gesù morisse per evitare sommosse popolari, ma al tempo stesso la sua morte era un rischio forte per l’ordine pubblico.

 

Poichè tu, essendo uomo, ti fai Dio

Le ragioni politiche e di difesa dell’autorità costituita si intrecciano anche strettamente con ragioni teologiche interne all’ebraismo, e quelle contro Gesù erano forti anche prima della sua esplicita  confessione di figliolanza divina di fronte al Sinedrio.

Innanzitutto Gesù era sospetto in quanto Galileo.

La Galilea non era terra di profeti: e contro Nicodemo che tenta di prenderne le difese gli si ricorda proprio questo.

Inoltre Gesù era fautore di una interpretazione elastica delle usanze rituali che gli Ebrei ritenevano elementi essenziali per la propria identità, anche perchè la religione, specie nel mondo antico, è un fatto sociale prima che individuale, e al gruppo interessa tenere a bada le forze centrifughe, estremamente pericolose per la sua integrità: il lavacro delle mani prima di mangiare, il riposo del sabato che nel non rispetto della legge getta un’ombra blasfema sulla sua predicazione.

La questione radicale di tutto il nuovo testamento è “Chi dicono che io sia?”, ovvero il riconoscimento dell’identità di Gesù. E per una religione dell’attesa  come quella ebraica la questione capitale era di distinguere il vero messia dagli impostori. Gesù con la sua potenza taumaturgica e il suo fascino inspiegabili poneva apertamente la questione e il popolo ne era turbato: “se tu sei il Cristo, diccelo apertamente”. Gli stesi miracoli non bastavano a dirimere la questione, poichè potevano essere opera di satana al fine di confondere Israele e traviarlo dal vero Dio. Questo era ovviamente poco di fronte alla pretesa sempre più forte di definirsi Dio. In Gesù non c’era solo la pretesa messianica, colpa già gravissima per chi tentava l’impostura. C’era la bestemmia, che contraddiceva il punto centrale dell’ebraismo: il monoteismo. In materia di fede l’errore non è un semplice sbaglio morale, ma è il peccato capitale (per Gesù stesso il peccato imperdonabile è quello contro lo Spirito Santo, cioè il non riconoscere Gesù come il cristo, l’inviato del Padre, cioè alla fine un peccato di fede...) 

Gli uomini del Sinedrio ritenevano, avendo riconosciuto in Gesù un bestemmiatore, di compiere nient’altro che il proprio dovere nel procedere contro di lui, certo anche un dovere in cui ragioni di potere e di difesa dell’ortodossia si sostenevano vicendevolmente. Provata la pretesa di Gesù di essere come Dio, la condanna era dovuta alla difesa del dogma.

 

E, legatolo, lo consegnarono a Ponzio Pilato.

Dopo Gesù e il Sinedrio, Gesù e Pilato. Prima l’accusa di seduzione, qui quella politica di sedizione. Prima Gesù contro gli uomini del dogma, ora contro l’uomo del potere, del potere scettico.

Dalle fonti che abbiamo oltre ai Vangeli, i quali sono per tanti versi tesi a scaricare la maggior parte della colpa sugli Ebrei, emerge un’immagine molto negativa forse pure esagerata, sul procuratore della Giudea, presentato come tiranno corrotto, avido e insensibile alla giustizia. Per questo anche ricattabile dalle autorità giudaiche, che sarebbero state disposte a ricorrere a Roma e a ragguagliare sulle sue insolenze, avidità, concussioni e rapine. I vangeli invece gli rimproverano solo una insufficiente convinzione nell’opporsi al Sinedrio, e a noi paradigmaticamente è questo che interessa nel presente percorso.

 

Crimen laese maiestatis

Pur dopo essere stato informato, visto che la forza pubblica ha partecipato all’arresto, Pilato di fronte a Gesù prende le distanze dalle accuse dei capi ebrei, probabilmente anche per non farsi trascinare in una disputa a cui voleva rimanere esterno, ma del cui avvallo come autorità romana il Sinedrio aveva assolutamente bisogno. Tra le varie deleghe riconosciute dall’autorità imperiale non c’era quella delle condanne capitali, anche se l’esecuzione del diacono Stefano narrata nel libro degli Atti degli Apostoli lascia dei dubbi. Per questo avvallo servivano dunque fatti rilevanti per l’autorità romana. Fu allora accusato di aver sobillato il popolo, di aver incitato a non pagare i tributi a Cesare ed anzi di essersi lui stesso proclamato re, e che questo alla fine fosse il motivo ufficiale della condanna lo si desume dall’iscrizione sulla croce. E’ però plausibile pensare a questa come ad una motivazione apparente: fin dall’inizio Pilato si era convinto che al riguardo Gesù doveva essere davvero poco pericoloso: lo mostra alla folla dopo la flagellazione per muoverla a compassione, e la stessa iscrizione è quasi un burlarsi dell’autorità ebraica. E’ ovvio che per gli stessi motivi Gesù non avrebbe potuto essere colpevole tanto di fronte agli Ebrei come di fronte all’autorità romana. Pilato era stato messo nell’angolo da questa accusa molto abile: o Pilato provava l’infondatezza dell’accusa, in modo da potersi giustificare davanti a Roma, oppure doveva assecondarla, se non fosse riuscito nel primo intento.

Ma presto le preoccupazioni giudiziarie sono sopraffatte da altre preoccupazioni. Pilato è convinto dell’innocenza di Gesù, ma alla pretesa del Sinedrio viene collegandosi un movimento di folla che scuote la saldezza del potere del procuratore.

Al significato giudiziario subentra una valenza politica: e in un processo politico la sorte dell’imputato e perfino il sacrificio della sua vita contano infinitamente meno della “ragion di stato”, ovvero dell’opportunismo del potere.

 

Sei tu il re dei Giudei?

Nella narrazione di Giovanni il processo presso il procuratore è un testa a testa tra Gesù e Pilato, nei sinottici emerge invece un evento di massa, un’accusa popolare. Due cose però restano uguali: che tutto era partito dagli Ebrei e che Pilato voleva distinguere una questione ebraica interna dall’autorità romana. Nei sinottici Gesù si ritira subito nel silenzio, in Giovanni invece tutte le fasi dell’azione vengono distinte, quasi per caratterizzare spiritualmente lo svolgersi dell’azione. Se Pilato prende le difese di Gesù non è ovviamente perchè si sia lasciato affascinare dal discorso sulla verità, ma perchè le accuse che l’hanno portato fin lì non sono un pericolo per l’autorità romana. Per questo tenta di scaricarlo con un diversivo, mandandolo dal tetrarca Erode. Ma questi dopo averlo sprezzato e schernito, lo rimanda al mittente.

 


Le alternative di Pilato

Senza più sbocchi d’uscita, Pilato tenta delle alternative per evitare la condanna capitale.

Si rivolge alla folla facendo appello alla consuetudine di liberare un prigioniero in occasione della Pasqua, ma l’idea gli si ritorce contro.

E ora la controversia non può più essere risolta in controversia in punto di diritto con il Sinedrio, ove Pilato certo avrebbe potuto avere l’ultima parola, ma è diventata una controversia di ordine pubblico che mette in discussione il potere del procuratore. L’appello al popolo è il segno del passaggio dal processo alla politica. E’ allora che Pilato cerca una scappatoia, proponendo un castigo, un male minore. La speranza è che la flagellazione basti a soddisfare le pretese dei sacerdoti e della folla. Ma per il Sinedrio non si tratta di punire Gesù, quanto di sopprimerlo, per una ragione teologica che esulava dalla comprensione di Pilato. Pilato diventa consapevole che Gesù è destinato alla morte, e cerca perlomeno di liberarsi dalla questione.

Ma al Sinedrio occorreva la morte di Gesù, occorreva subito e occorreva ad opera del potere romano. Pilato convoca Gesù per un ultimo tentativo, ma le parole stesse di Gesù che gli ricorda come lui deve rendere conto a Roma, quasi servono a disporre il suo animo alla resa. Il procuratore di Roma ormai non è nelle condizioni di imporre più nulla, può solo cercare di muovere a compassione, e mostra per un ultima volta Gesù alla folla, esponendolo come re dei Giudei per dimostrare quanto fosse assurda l’accusa. E notiamo che se nel Vangelo manca un esplicito verdetto di condanna da parte di Pilato, è anche vero che nel seguito degli avvenimenti la parte principale è assunta dall’autorità romana.

Il piano del Sinedrio col concorso di Pilato si realizza così in pienezza: Gesù attraverso una pena straniera ed infamante viene separato dalla nazione ebraica, assimilato ad uno dei tanti schiavi fuggitivi, esposti con le mani inchiodate al legno sotto le mura della città, secondo il supplizio crudele al quale si attribuiva il significato del ludibrio e dell’esecrazione.

 

Pilato, dunque, volendo soddisfare alla moltitudine

Pilato in ultimo compie il gesto della lavanda delle mani di fronte alla folla, gesto che indicava per gli ebrei la propria estraneità all’uccisione. Ma per Pilato assume un’altra valenza: Gesù è stato condannato a causa della bestemmia ebraica ma per mezzo dell’arrendevolezza connivente, della viltà di Pilato. Codardia e ipocrisia, ecco il senso di questo gesto, un episodio che cancella il merito di aver tentato in vario modo di salvare Gesù, mai però risolutamente, mai fino al punto di mettere in gioco se stesso e il potere a vantaggio della verità e della giustizia. Non sapendo a cosa appoggiarsi alla fine Pilato cede alla forza delle cose, dicendo a se stesso, per tacitare la propria coscienza, che d’altronde non ci sarebbe stato altro da fare.

Nella narrazione giovannea non è più questione se Gesù sia colpevole o innocente, perchè Pilato è tranquilizzato dalla precisazione di Gesù sul carattere non mondano della sua regalità. La questione diviene la verità, e se e come Pilato risponderà alla verità che ha di fronte.

Ma Pilato si volta dall’altra parte: “Che cos’è la verità?”. Pilato è mosso da fastidio per questo genere di questioni, e dall’insofferenza di essere messo di fronte a problemi non più grandi di lui ma per lui privi di significato. Egli non accetta l’accusa contro Gesù ma nemmeno aderisce alla verità. Resta in una zona intermedia di indifferenza. Egli non sa conoscere categorialmente l’ingiustizia e l’errore. Si rivela un opportunista, barattando verità e giustizia con potere e governo.

Lo stesso richiamarsi al popolo era come gettare un dado e trovare comunque una via d’uscita accettabile quale che fosse. Tanto meglio se a favore di Gesù. Ma se diversa poco importava. Nulla per Pilato alla fine sarebbe valso tanto da mettere a repentaglio la propria tranquillità, il favore della folla, la benevolenza dei potenti. La sua vicenda ci mostra come il potere ed il governo, intesi come fini, non possono che richiedere la relativizzazione di tutto il resto. Pilato ha preso partito. Solo che la vita di Gesù valeva quanto quella di Barabba, cioè niente, perchè sopra l’una e l’altra c’erano le esigenze superiori del potere e del governo. Non è tanto in questione l’uomo, a questo punto e per il nostro lavoro, quanto il funzionario, ovvero il suo ruolo di Procuratore. Pilato si configura come il politico puro, quello per cui il potere ed il governo sono il fine e tutto il resto scade a puro mezzo, utile inutile o dannoso secondo le circostanze. Quasi un machiavellico ante litteram.

“Volendo soddisfare alla moltitudine”: ecco forse l’elemento essenziale per questa comprensione politica di Pilato. Per chi ha a cuore la salvezza del governo blandire la folla in certe circostanze può essere non un cedimento, ma un accorgimento prudente. Pilato voleva sapere da che parte spirasse il favore popolare, per potercisi conformare. E per far questo non è necessario essere dei democratici. Anzi. E’ degli autocrati di ogni tempo l’ossessione della presa diretta sul popolo, della gommosa aderenza allo spirito popolare. E alla fine Pilato è più vicino allo spirito popolare di quanto non lo sia Gesù, il profeta. I profeti che vengono a mettere il fuoco in terra sono messi a  morte dalla folla, a differenza degli autocrati che si sforzano di blandirla.

 

Coincidentia oppositorum

Pilato ed il Sinedrio non hanno trovato un accordo e allora convergono sulla folla. Si rimettono ad essa per evitare uno scontro distruttivo per l’uno o l’altro di essi.

Ovviamente nessuno di loro due  riconosceva davvero l’autorità del popolo. Ciò avrebbe significato essere detronizzati. Vediamo come il popolo entrò in scena solo quando e come gli altri decisero, in una vicenda che ad esso sfuggiva integralmente perchè mossa da fuori. Anzi entrambi ne uscirono rafforzati. Si trattò dunque di una mobilitazione popolare a favore dei detentori del potere, di una partita in cui il popolo giocava una parte nell’interesse altrui. Non era attore, ma una pedina, anche se si  illudeva di esser addirittura il protagonista.

Questo è per l’appunto l’uso strumentale della democrazia.

La vicenda di Gesù dimostra come possa esserci un’alleanza, apparentemente impossibile, tra l’assolutismo del dogma e il nihilismo della schepsi, e come questa alleanza possa assumere esternamente un aspetto democratico.

Al dogma interessa la sostanza della decisione, rivestita della forza popolare.

Al potere scettico alla fine interessa solo la forza popolare, per poterla blandire, adeguandosi.

Noi non abbiamo bisogno di dire quali sono oggi le forze dogmatiche, di matrice non solo religiosa, ma anche ideologica, nazionalistica, razzista, che nel nostro tempo si sono adeguate strumentalmente alla democrazia utilizzandola solo come una via, al momento più agevole di altre. E nemmeno ci spetta indicare quali siano le forze la cui accettazione democratica nasconde a malapena l’aspirazione al nudo potere (i voltagabbana...). Forze rese fanatiche dalla propria verità le prime, prive di anima e per le quali tutto è strumentale, compresa l’enfasi molto esibita sui valori quali libertà, famiglia, solidarietà, amor di patria, le seconde. E non necessariamente ci sarebbe accordo nel configurare le une e le altre all’interno di un gruppo definito. Tutte però si incontrano su un punto: nel concepire la democrazie solo come un mezzo. Sono amici interessati, degli ipocriti della democrazia. E questo uso strumentale della democrazia lo si capisce ancor meglio approfondendo i caratteri della consultazione strumentale che portò alla morte di Gesù.

 

E tutta la moltitudine...

 Si considera abitualmente il crucifige come l’urlo del popolo di Giudea. Ma il processo a Gesù si svolge di fronte ad una moltitudine che alla fine era una parte infima del popolo intero. Piccola parte a cui si da valore rappresentativo. E’ quanto avviene oggi attraverso il ricorso alla piazza o attraverso il sondaggio di campioni rappresentativi. Ma quella parte è determinata in che modo?

E’ riunita da chi? Sulla base di quali informazioni? Come si sarà formata la folla davanti al Pretorio? Chi l’avrà esortata a radunarsi e con quali argomenti?

Domande senza risposta, se non la sicurezza che sempre si è trattato di iniziative esterne al popolo stesso o alla parte del popolo cui venne data la parola.

 

Coloro che passavano l’ingiuriavano, scuotendo il capo

La folla che urlava il crucifige era instabile, predisposta al voltafaccia. Era presumibilmente la stessa che pochi giorni prima aveva osannato. All’ingresso di Gesù Gerusalemme si era commossa, e il suo successo nel predicare nel tempio era fortissimo.

L’attaccamento a Gesù da parte del popolo d’Israele non derivava però principalmente da ragioni ideali, anzi i suoi discorsi risultavano incomprensibili ai più e pure scandalizzavano. In Gesù la folla in delirio vedeva non il dottore della legge, ma il re benefattore, il re taumaturgo (cfr. l’intro di Giuda nel Jesus Christ Superstar, quando da consigli su come catturare il consenso popolare e come mantenerlo...). La folla era attratta dai suoi miracoli, e lo stesso Erode vuole prova dei suoi poteri soprannaturali.

Ma Gesù continuamente si sottrae all’aspettativa, e possiamo immaginare il senso di delusione che subentra nella folla. L’entusiasmo fanatico si trasforma in scherno. Questa è la sorte di chi viene troppo ciecamente amato nel momento della disillusione. Pure Gesù l’aveva preannunciato: ma nemmeno i suoi, a partire da Pietro, aveva voluto credergli quando diceva che si sarebbero scandalizzati di lui (cfr. il canto del gallo).

 

Temevano il popolo, sobillarono la moltitudine

Luca nota come i sacerdoti sobillarono il popolo, mischiandosi alla folla. Gli uomini del Sinedrio temevano il popolo, ed avevano allora due possibilità: reprimerlo o in prima istanza influenzarlo. Questo popolo che urla è il paradigma della massa manovrabile. E chi lo manovra è il paradigma di chi lo teme e a seconda delle circostanze oscilla tra la blandizia per manipolarlo e la forza per piegarlo a se. Al di la degli argomenti effettivamente usati dai sacerdoti per piegare a se la folla, ne emerge come con Pilato c’era un obiettivo comune: privare la folla del suo pungiglione.

 

Molti credevano, ma per paura non lo confessavano

Nella folla davanti al pretorio non c’era posto per il dissenso, il crucifige fu un urlo unanime. La paura teneva unita la folla come un corpo compatto. Se tra i tanti una voce si fosse potuta alzare...

C’erano dei potenziali dissidenti? E’ probabile, ma erano intimoriti. I discepoli stessi in Gv 7, 10-13 in altra occasione erano costretti a bisbigliare, persino Pietro lo rinnega e ha paura addirittura di fronte ad una giovane serva, e così due membri del Sinedrio a lui molto vicini, cioè Nicodemo e Giuseppe di Arimatea.

 

E tutta la moltitudine gridò dicendo: a morte costui, libera Barabba

Che cosa viene sottoposto alla folla? Non un problema giudiziario, bensì un invito a parteggiare per colmare il piatto della bilancia con argomenti più convincenti.

La decisione della folla infine fu provocata. Non fu essa  a chiedere di essere consultata, ma fu messa di  fronte ad una domanda che non si era mai posta. Quella folla non era soggetto, ma oggetto. Portata per ciò stesso all’estremismo: dovendo scegliere tra la morte di uno e la salvezza dell’altro, tra Gesù e Barabba.

Se il popolo capace di agire è il popolo della democrazia e quello che subisce è il popolo delle autocrazie, quello chiamato soltanto a reagire è il popolo della demagogia.

Inoltre la reazione del popolo fu richiesta ed ottenuta con immediatezza (in tempo reale si direbbe oggi!)

Colpisce il ritmo incalzante che prendono gli avvenimenti quando entra in scena la folla. In Giovanni ogni tentativo di Pilato di abbozzare un ragionamento viene frustrato dall’urlo sempre più alto. Non si tollerano indugi.

Far presto! L’immediatezza era la propensione naturale di una folla emozionale e non razionale. Ma era anche l’intendimento di chi la incitava, convinto della necessità di una conclusione rapida che non desse il tempo alla folla della Domenica delle palme, se mai ancora sussistesse, di mobilitarsi e manifestare a favore di Gesù. Quando poi Pilato decide di appellarsi al popolo, l’urgenza è ancora più impellente.

Infine la conclusione del processo di Gesù fu una decisione irresponsabile. Non solo Pilato potè esternare la sua innocenza, ma anche ciascuno dei componenti la folla avrebbe potuto trincerarsi dietro un’analoga traslazione di responsabilità. Il vero responsabile nella folla non è il singolo, ma la “massa psicologica” di Freud che indica questa identità astratta che assorbe la psiche individuale.

L’individuo in massa è come protetto dall’invisibilità ed acquista così, per il fatto del numero che nasconde le unità, un sentimento di potenza invincibile e di esenzione da ogni rendiconto. (Al di là di ogni considerazione almeno questo dovrebbe essere tenuto in conto nelle attuali manifestazioni no-global...).

Di democrazia si può parlare in questo caso, ma solo nella sua versione degenerativa.

 

Allora dunque egli lo consegnò perchè fosse crocifisso...

Notiamo che piegandosi Pilato alla folla, si giunge alla fine. Non c’è più processo, non c’è più diritto. La pressione della folla spazza tutto.

Da questo comprendiamo che se si vuole provocare la forza della folla si sappia che l’ordine giuridico sarà soppiantato dalle vie di fatto.

 

Vox populi, vox dei

La folla infine era adulata, e per adularla la si è innalzata, da plebe che era, fino a Dio.

E indipendentemente dal significato teologico, la decisione della folla presenta due caratteristiche divine, relative una al suo oggetto e una alla sua natura.

L’oggetto era la vita o la morte.

Chi si arroga il potere di disporre della vita o della morte di un individuo si pone concettualmente al di sopra di esso. Dalla vita e dalla morte l’uomo è posto, e per se stesso non può collocarsi sopra il suo presupposto. Su queste questioni o decide Dio o chi in terra agisce al suo posto, come rappresentante o usurpatore.

La natura della decisione era poi la sua irrevocabilità.

Chi decide di mettere a morte una persona non deve dubitare della sua infallibilità, poichè non avrà modo di tornare indietro. Nelle mani della folla è stata messa in ultima istanza la sorte di Gesù, ed in tal modo la si è divinizzata. Ciò esprime una concezione totalitaria della democrazia come forza e come forza assoluta... Chi si distacca dal coro o è uno che sbaglia o un rinnegato della verità, come Giuda.

Tutte le volte in cui si dice: “il popolo ha parlato-la questione è chiusa”, si è in presenza di una concezione strumentale della democrazia. Infatti non c’è adulazione disinteressata e tanto più grande è la lusinga tanto maggiore è l’interesse. Se l’adulazione giunge addirittura ad equiparare a Dio, la conseguenza è addirittura quella di negare la più alta delle possibilità umane, il ripensamento (vedi la condanna a morte in USA di Jesse Dewaine Jacobs in conseguenza di una decisione della giuria popolare dopo che la stessa accusa aveva ritirato la richiesta di condanna.).

 

Democrazie critica e spirito della possibilità

Fiat justitia è il motto del pensiero dogmatico, fiat potestas potrebbe essere quello del pensiero scettico. Entrambi si trovano alleati nello spirito inesorabile della necessità. E su questo punto si differenziano radicalmente dallo spirito della possibilità che è alla base della concezione della democrazie critica.

Nell’atteggiamento di chi si isopira alla possibilità c’è dunque una forza che opera per andare continuamente oltre, anche se non necessariamente più avanti. Nella possibilità c’è anche l’eventualità della sconfitta, dell’essere ricacciati indietro.

Per questo la democrazia critica non sarà mai un regime tronfio e sicuro di se, ma un regime inquieto, circospetto, diffidente nei suoi stessi riguardi, sempre pronto a riconoscere i propri errori e a ricominciare da capo.

E’ la libertà, non trionfante ma timorosa, di chi si considera sempre ai primi passi e temerà che in ogni momento si possa rovinare il tutto.

In questo duplice atteggiamento dello spirito, aperto all’ottimismo ma non chiuso al pessimismo, sta il punto di equilibrio della democrazia critica.

 

Vox populi, vox dei?

Nulla, per la democrazia critica, è tanto insensato quanto la divinizzazione del popolo.

L’autorità del popolo nella democrazia critica non dipende affatto da sue presunte qualità sovrumane, ma dall’assunzione del popolo tutto intero come necessariamente limitato e fallibile.

Questo è possibile proprio perchè c’è una generalità dei vizi e delle manchevolezze.

La premessa della democrazia critica è l’abbandono dell’illusione che la giustizia sia a portata di mano, e l’accettazione realistica che si sia tutti continuamente carenti rispetto al compito comune.

Voler instaurare il governo dei migliori significa trovarsi col governo del più forte.

E’ nello spirito della democrazia che ci si senta tutti sulla stessa barca. I limiti di qualcuno si riverberano sulla qualità della democrazia nel suo complesso e divengono così i limiti di tutti... In quanto regime di tutti, la democrazia è l’unici sistema di vita e di governo la cui qualità è una media che abbraccia tutti.

Ed occorre aggiungere che il difetto di qualità, nella democrazia, diviene un onere affinchè tutti, principalmente coloro che si ritengono al di sopra degli altri per capacità, raddoppino i loro sforzi per colmarlo. Sempre tesi a promuovere il cambiamento e quindi a mettere in discussione il popolo e le sue decisioni,  non tanto per esaltarlo o condannarlo, ma in vista di un cambiamento per il meglio. Lo spirito della possibilità è allora una forza che promuove energie e le orienta non al bene assoluto, ma, più modestamente, al meglio.

 

Le decisioni irreversibili

La democrazia trae la sua forza dall’imperfezione: le concezioni acritiche della democrazie parlano a cuor leggero di sovranità popolare, con ciò intendendo che non solo il popolo è sopra ogni altra autorità, ma anche che detiene un potere illimitato.

La democrazie critica ha invece del popolo una visione realistica: non lo divinizza nè demonizza. E per questo ogni decisione del popolo deve essere revocabile e rivedibile: se fosse altrimenti occorrerebbe ipotizzare una infallibilità del popolo.

Il processo a Gesù ci parla della messa a morte di un uomo: questo è il caso limite della contraddizione con l’ethos della possibilità. Anche oggi, anche nelle democrazie occidentali, la schiuma della società , sicura della sua morale, perbenista e feroce nella sua presunzione, invoca e usa la morte democraticamente contro la feccia, perfino fuori dei principi dello stato di diritto. Vedi la condanna a morte di Jesse Jacobs nel 1995, quando la pubblica accusa non lo riteneva più colpevole del crimine ascrittogli mentre la maggioranza degli elettori, costituenti la giuria popolare, lo condannò comunque e fu ucciso.

Ma oltre alla pena di morte la guerra, la distruzione di risorse ambientali e naturali limitate, le politiche economiche e sociali ad una sola direzione...

Ci sono certo decisioni dagli effetti irreversibili che il diritto non può escludere a priori, ma si esige in modo tassativo che in questi casi vengano esplorate fino in fondo possibilità alternative non irreversibili.

C’è inoltre la tendenza attualmente ad attribuire alla democrazia diretta, specie il referendum, il valore di un diktat al quale ci si deve per sempre inchinare senza discuterlo. In Italia questo piegare la volontà del Parlamento si è avuto con il passaggio dal proporzionale al maggioritario. Se poi consideriamo che nell’attuale legislazione italiana lo strumento del referendum è contemplato solo nella sua funziona abrogativa, si capisce il pasticcio che è stato combinato a più livelli...

 

Istituzionalizzare la democrazia

La democrazia critica si prefigge di sottrarre il popolo alla passività e anche alla mera reattività. Questo programma  comporta che non ci si pieghi passivamente alle false concezioni della democrazia che attualmente, ben mascherate, veleggiano nel panorama ovviamente non solo italiano.

Qualche accenno.

In primo luogo occorre respingere l’illusione che possa esistere una democrazie dei sondaggi. Non solo per la sua inattendibilità, ma soprattutto per il suo carattere eterodiretto e in mano altrui. Le autocrazie usano i sondaggi, ma vietano le libere elezioni. Il sondaggio registra una forza che può essere usta dagli interessati come conviene. Il popolo sondato è oggetto, il popolo che vota è soggetto. Un popolo capace di iniziativa politica no fa che farsene dei sondaggi, anzi li ritiene offensivi della propria autonomia e intelligenza...

Il popolo dei sondaggi, come davanti al pretorio, è passivo anche perchè i suoi componenti sono isolati. La sua anima sola è il risultato di tante solitudini individuali, che non si scambiano opinioni, conoscenze, non interagiscono e non discutono.

Affinchè i singoli si rendano adatti a esercitare un’azione politica occorrono istituzioni, e quelle classiche sono i partiti. La democrazia critica, a differenza delle altre, non può farne a meno. I singoli e il popolo nel suo complesso senza le istituzioni sono degli incapaci ad agire e hanno bisogno dei loro tutori, il che lascia facilmente immaginare dove si va a finire...

Istituzionalizzare la politica comporta sacrifici per i singoli, perchè rinunciano ad ottenere tutto e subito, ma questa è la condizione perchè le energie individuali si indirizzino in una prospettiva costruttiva, senza isterilirsi in gesti dimostrativi, futili, ed esponendosi in tal modo ancor più alla strumentalizzazione.

 

Rafforzare le istituzioni

 La democrazia radicale che si appoggia al popolo in maniera diretta sconfigge lo stato di diritto. Pur usando metodi contrari a quelli delle politiche autoritarie classiche che rafforzavano lo stato per imporsi, de-istituzionalizza lo stato e i suoi diaframmi intermedi a vantaggio di una comunicazione semplice ed immediata, e sortisce uguali risultati. Viene così messa in questione l’articolazione de pubblici poteri, garanzia di bilanciamento e compensazione (davvero era sbagliato e mafioso lotizzare la RAI?...). L’appello ripetuto ed insistente all’opinione popolare nei vari modi (continui referendum, sondaggi pubblicizzati, scioglimenti continui degli organi elettivi) porta progressivamente ad allineare le posizioni e ridurre le deviazioni. Ne consegue facilmente un conformarsi alla maggioranza per sfuggire alle proprie responsabilità.

La democrazia critica non ambisce ad operare in tempo reale. Richiede al contrario di poter prendersi il suo tempo, tempo per decidere e per durare. Essa sa che dove non c’è tempo, lì c’è emotività, instabilità, suggestionabilità e quindi strumentalizzazione. Oltre che omologazione, il popolo senza tempo con l’andar del tempo da luogo ad una democrazia della massa indistinta e perciò totalitaria.

 

Chi è il democratico: Gesù o Pilato?

 Abbiamo visto che la folla del crucifige era esattamente il contrario di quel che la democrazia critica presuppone, ed in tal senso sono anche gli effetti sortiti.

Ma chi in quella scena si comporta da amico della democrazia?

A prima vista sembrerebbe Pilato. Ovvero colui che operava per il nudo potere. Ma sarebbe come mettere in mano la democrazia ad un gruppo di affaristi spregiudicati, e verrebbe voglia di rispondere contrapponendo al nudo potere la forza di una verità.

 

Alla fine di questo percorso ci sembra di poter dire che l’amico della democrazia, intendiamo della democrazia critica, è piuttosto Gesù, colui che fino alla fine invita al dialogo ed al ripensamento. Gesù che tace, aspettando fino alla fine, è un modello. Purtroppo però noi non siamo così sicuri come lui che risusciteremo il terzo giorno e non possiamo permetterci di attendere in silenzio sino alla fine.

Per questo la democrazia della ricerca e della possibilità deve mobilitarsi contro chi rifiuta il dialogo e nega la tolleranza.

Della democrazie critica la mitezza è certo la virtù cardinale. Ma nella politica la mitezza, per non farsi irridere come imbecillità, deve essere una virtù reciproca.

Se non lo è, ad un certo punto prima della fine, bisogna rompere il silenzio e cessare di subire.