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L’amico
è innanzi tutto colui che non giudica. L’amico
è colui che apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo
bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la
sua danza. E se il viandante parla della primavera ormai sopraggiunta,
l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli
racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene,
l’amico soffre con lui la fame. Perché, come ti ho detto, l’amico
nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che
forse non aprirebbe mai per nessun altro. Il tuo amico è un amico vero e
tutto quello che dice è vero. L’amico
nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che
volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, poiché
allora l’unione è fatta, anche se lui è un bottegaio mentre io sono
un capitano, oppure è un giardiniere mentre io sono un marinaio. L’ho incontrato al di sopra
delle nostre divisioni e sono divenuto il suo amico. Io posso tacere accanto a lui, cioè
non avere alcun timore per i miei giardini interiori, le mie montagne, i
miei precipizi e i miei deserti, poiché lui non vi metterà mai piede. Tu, amico mio, quello che ricevi
da me con amore è come un ambasciatore del mio regno interiore. Tu lo
tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici. Mi hai mai visto,
quando ricevevo degli ambasciatori, tenerli in disparte o respingerli
perché agli estremi confini del loro impero, a mille giornate di marcia
dal mio, gli uomini si nutrono di cibi che non mi piacciono, ovvero
perché i loro costumi sono diversi dai miei? L’amicizia è innanzi
tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra
delle divisioni particolari. Non posso rimproverare nulla a chi
troneggia alla mia mensa. Perché sappi che l’ospitalità,
la cortesia e l’amicizia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Che
cosa andrei a fare nel tempio di un dio che discutesse sulla statura e
sulla corpulenza dei fedeli, oppure nella casa di un amico che non
accettasse le mie stampelle e pretendesse di farmi danzare per
giudicarmi? Incontrerai fin troppi giudici per
il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti,
lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la
tempesta che scolpisce il cedro. Sappi che Dio, quando entrerai nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie. Ho
meditato a lungo sull’accettazione della morte. Ma
tu mi dici che essa è in contrasto con l’istinto. Infatti
l’istinto ti spinge a fuggire la morte e l’esperienza ti dimostra
che tutti gli animali lottano per sopravvivere. “L’istinto
della sopravvivenza, mi dici, domina ogni altro istinto. La vita
presente è un bene inestimabile e io ho il dovere di
salvaguardarlo”. Certo
è che tu combatterai eroicamente per salvarti. Dimostrerai coraggio
nell'assedio, nella conquista o nel saccheggio. Ma non andrai a morire
in silenzio nell’accettazione segreta del dono di te stesso. Tuttavia
ti mostrerò quel padre che si è tuffato istintivamente nei gorghi
del fiume poiché suo figlio sta per affogare e il suo volto, sempre
più pallido, appare ancora ad intervalli, simile alla luna quando
appare tra gli squarci della nube. lo ti dirò : “Quel padre dunque
non è dominato dall’istinto di vivere...”. “Sì,
risponderai, ma l’istinto va oltre. Esso vale tanto per il padre
quanto per il figlio. Vale per la guarnigione che delega i suoi
membri. Il padre è legato al figlio...”. La
tua risposta è plausibile, complessa e verbosa. Ma io ti dirò ancora
per istruirti: “E’
chiaro che esiste un istinto verso la vita. Ma non è che un aspetto
di un istinto più forte. L’istinto essenziale è quello della
permanenza. Chi è stato costruito nell’attaccamento alla vita,
cerca la sua stabilità nella conservazione della propria carne. Chi
è stato costruito nell’amore filiale, cerca la sua stabilità nel
salvataggio del figlio. E chi è stato costruito nell’amore in Dio
cerca la propria stabilità nella sua ascesa in Dio. Tu non cerchi
quello che ignori, cerchi di salvare le condizioni della tua grandezza
nella misura in cui la senti. Cerchi di salvare le condizioni dei tuo
amore nella misura in cui ami. Io posso barattare la tua vita con
qualcosa che la trascende senza che nulla ti venga sottratto”. Io
ti parlerò e tu riceverai da me un cenno. Ti ridarò le tue divinità.
Certuni hanno creduto negli angeli, nei demoni, negli spiriti. Ed era
sufficiente immaginarli perché agissero. Parimenti, dal momento in
cui l’hai formulata, la carità comincia a conquistare il cuore
degli uomini. Tu
possedevi una fontana. Non
soltanto quella pietra dell’orlo logorata dalle generazioni, il
secchio grondante la provvista già ammassata nel serbatoio come la
frutta nel cestello (e i tuoi buoi vanno all’abbeveratoio a saziare
la loro sete con acqua già raccolta); non
soltanto l’acqua e il mormorio dell’acqua e il silenzio della
riserva e la freschezza dell’acqua limpida nel palmo delle mani; non
soltanto la notte sull’acqua tremolante di stelle, dolce e
dissetante, affinché essa sia una in lei e distribuendola in questa
pietra e in quest’altra, in questo pozzo e in quel condotto, in
questo rigagnolo e in quella lunga fila di buoi, non la dissolva in
materiali diversi. Perché
è necessario che tu ti rallegri delle fontane. Io
popolerò la tua notte di fontane. Basta
che ridesti in te il ricordo della sorgente, anche se lontana. Come
potrei essere meno ragionevole, offrendoti il diamante puro o
l’oggetto dorato, che non valgono nulla per il loro uso e valgono
invece per la festa promessa o per il ricordo di quella festa? Ecco
posso dirti: “La fontana del tuo villaggio...”, così
ridestare il tuo cuore e insegnarti a poco a poco quella marcia verso
Dio, che può, essa sola, appagarti, poiché di indizio in indizio
giungerai a Lui, che si legge attraverso la trama, Lui il senso del
libro di cui ti ho detto le parole, Lui la Sapienza, Lui che è, Lui
che ti ripaga tutto, poiché, grado per grado, lega i tuoi materiali
per trarre da essi il loro significato, Lui,
Dio, che è anche Dio dei villaggi e delle fontane.
Io
disprezzo quel padre che denigra il figlio che ha peccato. Il figlio
gli appartiene. E’
necessario che egli lo rimproveri e lo condanni, punendo così se
stesso se l’ama, e che gli dica il fatto suo, non che vada
lamentarsi di lui di casa in casa. Perché così facendo, se cessa di
essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel
sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti. lo
li ho sempre creduti poveri coloro che non sapevano più con chi
fossero solidali. Ho
sempre osservato che essi cercavano una loro religione, un loro
gruppo, un loro senso, e che facevano la questua per essere accolti.
Ma non incontravano che un’accoglienza apparente. Non c’è
accoglienza vera se non nelle radici. Perché tu chiedi di essere ben
piantato, stracarico di diritti e di doveri, e responsabile. Ma non ti
assumi l’impegno di essere un uomo nella vita così come ti assumi
l’impegno dì essere un muratore in un cantiere ingaggiato da un
aguzzino. Eccoti vuoto se diventi un disertore. Mi
piace quel padre, che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato,
si mette in lutto e fa penitenza. Perché il figlio gli appartiene. Ma
siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà. Non
conosco alcuna strada avente un’unica direzione. Se rifiuti di
essere responsabile delle disfatte, non potrai esserlo delle vittorie. Se
tu l’ami, la donna della tua casa, tua moglie, ed essa pecca, non
andare a mischiarti alla folla per giudicarla. Essa ti appartiene e in
primo luogo giudicherai te stesso poiché sei responsabile per lei. Il
tuo paese ha sbagliato? Io esigo che tu giudichi te stesso: tu sei di
quel paese. Quelli
che cessano di essere solidali con la propria moglie aizzano gli
estranei: “Guardate quel marciume, non mi appartiene più”. Ma non
esiste nulla con cui siano solidali. Costoro ti diranno di essere
solidali con gli uomini o con la virtù o con Dio. Ma queste non sono
che parole vuote, se non rappresentano un intreccio di legami. Dio
discende fino alla casa per trasformarsi in casa. E
per l’umile sacrestano che accende i ceri, Dio è il dovere di
accendere i ceri. E
per chi è solidale con gli uomini, l’uomo non è una semplice
parola del suo vocabolario: gli uomini sono coloro dei quali egli è
responsabile. E’
troppo comodo evadere e preferire Dio all’accensione dei ceri. Però
io non conosco l’uomo, ma degli uomini. Non conosco la libertà, ma
degli uomini liberi. Non conosco la felicità, ma degli uomini felici.
Non conosco la bellezza, ma delle cose belle. Non conosco Dio, ma il
fervore dei ceri. Quelli
che inseguono l’essenza non come una nascita, rivelano soltanto la
loro vanità e il vuoto dei loro cuori. Essi non vivranno, poiché non
si vive né si muore per delle parole.
lo
condanno la tua vanità, ma non il tuo orgoglio, poiché se tu danzi
meglio di un altro per quale motivo dovresti screditarti umiliandoti
davanti a chi danza male? Esiste una forma d’orgoglio che è amore
della danza ben eseguita. Ma
l’amore della danza non è amore di te come danzatore. Tu trai il
tuo significato dalla tua opera, non è l’opera che si avvale di te.
Non troverai mai la tua compiutezza, se non nella morte. Soltanto la
vanitosa si sente soddisfatta, interrompe il suo incedere per
contemplarsi e si sprofonda nell’adorazione di se stessa. Essa non
può ricevere nulla da te, fuorché i tuoi applausi. Ora
noi disprezziamo tali appetiti, noi, gli eterni nomadi della marcia
verso Dio, poiché nulla di noi stessi ci può soddisfare. La
vanitosa ha fatto sosta in se stessa credendo di aver preso forma
prima dell’ora della morte. Ecco perché non può più né ricevere
né dare, proprio come i morti. Essere
umile di cuore non esige che ti umili, ma che ti apra. E’ questa la
chiave degli scambi. Solo allora potrai dare e ricevere. lo non saprei
distinguere l’una dall’altra queste due parole che indicano la
medesima strada. Essere umile non significa sottomettersi agli uomini,
ma a Dio. Cosi è per la pietra sottomessa non alle altre pietre, ma
al tempio. Quando ti rendi umile tu servi la creazione. La madre è
umile di fronte al bambino e il giardiniere è umile davanti alla
rosa. Se
tu giudichi la mia opera, desidero che me ne parli senza interpormi
nel tuo giudizio. Perché se scolpisco un volto, io mi trasformo in
questo volto e lo servo. Non è il volto che serve me. E infatti
accetto persino il rischio della morte per terminare l’opera
creativa. Perciò
non risparmiare le tue critiche per timore di colpirmi nella mia vanità,
giacché in me non c’è vanità. La vanità non ha senso per me
poiché non si tratta di me ma di questo volto. Ma
se per caso questo volto ti ha trasformato, avendo infuso in te
qualcosa, non lesinare neppure le tue testimonianze per timore di
offendere la mia modestia. Poiché in me non c’è modestia. Si
trattava di un tiro la cui direzione ci domina ma al quale è bene che
noi collaboriamo. lo
come freccia, tu come bersaglio.
I
funzionari dei mio impero mi spaventavano perché si dimostravano
ottimisti: “Va bene così, dicevano, tanto la perfezione è
irraggiungibile”. Certo,
la perfezione è irraggiungibile. Essa non ha altro significato se non
quello di stella che guida la tua marcia. E’ direzione e tendenza
verso. Ma quello che conta è soltanto la marcia e non vi sono
provviste. Poiché allora viene meno il campo di forza, che, esso
solo, ti anima ed eccoti come un cadavere. Se
uno trascura la stella, ciò significa che vuole sostare e dormire. Ma
dove sosti? Dove dormi? lo non conosco alcun luogo per riposare. Perché
se tal posto ti esalta, ciò significa che esso è l’obbiettivo
della tua vittoria. Ma una cosa è il campo di battaglia in cui
respiri questa nuova vittoria, un’altra è questa lettiera a cui
riduci la tua vittoria quando pretendi di vivere di quel riposo. Perché
tu hai semplificato a proposito della libertà e della costrizione. E
oscilli da una parola all'altra poiché la verità non si trova né in
una di esse né tra loro due, ma al di fuori di esse. Come puoi far
contenere in una sola parola la tua verità interiore? Le parole sono
come scatole fragili. Ma perché tu sia libero della libertà che
possiede quel cantante che improvvisa sullo strumento a corde, non
occorre forse che dapprima io ti eserciti le dita e ti insegni
l’arte del cantare? Il che significa lottare, accettare i
costringimenti e resistere. E
perché tu sia libero di quella libertà che possiede il montanaro,
non occorre forse aver esercitato i tuoi muscoli? Il che significa
lottare, accettare i costringimenti e resistere. E
perché tu sia libero di quella libertà che possiede il poeta, non
occorre forse aver esercitato la tua mente e forgiato un tuo stile? Il
che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere. Non
ricordi che la condizione della felicità non é mai la ricerca della
felicità? La
felicità, quando hai creato, ti è concessa come ricompensa. E le
condizioni della felicità sono la lotta, la costrizione e la
resistenza. Non
rammenti che la condizione della bellezza non è mai la ricerca della
bellezza? La
bellezza, quando la tua opera è compiuta, ti viene concessa come
ricompensa. E le condizioni della bellezza sono la lotta, la
costrizione e la resistenza. Così
come le condizioni della tua libertà. Esse non sono doni della libertà.
Tu ti adageresti, non sapendo dove andare. La
libertà, quando si è fatto di te un uomo, è la ricompensa di questo
uomo, che dispone di un regno nel quale esercitarsi. E le condizioni
della tua libertà sono la lotta, la costrizione e la resistenza. Perciò
io ti dirò che la condizione della tua fratellanza non è
l’uguaglianza, in quanto la fratellanza è un premio e
l’uguaglianza avviene in Dio. Così dell’albero che è un
ordinamento delle sue parti; ma quando mai vedi una di queste parti
primeggiare sulle altre? Così del tempio che è un ordinamento delle
sue parti. Se il tempio giace sulle sue fondamenta, esso si stringe
nella chiave di volta. E come puoi sapere quale delle due parti
prevalga sull’altra? Questo
l’ho scoperto in quelle famiglie dove il padre era rispettato e il
figlio maggiore proteggeva i più giovani, e dove il più giovane si
affidava al fratello maggiore. Allora erano liete le loro serate, le
loro feste e i loro ritorni. Ma se i componenti della famiglia sono
come materiali sparsi, se essi vivono semplicemente l’uno accanto
all’altro e si mescolano come palline, dov’è la loro fratellanza?
Appena uno di loro muore, viene sostituito da un altro poiché egli
non era necessario. lo
voglio sapere dove sei e chi sei per amarti. E
se io ti ho tirato fuori dalle onde del mare ti amerò di più proprio
per questo, perché sono responsabile della tua vita. Io
amo soltanto colui la cui morte mi procurerebbe un dolore straziante.
Venne
di nuovo a trovarmi quel profeta dallo sguardo duro che covava un
furore sacro e che per giunta era guercio. “Conviene
costringerli al sacrificio”, mi disse. “Certo”,
gli risposi, “perché è bene che si prelevi una parte delle loro
ricchezze dalle provviste impoverendoli un poco, ma arricchendoli del
significato che allora quelle ricchezze prenderanno. Poiché esse non
hanno alcun valore se non compongono un volto”. Ma
lui non ascoltava, accecato dall’ira: “E’
bene che s’immergano nella penitenza”, diceva. “Certo”,
gli risposi, “poiché se mancano di cibo nei giorni di digiuno
conosceranno la gioia di digiunare, ovvero diventeranno solidali con
quelli che sono costretti a digiunare o si uniranno a Dio dominando i
loro impulsi o eviteranno di diventare troppo grassi,
semplicemente”. Il
furore allora lo travolse: “Anzitutto è bene che siano puniti”. E
io compresi che egli non tollerava l’uomo se non incatenato, privato
del pane e della luce in fondo a una prigione. “Perché
è necessario estirpare in lui il male”, diceva. “Tu
rischi di estirpare tutto, gli risposi. Piuttosto di estirpare il male
non è forse preferibile accrescere il bene? E inventare le feste che
nobilitino l’uomo? E vestirlo di abiti che lo rendano meno sudicio?
E nutrire meglio i suoi figli affinché possano essere nobilitati
dall’insegnamento della preghiera senza immergersi nelle sofferenze
del loro ventre? Perché non si tratta di porre dei limiti ai beni
dovuti all’uomo, ma di salvare i campi di forza che determinano,
essi soli, il suo valore, e i volti che parlano alla sua mente e al
suo cuore. Quelli
che sono in grado di costruire delle barche, li farò navigare e
andare a pesca. Ma
quelli che sono in grado di varare delle navi, farò loro varare delle
navi e conquistare il mondo”. “Tu
dunque desideri corromperli con le ricchezze!”. “Tutto
quello che è provvista fatta non m’interessa e tu non hai capito
nulla”, gli risposi.
Perciò
io ti dico che per l’uomo quello che è soprattutto e innanzi tutto
è la tensione delle forze nelle quali è immerso, la propria densità
interiore che da esse deriva, il rumore dei suoi passi, l’attrazione
dei pozzi e l’asperità del pendio da scalare sulla montagna. E
se uno l’ha saputo scalare ed è salito sopra una cima rocciosa
scorticandosi le mani e le ginocchia, non penserai che la sua ebbrezza
sia mediocre come la gioia di quel sedentario che avendovi trascinato
un giorno di riposo il suo corpo fiacco, si sdraia sull’erba del
facile poggio di un colle tondeggiante. Ma
tu hai smagnetizzato tutto sciogliendo il nodo divino che lega le
cose. Perché
vedendo gli uomini tendere con tutte le loro forze verso i pozzi, hai
creduto che l’essenziale risiedesse nei pozzi e hai scavato dei
pozzi. Vedendo
gli uomini tendere verso il riposo del settimo giorno, hai
moltiplicato i giorni di riposo. Vedendo
gli uomini desiderare i diamanti, hai gettato loro un pugno di
diamanti. Vedendo
gli uomini temere il nemico, hai soppresso i loro nemici. Vedendo
gli uomini desiderare l’amore, hai costruito dei quartieri
riservati, grandi come capitali, dove tutte le donne si vendono. E
così ti sei dimostrato più stupido di quel vecchio giocatore di
bussolotti che cercava il proprio piacere in una messe di bussolotti
che gli schiavi facevano cadere per lui. lo
vi trasfiguro il mondo come fa il bambino con suoi tre sassolini, se dò
ad esso un significato diverso, un’altra funzione nel gioco. La
realtà per il bambino non risiede né nei sassolini né nelle regole
che non sono altro se non un tranello favorevole, ma soltanto nel
fervore derivante dal gioco. In cambio i sassolini sono come
trasfigurati. Che cosa faresti dei tuoi oggetti, delle tue case, dei
tuoi amori, dei rumori che senti e delle immagini che vedi se non
diventano materiali del mio invisibile palazzo che li trasfigura? Ma
coloro che non traggono alcun vantaggio dai loro beni poiché manca un
impero che li animi, si accaniscono contro questi stessi beni. “Come
mai la ricchezza non mi arricchisce?”, si lamentano costoro, e
pensano che basti accrescerla poiché non era ancora abbastanza
grande. E si accaparrano altre ricchezze che li contrariano ancor più. Ed
eccoli crudeli nella loro ineluttabile noia. Perché
non sanno che essi cercano un’altra cosa che non hanno trovata. Essi
hanno incontrato quel tale che appariva talmente felice mentre leggeva
una lettera d’amore. Sporgendo il capo dietro le sue spalle
osservano che egli trae la sua felicità da caratteri neri su pagina
bianca e ordinano ai loro servi di esercitarsi a comporre dei segni
neri su pagina bianca. E li sferzano poiché non riescono a trovare il
talismano che rende felici. Perché
per costoro non esiste nulla che faccia in modo che gli oggetti
abbiano una risonanza gli uni sugli altri. Essi vivono nel loro
deserto di pietre sparse. Ma
vengo io e con esse costruisco il tempio. E
le medesime pietre riversano su loro la beatitudine.
Quando
morirò. “Signore,
vengo a te poiché ho arato in tuo nome. A te la semina. lo ho
costruito questo cero. Tocca a te accenderlo. lo ho costruito questo
tempio. Tocca a te abitare il suo silenzio. Ho assunto questo
atteggiamento per esserne vivificato. E ho fabbricato un uomo secondo
le tue divine linee di forza affinché cammini. Tocca a te servirti
del veicolo se in esso trovi la tua gloria”. Così
dall’alto delle mura mandavo un profondo respiro. Mi
recai dunque da lui a passi lenti poiché gli volevo bene. “Geometra,
amico mio, io pregherò Dio per te”. Ma
egli era stanco per aver tanto sofferto. “Non preoccuparti per il
mio corpo. Ho una gamba e un braccio stecchiti, ecco sono come un
vecchio albero. Lascia fare al boscaiolo...”. “Non
rimpiangi nulla, geometra?”. “Che
cosa dovrei rimpiangere? lo serbo il ricordo di un braccio vigoroso e
di una gamba sana. Ma l’intera vita è una nascita. Uno si accetta
così com’è. Hai mai rimpianto la prima giovinezza, i quindici anni
o l’età matura? Questi sono rimpianti di un poeta da strapazzo. Non
si tratta di rimpianti, ma di una dolce malinconia, che non è
sofferenza, ma un profumo lasciato nel vaso da un liquore evaporato.
Certo, il giorno in cui perdi un occhio ti lamenti poiché ogni
perdita è dolorosa, Ma non vi è nulla di patetico in un uomo che
vive con un occhio solo. lo ho visto ridere i ciechi”. “Ci
si può ricordare della propria felicità...”. “E
dove la vedi la sofferenza in questo? Certo, ho visto quel tale
soffrire per la partenza di colei che amava e che dava un senso ai
suoi giorni, alle ore e alle cose. Egli soffriva poiché il suo tempio
crollava. Ma non ho mai visto soffrire quell’altro che, avendo
conosciuto l’esaltazione dell’amore e avendo poi cessato
d’amare, ha perduto la sorgente delle sue gioie. La stessa cosa
avviene per colui che in un primo tempo era commosso dal poema mentre
ora il poema lo annoia. Dove la vedi la sua sofferenza? E’ lo
spirito che dorme e l’uomo non esiste più. Perché il vuoto
interiore non è rimpianto. Il rimpianto dell’amore è sempre
amore... e se non c’è più amore non lo si può rimpiangere. Tu non
senti più che quel vuoto proprio delle cose poiché esse non hanno più
nulla da darti. Anzi le cose materiali della mia vita crollano
nell’istante in cui la loro chiave di volta cede, ed è la
sofferenza della perdita. Ma come avrei potuto conoscerla dal momento
che solo ora mi appare la vera chiave di volta, dal momento che solo
ora comprendo che quelle cose materiali non hanno mai avuto un valore
maggiore di quello che hanno adesso? E come potrei conoscere il vuoto
interiore dal momento che si è costruita una basilica, la si è
terminata e infine illuminata per i miei occhi?” “Geometra,
che cosa mi dici? La madre può piangere ricordando il bimbo morto”. “Certo,
nell’istante in cui muore, poiché le cose perdono il loro senso. Il
latte monta al seno della madre e il bambino non c’è più. Ti pesa
la confidenza destinata alla fidanzata e la fidanzata non c’è più.
Se la tua proprietà è venduta e smembrata che te ne farai
dell’amore per la proprietà? E’ l’ora della trasformazione, che
è sempre dolorosa. Ma tu ti sbagli, poiché le parole confondono gli
uomini. Viene l’ora in cui le cose passate prendono il loro vero
significato, quello di farti divenire. Viene l’ora in cui ti senti
arricchito per aver un giorno amato. Ed è la dolce malinconia. Viene
il giorno in cui la madre invecchiata ha un volto più commovente e
l’animo più sereno, anche se non osa confessare, tanto grande è la
paura delle parole, che le è dolce ricordare il figlioletto morto.
Hai mai sentito una madre dirti che avrebbe preferito non averlo
conosciuto, non averlo allattato, non averlo amato?” Il
geometra dopo un lungo silenzio mi disse ancora: “Così la mia vita,
ben ordinata dietro le mie spalle, ora è già un ricordo...”. “Ah!
Geometra, amico mio, mostrami la verità che ti rende l’animo così
sereno...”.
“Conoscere
una verità forse non significa altro che scoprirla in silenzio. Conoscere
la verità forse significa avere diritto al silenzio eterno. Sono
solito dire che l’albero è vero quando è una determinata relazione
tra le sue parti. Dopo
l’albero viene la foresta, che è una determinata relazione tra gli
alberi. Poi
la proprietà, che è una determinata relazione tra gli alberi, le
pianure e gli altri componenti la proprietà. Poi
l’impero che è una determinata relazione tra la proprietà, le città
e le altre cose che compongono l’impero. Poi
viene Dio, che è una relazione perfetta tra gli imperi e tutto quanto
esiste al mondo. Dio è vero quanto l’albero, anche se più
difficile da scoprire. E
non mi pongo più altri interrogativi. Ho
compreso la grande verità della permanenza. Perché
tu non hai niente da sperare se nulla dura più di te. Mi ricordo di
quella tribù che onorava i propri morti. Le pietre tombali di ogni
famiglia accoglievano una dopo l’altra i morti. Esse erano là e
stabilivano questa permanenza. “Siete
felici?”, avevo chiesto loro. “E
come non esserlo, dal momento che sappiamo dove andremo a
riposare?...”.
Come
la cattedrale è un certo ordinamento di pietre tutte uguali ma
distribuite secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore,
così vi è un cerimoniale delle mie pietre. E la cattedrale è più o
meno bella. Come
la liturgia dell’anno è un certo ordinamento di giorni in un primo
tempo tutti uguali, ma distribuiti secondo linee di forza la cui
struttura parla al cuore (ci sono così dei giorni in cui devi
digiunare, altri in cui sei invitato a rallegrarti, altri ancora in
cui devi lavorare e sono le mie linee di forza quelle che incontri),
così vi è un cerimoniale dei giorni. E l’anno è più o meno vivo. Allo
stesso modo vi è un cerimoniale dei lineamenti dei volto. E
il volto è più o meno bello. E
un cerimoniale del mio esercito, poiché questo atto ti è possibile,
ma non quest’altro che ti fa incontrare le mie linee di forza. E tu
sei soldato di un esercito. E l’esercito è più o meno forte. Esiste
così un cerimoniale del mio villaggio: ecco il giorno di festa o le
campane a morto o l’epoca della vendemmia o il muro da costruire
insieme o la comunanza nella carestia e la spartizione dell’acqua
nel periodo di siccità. Quell’otre pieno non è solo per te. Ecco,
sei di una patria. E la patria è più o meno fervente. Non
conosco nulla al mondo che non sia innanzi tutto cerimoniale. Infatti
non ti dice nulla una cattedrale senza architettura, un anno senza
feste, un volto senza proporzioni, un esercito senza regolamenti, né
una patria senza usanze. Non
sapresti che fartene dei tuoi materiali sparsi. Perché
mi dici che questi oggetti sparsi sono una realtà e che il
cerimoniale è un’illusione, dal momento che l’oggetto stesso è
un cerimoniale delle sue parti? Perché secondo te l’esercito
sarebbe meno reale di una pietra? Ma io ho chiamato pietra un certo
cerimoniale della polvere di cui essa è composta, e l’anno il
cerimoniale dei giorni. Per qual motivo l’anno dovrebbe essere meno
vero della pietra? Certo,
è bene che gli individui prosperino, si nutrano, si vestano e non
soffrano molto. Ma essi muoiono nella loro sostanza e non sono più
che pietre sparse se tu non fondi nell’impero un cerimoniale degli
uomini. Perché
altrimenti l’uomo non è più nulla. E
se tuo fratello muore, non lo piangerai più di quanto pianga il cane
quando un altro cane della medesima figliata affoga. Ma
non trarrai neanche alcuna gioia dal ritorno di tuo fratello. Perché
il ritorno del fratello deve essere come un abbellimento dei tempio, e
la morte del fratello come un crollo nel tempio.
Preghiera
della solitudine. “Abbiate
pietà di me, Signore, perché la solitudine mi pesa. lo
non attendo nulla. Eccomi in questa stanza nella quale nulla mi parla.
E tuttavia non sollecito delle presenze, poiché mi sento ancora più
sperduto tra la folla. Ma
quest’altra donna che è sola come me in una camera simile alla mia,
ha il cuore che trabocca di gioia se quelli che ama attendono alle
proprie faccende in un’altra parte della casa. Essa non li sente né
li vede. Non riceve nulla da loro sul momento. Ma per essere felice le
basta sapere che la sua casa è abitata”. “Signore,
nemmeno io chiedo di vedere e di sentire qualcosa. I vostri miracoli
non sono per i sensi. Ma per guarirmi basta che m’illuminiate sulla
mia dimora”. “Il
viaggiatore nel deserto, se è di una casa abitata, anche se la sa ai
confini del mondo se ne rallegra. Nessuna distanza gli impedisce di
sentirsi nutrito da essa, e se muore, muore nell’amore...”. “Signore,
non chiedo nemmeno che la mia dimora sia vicina”. “Il
passante che è stato colpito da un volto tra la folla, ecco si
trasfigura, anche se il volto non è per lui. Così avviene di quel
soldato innamorato della regina. Egli diviene il soldato di una
regina”. “Signore,
non chiedo neppure che questa dimora mi sia promessa”. “In
alto mare ci sono degli uomini ardenti votati ad un’isola che non
esiste. Questi naviganti cantano il cantico dell’isola e si sentono
felici. Non è l’isola che li riempie di gioia, ma il cantico”. “Signore,
non chiedo neppure che questa dimora si trovi in qualche luogo”. “Signore,
la solitudine è frutto dello spirito quando è malato. Esso ha una
sola patria, che dà un senso alle cose, così come il tempio dà un
senso alle pietre. Lo spirito non ha ali se non per questo spazio.
Esso non si rallegra per degli oggetti, ma per il volto che si legge
in trasparenza e che li lega insieme. Concedetemi
allora, Signore, che io impari a leggere, semplicemente. Sarà
la fine della mia solitudine”.
Ho
compreso così quale fosse la sola fontana nella quale la mente e il
cuore potessero dissetarsi, il solo alimento adatto, il solo
patrimonio da difendere. Ho
compreso che bisognava ricostruire là dove avevi dilapidato. Poiché
ora che sei seduto tra un cumulo di macerie, se l’animale è
soddisfatto, l’uomo in te è minacciato dalla fame senza sapere di
che cosa abbia fame, poiché sei anche fatto in un modo per cui il
bisogno di nutrimento deriva dal nutrimento, e se una parte in te è
mantenuta in uno stato di debolezza e di sonnolenza per mancanza di
cibo o d’esercizio, tu non richiedi né questo esercizio né questo
cibo. Perciò
non saprai mai, se nessuno scende verso di te dalla montagna, quale
sia la via giusta che ti salverà. Così come non saprai, anche se si
cerca di convincerti, quale uomo nascerà da te o vi si risveglierà
dal momento che non esiste ancora. Ecco
perché la mia costrizione è come il potere che ha l’albero di
assorbire il pietrame. Tu
non riceverai alcun segno poiché il contrassegno della divinità
della quale desideri un indizio è il silenzio stesso. Le
pietre non sanno nulla del tempio che compongono e non possono sapere
nulla. Neppure il pezzo di corteccia sa nulla dell’albero che
compone con altri pezzi di corteccia. Neppure l’albero, o la tal
casa, della proprietà che compone con altri alberi e altre case. E
neppure tu di Dio. Perché occorrerebbe che il tempio apparisse alla
pietra o l’albero alla corteccia, la qual cosa non ha senso poiché
la pietra non ha un linguaggio per esprimerlo. Ogni cosa possiede un
suo linguaggio. Fu
questa la mia scoperta dopo quel viaggio verso Dio. Sempre
solo, rinchiuso in me stesso, non ho alcuna speranza di uscire da solo
dalla mia solitudine. La pietra non ha alcuna speranza di essere altra
cosa che una pietra. Ma collaborando, essa si unisce alle altre pietre
e diviene tempio. lo
non ho più la pretesa di veder apparire l’arcangelo perché o è
invisibile o non esiste. Quelli che sperano di scorgere un indizio di
Dio fanno di Dio l’immagine di se stessi che vedono riflessa nello
specchio. Ma unendomi al mio popolo, io sento dentro di me un calore
che mi trasfigura. E’, questo, il contrassegno di Dio. Perché una
volta stabilito, il silenzio è vero per tutte le pietre. Perciò
fuori di ogni comunità io stesso non conto nulla e non sarò mai
appagato. Lasciatemi
dunque essere un chicco di grano e giacere nel granaio per tutto
l’inverno.
Se
vuoi comprendere la parola felicità devi considerarla come ricompensa
e non come fine, poiché allora non avrebbe alcun significato. Allo
stesso modo so che una cosa è bella, ma rifiuto la bellezza come
fine. Hai
forse sentito lo scultore dire “Da questa pietra caverò fuori la
bellezza?”. Quelli che sono pervasi da lirismo vuoto sono scultori
da strapazzo. Ma il vero scultore lo sentirai dire: “Cerco di trarre
dalla pietra qualche cosa che somigli a quello che sento dentro di me.
lo non lo so esprimere se non tagliando la pietra”. Sia
che il volto finito sembri vecchio e grave, sia che presenti una
maschera deforme, sia che raffiguri una giovane dormiente, se lo
scultore è grande dirai ugualmente che l’opera è bella. Perché
nemmeno la bellezza è un fine ma una ricompensa. Mi
è sempre sembrato che la felicità fosse un contrassegno della loro
perfezione e della qualità del loro cuore. Soltanto alla donna che può
dirti: “Mi sento talmente felice”, apri la tua casa per tutta la
vita, giacché la felicità che traspare dal suo viso è il
contrassegno della sua qualità in quanto è la felicità d’un cuore
ricompensato. “Perciò
non chiedere a me, capo di un impero, di conquistare la felicità per
il mio popolo. Non chiedere a me, scultore, di correre dietro alla
bellezza: mi siederò non sapendo dove correre. La bellezza diviene in
tal modo la felicità. Chiedimi soltanto di fabbricare loro un’anima
nella quale possa ardere un simile fuoco”.
Mi
venne il gusto della morte e dicevo a Dio: “Dammi
la pace delle stalle, delle cose ordinate, delle messi mature.
Lasciami essere perché ho finito di divenire. Sono stanco dei
turbamenti del mio cuore. Sono troppo vecchio per cominciare a formare
tutti i miei rami. Sono carico di tesori inutili come una musica che
non sarà mai più compresa”. “Ho
iniziato la mia opera nella foresta con la scure del boscaiolo, ed ero
ebbro del cantico degli alberi. Così, per essere giusto, è
necessario rinchiudersi in una torre. Ma ora che ho osservato gli
uomini da vicino, mi sento stanco”. “Appari
a me, Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il
gusto di Dio”. “Signore, gli dissi, istruiscimi”. “Signore,
gli dissi, scorgendo un corvo nero sopra un albero vicino, io mi rendo
conto che il silenzio si addice alla tua Maestà. Tuttavia ho bisogno
di un indizio. Quando avrò terminato la mia preghiera, ordina a quel
corvo di volare via. Allora sarà come se un altro mi facesse un cenno
e io non sarò più solo al mondo. Sarò legato a te per mezzo di un
cenno confidenziale, anche se oscuro. lo chiedo soltanto che mi sia
rivelato che forse c’è qualcosa da capire”. Osservavo
il corvo. Ma esso rimaneva immobile. Allora mi prostrai davanti alla
roccia. “Signore,
gli dissi, tu hai certamente ragione. Non s’addice alla tua Maestà
la sottomissione alle mie consegne. Se il corvo fosse volato via mi
sarei rattristato ancora di più. Perché un cenno simile l’avrei
potuto avere soltanto da un mio pari, quindi ancora da me stesso, come
un riflesso del mio desiderio. E avrei incontrato nuovamente la mia
solitudine”. Perciò,
dopo essermi prostrato, ritornai sui miei passi. Ma
accadde un fatto strano: alla mia disperazione subentrò una serenità
inattesa e singolare. Affondavo nel fango della strada, mi scorticavo
tra i rovi, lottavo contro le raffiche di vento, eppure in me si
diffondeva una luce serena. Poiché non sapevo nulla ma non c’era
nulla che potessi capire senza provare disgusto. Non avevo toccato
Dio, poiché un dio che si lasci toccare non è più un dio, né se
esaudisce le preghiere. Per
la prima volta capivo che la grandezza della preghiera consiste in
questo: nel rimanere senza risposta e nel non essere un vile
commercio. Capivo che il noviziato della preghiera è il noviziato del
silenzio e che l’amore inizia soltanto là dove non si attende più
alcun dono in cambio. L’amore è innanzitutto esercizio della
preghiera e la preghiera è esercizio del silenzio. Ed
io e loro non eravamo più che una preghiera fondata sul silenzio di
Dio.
Era
ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: “La
costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici...”. Che
cosa pensava dunque degli uomini questo gottoso? lo, se volessi
costruire una casa per i miei veri amici, non saprei fabbricarla
abbastanza grande poiché non conosco un uomo al mondo che non sia in
parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Anche quel
tale a cui faccio tagliare la testa potrei trasformarlo in mio amico
se sapessimo porre fine alle divisioni degli uomini. Saprei fare un
amico anche di chi mi odia in apparenza e mi farebbe tagliare la testa
se potesse. E non credere che si tratti dì una commozione facile, né
d’indulgenza, né di una aspirazione ignobile, di una simpatia
volgare, poiché io rimango duro, inflessibile e silenzioso. Ma pensa
che sono numerosi i miei amici sparsi un po’ dovunque e che
riempirebbero la mia dimora se insegnassi loro a camminare. Ma
che cosa intende per amico vero costui se non colui al quale potrebbe
affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato, l'amicizia
allora non è altro che lealtà di domestico, ovvero
colui al quale potrebbe chiedere un favore, e
l'amicizia non è altro che un vantaggio ricavato dagli uomini, ovvero
colui che all’occorrenza prenderebbe le sue difese?
L’amicizia allora è un segno di ossequio. lo
disprezzo i calcoli e dico mio amico quell’essere che ho intravisto
nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua
ganga, ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha
riconosciuto e sorriso, anche se più tardi dovrà tradirmi. Ti
parlerò perciò dell’ospitalità. Se
apri la porta della tua casa al viandante e lui si siede accanto al
fuoco, non rimproverargli di non essere diverso da com’è. Non
giudicarlo. Perché ciò di cui aveva fame era soprattutto di trovarsi
là in qualche luogo, presso qualcuno, col suo carico, il suo bagaglio
di ricordi, il suo respiro affannoso e il suo bastone posato in un
canto. Era di stare là nel calore e nella pace del tuo volto, con
tutto il suo passato ormai inutile, con tutte le pecche messe a nudo.
La sua stampella egli non la sente più poiché non gli chiedi di
danzare. Allora si rinfranca e beve il latte che gli versi, mangia il
pane che gli spezzi, e il sorriso che gli rivolgi è un manto tiepido
come il sole per un cieco. Per
quale ragione lo ritieni indegno del tuo sorriso? Che cosa credi di
dargli se non gli dai l’essenziale, l’ospitalità, quella stessa
ospitalità che rende così nobili i tuoi rapporti con il più mortale
nemico? Quale riconoscenza prevedi di avere da lui attraverso il
fardello dei tuoi doni? Egli non potrà che odiarti se se ne va da
casa tua carico di debiti.
Ma
viene l’ora in cui il pesce abbocca e il filo resiste. Viene
l’ora in cui quello che volevi dire non l’hai detto per via di
un’altra parola che tenevi in serbo, poiché volevi dire anche
questo, cosicché queste due verità ti resistono. Così
non dare mai retta a coloro che vogliono aiutarti consigliandoti di
rinunciare alle tue aspirazioni. Ormai
la conosci la tua vocazione poiché essa pesa in te. Se
la tradisci deformi te stesso perché essa è come un albero nascente
e non una trovata, poiché è soprattutto il tempo che esercita una
grande funzione: per te si tratta di diventare un altro e di scalare
una montagna irta di difficoltà. Perché l’essere nuovo che è unità
ricavata dalla disparatezza delle cose non rappresenta per te la
soluzione di un enigma, ma il superamento delle contraddizioni e la
guarigione dalle ferite. Il suo potere lo conoscerai soltanto quando
sarai divenuto. Ecco
perché ho sempre onorato nell’uomo, come divinità troppo spesso
dimenticate, soprattutto il silenzio e la calma. Perché
ho capito. Il
bruco muore quando forma la propria crisalide. La pianta muore quando
tallisce. Chiunque
muta conosce la tristezza e l’angoscia. In lui tutto diviene
inutile. Chiunque muti non è che cimitero e rimpianti. Non
si guarisce il bruco, né la pianta, né il bambino che diventa adulto
e pretende, per poter ritrovare la felicità, di ritornare alla
fanciullezza e di veder restituiti ai giochi che ora l’annoiano i
loro colori, alle braccia materne la loro dolcezza e al latte il suo
sapore. Ma
i giochi hanno perso i loro colori, le braccia materne non sono più
un rifugio e il latte non ha più sapore, ed egli continua la sua
strada, tristemente. Il
bambino che si è fatto grande e che ha perso il sostegno della madre
non avrà pace finché non avrà trovato la sua donna. Solo lei gli
ridarà la tranquillità.
Io
ti parlerò del fervore poiché dovrai passare a molti rimproveri. Così
tua moglie ti rimprovererà continuamente di offrire il tuo amore ad
altri. Perché secondo l’uomo quello che è dato a uno viene
sottratto ad un altro. E’ la dimenticanza di Dio e l’uso dei beni
che ci hanno fatti così. Perché
in realtà ciò che tu dai non ti diminuisce, anzi ti accresce nelle
tue ricchezze da distribuire. Allo
stesso modo, chi ama tutti gli uomini in Dio ama molto di più ciascun
uomo di chi non ne ama che uno solo ed estende semplicemente al suo
complice il miserabile campo della propria persona. Così
chi affronta in lontana terra i pericoli delle armi dona alla donna
amata senza che ella lo sappia, poiché le offre qualcuno che esiste,
più di quanto le dia colui che la culla giorno e notte ma non esiste. Non
fare economie, perché non è merce quella che si risparmia quando si
tratta di movimenti del cuore. Donare significa gettare un ponte
sull’abisso della tua solitudine. Non
confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze
più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa,
l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della
proprietà, che è il contrario dell’amore. Perché se amo Dio me ne
vado a piedi sulla strada zoppicando per portarlo agli altri uomini.
Non riduco il mio Dio in schiavitù. lo mi nutro di tutto ciò che
egli concede agli altri. In tal modo so riconoscere chi ama veramente
dal fatto che egli non può essere danneggiato. Colui
che muore per l’impero, l’impero non lo può danneggiare. Si può
parlare dell’ingratitudine del tale o del tal altro, ma chi ti
potrebbe parlare dell’ingratitudine dell’impero? L’impero è
costruito con le tue offerte, e che sordido calcolo sarebbe il tuo se
ti preoccupassi di ricevere una ricompensa dall’impero! Colui che ha
dato la sua vita per il tempio e ha barattato se stesso col tempio
amava veramente, ma in che modo potrebbe sentirsi danneggiato dal
tempio? L’amore
vero inizia là dove non attendi più nulla in cambio. E se
l’esercizio della preghiera si rivela così importante per insegnare
all’uomo l’amore degli uomini, ciò avviene soprattutto perché
essa non ottiene risposta. Il
vostro amore è basato sull’odio poiché fate della donna o
dell’uomo i vostri schiavi considerandoli dei beni di cui solo voi
dovete godere e cominciate a odiare, come i cani quando girano attorno
al truogolo, chiunque adocchia il vostro pasto. Voi
chiamate amore questo pasto da egoista. Appena l’amore vi è
concesso, di questo dono spontaneo, come nelle false amicizie, fate
una servitù e una schiavitù, e dal momento in cui siete amati
cominciate a scoprirvi danneggiati e a infliggere agli altri, per
meglio asservirli, il triste spettacolo della vostra sofferenza. Voi
soffrite veramente ed è proprio questa sofferenza che mi disgusta.
Per quale motivo secondo voi dovrei ammirarla? Certo
anch’io quand’ero giovane ho camminato su e giù sulla mia
terrazza per via di qualche schiava fuggita nella quale leggevo la mia
guarigione. Avrei sollevato eserciti interi per riconquistarla. E per
possederla avrei gettato ai suoi piedi intere province. Ma
Dio mi è testimone che non ho mai confuso il senso delle cose e che
non ho mai definito amore, anche se metteva in gioco la mia vita,
questa ricerca della preda.
L'amicizia
io la riconosco dal fatto che non può essere delusa e riconosco
l’amore vero dal fatto che non può essere oltraggiato. Se
qualcuno viene a dirti: “Ripudia
quella donna perché ti disonora...”, ascoltalo
con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché chi ha il
potere di disonorarti? E
se qualcuno viene a dirti: “Ripudiala,
tanto tutte le tue cure sono inutili...”, ascoltalo
con indulgenza ma non mutare il tuo comportamento, poiché un giorno
hai fatto la tua scelta. Se
ti possono rubare ciò che ricevi, chi ha il potere di rubarti quello
che offri? E
se qualcun altro viene a dirti: “Qui
hai dei debiti. Qui non ne hai. Qui si riconoscono i tuoi meriti. Qui
sono beffeggiati”, tappati
le orecchie per non sentire simili calcoli. A
tutti costoro dovrai rispondere: “Amarmi
significa anzitutto collaborare con me”.
Anch’io
nella mia giovinezza ho atteso l’arrivo di quella fidanzata che mi
conducevano come sposa al seguito di una carovana partita da frontiere
così lontane che gli uomini erano invecchiati durante il viaggio. Non
hai mai visto una carovana invecchiare? Quelli
che si presentarono alle sentinelle del mio impero non avevano
conosciuto la loro patria, poiché coloro che avrebbero potuto
rievocarne il ricordo erano morti durante il viaggio e l’uno dopo
l’altro erano stati seppelliti lungo il cammino. Quelli
che ritornarono non possedevano altro che ricordi di ricordi e le
canzoni che avevano imparate dai loro padri non erano che leggende di
leggende. Hai
forse conosciuto un miracolo più prodigioso dell'avvicinarsi di
quella nave che è stata costruita dall’equipaggiata in alto mare? La
ragazza che sbarcarono da una cassa d’oro e d’argento e che,
sapendo parlare, poteva pronunciare la parola “fontana”, sapeva
bene che proprio di una fontana si era trattato un tempo, nei giorni
felici, e lei diceva questa parola come una preghiera che non può
essere esaudita, poiché si prega Dio così, per via del ricordo degli
uomini. Ancora
più sorprendente era che sapesse danzare, e questa danza le era stata
insegnata tra le selci e i rovi, e lei sapeva bene che la danza è una
preghiera che può sedurre i re, ma che nella vita del deserto non può
essere esaudita. Così
avviene, fino alla morte, per la tua preghiera, che è una danza
eseguita per toccare un dio. Ma
la cosa più sorprendente era questa: che essa portava con sé tutto
quello che le doveva servire in un altro luogo. E i seni tiepidi come
colombe per l’allattamento. E il ventre liscio per dare figli
all’impero. Era giunta tutta pronta, come un seme alato attraverso
il mare, così ben plasmata, così ben formata, così candidamente
incantata da quei beni che non le erano mai serviti, come te con i
tuoi meriti successivi, le tue azioni e i tuoi ammaestramenti che non
ti serviranno se non nell'ora della morte, quando sarai finalmente
divenuto; essa si era così poco servita, non solo del ventre e dei
seni che erano vergini, ma anche delle danze per sedurre i re, delle
fontane per bagnare le labbra e dell'arte di comporre i mazzi non
avendo mai visto dei fiori, che, giungendo a me nella sua totale
perfezione, non poteva più far altro che morire.
Non
conosco nulla di veramente grande se non nel guerriero che depone le
armi e culla il bambino, o nello sposo che fa la guerra. Non
si tratta di oscillare da una verità all’altra, non si tratta di
una cosa valida solo per un determinato tempo. Ma di due verità che
non hanno valore se non congiunte. E’ come guerriero che fai
l’amore e come amante che fai la guerra. Ma colei che ti ha conquistato per le sue notti, avendo conosciuto la dolcezza del tuo letto, si rivolge a te, la sua estasi, e ti dice: “I miei baci non sono dunque dolci? La nostra casa non è forse riposante? Le nostre serate non sono forse belle?”. E tu ne convieni con un sorriso. “Allora, essa dice, resta accanto a me per sostenermi. Quando ti verrà il desiderio non avrai che da tendere le braccia e io mi piegherò verso di te sotto il tuo semplice peso |