L’amico è innanzi tutto colui che non giudica.

L’amico è colui che apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la sua danza. E se il viandante parla della primavera ormai sopraggiunta, l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene, l’amico soffre con lui la fame. Perché, come ti ho detto, l’amico nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che forse non aprirebbe mai per nessun altro.

Il tuo amico è un amico vero e tutto quello che dice è vero.

L’amico nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, poiché allora l’unione è fatta, anche se lui è un bottegaio mentre io sono un capitano, oppure è un giardiniere mentre io sono un marinaio.

L’ho incontrato al di sopra delle nostre divisioni e sono divenuto il suo amico.

Io posso tacere accanto a lui, cioè non avere alcun timore per i miei giardini interiori, le mie montagne, i miei precipizi e i miei deserti, poiché lui non vi metterà mai piede.

Tu, amico mio, quello che ricevi da me con amore è come un ambasciatore del mio regno interiore. Tu lo tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici.

Mi hai mai visto, quando ricevevo degli ambasciatori, tenerli in disparte o respingerli perché agli estremi confini del loro impero, a mille giornate di marcia dal mio, gli uomini si nutrono di cibi che non mi piacciono, ovvero perché i loro costumi sono diversi dai miei? L’amicizia è innanzi tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra delle divisioni particolari. Non posso rimproverare nulla a chi troneggia alla mia mensa.

 

Perché sappi che l’ospitalità, la cortesia e l’amicizia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Che cosa andrei a fare nel tempio di un dio che discutesse sulla statura e sulla corpulenza dei fedeli, oppure nella casa di un amico che non accettasse le mie stampelle e pretendesse di farmi danzare per giudicarmi?

Incontrerai fin troppi giudici per il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti, lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la tempesta che scolpisce il cedro.

Sappi che Dio, quando entrerai nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie.

Ho meditato a lungo sull’accettazione della morte.

Ma tu mi dici che essa è in contrasto con l’istinto. Infatti l’istinto ti spinge a fuggire la morte e l’esperienza ti dimostra che tutti gli animali lottano per sopravvivere.

“L’istinto della sopravvivenza, mi dici, domina ogni altro istinto. La vita presente è un bene inestimabile e io ho il dovere di salvaguardarlo”.

Certo è che tu combatterai eroicamente per salvarti. Dimostrerai coraggio nell'assedio, nella conquista o nel saccheggio. Ma non andrai a morire in silenzio nell’accettazione segreta del dono di te stesso.

Tuttavia ti mostrerò quel padre che si è tuffato istintivamente nei gorghi del fiume poiché suo figlio sta per affogare e il suo volto, sempre più pallido, appare ancora ad intervalli, simile alla luna quando appare tra gli squarci della nube. lo ti dirò : “Quel padre dunque non è dominato dall’istinto di vivere...”.

“Sì, risponderai, ma l’istinto va oltre. Esso vale tanto per il padre quanto per il figlio. Vale per la guarnigione che delega i suoi membri. Il padre è legato al figlio...”.

La tua risposta è plausibile, complessa e verbosa. Ma io ti dirò ancora per istruirti:

“E’ chiaro che esiste un istinto verso la vita. Ma non è che un aspetto di un istinto più forte. L’istinto essenziale è quello della permanenza. Chi è stato costruito nell’attaccamento alla vita, cerca la sua stabilità nella conservazione della propria carne. Chi è stato costruito nell’amore filiale, cerca la sua stabilità nel salvataggio del figlio. E chi è stato costruito nell’amore in Dio cerca la propria stabilità nella sua ascesa in Dio. Tu non cerchi quello che ignori, cerchi di salvare le condizioni della tua grandezza nella misura in cui la senti. Cerchi di salvare le condizioni dei tuo amore nella misura in cui ami. Io posso barattare la tua vita con qualcosa che la trascende senza che nulla ti venga sottratto”.

 

Io ti parlerò e tu riceverai da me un cenno. Ti ridarò le tue divinità. Certuni hanno creduto negli angeli, nei demoni, negli spiriti. Ed era sufficiente immaginarli perché agissero. Parimenti, dal momento in cui l’hai formulata, la carità comincia a conquistare il cuore degli uomini.

Tu possedevi una fontana.

Non soltanto quella pietra dell’orlo logorata dalle generazioni, il secchio grondante la provvista già ammassata nel serbatoio come la frutta nel cestello (e i tuoi buoi vanno all’abbeveratoio a saziare la loro sete con acqua già raccolta);

non soltanto l’acqua e il mormorio dell’acqua e il silenzio della riserva e la freschezza dell’acqua limpida nel palmo delle mani;

non soltanto la notte sull’acqua tremolante di stelle, dolce e dissetante, affinché essa sia una in lei e distribuendola in questa pietra e in quest’altra, in questo pozzo e in quel condotto, in questo rigagnolo e in quella lunga fila di buoi, non la dissolva in materiali diversi.

Perché è necessario che tu ti rallegri delle fontane.

Io popolerò la tua notte di fontane.

Basta che ridesti in te il ricordo della sorgente, anche se lontana. Come potrei essere meno ragionevole, offrendoti il diamante puro o l’oggetto dorato, che non valgono nulla per il loro uso e valgono invece per la festa promessa o per il ricordo di quella festa?

Ecco posso dirti: “La fontana del tuo villaggio...”,

così ridestare il tuo cuore e insegnarti a poco a poco quella marcia verso Dio, che può, essa sola, appagarti, poiché di indizio in indizio giungerai a Lui, che si legge attraverso la trama, Lui il senso del libro di cui ti ho detto le parole, Lui la Sapienza, Lui che è, Lui che ti ripaga tutto, poiché, grado per grado, lega i tuoi materiali per trarre da essi il loro significato,

Lui, Dio, che è anche Dio dei villaggi e delle fontane.


Io disprezzo quel padre che denigra il figlio che ha peccato. Il figlio gli appartiene.

E’ necessario che egli lo rimproveri e lo condanni, punendo così se stesso se l’ama, e che gli dica il fatto suo, non che vada lamentarsi di lui di casa in casa. Perché così facendo, se cessa di essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti.

lo li ho sempre creduti poveri coloro che non sapevano più con chi fossero solidali.

Ho sempre osservato che essi cercavano una loro religione, un loro gruppo, un loro senso, e che facevano la questua per essere accolti. Ma non incontravano che un’accoglienza apparente. Non c’è accoglienza vera se non nelle radici. Perché tu chiedi di essere ben piantato, stracarico di diritti e di doveri, e responsabile. Ma non ti assumi l’impegno di essere un uomo nella vita così come ti assumi l’impegno dì essere un muratore in un cantiere ingaggiato da un aguzzino. Eccoti vuoto se diventi un disertore.

Mi piace quel padre, che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato, si mette in lutto e fa penitenza. Perché il figlio gli appartiene. Ma siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà.

Non conosco alcuna strada avente un’unica direzione. Se rifiuti di essere responsabile delle disfatte, non potrai esserlo delle vittorie.

Se tu l’ami, la donna della tua casa, tua moglie, ed essa pecca, non andare a mischiarti alla folla per giudicarla. Essa ti appartiene e in primo luogo giudicherai te stesso poiché sei responsabile per lei.

Il tuo paese ha sbagliato? Io esigo che tu giudichi te stesso: tu sei di quel paese.

Quelli che cessano di essere solidali con la propria moglie aizzano gli estranei: “Guardate quel marciume, non mi appartiene più”. Ma non esiste nulla con cui siano solidali. Costoro ti diranno di essere solidali con gli uomini o con la virtù o con Dio. Ma queste non sono che parole vuote, se non rappresentano un intreccio di legami.

 

Dio discende fino alla casa per trasformarsi in casa.

E per l’umile sacrestano che accende i ceri, Dio è il dovere di accendere i ceri.

E per chi è solidale con gli uomini, l’uomo non è una semplice parola del suo vocabolario: gli uomini sono coloro dei quali egli è responsabile.

E’ troppo comodo evadere e preferire Dio all’accensione dei ceri.

Però io non conosco l’uomo, ma degli uomini. Non conosco la libertà, ma degli uomini liberi. Non conosco la felicità, ma degli uomini felici. Non conosco la bellezza, ma delle cose belle. Non conosco Dio, ma il fervore dei ceri.

Quelli che inseguono l’essenza non come una nascita, rivelano soltanto la loro vanità e il vuoto dei loro cuori. Essi non vivranno, poiché non si vive né si muore per delle parole.


 

lo condanno la tua vanità, ma non il tuo orgoglio, poiché se tu danzi meglio di un altro per quale motivo dovresti screditarti umiliandoti davanti a chi danza male? Esiste una forma d’orgoglio che è amore della danza ben eseguita.

Ma l’amore della danza non è amore di te come danzatore. Tu trai il tuo significato dalla tua opera, non è l’opera che si avvale di te. Non troverai mai la tua compiutezza, se non nella morte. Soltanto la vanitosa si sente soddisfatta, interrompe il suo incedere per contemplarsi e si sprofonda nell’adorazione di se stessa. Essa non può ricevere nulla da te, fuorché i tuoi applausi.

Ora noi disprezziamo tali appetiti, noi, gli eterni nomadi della marcia verso Dio, poiché nulla di noi stessi ci può soddisfare.

La vanitosa ha fatto sosta in se stessa credendo di aver preso forma prima dell’ora della morte. Ecco perché non può più né ricevere né dare, proprio come i morti.

Essere umile di cuore non esige che ti umili, ma che ti apra. E’ questa la chiave degli scambi. Solo allora potrai dare e ricevere. lo non saprei distinguere l’una dall’altra queste due parole che indicano la medesima strada. Essere umile non significa sottomettersi agli uomini, ma a Dio. Cosi è per la pietra sottomessa non alle altre pietre, ma al tempio. Quando ti rendi umile tu servi la creazione. La madre è umile di fronte al bambino e il giardiniere è umile davanti alla rosa.

 

Se tu giudichi la mia opera, desidero che me ne parli senza interpormi nel tuo giudizio. Perché se scolpisco un volto, io mi trasformo in questo volto e lo servo. Non è il volto che serve me. E infatti accetto persino il rischio della morte per terminare l’opera creativa.

Perciò non risparmiare le tue critiche per timore di colpirmi nella mia vanità, giacché in me non c’è vanità. La vanità non ha senso per me poiché non si tratta di me ma di questo volto.

Ma se per caso questo volto ti ha trasformato, avendo infuso in te qualcosa, non lesinare neppure le tue testimonianze per timore di offendere la mia modestia. Poiché in me non c’è modestia.

Si trattava di un tiro la cui direzione ci domina ma al quale è bene che noi collaboriamo.

lo come freccia, tu come bersaglio.


I funzionari dei mio impero mi spaventavano perché si dimostravano ottimisti: “Va bene così, dicevano, tanto la perfezione è irraggiungibile”.

Certo, la perfezione è irraggiungibile. Essa non ha altro significato se non quello di stella che guida la tua marcia. E’ direzione e tendenza verso. Ma quello che conta è soltanto la marcia e non vi sono provviste. Poiché allora viene meno il campo di forza, che, esso solo, ti anima ed eccoti come un cadavere.

Se uno trascura la stella, ciò significa che vuole sostare e dormire. Ma dove sosti? Dove dormi? lo non conosco alcun luogo per riposare. Perché se tal posto ti esalta, ciò significa che esso è l’obbiettivo della tua vittoria. Ma una cosa è il campo di battaglia in cui respiri questa nuova vittoria, un’altra è questa lettiera a cui riduci la tua vittoria quando pretendi di vivere di quel riposo.

Perché tu hai semplificato a proposito della libertà e della costrizione. E oscilli da una parola all'altra poiché la verità non si trova né in una di esse né tra loro due, ma al di fuori di esse. Come puoi far contenere in una sola parola la tua verità interiore? Le parole sono come scatole fragili. Ma perché tu sia libero della libertà che possiede quel cantante che improvvisa sullo strumento a corde, non occorre forse che dapprima io ti eserciti le dita e ti insegni l’arte del cantare? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere.

E perché tu sia libero di quella libertà che possiede il montanaro, non occorre forse aver esercitato i tuoi muscoli? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere.

E perché tu sia libero di quella libertà che possiede il poeta, non occorre forse aver esercitato la tua mente e forgiato un tuo stile? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere.

Non ricordi che la condizione della felicità non é mai la ricerca della felicità?

La felicità, quando hai creato, ti è concessa come ricompensa. E le condizioni della felicità sono la lotta, la costrizione e la resistenza.

Non rammenti che la condizione della bellezza non è mai la ricerca della bellezza?

La bellezza, quando la tua opera è compiuta, ti viene concessa come ricompensa. E le condizioni della bellezza sono la lotta, la costrizione e la resistenza.

Così come le condizioni della tua libertà. Esse non sono doni della libertà. Tu ti adageresti, non sapendo dove andare.

La libertà, quando si è fatto di te un uomo, è la ricompensa di questo uomo, che dispone di un regno nel quale esercitarsi. E le condizioni della tua libertà sono la lotta, la costrizione e la resistenza.

Perciò io ti dirò che la condizione della tua fratellanza non è l’uguaglianza, in quanto la fratellanza è un premio e l’uguaglianza avviene in Dio. Così dell’albero che è un ordinamento delle sue parti; ma quando mai vedi una di queste parti primeggiare sulle altre? Così del tempio che è un ordinamento delle sue parti. Se il tempio giace sulle sue fondamenta, esso si stringe nella chiave di volta. E come puoi sapere quale delle due parti prevalga sull’altra?

Questo l’ho scoperto in quelle famiglie dove il padre era rispettato e il figlio maggiore proteggeva i più giovani, e dove il più giovane si affidava al fratello maggiore. Allora erano liete le loro serate, le loro feste e i loro ritorni. Ma se i componenti della famiglia sono come materiali sparsi, se essi vivono semplicemente l’uno accanto all’altro e si mescolano come palline, dov’è la loro fratellanza? Appena uno di loro muore, viene sostituito da un altro poiché egli non era necessario.

 

lo voglio sapere dove sei e chi sei per amarti.

E se io ti ho tirato fuori dalle onde del mare ti amerò di più proprio per questo, perché sono responsabile della tua vita.

Io amo soltanto colui la cui morte mi procurerebbe un dolore straziante.


Venne di nuovo a trovarmi quel profeta dallo sguardo duro che covava un furore sacro e che per giunta era guercio.

“Conviene costringerli al sacrificio”, mi disse.

“Certo”, gli risposi, “perché è bene che si prelevi una parte delle loro ricchezze dalle provviste impoverendoli un poco, ma arricchendoli del significato che allora quelle ricchezze prenderanno. Poiché esse non hanno alcun valore se non compongono un volto”.

Ma lui non ascoltava, accecato dall’ira:

“E’ bene che s’immergano nella penitenza”, diceva.

“Certo”, gli risposi, “poiché se mancano di cibo nei giorni di digiuno conosceranno la gioia di digiunare, ovvero diventeranno solidali con quelli che sono costretti a digiunare o si uniranno a Dio dominando i loro impulsi o eviteranno di diventare troppo grassi, semplicemente”.

Il furore allora lo travolse: “Anzitutto è bene che siano puniti”.

E io compresi che egli non tollerava l’uomo se non incatenato, privato del pane e della luce in fondo a una prigione.

“Perché è necessario estirpare in lui il male”, diceva.

“Tu rischi di estirpare tutto, gli risposi. Piuttosto di estirpare il male non è forse preferibile accrescere il bene? E inventare le feste che nobilitino l’uomo? E vestirlo di abiti che lo rendano meno sudicio? E nutrire meglio i suoi figli affinché possano essere nobilitati dall’insegnamento della preghiera senza immergersi nelle sofferenze del loro ventre? Perché non si tratta di porre dei limiti ai beni dovuti all’uomo, ma di salvare i campi di forza che determinano, essi soli, il suo valore, e i volti che parlano alla sua mente e al suo cuore.

Quelli che sono in grado di costruire delle barche, li farò navigare e andare a pesca.

Ma quelli che sono in grado di varare delle navi, farò loro varare delle navi e conquistare il mondo”.

“Tu dunque desideri corromperli con le ricchezze!”.

“Tutto quello che è provvista fatta non m’interessa e tu non hai capito nulla”, gli risposi.


Perciò io ti dico che per l’uomo quello che è soprattutto e innanzi tutto è la tensione delle forze nelle quali è immerso, la propria densità interiore che da esse deriva, il rumore dei suoi passi, l’attrazione dei pozzi e l’asperità del pendio da scalare sulla montagna.

E se uno l’ha saputo scalare ed è salito sopra una cima rocciosa scorticandosi le mani e le ginocchia, non penserai che la sua ebbrezza sia mediocre come la gioia di quel sedentario che avendovi trascinato un giorno di riposo il suo corpo fiacco, si sdraia sull’erba del facile poggio di un colle tondeggiante.

Ma tu hai smagnetizzato tutto sciogliendo il nodo divino che lega le cose.

Perché vedendo gli uomini tendere con tutte le loro forze verso i pozzi, hai creduto che l’essenziale risiedesse nei pozzi e hai scavato dei pozzi.

Vedendo gli uomini tendere verso il riposo del settimo giorno, hai moltiplicato i giorni di riposo.

Vedendo gli uomini desiderare i diamanti, hai gettato loro un pugno di diamanti.

Vedendo gli uomini temere il nemico, hai soppresso i loro nemici.

Vedendo gli uomini desiderare l’amore, hai costruito dei quartieri riservati, grandi come capitali, dove tutte le donne si vendono.

E così ti sei dimostrato più stupido di quel vecchio giocatore di bussolotti che cercava il proprio piacere in una messe di bussolotti che gli schiavi facevano cadere per lui.

 

lo vi trasfiguro il mondo come fa il bambino con suoi tre sassolini, se dò ad esso un significato diverso, un’altra funzione nel gioco. La realtà per il bambino non risiede né nei sassolini né nelle regole che non sono altro se non un tranello favorevole, ma soltanto nel fervore derivante dal gioco. In cambio i sassolini sono come trasfigurati. Che cosa faresti dei tuoi oggetti, delle tue case, dei tuoi amori, dei rumori che senti e delle immagini che vedi se non diventano materiali del mio invisibile palazzo che li trasfigura?

Ma coloro che non traggono alcun vantaggio dai loro beni poiché manca un impero che li animi, si accaniscono contro questi stessi beni. “Come mai la ricchezza non mi arricchisce?”, si lamentano costoro, e pensano che basti accrescerla poiché non era ancora abbastanza grande. E si accaparrano altre ricchezze che li contrariano ancor più.

Ed eccoli crudeli nella loro ineluttabile noia.

Perché non sanno che essi cercano un’altra cosa che non hanno trovata.

Essi hanno incontrato quel tale che appariva talmente felice mentre leggeva una lettera d’amore. Sporgendo il capo dietro le sue spalle osservano che egli trae la sua felicità da caratteri neri su pagina bianca e ordinano ai loro servi di esercitarsi a comporre dei segni neri su pagina bianca. E li sferzano poiché non riescono a trovare il talismano che rende felici.

Perché per costoro non esiste nulla che faccia in modo che gli oggetti abbiano una risonanza gli uni sugli altri. Essi vivono nel loro deserto di pietre sparse.

Ma vengo io e con esse costruisco il tempio.

E le medesime pietre riversano su loro la beatitudine.


Quando morirò.

“Signore, vengo a te poiché ho arato in tuo nome. A te la semina. lo ho costruito questo cero. Tocca a te accenderlo. lo ho costruito questo tempio. Tocca a te abitare il suo silenzio. Ho assunto questo atteggiamento per esserne vivificato. E ho fabbricato un uomo secondo le tue divine linee di forza affinché cammini. Tocca a te servirti del veicolo se in esso trovi la tua gloria”.

Così dall’alto delle mura mandavo un profondo respiro.

Mi recai dunque da lui a passi lenti poiché gli volevo bene.

“Geometra, amico mio, io pregherò Dio per te”.

Ma egli era stanco per aver tanto sofferto. “Non preoccuparti per il mio corpo. Ho una gamba e un braccio stecchiti, ecco sono come un vecchio albero. Lascia fare al boscaiolo...”.

“Non rimpiangi nulla, geometra?”.

“Che cosa dovrei rimpiangere? lo serbo il ricordo di un braccio vigoroso e di una gamba sana. Ma l’intera vita è una nascita. Uno si accetta così com’è. Hai mai rimpianto la prima giovinezza, i quindici anni o l’età matura? Questi sono rimpianti di un poeta da strapazzo. Non si tratta di rimpianti, ma di una dolce malinconia, che non è sofferenza, ma un profumo lasciato nel vaso da un liquore evaporato. Certo, il giorno in cui perdi un occhio ti lamenti poiché ogni perdita è dolorosa, Ma non vi è nulla di patetico in un uomo che vive con un occhio solo. lo ho visto ridere i ciechi”.

“Ci si può ricordare della propria felicità...”.

“E dove la vedi la sofferenza in questo? Certo, ho visto quel tale soffrire per la partenza di colei che amava e che dava un senso ai suoi giorni, alle ore e alle cose. Egli soffriva poiché il suo tempio crollava. Ma non ho mai visto soffrire quell’altro che, avendo conosciuto l’esaltazione dell’amore e avendo poi cessato d’amare, ha perduto la sorgente delle sue gioie. La stessa cosa avviene per colui che in un primo tempo era commosso dal poema mentre ora il poema lo annoia. Dove la vedi la sua sofferenza? E’ lo spirito che dorme e l’uomo non esiste più. Perché il vuoto interiore non è rimpianto. Il rimpianto dell’amore è sempre amore... e se non c’è più amore non lo si può rimpiangere. Tu non senti più che quel vuoto proprio delle cose poiché esse non hanno più nulla da darti. Anzi le cose materiali della mia vita crollano nell’istante in cui la loro chiave di volta cede, ed è la sofferenza della perdita. Ma come avrei potuto conoscerla dal momento che solo ora mi appare la vera chiave di volta, dal momento che solo ora comprendo che quelle cose materiali non hanno mai avuto un valore maggiore di quello che hanno adesso? E come potrei conoscere il vuoto interiore dal momento che si è costruita una basilica, la si è terminata e infine illuminata per i miei occhi?”

“Geometra, che cosa mi dici? La madre può piangere ricordando il bimbo morto”.

“Certo, nell’istante in cui muore, poiché le cose perdono il loro senso. Il latte monta al seno della madre e il bambino non c’è più. Ti pesa la confidenza destinata alla fidanzata e la fidanzata non c’è più. Se la tua proprietà è venduta e smembrata che te ne farai dell’amore per la proprietà? E’ l’ora della trasformazione, che è sempre dolorosa. Ma tu ti sbagli, poiché le parole confondono gli uomini. Viene l’ora in cui le cose passate prendono il loro vero significato, quello di farti divenire. Viene l’ora in cui ti senti arricchito per aver un giorno amato. Ed è la dolce malinconia. Viene il giorno in cui la madre invecchiata ha un volto più commovente e l’animo più sereno, anche se non osa confessare, tanto grande è la paura delle parole, che le è dolce ricordare il figlioletto morto. Hai mai sentito una madre dirti che avrebbe preferito non averlo conosciuto, non averlo allattato, non averlo amato?”

Il geometra dopo un lungo silenzio mi disse ancora: “Così la mia vita, ben ordinata dietro le mie spalle, ora è già un ricordo...”.

“Ah! Geometra, amico mio, mostrami la verità che ti rende l’animo così sereno...”.


“Conoscere una verità forse non significa altro che scoprirla in silenzio.

Conoscere la verità forse significa avere diritto al silenzio eterno.

Sono solito dire che l’albero è vero quando è una determinata relazione tra le sue parti.

Dopo l’albero viene la foresta, che è una determinata relazione tra gli alberi.

Poi la proprietà, che è una determinata relazione tra gli alberi, le pianure e gli altri componenti la proprietà.

Poi l’impero che è una determinata relazione tra la proprietà, le città e le altre cose che compongono l’impero.

Poi viene Dio, che è una relazione perfetta tra gli imperi e tutto quanto esiste al mondo. Dio è vero quanto l’albero, anche se più difficile da scoprire.

E non mi pongo più altri interrogativi.

 

Ho compreso la grande verità della permanenza.

Perché tu non hai niente da sperare se nulla dura più di te. Mi ricordo di quella tribù che onorava i propri morti. Le pietre tombali di ogni famiglia accoglievano una dopo l’altra i morti. Esse erano là e stabilivano questa permanenza.

“Siete felici?”, avevo chiesto loro.

“E come non esserlo, dal momento che sappiamo dove andremo a riposare?...”.


Come la cattedrale è un certo ordinamento di pietre tutte uguali ma distribuite secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore, così vi è un cerimoniale delle mie pietre. E la cattedrale è più o meno bella.

Come la liturgia dell’anno è un certo ordinamento di giorni in un primo tempo tutti uguali, ma distribuiti secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore (ci sono così dei giorni in cui devi digiunare, altri in cui sei invitato a rallegrarti, altri ancora in cui devi lavorare e sono le mie linee di forza quelle che incontri), così vi è un cerimoniale dei giorni. E l’anno è più o meno vivo.

Allo stesso modo vi è un cerimoniale dei lineamenti dei volto.

E il volto è più o meno bello.

E un cerimoniale del mio esercito, poiché questo atto ti è possibile, ma non quest’altro che ti fa incontrare le mie linee di forza. E tu sei soldato di un esercito. E l’esercito è più o meno forte.

Esiste così un cerimoniale del mio villaggio: ecco il giorno di festa o le campane a morto o l’epoca della vendemmia o il muro da costruire insieme o la comunanza nella carestia e la spartizione dell’acqua nel periodo di siccità. Quell’otre pieno non è solo per te. Ecco, sei di una patria. E la patria è più o meno fervente.

 

Non conosco nulla al mondo che non sia innanzi tutto cerimoniale. Infatti non ti dice nulla una cattedrale senza architettura, un anno senza feste, un volto senza proporzioni, un esercito senza regolamenti, né una patria senza usanze.

Non sapresti che fartene dei tuoi materiali sparsi.

Perché mi dici che questi oggetti sparsi sono una realtà e che il cerimoniale è un’illusione, dal momento che l’oggetto stesso è un cerimoniale delle sue parti? Perché secondo te l’esercito sarebbe meno reale di una pietra? Ma io ho chiamato pietra un certo cerimoniale della polvere di cui essa è composta, e l’anno il cerimoniale dei giorni. Per qual motivo l’anno dovrebbe essere meno vero della pietra?

Certo, è bene che gli individui prosperino, si nutrano, si vestano e non soffrano molto. Ma essi muoiono nella loro sostanza e non sono più che pietre sparse se tu non fondi nell’impero un cerimoniale degli uomini.

 

Perché altrimenti l’uomo non è più nulla.

E se tuo fratello muore, non lo piangerai più di quanto pianga il cane quando un altro cane della medesima figliata affoga.

Ma non trarrai neanche alcuna gioia dal ritorno di tuo fratello.

Perché il ritorno del fratello deve essere come un abbellimento dei tempio, e la morte del fratello come un crollo nel tempio.


Preghiera della solitudine.

 

“Abbiate pietà di me, Signore, perché la solitudine mi pesa.

lo non attendo nulla. Eccomi in questa stanza nella quale nulla mi parla. E tuttavia non sollecito delle presenze, poiché mi sento ancora più sperduto tra la folla.

Ma quest’altra donna che è sola come me in una camera simile alla mia, ha il cuore che trabocca di gioia se quelli che ama attendono alle proprie faccende in un’altra parte della casa. Essa non li sente né li vede. Non riceve nulla da loro sul momento. Ma per essere felice le basta sapere che la sua casa è abitata”.

 

“Signore, nemmeno io chiedo di vedere e di sentire qualcosa. I vostri miracoli non sono per i sensi. Ma per guarirmi basta che m’illuminiate sulla mia dimora”.

 

“Il viaggiatore nel deserto, se è di una casa abitata, anche se la sa ai confini del mondo se ne rallegra. Nessuna distanza gli impedisce di sentirsi nutrito da essa, e se muore, muore nell’amore...”.

 

“Signore, non chiedo nemmeno che la mia dimora sia vicina”.

 

“Il passante che è stato colpito da un volto tra la folla, ecco si trasfigura, anche se il volto non è per lui. Così avviene di quel soldato innamorato della regina. Egli diviene il soldato di una regina”.

 

“Signore, non chiedo neppure che questa dimora mi sia promessa”.

 

“In alto mare ci sono degli uomini ardenti votati ad un’isola che non esiste. Questi naviganti cantano il cantico dell’isola e si sentono felici. Non è l’isola che li riempie di gioia, ma il cantico”.

 

“Signore, non chiedo neppure che questa dimora si trovi in qualche luogo”.

 

“Signore, la solitudine è frutto dello spirito quando è malato. Esso ha una sola patria, che dà un senso alle cose, così come il tempio dà un senso alle pietre. Lo spirito non ha ali se non per questo spazio. Esso non si rallegra per degli oggetti, ma per il volto che si legge in trasparenza e che li lega insieme.

Concedetemi allora, Signore, che io impari a leggere, semplicemente.

Sarà la fine della mia solitudine”.


Ho compreso così quale fosse la sola fontana nella quale la mente e il cuore potessero dissetarsi, il solo alimento adatto, il solo patrimonio da difendere.

Ho compreso che bisognava ricostruire là dove avevi dilapidato. Poiché ora che sei seduto tra un cumulo di macerie, se l’animale è soddisfatto, l’uomo in te è minacciato dalla fame senza sapere di che cosa abbia fame, poiché sei anche fatto in un modo per cui il bisogno di nutrimento deriva dal nutrimento, e se una parte in te è mantenuta in uno stato di debolezza e di sonnolenza per mancanza di cibo o d’esercizio, tu non richiedi né questo esercizio né questo cibo.

Perciò non saprai mai, se nessuno scende verso di te dalla montagna, quale sia la via giusta che ti salverà. Così come non saprai, anche se si cerca di convincerti, quale uomo nascerà da te o vi si risveglierà dal momento che non esiste ancora.

Ecco perché la mia costrizione è come il potere che ha l’albero di assorbire il pietrame.

 

Tu non riceverai alcun segno poiché il contrassegno della divinità della quale desideri un indizio è il silenzio stesso.

Le pietre non sanno nulla del tempio che compongono e non possono sapere nulla. Neppure il pezzo di corteccia sa nulla dell’albero che compone con altri pezzi di corteccia. Neppure l’albero, o la tal casa, della proprietà che compone con altri alberi e altre case. E neppure tu di Dio. Perché occorrerebbe che il tempio apparisse alla pietra o l’albero alla corteccia, la qual cosa non ha senso poiché la pietra non ha un linguaggio per esprimerlo. Ogni cosa possiede un suo linguaggio.

Fu questa la mia scoperta dopo quel viaggio verso Dio.

 

Sempre solo, rinchiuso in me stesso, non ho alcuna speranza di uscire da solo dalla mia solitudine. La pietra non ha alcuna speranza di essere altra cosa che una pietra. Ma collaborando, essa si unisce alle altre pietre e diviene tempio.

lo non ho più la pretesa di veder apparire l’arcangelo perché o è invisibile o non esiste. Quelli che sperano di scorgere un indizio di Dio fanno di Dio l’immagine di se stessi che vedono riflessa nello specchio. Ma unendomi al mio popolo, io sento dentro di me un calore che mi trasfigura. E’, questo, il contrassegno di Dio. Perché una volta stabilito, il silenzio è vero per tutte le pietre.

Perciò fuori di ogni comunità io stesso non conto nulla e non sarò mai appagato.

Lasciatemi dunque essere un chicco di grano e giacere nel granaio per tutto l’inverno.


Se vuoi comprendere la parola felicità devi considerarla come ricompensa e non come fine, poiché allora non avrebbe alcun significato.

Allo stesso modo so che una cosa è bella, ma rifiuto la bellezza come fine.

Hai forse sentito lo scultore dire “Da questa pietra caverò fuori la bellezza?”. Quelli che sono pervasi da lirismo vuoto sono scultori da strapazzo. Ma il vero scultore lo sentirai dire: “Cerco di trarre dalla pietra qualche cosa che somigli a quello che sento dentro di me. lo non lo so esprimere se non tagliando la pietra”.

Sia che il volto finito sembri vecchio e grave, sia che presenti una maschera deforme, sia che raffiguri una giovane dormiente, se lo scultore è grande dirai ugualmente che l’opera è bella. Perché nemmeno la bellezza è un fine ma una ricompensa.

Mi è sempre sembrato che la felicità fosse un contrassegno della loro perfezione e della qualità del loro cuore. Soltanto alla donna che può dirti: “Mi sento talmente felice”, apri la tua casa per tutta la vita, giacché la felicità che traspare dal suo viso è il contrassegno della sua qualità in quanto è la felicità d’un cuore ricompensato.

“Perciò non chiedere a me, capo di un impero, di conquistare la felicità per il mio popolo. Non chiedere a me, scultore, di correre dietro alla bellezza: mi siederò non sapendo dove correre. La bellezza diviene in tal modo la felicità. Chiedimi soltanto di fabbricare loro un’anima nella quale possa ardere un simile fuoco”.


Mi venne il gusto della morte e dicevo a Dio:

“Dammi la pace delle stalle, delle cose ordinate, delle messi mature. Lasciami essere perché ho finito di divenire. Sono stanco dei turbamenti del mio cuore. Sono troppo vecchio per cominciare a formare tutti i miei rami. Sono carico di tesori inutili come una musica che non sarà mai più compresa”.

“Ho iniziato la mia opera nella foresta con la scure del boscaiolo, ed ero ebbro del cantico degli alberi. Così, per essere giusto, è necessario rinchiudersi in una torre. Ma ora che ho osservato gli uomini da vicino, mi sento stanco”.

“Appari a me, Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il gusto di Dio”. “Signore, gli dissi, istruiscimi”.

“Signore, gli dissi, scorgendo un corvo nero sopra un albero vicino, io mi rendo conto che il silenzio si addice alla tua Maestà. Tuttavia ho bisogno di un indizio. Quando avrò terminato la mia preghiera, ordina a quel corvo di volare via. Allora sarà come se un altro mi facesse un cenno e io non sarò più solo al mondo. Sarò legato a te per mezzo di un cenno confidenziale, anche se oscuro. lo chiedo soltanto che mi sia rivelato che forse c’è qualcosa da capire”.

Osservavo il corvo. Ma esso rimaneva immobile. Allora mi prostrai davanti alla roccia.

“Signore, gli dissi, tu hai certamente ragione. Non s’addice alla tua Maestà la sottomissione alle mie consegne. Se il corvo fosse volato via mi sarei rattristato ancora di più. Perché un cenno simile l’avrei potuto avere soltanto da un mio pari, quindi ancora da me stesso, come un riflesso del mio desiderio. E avrei incontrato nuovamente la mia solitudine”.

Perciò, dopo essermi prostrato, ritornai sui miei passi.

Ma accadde un fatto strano: alla mia disperazione subentrò una serenità inattesa e singolare. Affondavo nel fango della strada, mi scorticavo tra i rovi, lottavo contro le raffiche di vento, eppure in me si diffondeva una luce serena. Poiché non sapevo nulla ma non c’era nulla che potessi capire senza provare disgusto. Non avevo toccato Dio, poiché un dio che si lasci toccare non è più un dio, né se esaudisce le preghiere.

Per la prima volta capivo che la grandezza della preghiera consiste in questo: nel rimanere senza risposta e nel non essere un vile commercio. Capivo che il noviziato della preghiera è il noviziato del silenzio e che l’amore inizia soltanto là dove non si attende più alcun dono in cambio. L’amore è innanzitutto esercizio della preghiera e la preghiera è esercizio del silenzio.

Ed io e loro non eravamo più che una preghiera fondata sul silenzio di Dio.


Era ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: “La costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici...”.

Che cosa pensava dunque degli uomini questo gottoso? lo, se volessi costruire una casa per i miei veri amici, non saprei fabbricarla abbastanza grande poiché non conosco un uomo al mondo che non sia in parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Anche quel tale a cui faccio tagliare la testa potrei trasformarlo in mio amico se sapessimo porre fine alle divisioni degli uomini. Saprei fare un amico anche di chi mi odia in apparenza e mi farebbe tagliare la testa se potesse. E non credere che si tratti dì una commozione facile, né d’indulgenza, né di una aspirazione ignobile, di una simpatia volgare, poiché io rimango duro, inflessibile e silenzioso. Ma pensa che sono numerosi i miei amici sparsi un po’ dovunque e che riempirebbero la mia dimora se insegnassi loro a camminare.

Ma che cosa intende per amico vero costui se non colui al quale potrebbe affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato,

l'amicizia allora non è altro che lealtà di domestico,

ovvero colui al quale potrebbe chiedere un favore,

e l'amicizia non è altro che un vantaggio ricavato dagli uomini,

ovvero colui che all’occorrenza prenderebbe le sue difese?

  L’amicizia allora è un segno di ossequio.

 

lo disprezzo i calcoli e dico mio amico quell’essere che ho intravisto nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua ganga, ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha riconosciuto e sorriso, anche se più tardi dovrà tradirmi.

 

Ti parlerò perciò dell’ospitalità.

Se apri la porta della tua casa al viandante e lui si siede accanto al fuoco, non rimproverargli di non essere diverso da com’è. Non giudicarlo. Perché ciò di cui aveva fame era soprattutto di trovarsi là in qualche luogo, presso qualcuno, col suo carico, il suo bagaglio di ricordi, il suo respiro affannoso e il suo bastone posato in un canto. Era di stare là nel calore e nella pace del tuo volto, con tutto il suo passato ormai inutile, con tutte le pecche messe a nudo. La sua stampella egli non la sente più poiché non gli chiedi di danzare. Allora si rinfranca e beve il latte che gli versi, mangia il pane che gli spezzi, e il sorriso che gli rivolgi è un manto tiepido come il sole per un cieco.

Per quale ragione lo ritieni indegno del tuo sorriso? Che cosa credi di dargli se non gli dai l’essenziale, l’ospitalità, quella stessa ospitalità che rende così nobili i tuoi rapporti con il più mortale nemico? Quale riconoscenza prevedi di avere da lui attraverso il fardello dei tuoi doni? Egli non potrà che odiarti se se ne va da casa tua carico di debiti.


Ma viene l’ora in cui il pesce abbocca e il filo resiste.

Viene l’ora in cui quello che volevi dire non l’hai detto per via di un’altra parola che tenevi in serbo, poiché volevi dire anche questo, cosicché queste due verità ti resistono.

Così non dare mai retta a coloro che vogliono aiutarti consigliandoti di rinunciare alle tue aspirazioni.

Ormai la conosci la tua vocazione poiché essa pesa in te.

Se la tradisci deformi te stesso perché essa è come un albero nascente e non una trovata, poiché è soprattutto il tempo che esercita una grande funzione: per te si tratta di diventare un altro e di scalare una montagna irta di difficoltà. Perché l’essere nuovo che è unità ricavata dalla disparatezza delle cose non rappresenta per te la soluzione di un enigma, ma il superamento delle contraddizioni e la guarigione dalle ferite. Il suo potere lo conoscerai soltanto quando sarai divenuto.

Ecco perché ho sempre onorato nell’uomo, come divinità troppo spesso dimenticate, soprattutto il silenzio e la calma.

 

Perché ho capito.

Il bruco muore quando forma la propria crisalide. La pianta muore quando tallisce.

Chiunque muta conosce la tristezza e l’angoscia. In lui tutto diviene inutile. Chiunque muti non è che cimitero e rimpianti.

Non si guarisce il bruco, né la pianta, né il bambino che diventa adulto e pretende, per poter ritrovare la felicità, di ritornare alla fanciullezza e di veder restituiti ai giochi che ora l’annoiano i loro colori, alle braccia materne la loro dolcezza e al latte il suo sapore.

Ma i giochi hanno perso i loro colori, le braccia materne non sono più un rifugio e il latte non ha più sapore, ed egli continua la sua strada, tristemente.

Il bambino che si è fatto grande e che ha perso il sostegno della madre non avrà pace finché non avrà trovato la sua donna. Solo lei gli ridarà la tranquillità.


Io ti parlerò del fervore poiché dovrai passare a molti rimproveri.

Così tua moglie ti rimprovererà continuamente di offrire il tuo amore ad altri. Perché secondo l’uomo quello che è dato a uno viene sottratto ad un altro. E’ la dimenticanza di Dio e l’uso dei beni che ci hanno fatti così.

Perché in realtà ciò che tu dai non ti diminuisce, anzi ti accresce nelle tue ricchezze da distribuire.

Allo stesso modo, chi ama tutti gli uomini in Dio ama molto di più ciascun uomo di chi non ne ama che uno solo ed estende semplicemente al suo complice il miserabile campo della propria persona.

Così chi affronta in lontana terra i pericoli delle armi dona alla donna amata senza che ella lo sappia, poiché le offre qualcuno che esiste, più di quanto le dia colui che la culla giorno e notte ma non esiste.

 

Non fare economie, perché non è merce quella che si risparmia quando si tratta di movimenti del cuore. Donare significa gettare un ponte sull’abisso della tua solitudine.

 

Non confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore. Perché se amo Dio me ne vado a piedi sulla strada zoppicando per portarlo agli altri uomini. Non riduco il mio Dio in schiavitù. lo mi nutro di tutto ciò che egli concede agli altri. In tal modo so riconoscere chi ama veramente dal fatto che egli non può essere danneggiato.

Colui che muore per l’impero, l’impero non lo può danneggiare. Si può parlare dell’ingratitudine del tale o del tal altro, ma chi ti potrebbe parlare dell’ingratitudine dell’impero? L’impero è costruito con le tue offerte, e che sordido calcolo sarebbe il tuo se ti preoccupassi di ricevere una ricompensa dall’impero! Colui che ha dato la sua vita per il tempio e ha barattato se stesso col tempio amava veramente, ma in che modo potrebbe sentirsi danneggiato dal tempio?

L’amore vero inizia là dove non attendi più nulla in cambio. E se l’esercizio della preghiera si rivela così importante per insegnare all’uomo l’amore degli uomini, ciò avviene soprattutto perché essa non ottiene risposta.

Il vostro amore è basato sull’odio poiché fate della donna o dell’uomo i vostri schiavi considerandoli dei beni di cui solo voi dovete godere e cominciate a odiare, come i cani quando girano attorno al truogolo, chiunque adocchia il vostro pasto.

Voi chiamate amore questo pasto da egoista. Appena l’amore vi è concesso, di questo dono spontaneo, come nelle false amicizie, fate una servitù e una schiavitù, e dal momento in cui siete amati cominciate a scoprirvi danneggiati e a infliggere agli altri, per meglio asservirli, il triste spettacolo della vostra sofferenza. Voi soffrite veramente ed è proprio questa sofferenza che mi disgusta. Per quale motivo secondo voi dovrei ammirarla?

Certo anch’io quand’ero giovane ho camminato su e giù sulla mia terrazza per via di qualche schiava fuggita nella quale leggevo la mia guarigione. Avrei sollevato eserciti interi per riconquistarla. E per possederla avrei gettato ai suoi piedi intere province.

Ma Dio mi è testimone che non ho mai confuso il senso delle cose e che non ho mai definito amore, anche se metteva in gioco la mia vita, questa ricerca della preda.


 

L'amicizia io la riconosco dal fatto che non può essere delusa e riconosco l’amore vero dal fatto che non può essere oltraggiato.

Se qualcuno viene a dirti:

“Ripudia quella donna perché ti disonora...”,

ascoltalo con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché chi ha il potere di disonorarti?

E se qualcuno viene a dirti:

“Ripudiala, tanto tutte le tue cure sono inutili...”,

ascoltalo con indulgenza ma non mutare il tuo comportamento, poiché un giorno hai fatto la tua scelta.

Se ti possono rubare ciò che ricevi, chi ha il potere di rubarti quello che offri?

E se qualcun altro viene a dirti:

“Qui hai dei debiti. Qui non ne hai. Qui si riconoscono i tuoi meriti. Qui sono beffeggiati”,

tappati le orecchie per non sentire simili calcoli.

A tutti costoro dovrai rispondere:

“Amarmi significa anzitutto collaborare con me”.


Anch’io nella mia giovinezza ho atteso l’arrivo di quella fidanzata che mi conducevano come sposa al seguito di una carovana partita da frontiere così lontane che gli uomini erano invecchiati durante il viaggio.

Non hai mai visto una carovana invecchiare?

Quelli che si presentarono alle sentinelle del mio impero non avevano conosciuto la loro patria, poiché coloro che avrebbero potuto rievocarne il ricordo erano morti durante il viaggio e l’uno dopo l’altro erano stati seppelliti lungo il cammino.

Quelli che ritornarono non possedevano altro che ricordi di ricordi e le canzoni che avevano imparate dai loro padri non erano che leggende di leggende.

Hai forse conosciuto un miracolo più prodigioso dell'avvicinarsi di quella nave che è stata costruita dall’equipaggiata in alto mare?

La ragazza che sbarcarono da una cassa d’oro e d’argento e che, sapendo parlare, poteva pronunciare la parola “fontana”, sapeva bene che proprio di una fontana si era trattato un tempo, nei giorni felici, e lei diceva questa parola come una preghiera che non può essere esaudita, poiché si prega Dio così, per via del ricordo degli uomini.

Ancora più sorprendente era che sapesse danzare, e questa danza le era stata insegnata tra le selci e i rovi, e lei sapeva bene che la danza è una preghiera che può sedurre i re, ma che nella vita del deserto non può essere esaudita.

Così avviene, fino alla morte, per la tua preghiera, che è una danza eseguita per toccare un dio.

Ma la cosa più sorprendente era questa: che essa portava con sé tutto quello che le doveva servire in un altro luogo. E i seni tiepidi come colombe per l’allattamento. E il ventre liscio per dare figli all’impero. Era giunta tutta pronta, come un seme alato attraverso il mare, così ben plasmata, così ben formata, così candidamente incantata da quei beni che non le erano mai serviti, come te con i tuoi meriti successivi, le tue azioni e i tuoi ammaestramenti che non ti serviranno se non nell'ora della morte, quando sarai finalmente divenuto; essa si era così poco servita, non solo del ventre e dei seni che erano vergini, ma anche delle danze per sedurre i re, delle fontane per bagnare le labbra e dell'arte di comporre i mazzi non avendo mai visto dei fiori, che, giungendo a me nella sua totale perfezione, non poteva più far altro che morire.


Non conosco nulla di veramente grande se non nel guerriero che depone le armi e culla il bambino, o nello sposo che fa la guerra.

Non si tratta di oscillare da una verità all’altra, non si tratta di una cosa valida solo per un determinato tempo. Ma di due verità che non hanno valore se non congiunte. E’ come guerriero che fai l’amore e come amante che fai la guerra.

Ma colei che ti ha conquistato per le sue notti, avendo conosciuto la dolcezza del tuo letto, si rivolge a te, la sua estasi, e ti dice: “I miei baci non sono dunque dolci? La nostra casa non è forse riposante? Le nostre serate non sono forse belle?”. E tu ne convieni con un sorriso. “Allora, essa dice, resta accanto a me per sostenermi. Quando ti verrà il desiderio non avrai che da tendere le braccia e io mi piegherò verso di te sotto il tuo semplice peso