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L’amico
è innanzi tutto colui che non giudica. L’amico
è colui che apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo
bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la
sua danza. E se il viandante parla della primavera ormai sopraggiunta,
l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli
racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene,
l’amico soffre con lui la fame. Perché, come ti ho detto, l’amico
nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che
forse non aprirebbe mai per nessun altro. Il tuo amico è un amico vero e
tutto quello che dice è vero. L’amico
nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che
volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, poiché
allora l’unione è fatta, anche se lui è un bottegaio mentre io sono
un capitano, oppure è un giardiniere mentre io sono un marinaio. L’ho incontrato al di sopra
delle nostre divisioni e sono divenuto il suo amico. Io posso tacere accanto a lui, cioè
non avere alcun timore per i miei giardini interiori, le mie montagne, i
miei precipizi e i miei deserti, poiché lui non vi metterà mai piede. Tu, amico mio, quello che ricevi
da me con amore è come un ambasciatore del mio regno interiore. Tu lo
tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici. Mi hai mai visto,
quando ricevevo degli ambasciatori, tenerli in disparte o respingerli
perché agli estremi confini del loro impero, a mille giornate di marcia
dal mio, gli uomini si nutrono di cibi che non mi piacciono, ovvero
perché i loro costumi sono diversi dai miei? L’amicizia è innanzi
tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra
delle divisioni particolari. Non posso rimproverare nulla a chi
troneggia alla mia mensa. Perché sappi che l’ospitalità,
la cortesia e l’amicizia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Che
cosa andrei a fare nel tempio di un dio che discutesse sulla statura e
sulla corpulenza dei fedeli, oppure nella casa di un amico che non
accettasse le mie stampelle e pretendesse di farmi danzare per
giudicarmi? Incontrerai fin troppi giudici per
il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti,
lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la
tempesta che scolpisce il cedro. Sappi che Dio, quando entrerai nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie. Ho
meditato a lungo sull’accettazione della morte. Ma
tu mi dici che essa è in contrasto con l’istinto. Infatti
l’istinto ti spinge a fuggire la morte e l’esperienza ti dimostra
che tutti gli animali lottano per sopravvivere. “L’istinto
della sopravvivenza, mi dici, domina ogni altro istinto. La vita
presente è un bene inestimabile e io ho il dovere di
salvaguardarlo”. Certo
è che tu combatterai eroicamente per salvarti. Dimostrerai coraggio
nell'assedio, nella conquista o nel saccheggio. Ma non andrai a morire
in silenzio nell’accettazione segreta del dono di te stesso. Tuttavia
ti mostrerò quel padre che si è tuffato istintivamente nei gorghi
del fiume poiché suo figlio sta per affogare e il suo volto, sempre
più pallido, appare ancora ad intervalli, simile alla luna quando
appare tra gli squarci della nube. lo ti dirò : “Quel padre dunque
non è dominato dall’istinto di vivere...”. “Sì,
risponderai, ma l’istinto va oltre. Esso vale tanto per il padre
quanto per il figlio. Vale per la guarnigione che delega i suoi
membri. Il padre è legato al figlio...”. La
tua risposta è plausibile, complessa e verbosa. Ma io ti dirò ancora
per istruirti: “E’
chiaro che esiste un istinto verso la vita. Ma non è che un aspetto
di un istinto più forte. L’istinto essenziale è quello della
permanenza. Chi è stato costruito nell’attaccamento alla vita,
cerca la sua stabilità nella conservazione della propria carne. Chi
è stato costruito nell’amore filiale, cerca la sua stabilità nel
salvataggio del figlio. E chi è stato costruito nell’amore in Dio
cerca la propria stabilità nella sua ascesa in Dio. Tu non cerchi
quello che ignori, cerchi di salvare le condizioni della tua grandezza
nella misura in cui la senti. Cerchi di salvare le condizioni dei tuo
amore nella misura in cui ami. Io posso barattare la tua vita con
qualcosa che la trascende senza che nulla ti venga sottratto”. Io
ti parlerò e tu riceverai da me un cenno. Ti ridarò le tue divinità.
Certuni hanno creduto negli angeli, nei demoni, negli spiriti. Ed era
sufficiente immaginarli perché agissero. Parimenti, dal momento in
cui l’hai formulata, la carità comincia a conquistare il cuore
degli uomini. Tu
possedevi una fontana. Non
soltanto quella pietra dell’orlo logorata dalle generazioni, il
secchio grondante la provvista già ammassata nel serbatoio come la
frutta nel cestello (e i tuoi buoi vanno all’abbeveratoio a saziare
la loro sete con acqua già raccolta); non
soltanto l’acqua e il mormorio dell’acqua e il silenzio della
riserva e la freschezza dell’acqua limpida nel palmo delle mani; non
soltanto la notte sull’acqua tremolante di stelle, dolce e
dissetante, affinché essa sia una in lei e distribuendola in questa
pietra e in quest’altra, in questo pozzo e in quel condotto, in
questo rigagnolo e in quella lunga fila di buoi, non la dissolva in
materiali diversi. Perché
è necessario che tu ti rallegri delle fontane. Io
popolerò la tua notte di fontane. Basta
che ridesti in te il ricordo della sorgente, anche se lontana. Come
potrei essere meno ragionevole, offrendoti il diamante puro o
l’oggetto dorato, che non valgono nulla per il loro uso e valgono
invece per la festa promessa o per il ricordo di quella festa? Ecco
posso dirti: “La fontana del tuo villaggio...”, così
ridestare il tuo cuore e insegnarti a poco a poco quella marcia verso
Dio, che può, essa sola, appagarti, poiché di indizio in indizio
giungerai a Lui, che si legge attraverso la trama, Lui il senso del
libro di cui ti ho detto le parole, Lui la Sapienza, Lui che è, Lui
che ti ripaga tutto, poiché, grado per grado, lega i tuoi materiali
per trarre da essi il loro significato, Lui,
Dio, che è anche Dio dei villaggi e delle fontane.
Io
disprezzo quel padre che denigra il figlio che ha peccato. Il figlio
gli appartiene. E’
necessario che egli lo rimproveri e lo condanni, punendo così se
stesso se l’ama, e che gli dica il fatto suo, non che vada
lamentarsi di lui di casa in casa. Perché così facendo, se cessa di
essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel
sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti. lo
li ho sempre creduti poveri coloro che non sapevano più con chi
fossero solidali. Ho
sempre osservato che essi cercavano una loro religione, un loro
gruppo, un loro senso, e che facevano la questua per essere accolti.
Ma non incontravano che un’accoglienza apparente. Non c’è
accoglienza vera se non nelle radici. Perché tu chiedi di essere ben
piantato, stracarico di diritti e di doveri, e responsabile. Ma non ti
assumi l’impegno di essere un uomo nella vita così come ti assumi
l’impegno dì essere un muratore in un cantiere ingaggiato da un
aguzzino. Eccoti vuoto se diventi un disertore. Mi
piace quel padre, che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato,
si mette in lutto e fa penitenza. Perché il figlio gli appartiene. Ma
siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà. Non
conosco alcuna strada avente un’unica direzione. Se rifiuti di
essere responsabile delle disfatte, non potrai esserlo delle vittorie. Se
tu l’ami, la donna della tua casa, tua moglie, ed essa pecca, non
andare a mischiarti alla folla per giudicarla. Essa ti appartiene e in
primo luogo giudicherai te stesso poiché sei responsabile per lei. Il
tuo paese ha sbagliato? Io esigo che tu giudichi te stesso: tu sei di
quel paese. Quelli
che cessano di essere solidali con la propria moglie aizzano gli
estranei: “Guardate quel marciume, non mi appartiene più”. Ma non
esiste nulla con cui siano solidali. Costoro ti diranno di essere
solidali con gli uomini o con la virtù o con Dio. Ma queste non sono
che parole vuote, se non rappresentano un intreccio di legami. Dio
discende fino alla casa per trasformarsi in casa. E
per l’umile sacrestano che accende i ceri, Dio è il dovere di
accendere i ceri. E
per chi è solidale con gli uomini, l’uomo non è una semplice
parola del suo vocabolario: gli uomini sono coloro dei quali egli è
responsabile. E’
troppo comodo evadere e preferire Dio all’accensione dei ceri. Però
io non conosco l’uomo, ma degli uomini. Non conosco la libertà, ma
degli uomini liberi. Non conosco la felicità, ma degli uomini felici.
Non conosco la bellezza, ma delle cose belle. Non conosco Dio, ma il
fervore dei ceri. Quelli
che inseguono l’essenza non come una nascita, rivelano soltanto la
loro vanità e il vuoto dei loro cuori. Essi non vivranno, poiché non
si vive né si muore per delle parole.
lo
condanno la tua vanità, ma non il tuo orgoglio, poiché se tu danzi
meglio di un altro per quale motivo dovresti screditarti umiliandoti
davanti a chi danza male? Esiste una forma d’orgoglio che è amore
della danza ben eseguita. Ma
l’amore della danza non è amore di te come danzatore. Tu trai il
tuo significato dalla tua opera, non è l’opera che si avvale di te.
Non troverai mai la tua compiutezza, se non nella morte. Soltanto la
vanitosa si sente soddisfatta, interrompe il suo incedere per
contemplarsi e si sprofonda nell’adorazione di se stessa. Essa non
può ricevere nulla da te, fuorché i tuoi applausi. Ora
noi disprezziamo tali appetiti, noi, gli eterni nomadi della marcia
verso Dio, poiché nulla di noi stessi ci può soddisfare. La
vanitosa ha fatto sosta in se stessa credendo di aver preso forma
prima dell’ora della morte. Ecco perché non può più né ricevere
né dare, proprio come i morti. Essere
umile di cuore non esige che ti umili, ma che ti apra. E’ questa la
chiave degli scambi. Solo allora potrai dare e ricevere. lo non saprei
distinguere l’una dall’altra queste due parole che indicano la
medesima strada. Essere umile non significa sottomettersi agli uomini,
ma a Dio. Cosi è per la pietra sottomessa non alle altre pietre, ma
al tempio. Quando ti rendi umile tu servi la creazione. La madre è
umile di fronte al bambino e il giardiniere è umile davanti alla
rosa. Se
tu giudichi la mia opera, desidero che me ne parli senza interpormi
nel tuo giudizio. Perché se scolpisco un volto, io mi trasformo in
questo volto e lo servo. Non è il volto che serve me. E infatti
accetto persino il rischio della morte per terminare l’opera
creativa. Perciò
non risparmiare le tue critiche per timore di colpirmi nella mia vanità,
giacché in me non c’è vanità. La vanità non ha senso per me
poiché non si tratta di me ma di questo volto. Ma
se per caso questo volto ti ha trasformato, avendo infuso in te
qualcosa, non lesinare neppure le tue testimonianze per timore di
offendere la mia modestia. Poiché in me non c’è modestia. Si
trattava di un tiro la cui direzione ci domina ma al quale è bene che
noi collaboriamo. lo
come freccia, tu come bersaglio.
I
funzionari dei mio impero mi spaventavano perché si dimostravano
ottimisti: “Va bene così, dicevano, tanto la perfezione è
irraggiungibile”. Certo,
la perfezione è irraggiungibile. Essa non ha altro significato se non
quello di stella che guida la tua marcia. E’ direzione e tendenza
verso. Ma quello che conta è soltanto la marcia e non vi sono
provviste. Poiché allora viene meno il campo di forza, che, esso
solo, ti anima ed eccoti come un cadavere. Se
uno trascura la stella, ciò significa che vuole sostare e dormire. Ma
dove sosti? Dove dormi? lo non conosco alcun luogo per riposare. Perché
se tal posto ti esalta, ciò significa che esso è l’obbiettivo
della tua vittoria. Ma una cosa è il campo di battaglia in cui
respiri questa nuova vittoria, un’altra è questa lettiera a cui
riduci la tua vittoria quando pretendi di vivere di quel riposo. Perché
tu hai semplificato a proposito della libertà e della costrizione. E
oscilli da una parola all'altra poiché la verità non si trova né in
una di esse né tra loro due, ma al di fuori di esse. Come puoi far
contenere in una sola parola la tua verità interiore? Le parole sono
come scatole fragili. Ma perché tu sia libero della libertà che
possiede quel cantante che improvvisa sullo strumento a corde, non
occorre forse che dapprima io ti eserciti le dita e ti insegni
l’arte del cantare? Il che significa lottare, accettare i
costringimenti e resistere. E
perché tu sia libero di quella libertà che possiede il montanaro,
non occorre forse aver esercitato i tuoi muscoli? Il che significa
lottare, accettare i costringimenti e resistere. E
perché tu sia libero di quella libertà che possiede il poeta, non
occorre forse aver esercitato la tua mente e forgiato un tuo stile? Il
che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere. Non
ricordi che la condizione della felicità non é mai la ricerca della
felicità? La
felicità, quando hai creato, ti è concessa come ricompensa. E le
condizioni della felicità sono la lotta, la costrizione e la
resistenza. Non
rammenti che la condizione della bellezza non è mai la ricerca della
bellezza? La
bellezza, quando la tua opera è compiuta, ti viene concessa come
ricompensa. E le condizioni della bellezza sono la lotta, la
costrizione e la resistenza. Così
come le condizioni della tua libertà. Esse non sono doni della libertà.
Tu ti adageresti, non sapendo dove andare. La
libertà, quando si è fatto di te un uomo, è la ricompensa di questo
uomo, che dispone di un regno nel quale esercitarsi. E le condizioni
della tua libertà sono la lotta, la costrizione e la resistenza. Perciò
io ti dirò che la condizione della tua fratellanza non è
l’uguaglianza, in quanto la fratellanza è un premio e
l’uguaglianza avviene in Dio. Così dell’albero che è un
ordinamento delle sue parti; ma quando mai vedi una di queste parti
primeggiare sulle altre? Così del tempio che è un ordinamento delle
sue parti. Se il tempio giace sulle sue fondamenta, esso si stringe
nella chiave di volta. E come puoi sapere quale delle due parti
prevalga sull’altra? Questo
l’ho scoperto in quelle famiglie dove il padre era rispettato e il
figlio maggiore proteggeva i più giovani, e dove il più giovane si
affidava al fratello maggiore. Allora erano liete le loro serate, le
loro feste e i loro ritorni. Ma se i componenti della famiglia sono
come materiali sparsi, se essi vivono semplicemente l’uno accanto
all’altro e si mescolano come palline, dov’è la loro fratellanza?
Appena uno di loro muore, viene sostituito da un altro poiché egli
non era necessario. lo
voglio sapere dove sei e chi sei per amarti. E
se io ti ho tirato fuori dalle onde del mare ti amerò di più proprio
per questo, perché sono responsabile della tua vita. Io
amo soltanto colui la cui morte mi procurerebbe un dolore straziante.
Venne
di nuovo a trovarmi quel profeta dallo sguardo duro che covava un
furore sacro e che per giunta era guercio. “Conviene
costringerli al sacrificio”, mi disse. “Certo”,
gli risposi, “perché è bene che si prelevi una parte delle loro
ricchezze dalle provviste impoverendoli un poco, ma arricchendoli del
significato che allora quelle ricchezze prenderanno. Poiché esse non
hanno alcun valore se non compongono un volto”. Ma
lui non ascoltava, accecato dall’ira: “E’
bene che s’immergano nella penitenza”, diceva. “Certo”,
gli risposi, “poiché se mancano di cibo nei giorni di digiuno
conosceranno la gioia di digiunare, ovvero diventeranno solidali con
quelli che sono costretti a digiunare o si uniranno a Dio dominando i
loro impulsi o eviteranno di diventare troppo grassi,
semplicemente”. Il
furore allora lo travolse: “Anzitutto è bene che siano puniti”. E
io compresi che egli non tollerava l’uomo se non incatenato, privato
del pane e della luce in fondo a una prigione. “Perché
è necessario estirpare in lui il male”, diceva. “Tu
rischi di estirpare tutto, gli risposi. Piuttosto di estirpare il male
non è forse preferibile accrescere il bene? E inventare le feste che
nobilitino l’uomo? E vestirlo di abiti che lo rendano meno sudicio?
E nutrire meglio i suoi figli affinché possano essere nobilitati
dall’insegnamento della preghiera senza immergersi nelle sofferenze
del loro ventre? Perché non si tratta di porre dei limiti ai beni
dovuti all’uomo, ma di salvare i campi di forza che determinano,
essi soli, il suo valore, e i volti che parlano alla sua mente e al
suo cuore. Quelli
che sono in grado di costruire delle barche, li farò navigare e
andare a pesca. Ma
quelli che sono in grado di varare delle navi, farò loro varare delle
navi e conquistare il mondo”. “Tu
dunque desideri corromperli con le ricchezze!”. “Tutto
quello che è provvista fatta non m’interessa e tu non hai capito
nulla”, gli risposi.
Perciò
io ti dico che per l’uomo quello che è soprattutto e innanzi tutto
è la tensione delle forze nelle quali è immerso, la propria densità
interiore che da esse deriva, il rumore dei suoi passi, l’attrazione
dei pozzi e l’asperità del pendio da scalare sulla montagna. E
se uno l’ha saputo scalare ed è salito sopra una cima rocciosa
scorticandosi le mani e le ginocchia, non penserai che la sua ebbrezza
sia mediocre come la gioia di quel sedentario che avendovi trascinato
un giorno di riposo il suo corpo fiacco, si sdraia sull’erba del
facile poggio di un colle tondeggiante. Ma
tu hai smagnetizzato tutto sciogliendo il nodo divino che lega le
cose. Perché
vedendo gli uomini tendere con tutte le loro forze verso i pozzi, hai
creduto che l’essenziale risiedesse nei pozzi e hai scavato dei
pozzi. Vedendo
gli uomini tendere verso il riposo del settimo giorno, hai
moltiplicato i giorni di riposo. Vedendo
gli uomini desiderare i diamanti, hai gettato loro un pugno di
diamanti. Vedendo
gli uomini temere il nemico, hai soppresso i loro nemici. Vedendo
gli uomini desiderare l’amore, hai costruito dei quartieri
riservati, grandi come capitali, dove tutte le donne si vendono. E
così ti sei dimostrato più stupido di quel vecchio giocatore di
bussolotti che cercava il proprio piacere in una messe di bussolotti
che gli schiavi facevano cadere per lui. lo
vi trasfiguro il mondo come fa il bambino con suoi tre sassolini, se dò
ad esso un significato diverso, un’altra funzione nel gioco. La
realtà per il bambino non risiede né nei sassolini né nelle regole
che non sono altro se non un tranello favorevole, ma soltanto nel
fervore derivante dal gioco. In cambio i sassolini sono come
trasfigurati. Che cosa faresti dei tuoi oggetti, delle tue case, dei
tuoi amori, dei rumori che senti e delle immagini che vedi se non
diventano materiali del mio invisibile palazzo che li trasfigura? Ma
coloro che non traggono alcun vantaggio dai loro beni poiché manca un
impero che li animi, si accaniscono contro questi stessi beni. “Come
mai la ricchezza non mi arricchisce?”, si lamentano costoro, e
pensano che basti accrescerla poiché non era ancora abbastanza
grande. E si accaparrano altre ricchezze che li contrariano ancor più. Ed
eccoli crudeli nella loro ineluttabile noia. Perché
non sanno che essi cercano un’altra cosa che non hanno trovata. Essi
hanno incontrato quel tale che appariva talmente felice mentre leggeva
una lettera d’amore. Sporgendo il capo dietro le sue spalle
osservano che egli trae la sua felicità da caratteri neri su pagina
bianca e ordinano ai loro servi di esercitarsi a comporre dei segni
neri su pagina bianca. E li sferzano poiché non riescono a trovare il
talismano che rende felici. Perché
per costoro non esiste nulla che faccia in modo che gli oggetti
abbiano una risonanza gli uni sugli altri. Essi vivono nel loro
deserto di pietre sparse. Ma
vengo io e con esse costruisco il tempio. E
le medesime pietre riversano su loro la beatitudine.
Quando
morirò. “Signore,
vengo a te poiché ho arato in tuo nome. A te la semina. lo ho
costruito questo cero. Tocca a te accenderlo. lo ho costruito questo
tempio. Tocca a te abitare il suo silenzio. Ho assunto questo
atteggiamento per esserne vivificato. E ho fabbricato un uomo secondo
le tue divine linee di forza affinché cammini. Tocca a te servirti
del veicolo se in esso trovi la tua gloria”. Così
dall’alto delle mura mandavo un profondo respiro. Mi
recai dunque da lui a passi lenti poiché gli volevo bene. “Geometra,
amico mio, io pregherò Dio per te”. Ma
egli era stanco per aver tanto sofferto. “Non preoccuparti per il
mio corpo. Ho una gamba e un braccio stecchiti, ecco sono come un
vecchio albero. Lascia fare al boscaiolo...”. “Non
rimpiangi nulla, geometra?”. “Che
cosa dovrei rimpiangere? lo serbo il ricordo di un braccio vigoroso e
di una gamba sana. Ma l’intera vita è una nascita. Uno si accetta
così com’è. Hai mai rimpianto la prima giovinezza, i quindici anni
o l’età matura? Questi sono rimpianti di un poeta da strapazzo. Non
si tratta di rimpianti, ma di una dolce malinconia, che non è
sofferenza, ma un profumo lasciato nel vaso da un liquore evaporato.
Certo, il giorno in cui perdi un occhio ti lamenti poiché ogni
perdita è dolorosa, Ma non vi è nulla di patetico in un uomo che
vive con un occhio solo. lo ho visto ridere i ciechi”. “Ci
si può ricordare della propria felicità...”. “E
dove la vedi la sofferenza in questo? Certo, ho visto quel tale
soffrire per la partenza di colei che amava e che dava un senso ai
suoi giorni, alle ore e alle cose. Egli soffriva poiché il suo tempio
crollava. Ma non ho mai visto soffrire quell’altro che, avendo
conosciuto l’esaltazione dell’amore e avendo poi cessato
d’amare, ha perduto la sorgente delle sue gioie. La stessa cosa
avviene per colui che in un primo tempo era commosso dal poema mentre
ora il poema lo annoia. Dove la vedi la sua sofferenza? E’ lo
spirito che dorme e l’uomo non esiste più. Perché il vuoto
interiore non è rimpianto. Il rimpianto dell’amore è sempre
amore... e se non c’è più amore non lo si può rimpiangere. Tu non
senti più che quel vuoto proprio delle cose poiché esse non hanno più
nulla da darti. Anzi le cose materiali della mia vita crollano
nell’istante in cui la loro chiave di volta cede, ed è la
sofferenza della perdita. Ma come avrei potuto conoscerla dal momento
che solo ora mi appare la vera chiave di volta, dal momento che solo
ora comprendo che quelle cose materiali non hanno mai avuto un valore
maggiore di quello che hanno adesso? E come potrei conoscere il vuoto
interiore dal momento che si è costruita una basilica, la si è
terminata e infine illuminata per i miei occhi?” “Geometra,
che cosa mi dici? La madre può piangere ricordando il bimbo morto”. “Certo,
nell’istante in cui muore, poiché le cose perdono il loro senso. Il
latte monta al seno della madre e il bambino non c’è più. Ti pesa
la confidenza destinata alla fidanzata e la fidanzata non c’è più.
Se la tua proprietà è venduta e smembrata che te ne farai
dell’amore per la proprietà? E’ l’ora della trasformazione, che
è sempre dolorosa. Ma tu ti sbagli, poiché le parole confondono gli
uomini. Viene l’ora in cui le cose passate prendono il loro vero
significato, quello di farti divenire. Viene l’ora in cui ti senti
arricchito per aver un giorno amato. Ed è la dolce malinconia. Viene
il giorno in cui la madre invecchiata ha un volto più commovente e
l’animo più sereno, anche se non osa confessare, tanto grande è la
paura delle parole, che le è dolce ricordare il figlioletto morto.
Hai mai sentito una madre dirti che avrebbe preferito non averlo
conosciuto, non averlo allattato, non averlo amato?” Il
geometra dopo un lungo silenzio mi disse ancora: “Così la mia vita,
ben ordinata dietro le mie spalle, ora è già un ricordo...”. “Ah!
Geometra, amico mio, mostrami la verità che ti rende l’animo così
sereno...”.
“Conoscere
una verità forse non significa altro che scoprirla in silenzio. Conoscere
la verità forse significa avere diritto al silenzio eterno. Sono
solito dire che l’albero è vero quando è una determinata relazione
tra le sue parti. Dopo
l’albero viene la foresta, che è una determinata relazione tra gli
alberi. Poi
la proprietà, che è una determinata relazione tra gli alberi, le
pianure e gli altri componenti la proprietà. Poi
l’impero che è una determinata relazione tra la proprietà, le città
e le altre cose che compongono l’impero. Poi
viene Dio, che è una relazione perfetta tra gli imperi e tutto quanto
esiste al mondo. Dio è vero quanto l’albero, anche se più
difficile da scoprire. E
non mi pongo più altri interrogativi. Ho
compreso la grande verità della permanenza. Perché
tu non hai niente da sperare se nulla dura più di te. Mi ricordo di
quella tribù che onorava i propri morti. Le pietre tombali di ogni
famiglia accoglievano una dopo l’altra i morti. Esse erano là e
stabilivano questa permanenza. “Siete
felici?”, avevo chiesto loro. “E
come non esserlo, dal momento che sappiamo dove andremo a
riposare?...”.
Come
la cattedrale è un certo ordinamento di pietre tutte uguali ma
distribuite secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore,
così vi è un cerimoniale delle mie pietre. E la cattedrale è più o
meno bella. Come
la liturgia dell’anno è un certo ordinamento di giorni in un primo
tempo tutti uguali, ma distribuiti secondo linee di forza la cui
struttura parla al cuore (ci sono così dei giorni in cui devi
digiunare, altri in cui sei invitato a rallegrarti, altri ancora in
cui devi lavorare e sono le mie linee di forza quelle che incontri),
così vi è un cerimoniale dei giorni. E l’anno è più o meno vivo. Allo
stesso modo vi è un cerimoniale dei lineamenti dei volto. E
il volto è più o meno bello. E
un cerimoniale del mio esercito, poiché questo atto ti è possibile,
ma non quest’altro che ti fa incontrare le mie linee di forza. E tu
sei soldato di un esercito. E l’esercito è più o meno forte. Esiste
così un cerimoniale del mio villaggio: ecco il giorno di festa o le
campane a morto o l’epoca della vendemmia o il muro da costruire
insieme o la comunanza nella carestia e la spartizione dell’acqua
nel periodo di siccità. Quell’otre pieno non è solo per te. Ecco,
sei di una patria. E la patria è più o meno fervente. Non
conosco nulla al mondo che non sia innanzi tutto cerimoniale. Infatti
non ti dice nulla una cattedrale senza architettura, un anno senza
feste, un volto senza proporzioni, un esercito senza regolamenti, né
una patria senza usanze. Non
sapresti che fartene dei tuoi materiali sparsi. Perché
mi dici che questi oggetti sparsi sono una realtà e che il
cerimoniale è un’illusione, dal momento che l’oggetto stesso è
un cerimoniale delle sue parti? Perché secondo te l’esercito
sarebbe meno reale di una pietra? Ma io ho chiamato pietra un certo
cerimoniale della polvere di cui essa è composta, e l’anno il
cerimoniale dei giorni. Per qual motivo l’anno dovrebbe essere meno
vero della pietra? Certo,
è bene che gli individui prosperino, si nutrano, si vestano e non
soffrano molto. Ma essi muoiono nella loro sostanza e non sono più
che pietre sparse se tu non fondi nell’impero un cerimoniale degli
uomini. Perché
altrimenti l’uomo non è più nulla. E
se tuo fratello muore, non lo piangerai più di quanto pianga il cane
quando un altro cane della medesima figliata affoga. Ma
non trarrai neanche alcuna gioia dal ritorno di tuo fratello. Perché
il ritorno del fratello deve essere come un abbellimento dei tempio, e
la morte del fratello come un crollo nel tempio.
Preghiera
della solitudine. “Abbiate
pietà di me, Signore, perché la solitudine mi pesa. lo
non attendo nulla. Eccomi in questa stanza nella quale nulla mi parla.
E tuttavia non sollecito delle presenze, poiché mi sento ancora più
sperduto tra la folla. Ma
quest’altra donna che è sola come me in una camera simile alla mia,
ha il cuore che trabocca di gioia se quelli che ama attendono alle
proprie faccende in un’altra parte della casa. Essa non li sente né
li vede. Non riceve nulla da loro sul momento. Ma per essere felice le
basta sapere che la sua casa è abitata”. “Signore,
nemmeno io chiedo di vedere e di sentire qualcosa. I vostri miracoli
non sono per i sensi. Ma per guarirmi basta che m’illuminiate sulla
mia dimora”. “Il
viaggiatore nel deserto, se è di una casa abitata, anche se la sa ai
confini del mondo se ne rallegra. Nessuna distanza gli impedisce di
sentirsi nutrito da essa, e se muore, muore nell’amore...”. “Signore,
non chiedo nemmeno che la mia dimora sia vicina”. “Il
passante che è stato colpito da un volto tra la folla, ecco si
trasfigura, anche se il volto non è per lui. Così avviene di quel
soldato innamorato della regina. Egli diviene il soldato di una
regina”. “Signore,
non chiedo neppure che questa dimora mi sia promessa”. “In
alto mare ci sono degli uomini ardenti votati ad un’isola che non
esiste. Questi naviganti cantano il cantico dell’isola e si sentono
felici. Non è l’isola che li riempie di gioia, ma il cantico”. “Signore,
non chiedo neppure che questa dimora si trovi in qualche luogo”. “Signore,
la solitudine è frutto dello spirito quando è malato. Esso ha una
sola patria, che dà un senso alle cose, così come il tempio dà un
senso alle pietre. Lo spirito non ha ali se non per questo spazio.
Esso non si rallegra per degli oggetti, ma per il volto che si legge
in trasparenza e che li lega insieme. Concedetemi
allora, Signore, che io impari a leggere, semplicemente. Sarà
la fine della mia solitudine”.
Ho
compreso così quale fosse la sola fontana nella quale la mente e il
cuore potessero dissetarsi, il solo alimento adatto, il solo
patrimonio da difendere. Ho
compreso che bisognava ricostruire là dove avevi dilapidato. Poiché
ora che sei seduto tra un cumulo di macerie, se l’animale è
soddisfatto, l’uomo in te è minacciato dalla fame senza sapere di
che cosa abbia fame, poiché sei anche fatto in un modo per cui il
bisogno di nutrimento deriva dal nutrimento, e se una parte in te è
mantenuta in uno stato di debolezza e di sonnolenza per mancanza di
cibo o d’esercizio, tu non richiedi né questo esercizio né questo
cibo. Perciò
non saprai mai, se nessuno scende verso di te dalla montagna, quale
sia la via giusta che ti salverà. Così come non saprai, anche se si
cerca di convincerti, quale uomo nascerà da te o vi si risveglierà
dal momento che non esiste ancora. Ecco
perché la mia costrizione è come il potere che ha l’albero di
assorbire il pietrame. Tu
non riceverai alcun segno poiché il contrassegno della divinità
della quale desideri un indizio è il silenzio stesso. Le
pietre non sanno nulla del tempio che compongono e non possono sapere
nulla. Neppure il pezzo di corteccia sa nulla dell’albero che
compone con altri pezzi di corteccia. Neppure l’albero, o la tal
casa, della proprietà che compone con altri alberi e altre case. E
neppure tu di Dio. Perché occorrerebbe che il tempio apparisse alla
pietra o l’albero alla corteccia, la qual cosa non ha senso poiché
la pietra non ha un linguaggio per esprimerlo. Ogni cosa possiede un
suo linguaggio. Fu
questa la mia scoperta dopo quel viaggio verso Dio. Sempre
solo, rinchiuso in me stesso, non ho alcuna speranza di uscire da solo
dalla mia solitudine. La pietra non ha alcuna speranza di essere altra
cosa che una pietra. Ma collaborando, essa si unisce alle altre pietre
e diviene tempio. lo
non ho più la pretesa di veder apparire l’arcangelo perché o è
invisibile o non esiste. Quelli che sperano di scorgere un indizio di
Dio fanno di Dio l’immagine di se stessi che vedono riflessa nello
specchio. Ma unendomi al mio popolo, io sento dentro di me un calore
che mi trasfigura. E’, questo, il contrassegno di Dio. Perché una
volta stabilito, il silenzio è vero per tutte le pietre. Perciò
fuori di ogni comunità io stesso non conto nulla e non sarò mai
appagato. Lasciatemi
dunque essere un chicco di grano e giacere nel granaio per tutto
l’inverno.
Se
vuoi comprendere la parola felicità devi considerarla come ricompensa
e non come fine, poiché allora non avrebbe alcun significato. Allo
stesso modo so che una cosa è bella, ma rifiuto la bellezza come
fine. Hai
forse sentito lo scultore dire “Da questa pietra caverò fuori la
bellezza?”. Quelli che sono pervasi da lirismo vuoto sono scultori
da strapazzo. Ma il vero scultore lo sentirai dire: “Cerco di trarre
dalla pietra qualche cosa che somigli a quello che sento dentro di me.
lo non lo so esprimere se non tagliando la pietra”. Sia
che il volto finito sembri vecchio e grave, sia che presenti una
maschera deforme, sia che raffiguri una giovane dormiente, se lo
scultore è grande dirai ugualmente che l’opera è bella. Perché
nemmeno la bellezza è un fine ma una ricompensa. Mi
è sempre sembrato che la felicità fosse un contrassegno della loro
perfezione e della qualità del loro cuore. Soltanto alla donna che può
dirti: “Mi sento talmente felice”, apri la tua casa per tutta la
vita, giacché la felicità che traspare dal suo viso è il
contrassegno della sua qualità in quanto è la felicità d’un cuore
ricompensato. “Perciò
non chiedere a me, capo di un impero, di conquistare la felicità per
il mio popolo. Non chiedere a me, scultore, di correre dietro alla
bellezza: mi siederò non sapendo dove correre. La bellezza diviene in
tal modo la felicità. Chiedimi soltanto di fabbricare loro un’anima
nella quale possa ardere un simile fuoco”.
Mi
venne il gusto della morte e dicevo a Dio: “Dammi
la pace delle stalle, delle cose ordinate, delle messi mature.
Lasciami essere perché ho finito di divenire. Sono stanco dei
turbamenti del mio cuore. Sono troppo vecchio per cominciare a formare
tutti i miei rami. Sono carico di tesori inutili come una musica che
non sarà mai più compresa”. “Ho
iniziato la mia opera nella foresta con la scure del boscaiolo, ed ero
ebbro del cantico degli alberi. Così, per essere giusto, è
necessario rinchiudersi in una torre. Ma ora che ho osservato gli
uomini da vicino, mi sento stanco”. “Appari
a me, Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il
gusto di Dio”. “Signore, gli dissi, istruiscimi”. “Signore,
gli dissi, scorgendo un corvo nero sopra un albero vicino, io mi rendo
conto che il silenzio si addice alla tua Maestà. Tuttavia ho bisogno
di un indizio. Quando avrò terminato la mia preghiera, ordina a quel
corvo di volare via. Allora sarà come se un altro mi facesse un cenno
e io non sarò più solo al mondo. Sarò legato a te per mezzo di un
cenno confidenziale, anche se oscuro. lo chiedo soltanto che mi sia
rivelato che forse c’è qualcosa da capire”. Osservavo
il corvo. Ma esso rimaneva immobile. Allora mi prostrai davanti alla
roccia. “Signore,
gli dissi, tu hai certamente ragione. Non s’addice alla tua Maestà
la sottomissione alle mie consegne. Se il corvo fosse volato via mi
sarei rattristato ancora di più. Perché un cenno simile l’avrei
potuto avere soltanto da un mio pari, quindi ancora da me stesso, come
un riflesso del mio desiderio. E avrei incontrato nuovamente la mia
solitudine”. Perciò,
dopo essermi prostrato, ritornai sui miei passi. Ma
accadde un fatto strano: alla mia disperazione subentrò una serenità
inattesa e singolare. Affondavo nel fango della strada, mi scorticavo
tra i rovi, lottavo contro le raffiche di vento, eppure in me si
diffondeva una luce serena. Poiché non sapevo nulla ma non c’era
nulla che potessi capire senza provare disgusto. Non avevo toccato
Dio, poiché un dio che si lasci toccare non è più un dio, né se
esaudisce le preghiere. Per
la prima volta capivo che la grandezza della preghiera consiste in
questo: nel rimanere senza risposta e nel non essere un vile
commercio. Capivo che il noviziato della preghiera è il noviziato del
silenzio e che l’amore inizia soltanto là dove non si attende più
alcun dono in cambio. L’amore è innanzitutto esercizio della
preghiera e la preghiera è esercizio del silenzio. Ed
io e loro non eravamo più che una preghiera fondata sul silenzio di
Dio.
Era
ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: “La
costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici...”. Che
cosa pensava dunque degli uomini questo gottoso? lo, se volessi
costruire una casa per i miei veri amici, non saprei fabbricarla
abbastanza grande poiché non conosco un uomo al mondo che non sia in
parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Anche quel
tale a cui faccio tagliare la testa potrei trasformarlo in mio amico
se sapessimo porre fine alle divisioni degli uomini. Saprei fare un
amico anche di chi mi odia in apparenza e mi farebbe tagliare la testa
se potesse. E non credere che si tratti dì una commozione facile, né
d’indulgenza, né di una aspirazione ignobile, di una simpatia
volgare, poiché io rimango duro, inflessibile e silenzioso. Ma pensa
che sono numerosi i miei amici sparsi un po’ dovunque e che
riempirebbero la mia dimora se insegnassi loro a camminare. Ma
che cosa intende per amico vero costui se non colui al quale potrebbe
affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato, l'amicizia
allora non è altro che lealtà di domestico, ovvero
colui al quale potrebbe chiedere un favore, e
l'amicizia non è altro che un vantaggio ricavato dagli uomini, ovvero
colui che all’occorrenza prenderebbe le sue difese?
L’amicizia allora è un segno di ossequio. lo
disprezzo i calcoli e dico mio amico quell’essere che ho intravisto
nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua
ganga, ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha
riconosciuto e sorriso, anche se più tardi dovrà tradirmi. Ti
parlerò perciò dell’ospitalità. Se
apri la porta della tua casa al viandante e lui si siede accanto al
fuoco, non rimproverargli di non essere diverso da com’è. Non
giudicarlo. Perché ciò di cui aveva fame era soprattutto di trovarsi
là in qualche luogo, presso qualcuno, col suo carico, il suo bagaglio
di ricordi, il suo respiro affannoso e il suo bastone posato in un
canto. Era di stare là nel calore e nella pace del tuo volto, con
tutto il suo passato ormai inutile, con tutte le pecche messe a nudo.
La sua stampella egli non la sente più poiché non gli chiedi di
danzare. Allora si rinfranca e beve il latte che gli versi, mangia il
pane che gli spezzi, e il sorriso che gli rivolgi è un manto tiepido
come il sole per un cieco. Per
quale ragione lo ritieni indegno del tuo sorriso? Che cosa credi di
dargli se non gli dai l’essenziale, l’ospitalità, quella stessa
ospitalità che rende così nobili i tuoi rapporti con il più mortale
nemico? Quale riconoscenza prevedi di avere da lui attraverso il
fardello dei tuoi doni? Egli non potrà che odiarti se se ne va da
casa tua carico di debiti.
Ma
viene l’ora in cui il pesce abbocca e il filo resiste. Viene
l’ora in cui quello che volevi dire non l’hai detto per via di
un’altra parola che tenevi in serbo, poiché volevi dire anche
questo, cosicché queste due verità ti resistono. Così
non dare mai retta a coloro che vogliono aiutarti consigliandoti di
rinunciare alle tue aspirazioni. Ormai
la conosci la tua vocazione poiché essa pesa in te. Se
la tradisci deformi te stesso perché essa è come un albero nascente
e non una trovata, poiché è soprattutto il tempo che esercita una
grande funzione: per te si tratta di diventare un altro e di scalare
una montagna irta di difficoltà. Perché l’essere nuovo che è unità
ricavata dalla disparatezza delle cose non rappresenta per te la
soluzione di un enigma, ma il superamento delle contraddizioni e la
guarigione dalle ferite. Il suo potere lo conoscerai soltanto quando
sarai divenuto. Ecco
perché ho sempre onorato nell’uomo, come divinità troppo spesso
dimenticate, soprattutto il silenzio e la calma. Perché
ho capito. Il
bruco muore quando forma la propria crisalide. La pianta muore quando
tallisce. Chiunque
muta conosce la tristezza e l’angoscia. In lui tutto diviene
inutile. Chiunque muti non è che cimitero e rimpianti. Non
si guarisce il bruco, né la pianta, né il bambino che diventa adulto
e pretende, per poter ritrovare la felicità, di ritornare alla
fanciullezza e di veder restituiti ai giochi che ora l’annoiano i
loro colori, alle braccia materne la loro dolcezza e al latte il suo
sapore. Ma
i giochi hanno perso i loro colori, le braccia materne non sono più
un rifugio e il latte non ha più sapore, ed egli continua la sua
strada, tristemente. Il
bambino che si è fatto grande e che ha perso il sostegno della madre
non avrà pace finché non avrà trovato la sua donna. Solo lei gli
ridarà la tranquillità.
Io
ti parlerò del fervore poiché dovrai passare a molti rimproveri. Così
tua moglie ti rimprovererà continuamente di offrire il tuo amore ad
altri. Perché secondo l’uomo quello che è dato a uno viene
sottratto ad un altro. E’ la dimenticanza di Dio e l’uso dei beni
che ci hanno fatti così. Perché
in realtà ciò che tu dai non ti diminuisce, anzi ti accresce nelle
tue ricchezze da distribuire. Allo
stesso modo, chi ama tutti gli uomini in Dio ama molto di più ciascun
uomo di chi non ne ama che uno solo ed estende semplicemente al suo
complice il miserabile campo della propria persona. Così
chi affronta in lontana terra i pericoli delle armi dona alla donna
amata senza che ella lo sappia, poiché le offre qualcuno che esiste,
più di quanto le dia colui che la culla giorno e notte ma non esiste. Non
fare economie, perché non è merce quella che si risparmia quando si
tratta di movimenti del cuore. Donare significa gettare un ponte
sull’abisso della tua solitudine. Non
confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze
più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa,
l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della
proprietà, che è il contrario dell’amore. Perché se amo Dio me ne
vado a piedi sulla strada zoppicando per portarlo agli altri uomini.
Non riduco il mio Dio in schiavitù. lo mi nutro di tutto ciò che
egli concede agli altri. In tal modo so riconoscere chi ama veramente
dal fatto che egli non può essere danneggiato. Colui
che muore per l’impero, l’impero non lo può danneggiare. Si può
parlare dell’ingratitudine del tale o del tal altro, ma chi ti
potrebbe parlare dell’ingratitudine dell’impero? L’impero è
costruito con le tue offerte, e che sordido calcolo sarebbe il tuo se
ti preoccupassi di ricevere una ricompensa dall’impero! Colui che ha
dato la sua vita per il tempio e ha barattato se stesso col tempio
amava veramente, ma in che modo potrebbe sentirsi danneggiato dal
tempio? L’amore
vero inizia là dove non attendi più nulla in cambio. E se
l’esercizio della preghiera si rivela così importante per insegnare
all’uomo l’amore degli uomini, ciò avviene soprattutto perché
essa non ottiene risposta. Il
vostro amore è basato sull’odio poiché fate della donna o
dell’uomo i vostri schiavi considerandoli dei beni di cui solo voi
dovete godere e cominciate a odiare, come i cani quando girano attorno
al truogolo, chiunque adocchia il vostro pasto. Voi
chiamate amore questo pasto da egoista. Appena l’amore vi è
concesso, di questo dono spontaneo, come nelle false amicizie, fate
una servitù e una schiavitù, e dal momento in cui siete amati
cominciate a scoprirvi danneggiati e a infliggere agli altri, per
meglio asservirli, il triste spettacolo della vostra sofferenza. Voi
soffrite veramente ed è proprio questa sofferenza che mi disgusta.
Per quale motivo secondo voi dovrei ammirarla? Certo
anch’io quand’ero giovane ho camminato su e giù sulla mia
terrazza per via di qualche schiava fuggita nella quale leggevo la mia
guarigione. Avrei sollevato eserciti interi per riconquistarla. E per
possederla avrei gettato ai suoi piedi intere province. Ma
Dio mi è testimone che non ho mai confuso il senso delle cose e che
non ho mai definito amore, anche se metteva in gioco la mia vita,
questa ricerca della preda.
L'amicizia
io la riconosco dal fatto che non può essere delusa e riconosco
l’amore vero dal fatto che non può essere oltraggiato. Se
qualcuno viene a dirti: “Ripudia
quella donna perché ti disonora...”, ascoltalo
con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché chi ha il
potere di disonorarti? E
se qualcuno viene a dirti: “Ripudiala,
tanto tutte le tue cure sono inutili...”, ascoltalo
con indulgenza ma non mutare il tuo comportamento, poiché un giorno
hai fatto la tua scelta. Se
ti possono rubare ciò che ricevi, chi ha il potere di rubarti quello
che offri? E
se qualcun altro viene a dirti: “Qui
hai dei debiti. Qui non ne hai. Qui si riconoscono i tuoi meriti. Qui
sono beffeggiati”, tappati
le orecchie per non sentire simili calcoli. A
tutti costoro dovrai rispondere: “Amarmi
significa anzitutto collaborare con me”.
Anch’io
nella mia giovinezza ho atteso l’arrivo di quella fidanzata che mi
conducevano come sposa al seguito di una carovana partita da frontiere
così lontane che gli uomini erano invecchiati durante il viaggio. Non
hai mai visto una carovana invecchiare? Quelli
che si presentarono alle sentinelle del mio impero non avevano
conosciuto la loro patria, poiché coloro che avrebbero potuto
rievocarne il ricordo erano morti durante il viaggio e l’uno dopo
l’altro erano stati seppelliti lungo il cammino. Quelli
che ritornarono non possedevano altro che ricordi di ricordi e le
canzoni che avevano imparate dai loro padri non erano che leggende di
leggende. Hai
forse conosciuto un miracolo più prodigioso dell'avvicinarsi di
quella nave che è stata costruita dall’equipaggiata in alto mare? La
ragazza che sbarcarono da una cassa d’oro e d’argento e che,
sapendo parlare, poteva pronunciare la parola “fontana”, sapeva
bene che proprio di una fontana si era trattato un tempo, nei giorni
felici, e lei diceva questa parola come una preghiera che non può
essere esaudita, poiché si prega Dio così, per via del ricordo degli
uomini. Ancora
più sorprendente era che sapesse danzare, e questa danza le era stata
insegnata tra le selci e i rovi, e lei sapeva bene che la danza è una
preghiera che può sedurre i re, ma che nella vita del deserto non può
essere esaudita. Così
avviene, fino alla morte, per la tua preghiera, che è una danza
eseguita per toccare un dio. Ma
la cosa più sorprendente era questa: che essa portava con sé tutto
quello che le doveva servire in un altro luogo. E i seni tiepidi come
colombe per l’allattamento. E il ventre liscio per dare figli
all’impero. Era giunta tutta pronta, come un seme alato attraverso
il mare, così ben plasmata, così ben formata, così candidamente
incantata da quei beni che non le erano mai serviti, come te con i
tuoi meriti successivi, le tue azioni e i tuoi ammaestramenti che non
ti serviranno se non nell'ora della morte, quando sarai finalmente
divenuto; essa si era così poco servita, non solo del ventre e dei
seni che erano vergini, ma anche delle danze per sedurre i re, delle
fontane per bagnare le labbra e dell'arte di comporre i mazzi non
avendo mai visto dei fiori, che, giungendo a me nella sua totale
perfezione, non poteva più far altro che morire.
Non
conosco nulla di veramente grande se non nel guerriero che depone le
armi e culla il bambino, o nello sposo che fa la guerra. Non
si tratta di oscillare da una verità all’altra, non si tratta di
una cosa valida solo per un determinato tempo. Ma di due verità che
non hanno valore se non congiunte. E’ come guerriero che fai
l’amore e come amante che fai la guerra. Ma
colei che ti ha conquistato per le sue notti, avendo conosciuto la
dolcezza del tuo letto, si rivolge a te, la sua estasi, e ti dice:
“I miei baci non sono dunque dolci? La nostra casa non è forse
riposante? Le nostre serate non sono forse belle?”. E tu ne convieni
con un sorriso. “Allora, essa dice, resta accanto a me per
sostenermi. Quando ti verrà il desiderio non avrai che da tendere le
braccia e io mi piegherò verso di te sotto il tuo semplice peso come
il giovane arancio carico di frutti. Perché tu conduci in terra
lontana una vita grama, priva di tenerezze, e i movimenti del tuo
cuore, come l’acqua d’un pozzo insabbiato, non dispongono di una
prateria nella quale divenire”. E
infatti hai conosciuto nelle tue notti solitarie questi slanci
disperati verso questa o quella donna la cui immagine ti ritornava in
mente, poiché tutte le donne diventano belle nel silenzio. E pensi
che la solitudine della guerra ti abbia fatto perdere un’occasione
d’oro. Eppure
il noviziato dell’amore non lo fai se non durante l’assenza
dell’amore. E
il noviziato del paesaggio azzurro delle tue montagne non lo fai se
non tra le rupi che conducono alla vetta, e
il noviziato di Dio non lo fai se non nell’esercizio della preghiera
che rimane senza risposta. Perché
ti appagherà veramente, senza tema che si logori, soltanto quello che
ti sarà concesso al di fuori del trascorrere dei giorni quando i
tempi per te saranno divenuti e quando ti sarà permesso di essere,
avendo terminato di divenire.
lo
disprezzo quelli che diventano come bruti per dimenticare, oppure, per
comodità, soffocano una loro segreta aspirazione per vivere in pace.
Sappi che ogni contraddizione insoluta, ogni contrasto inevitabile, ti
obbliga crescere per assorbirlo. E nel groviglio delle tue radici
assorbi la terra senza volto, con le sue selci e il suo humus, ed
edifichi un cedro alla gloria di Dio. Se
vuoi diventare grande devi lottare fino allo spasimo contro i tuoi
contrasti: essi conducono innanzi tutto a Dio. E’ la sola via che
esista. Ed è per questo che la sofferenza accettata ti accresce. Ma
ci sono alberi deboli che la tempesta di sabbia non può plasmare. Ci
sono uomini fiacchi, incapaci di superarsi. Di una felicità mediocre
fanno la loro felicità, dopo aver soffocato la parte migliore di sé.
Essi si fermano in una locanda per tutta la vita. Si coprono
d’infamia. Non m’importa di ciò che fanno costoro. Non
m’importa se vivono. Essi chiamano felicità il marcire sulle loro
misere provviste. Rifiutano di avere dei nemici al di fuori di sé e
dentro di sé. Rinunciano ad ascoltare la voce di Dio che è necessità,
ricerca e sete indicibile. Non cercano il sole come lo cercano gli
alberi nel folto della foresta: quest’ultimi non lo trovano mai come
una provvista abbondante, perché l’ombra degli altri alberi soffoca
ogni albero, ma lo inseguono nella loro ascesa, modellati come colonne
superbe e lisce, sbucate dal suolo e divenute potenza inseguendo la
loro divinità. Dio
non si può raggiungere ma è posto come fine e l’uomo si edifica
nello spazio come un albero. Ecco
perché devi disprezzare i giudizi della moltitudine. Essi
chiamano errore il contrario della verità, i tuoi contrasti diventano
semplici per loro e respingono come inaccettabili, poiché frutti
dell’errore, i fermenti della tua ascesa. Lasciali
parlare. I loro consigli provengono da un animo superficiale che ti
desidera innanzi tutto felice. Essi
vogliono concederti troppo presto quella pace che è data soltanto
dalla morte, quando le tue provviste ti saranno utili. Perché
non sono provviste per la vita, ma miele d'api per l’inverno
dell’eternità.
Tu
devi dire loro: “Libertà e costrizione non sono che due aspetti di
una stessa necessità che è di essere il tale e non un altro”. Libero
di essere il tale ma non libero di essere un altro. Libero
di parlare in un modo, ma non libero di parlare in un altro. Libero
di seguire le regole di quel determinato gioco di dadi, ma non libero
di svilirlo infrangendo tali regole e sostituendole con quelle di un
altro gioco. Libero
di costruire, ma non libero di saccheggiare e di distruggere, con un
uso sfrenato, la riserva stessa dei tuoi beni, così come colui che
scrive male e ricava certi effetti dalle libertà che si prende,
annulla il proprio potere d’espressione, poiché non si proverà più
nulla a leggerlo quando avrà distrutto il valore dello stile negli
uomini. Così
come quando paragono il re all’asino, suscito il riso fintantoché
il re è rispettabile e rispettato. Poi
viene il giorno in cui il re s’identifica con l’asino e allora
dico soltanto una cosa evidente.
Dio
m’inviò una donna che mentiva spudoratamente, con voce suadente e
con naturalezza. lo mi chinavo su di lei come sulla brezza marina. “Perché
menti?”, le chiedevo. Allora
lei prorompeva in un pianto dirotto. Ed io riflettevo su quelle sue
lacrime. “Essa
piange, mi dicevo, perché non è creduta quando mente. lo non credo
nella commedia inscenata dagli uomini. Ignoro il senso della commedia.
Certo, costei vuol farsi passare per un’altra. Ma non è questo il
dramma che mi tormenta. E’ lei che vive un dramma poiché vorrebbe
tanto essere quest’altra. E' molto più facile che la virtù sia
rispettata da quelle donne che fingono di non praticarla che da quelle
che la praticano e sono virtuose come sono brutte. Le altre desiderano
tanto essere virtuose ed essere amate, ma non sanno dominarsi o sono
piuttosto dominate dagli altri ai quali si ribellano continuamente. E
mentono per farsi belle”. Mi
rivolgevo a Dio per dirgli: “Perché non hai insegnato a questa
donna un linguaggio comprensibile? Poiché se io l’ascoltassi,
invece di amarla la farei impiccare. Eppure vi è del patetico in lei;
essa s’insanguina le ali nelle tenebre del suo cuore e ha paura di
me come quelle giovani volpi delle sabbie alle quali tendevo dei pezzi
di carne ed esse tremavano, mordevano e mi strappavano di mano il cibo
per portarlo nella loro tana”. Certo
io ero al corrente dello scompiglio che essa portava nella mia casa. E
tuttavia mi sentivo trafiggere il cuore dalla crudeltà di Dio:
“Aiutatela a piangere. Versatele molte lacrime. Fate che si stanchi
da sola contro la mia spalla: essa non sente alcuna stanchezza dentro
di sé”. Essa
era stata male istruita sulla perfezione della sua condizione e
desideravo liberarla dall’errore. Sì,
Signore, non ho svolto il mio compito... Nessuna bambina è senza
importanza. Questa donna piangente non è il mondo ma un contrassegno
del mondo, e l’angoscia l’assale perché non può divenire. “Anzitutto
ascoltatemi”, dissi loro. “Anche
lei deve essere accolta. E così pure i bambini e soprattutto coloro
che ignorano di poter sapere... Perché
voglio prendervi per mano e guidarvi verso il vostro io. lo sono la
bella stagione degli uomini”.
Scriverò
un inno al silenzio. Tu,
musicista dei frutti. Abitante delle cantine, delle celle e dei
granai. Vaso di miele delle operose api. Riposo del mare sulla sua
vastità. In
te, dall’alto della montagna, io avvolgo la città, quando tacciono
i suoi carreggi, il suo frastuono e le sue squillanti incudini. Già
tutte queste cose sono sospese nell’anfora della sera. Vigilanza di
Dio sulla nostra febbre, mantello di Dio sull’inquietudine degli
uomini. Silenzio delle donne incinte, carne in cui matura il frutto.
Silenzio delle donne che nascondono i loro seni turgidi. Silenzio
delle donne, silenzio di tutte le vanità del giorno e della vita,
fascio di giorni. Silenzio delle donne, santuario e perpetuazione.
Silenzio nel quale si svolge verso il domani la sola corsa che abbia
una meta. La donna sente il bambino che si agita nel suo grembo.
Silenzio, depositario della mia felicità e del mio sangue. Silenzio
dell’uomo che se ne sta alla finestra pensieroso, a guardare e a
riflettere. Silenzio che permette di conoscere e di ignorare, poiché
talvolta è bene che l’uomo ignori. Silenzio che è rifiuto dei
vermi, dei parassiti e delle erbe cattive. Silenzio
che ti protegge mentre sei assorto nei tuoi pensieri. Silenzio
degli stessi pensieri, riposo delle api poiché il miele è fatto ed
è come un tesoro nascosto che si fa più prezioso. Silenzio dei
pensieri che preparano le loro ali poiché è pericoloso quando essi
turbano la tua mente e il tuo cuore. Silenzio
del cuore. Silenzio dei sensi. Silenzio delle parole interiori, perché
è bene che tu ritrovi Dio che è silenzio nell’eterno, quando tutto
è stato detto, quando tutto è stato fatto. Silenzio
di Dio che è come il sonno del pastore, poiché non esiste sonno più
dolce, anche se gli agnellini sembrano minacciati, quando non c’è
più né pastore né gregge, perché chi potrebbe distinguerli l’uno
dall’altro quando tutto è sonno, quando tutto è sonno lieve come
lana? Ah,
Signore! Il giorno in cui riporrete nel granaio la vostra creazione,
aprite quel grande portale alla loquace stirpe umana, sistematela
nella stalla eterna, quando i tempi saranno divenuti, e, così come si
guarisce da una malattia, fate che i nostri interrogativi perdano il
loro significato. Signore,
io so che essere sapiente non significa dare una risposta, ma guarire
dalle vicissitudini del linguaggio, e so che questo è valido anche
per coloro che si amano e si siedono con le gambe penzoloni sul
muricciolo delle piantagioni d’aranci, spalla contro spalla, ben
sapendo che non hanno ricevuto alcuna risposta agli interrogativi
posti ieri. Ma io conosco l’amore, e amare significa non fare più
alcuna domanda. Superando
ad una ad una ogni contraddizione, io procedo verso il silenzio degli
interrogativi e quindi verso la beatitudine. O
loquaci! Gli interrogativi sono stati la grande rovina degli uomini. E’
sciocco sperare nella risposta di Dio. Se
Dio ti accoglie, se ti guarisce, col tocco della sua mano cancella i
tuoi interrogativi che svaniscono come la febbre. Questa è la verità. Signore,
quando un giorno riporrai nel granaio la tua Creazione, spalancaci le
porte e facci penetrare là ove non sarà più risposta, perché non
ci sarà più alcuna risposta da dare, ma soltanto beatitudine, chiave
di volta degli interrogativi e volto che appaga. E
colui che ama scoprirà che la distesa d'acqua dolce è più vasta
della distesa del mare. Egli l’aveva già intuito ascoltando il
mormorio delle fontane, quando se ne stava seduto sul muricciolo con
le gambe penzoloni, accanto alla fidanzata, anche se essa non era che
una gazzella inseguita, respirante appena sul suo petto. Silenzio,
porto della nave. Silenzio
in Dio, porto di tutte le navi.
Ma
eccola sulla mia terrazza, tenera prigioniera e con i veli svolazzanti
al vento. Ed
io uomo, io guerriero vincitore che ottenevo finalmente la ricompensa
della guerra, improvvisamente, davanti a lei, non sapevo più che cosa
fare... “Mia
colomba, le dicevo, mia tortorella, gazzella dalle lunghe gambe...”,
poiché attraverso le parole che inventavo cercavo di afferrarla,
l’inafferrabile! Dissolta come neve. Perché
non era nulla il dono che attendevo. Gridavo:
“Dove siete?” perché non la incontravo. “Dov’è
dunque la frontiera?”. lo
diventavo un torrione e un baluardo. I
falò nella città ardevano per celebrare l’amore. Ed io, solo nel
mio terribile deserto, la guardavo dormire, svestita. Ho
sbagliato preda, mi sono ingannato nella mia corsa. Lei
fuggiva così in fretta e io l’ho fermata per impadronirmene... E
una volta presa, essa non esisteva più... Però
capivo il mio errore. Era la corsa che m’interessava ed ero stato
pazzo come quel tale che ha riempito la brocca d’acqua e l’ha
rinchiusa nell’armadio perché gli piaceva il canto delle fontane...
Era
veramente bella quella danzatrice che la polizia del mio impero aveva
arrestata. Bella e avvolta nel mistero. Mi
sembrava che conoscendola si sarebbero conosciute delle riserve di
territorio, calme pianure, notti di montagna e traversate di deserto
in pieno vento. “Ella
esiste”, dicevo fra me. Ma sapevo che praticava usanze straniere e
che qui lavorava per una causa a me ostile. Tuttavia quando tentarono
di rompere il suo silenzio, i miei uomini non strapparono che un
malinconico sorriso al suo impenetrabile candore. lo
rispetto innanzi tutto quello che nell’uomo resiste al fuoco. Umanità
da strapazzo, ebbra di vanità e vanità tu stessa, ti consideri con
amorevolezza come se in te esistesse qualcuno. Ma basta un carnefice e
un ferro arroventato per farti vomitare tutto, poiché non c’è
nulla in te di duraturo. Quel ricco ministro che mi aveva irritato con
la sua baldanza e che aveva inoltre tramato contro di me, non seppe
resistere alle minacce, mi vendette i congiurati, confessò sudando
freddo i suoi complotti, le sue credenze, i suoi amori, stese davanti
a me il suo budellame, perché ci sono degli uomini che non nascondono
nulla dietro i loro finti bastioni. Perciò quando costui ebbe sputato
sui suoi complici e abiurato, gli chiesi: “Chi
ti ha costruito? Perché questo pancione, questa testa alta e questa
piega solenne delle labbra? Perché questa fortezza se dentro non c’è
nulla da difendere? L’uomo è colui che porta dentro di sé qualche
cosa che lo trascende. Tu cerchi di salvare la tua pelle floscia, i
tuoi denti vacillanti, il tuo ventre rigonfio come se fossero
essenziali, tradendo quel bene che essi avrebbero dovuto servire e in
cui pretendevi di credere! Non sei che un otre pieno di parole vane e
volgari...”. Costui,
quando il carnefice gli spezzò le ossa, fu brutto a vedersi e ad
ascoltarsi. Ma
quella fanciulla, quando la minacciai, abbozzò davanti a me un lieve
inchino: “Mi
dispiace molto, mio Signore”. lo
la osservavo in silenzio e lei ebbe paura. Diventava già pallida e il
suo inchino si faceva più timoroso: “Mi dispiace molto, mio
Signore”. Perché
immaginava che avrebbe dovuto soffrire. “Pensa,
le dissi, che la tua vita è nelle mie mani”. “M’inchino
davanti al vostro potere, mio Signore...”. Era
seria poiché portava dentro di sé un messaggio segreto e rischiava
la morte per restare fedele. Ecco,
mi sembrava il tabernacolo di un diamante. Ma io dovevo pensare
all’impero: “Per
le tue azioni meriti la morte”. “Ah!
mio Signore ... (era più pallida che nell’amore)... Certo, è
giusto ...”. Ed
io compresi, conoscendo gli uomini, quello che intimamente pensava ma
che non avrebbe saputo esprimere: “E'
giusto forse non che io muoia, ma che piuttosto della mia vita sia
salvato quello che porto nascosto dentro di me...”. “In
te dunque, le chiesi, c’è qualcosa più importante della tua carne
giovane e dei tuoi occhi pieni di luce? Tu credi di proteggere
qualcosa dentro di te, eppure non ci sarà più nulla quando sarai
morta...”. Ella si turbò leggermente perché le mancavano le parole
per esprimersi: “Può
darsi che abbiate, ragione, mio Signore...”. Ma
io sentivo che lei mi dava ragione nel solo dominio delle parole,
perché non poteva difendersi. “Dunque,
t’inchini”. “Perdonate,
mio Signore; sì, m’inchino, ma non posso parlare...”. lo
disprezzo chi è spinto ad agire con argomentazioni, perché le parole
ti devono esprimere e non guidare. Le parole indicano degli oggetti
vuoti. Ma quest’anima non era di quelle che si possono aprire con
parole vane. “Non
posso parlare, mio Signore, ma m’inchino…”. lo
rispetto colui che attraverso le parole, anche se esse si
contraddicono, rimane stabile come la prua d’una nave, la quale,
nonostante il mare in burrasca, punta inesorabilmente verso la sua
stella. Perché così posso sapere dove si è diretti. Ma coloro che
si trincerano dentro la logica seguono le loro stesse parole, e girano
in tondo come bachi. La
fissai perciò a lungo e le chiesi: “Chi è che ti ha forgiata? Da
dove vieni?”. Lei
sorrise senza rispondere. “Vuoi
danzare?”. E
lei danzò. Ora
la sua danza fu stupenda, il che non poteva sorprendermi, poiché
c’era qualcuno dentro di lei. Non hai mai osservato il fiume
dall'alto di un monte? Qui ha incontrato la roccia, e non potendola
intaccare, l’ha aggirata lambendola. Più oltre ha svoltato per
usufruire di un pendio favorevole. In quella pianura si è disteso in
meandri poiché si allentarono le forze che lo attiravano verso il
mare. Laggiù si è addormentato in un lago. Poi ha sospinto innanzi
quel ramo rettilineo per adagiarlo nella pianura come una spada. Così
mi piace che la danzatrice incontri delle linee di forza. Che i suoi
passi siano ora contenuti, ora sfrenati. Che il suo sorriso, che poco
fa era spontaneo, ora vacilli come una fiammella investita dal vento,
che ora scivoli con leggerezza come sopra un invisibile pendio, ma
poco dopo rallenti, poiché i passi le diventano difficili come se
dovesse scalare un monte. Mi piace vederla cozzare contro qualche
ostacolo e vederla trionfare o morire. Mi piace vederla in un paese
che è stato costruito contro di lei, che ci siano in lei pensieri
permessi e altri che le sono vietati; sguardi possibili, altri
impossibili; resistenze, adesioni e rifiuti. Non mi piace che sia
uguale in ogni direzione come una gelatina. Ma che sia una struttura
ben diretta come l’albero vivo, il quale non è libero di crescere
ma si ramifica secondo l’estro del suo seme. Infatti
la danza è un modo di procedere nella vita seguendo il destino. Ma io
ti desidero fondare e animare verso qualche cosa, per poi commuovermi
davanti ai tuo passi. Infatti se vuoi attraversare il torrente e il
torrente si oppone alla tua marcia, allora danzi. Se vuoi correre
dietro l’amore e il rivale si oppone alla tua marcia, allora danzi. E
vi è la danza delle spade se vuoi dare la morte. Vi è la danza del
veliero sotto la sua bandiera quando deve prendere e scegliere nella
burrasca invisibili deviazioni per raggiungere il porto verso il quale
è attratto. Ti
occorre un nemico per danzare, ma quale nemico ti onorerà della danza
della sua spada se non esiste nessuno in te? Tuttavia
la danzatrice, essendosi preso il volto fra le mani, mi commosse
profondamente. Su quel volto io vidi una maschera. Perché nella
schiera dei sedentari ci sono volti falsamente tormentati, ma sono
coperchi di scatole vuote. Infatti non esiste nulla in te se non hai
ricevuto nulla. Ma costei la sapevo depositaria di una eredità. Vi
era in lei quel nocciolo duro che resiste allo stesso carnefice, poiché
il peso di una macina non ne caverebbe l’olio segreto. E’ questa
la cauzione per la quale si muore e che permette all’uomo di saper
danzare. Perché è un uomo vero solo chi è trasformato dal cantico,
dal poema o dalla preghiera ed è costruito dall’interno. Lo sguardo
che si posa su di te è pieno di luce poiché è di un uomo abitato. E
se prendi come modello il suo volto, esso diviene la dura maschera
dell’impero di un uomo. Tu sai che costui è governato e danzerà di
fronte al nemico. Non
esiste la danza del sedentario. Ma là ove la terra è troppo arida,
ove l’aratro urta nelle pietre, ove l’estate troppo torrida
inaridisce le messi, ove l’uomo resiste ai barbari, ove il barbaro
schiaccia il debole, allora nasce la danza poiché ogni passo ha un
suo significato. Perché
la danza è una lotta contro l’angelo.
Ecco
che gli uomini prendono le armi a causa di qualche parola inefficace,
in nome dello stesso amore. Ed è la guerra, la quale è ricerca,
lotta e movimento incoerente verso una direzione imperiosa, come
avvenne per l’albero del mio poeta, che, nato nel buio, urtò contro
i muri della sua prigione finché sfondò un lucernario e proruppe
verso il sole, finalmente diritto e glorioso. La
pace non la posso imporre. Fondo il mio nemico e il suo rancore se mi
limito a sottometterlo. L’unica cosa grande è convertire e
convertire significa accogliere, significa offrire a ciascuno, perché
vi si senta a suo agio, un abito su misura e lo stesso abito per
tutti. Perché la contraddizione non è altro che mancanza
d’ingegno. Perciò
ripeto la mia preghiera: “Signore,
illuminatemi. Fatemi crescere in sapienza affinché li possa
riconciliare, non mediante l’abbandono, richiesto dagli uni e dagli
altri, di qualche aspirazione del loro fervore, ma attraverso un nuovo
volto, identico per tutti. Come avviene per la nave, Signore! Quelli
che senza capire tirano le funi di babordo lottano contro quelli che
tirano a tribordo. Essi si potrebbero odiare nell’ignoranza. Ma se
sanno, collaborano insieme mettendosi al servizio del vento”. La
pace è un albero lento a crescere. Dobbiamo, come il cedro, assorbire
ancora molto pietrame per imprimergli una sua unità... Costruire
la pace, significa costruire una stalla abbastanza grande affinché
l’intero gregge vi si addormenti. Significa costruire un palazzo
abbastanza vasto affinché tutti gli uomini vi si possano aggiungere
senza abbandonare nulla dei loro bagagli. Non si tratta di amputarli
per farli stare tutti dentro. Costruire
la pace significa ottenere in prestito da Dio la sua mantellina da
pastore per poter accogliere gli uomini in tutta la vastità dei loro
desideri. Così
avviene per la madre che ami i figli. Uno è timido e affettuoso,
l’altro pieno di vita, l’altro ancora forse è gobbo, gracile e
patito. Però tutti, nella loro diversità, commuovono il suo cuore. E
tutti, nella diversità del loro amore, sono al servizio della sua
gloria. Ma
la pace è un albero lento a crescere. Occorre più luce di quanto io
abbia. Nulla è ancora evidente. lo scelgo e rifiuto. Sarebbe troppo
facile fare la pace se gli uomini fossero già tutti uguali. Ma la
vita è. Come l’albero. Lo stelo non è il mezzo trovato dal germe
per divenire ramo. Stelo, germe e ramo non sono che un unico
sbocciare. Perciò
io li corressi, i miei generali: “Se i nostri uomini
s’ammolliscono, ciò significa che l’impero, il quale alimentava
la loro vitalità, è morto dentro di loro. La stessa cosa avviene per
il cedro quando ha esaurito il dono di vivere. Esso non trasforma più
il pietrame in cedro e incomincia a disperdersi nel deserto. Occorre
perciò convertirli per animarli”. Tuttavia
nella mia indulgenza, siccome i generali non potevano capirmi, lasciai
che facessero il loro gioco ed essi spedirono degli uomini a farsi
ammazzare attorno a un pozzo che nessuno agognava perché secco, ma
nei pressi del quale il nemico si era casualmente accampato. “Signore,
ecco che si dividono perché non costruiscono più l’impero. Infatti
l’errore è di credere che cessino di costruire perché sono divisi.
Illuminami sulla torre che devo far erigere e che permetterà ai miei
uomini di trasformarsi nelle loro molteplici aspirazioni. La torre li
spronerà e ripagherà ciascuno accogliendolo nella sua grandezza. Il
mio mantello è troppo corto e io sono un cattivo pastore che non sa
accoglierli sotto la sua ala. Essi si odiano perché hanno freddo.
Infatti l’odio è soltanto insoddisfazione. L’odio ha sempre un
significato profondo che lo domina. Le erbe diverse si odiano e si
mangiano tra loro, ma non l’albero unico i cui rami si accrescono
della prosperità degli altri rami. Prestami
un taglio del tuo mantello affinché vi possa accogliere i miei
guerrieri, i miei bifolchi, i miei scienziati, gli sposi e le spose e
i bambini che piangono...”.
Però
nessuna autorità è efficace se gli uomini, una volta che hanno
attraversato l’atrio, spogliato se stessi e usciti dalle loro
crisalidi, non sentono le loro ali dispiegarsi dentro di loro, e,
invece di celebrare la sofferenza che li ha fondati, si scoprono
amputati e tristi e si voltano a guardare verso la sponda che hanno
appena abbandonato. “Signore,
so che ogni aspirazione è bella. Quella
alla libertà e quella alla disciplina. Quella dei pane per i figli e
quella del sacrificio del pane. Quella della scienza che esamina e
quella del rispetto che accetta e fonda. Quella delle gerarchie che
divinizzano e quella della spartizione che distribuisce. Quella del
tempo che permette la meditazione e quella del lavoro che occupa il
tempo. Quella dell’amore spirituale che mortifica la carne e
nobilita l’uomo e quella della pietà che medica le ferite. Quella
del futuro da costruire e quella dei passato da salvare. Quella della
guerra, che sparge i semi, e quella della pace che li raccoglie. Ma
so anche che queste contraddizioni non sono che contraddizioni del
linguaggio e che ogni volta che l’uomo s’innalza le osserva sempre
più dall’alto. Allora queste contraddizioni non esistono più”. “Signore,
voglio fondare la nobiltà dei miei guerrieri e la bellezza dei templi
per la quale gli uomini offrono se stessi e che dà un senso alla loro
vita. Ma
stasera mentre passeggiavo, immerso nel deserto del mio amore, ho
incontrato una bambina che piangeva. Le ho sollevato il capo per
leggere nei suoi occhi e il suo dolore mi ha sconvolto. Signore,
se io rifiuto di conoscerlo, rifiuto una parte del mondo e non avrò
terminato la mia opera. Non
che io voglia distogliermi dal grandi fini, ma quella bambina deve
essere consolata! Perché soltanto allora il mondo andrà bene. Anch’essa
è il contrassegno del mondo”.
“Ho
visto delle danzatrici comporre le loro danze. E una volta che la
danza era stata creata ed eseguita nessuno, evidentemente, portava via
il frutto del loro lavoro per fame una provvista. La danza passa come
un incendio. Tuttavia io dico civile quel popolo che compone le
proprie danze, anche se per le danze non esistono né raccolti né
granai. Mentre invece dico selvaggio quel popolo che allinea sugli
scaffali degli oggetti, siano essi i più puri, frutto del lavoro
altrui, anche se si dimostra capace di inebriarsi della loro
perfezione”. Mio
padre disse loro: “Creare, forse significa sbagliare quel passo
nella danza. Significa
dare di traverso quel colpo di scalpello nella pietra. Poco importa il
fine di un’azione. Questo sforzo ti sembra sterile perché sei cieco
e guardi troppo da vicino. Ma allontanati un po’; osserva da maggior
distanza il movimento di quel quartiere di città. Non vedrai più che
un grande fervore e la polvere dorata del lavoro. I colpi falliti non
li noti più. Perché quel popolo curvo sul lavoro, voglia o non
voglia, edifica i suoi palazzi o le sue cisterne o i suoi ampi
giardini pensili. Le sue opere nascono necessariamente, come
d’incanto, dalle sue dita. Ed io ti dico: quelle opere nascono sia
da coloro che falliscono i loro colpi che da coloro che li azzeccano,
perché non puoi separare gli uomini. Se
tu salvi solo i grandi scultori sarai privo di grandi scultori. Chi
sarebbe così pazzo da scegliere un mestiere che offre così poche
possibilità di vivere? Il grande scultore nasce dal terriccio
composto di cattivi scultori. Essi gli servono da scala e lo
innalzano. La
bella danza nasce dalla passione per la danza. E questa passione per
la danza richiede che tutti danzino, anche quelli che danzano male,
altrimenti non c’è passione ma solo accademia pietrificata e
spettacolo senza significato”. E
mio padre diceva per concludere: “Te l’ho già detto. Sbaglio di
uno, riuscita di un altro; non preoccuparti per queste divisioni. Di
fertile non c’è che la grande collaborazione reciproca. Il colpo
fallito aiuta il colpo che riesce. E il colpo riuscito rivela a colui
che ha fallito il suo lo scopo che perseguivano insieme Chi scopre la
divinità la scopre per tutti. Perché il mio impero somiglia ad un
tempio ed ho sollecitato gli uomini a costruirlo. Così sarà il loro
tempio. Dalla nascita del tempio essi trarranno il loro più alto
significato e inventeranno la doratura. Anche colui che la cercava
senza trovarla l’inventerà, perché la nuova doratura nascerà
innanzi tutto da questo fervore”.
I
miei soldati erano stanchi come se avessero portato un pesante
fardello. I miei capitani venivano a trovarmi: “Quando ritorneremo a
casa? Il sapore delle donne delle oasi conquistate non vale il sapore
delle nostre mogli”. Un
tale mi diceva: “Signore, penso continuamente a colei che è fatta
del mio tempo, delle mie dispute. Signore, c’è una verità che non
so più approfondire. Lasciami crescere nel silenzio del mio
villaggio. Sento il bisogno di meditare sulla mia vita”. Compresi
che essi avevano bisogno di silenzio, poiché solo nel silenzio la
verità di ciascuno si ricompone e mette le radici. Perché il tempo
innanzi tutto conta come nell’allattamento. Chi vede crescere il
bambino sotto i suoi occhi? Nessuno. Sono quelli che vengono da un
altro luogo che dicono: “Come s’è fatto grande!”. Ma né il
padre né la madre l’hanno visto crescere. Egli è divenuto nel
tempo, e in ogni momento era quello che doveva essere. Ecco
dunque che i miei uomini avevano bisogno di tempo, non fosse altro che
per comprendere un albero, per sedersi sulla soglia di casa di fronte
allo stesso albero con gli stessi rami. A poco a poco l’albero si
rivela. Infatti
quel poeta, una sera accanto al fuoco nel deserto, parlava
semplicemente del proprio albero. E i miei uomini, molti dei quali non
avevano mai visto altro che erba dei cammelli, palme nane e rovi, lo
ascoltavano attentamente. “Tu
non sai, diceva loro, che cos’è un albero. lo ne ho visto uno che
era spuntato per caso in una casa abbandonata, un rifugio senza
finestre, ed era partito alla ricerca della luce. Come l’uomo deve
essere immerso nell’aria, come la carpa deve essere immersa
nell’acqua, così l’albero deve essere immerso nella luce. Perché
piantato nella terra per mezzo delle radici, piantato negli astri per
mezzo delle fronde, è la via di scambio tra noi e le stelle.
Quell’albero, nato cieco, aveva dunque dispiegato nel buio la sua
potente muscolatura, brancolando da un muro all’altro, vacillando, e
questo dramma si era impresso nelle sue torsioni. Poi, dopo aver
infranto un abbaino nella direzione del sole, era emerso dritto come
una colonna, e io assistevo, guardando in prospettiva come fa lo
storico, alle evoluzioni della sua vittoria. Contrastando
magnificamente con i nodi causati dal contorcimento del tronco nella
bara, esso si schiudeva nella quiete, estendendo, grande come una
tavola, il suo fogliame illuminato dal sole, allattato dallo stesso
cielo, nutrito superbamente dagli dei. E
ogni giorno, all’alba, lo vedevo risvegliarsi dalla cima alla
radice, poiché era popolato d’uccelli. Appena albeggiava cominciava
a vivere, poi, una volta che il sole era sorto, il mio albero-casa, il
mio albero-castello, lasciava andare nel cielo le sue provviste come
un vecchio pastore bonario e restava silenzioso fino a sera...”. Così
raccontava e noi sapevamo che bisogna guardarlo a lungo un albero
perché nasca in noi in quel modo. E ciascuno invidiava quel poeta che
portava nel cuore quella massa di fronde e di uccelli. “Quando,
mi domandavano, quando finirà la guerra? Anche noi vorremmo capire
qualcosa. E’ tempo per noi di divenire...”. E
se uno di loro catturava una volpe del deserto ancora piccola e alla
quale potesse dare da mangiare, la nutriva come faceva talvolta con le
gazzelle quando si degnavano di non morire. La volpe del deserto gli
diveniva ogni giorno più preziosa poiché egli vedeva crescere i suoi
peli di seta, la sua astuzia e soprattutto quel bisogno di cibo che
esigeva cosi imperiosamente tutta la sollecitudine del guerriero. E
questi viveva nella vana illusione di infondere nel piccolo animale
qualcosa di se stesso come se quella volpe fosse nutrita, formata e
plasmata del suo amore. Poi
un bel giorno la volpe, richiamata dall’amore, fuggiva nella sabbia
e svuotava d’un colpo il cuore dell’uomo. Uno di costoro l’ho
visto morire per essersi difeso fiaccamente durante un’imboscata.
Quando apprendemmo della sua morte, mi tornò in mente la frase
misteriosa che aveva pronunciato dopo la fuga della sua volpe, un
giorno in cui i compagni, scorgendolo melanconico, gli avevano
suggerito di catturarne un’altra: “Occorre troppa pazienza, aveva
risposto, non per prenderla ma per amarla”.
Quando
qualcuno ti salverà la vita, non ringraziare mai. Non
esagerare la tua riconoscenza. Perché
se colui che ti ha salvato attende la tua riconoscenza, si dimostra
abbietto. Che
cosa crede costui? Di averti servito? Se
vali qualcosa, è Dio invece che ha servito conservandoti in vita. E
tu, se esprimi in maniera eccessiva la tua riconoscenza, dimostri di
mancare sia di modestia che d’orgoglio. Perché
la cosa importante che ha salvato non è il tuo misero caso personale,
ma l’opera alla quale collabori e che poggia anche su te. E
siccome egli soggiace alla stessa opera, non sei tenuto a
ringraziarlo. Egli è ripagato dal suo stesso lavoro per averti
salvato. E’
questa la sua collaborazione all’opera.
Che
cosa ho incontrato di più repellente che quel quartiere cittadino
costruito sul fianco di una collina e che scorreva come una fogna fino
al mare? Là ho visto quel lebbroso che rideva sconciamente e si
nettava l’occhio con un sudicio fazzoletto. Costui era soprattutto
volgare e canzonava se stesso per bassezza. Mio
padre decise di appiccarvi il fuoco. E quella turba che ci teneva ai
suoi tuguri ammuffiti cominciò ad agitarsi reclamando i propri
diritti, il diritto alla lebbra nella sporcizia. “Questo
è naturale, disse mio padre, poiché la giustizia secondo loro
consiste nel perpetuare ciò che è”. Essi
gridavano di avere diritto al putridume, poiché, fondati dal
putridume, erano fatti per il putridume. “Se
tu permetti agli scarafaggi di moltiplicarsi, disse mio padre, è
evidente che nasceranno i diritti degli scarafaggi. E nasceranno dei
cantori per celebrarli e ti canteranno quanto siano patetici gli
scarafaggi minacciati di sterminio”. Perché
dovrei ascoltarlo colui che viene a parlarmi in nome della sua
pestilenza? Ma
io lo curerò per via di Dio, poiché anche lui è una dimora di Dio.
Ma non secondo il suo desiderio che è soltanto un desiderio espresso
dalla piaga. Quando
l’avrò ripulito, lavato e istruito, allora il suo desiderio sarà
diverso e lui stesso rinnegherà quello che era. Perché
dovrei allearmi ora con quell’uomo che lui stesso rinnegherà? Perché
dovrei soddisfare il desiderio del lebbroso volgare ed impedirgli di
nascere e di abbellirsi?
Mentre
me ne andavo mi voltai verso la soglia. Là
non v’era che un momento, un bagliore, un aspetto fra tanti della
città. Un
bambino chiamato per sbaglio aveva sorriso, aveva risposto
all’appello. Egli si era appena voltato verso il muro. La presenza
d’un bambino diviene più fragile della presenza di un uccello... E
li lasciai fare il silenzio per addomesticare quel bimbo morente. Camminai
lungo la viuzza. Attraverso
le porte sentivo sgridare le serve. Si metteva in ordine la casa, si
facevano i bagagli per la traversata della notte... Poco m’importava
che i rimproveri fossero giusti o ingiusti. lo non sentivo che il
fervore. Più
lontano, accanto alla fontana, una bambina piangeva nascondendosi il
viso col braccio. Posai dolcemente la mano sui suoi capelli, sollevai
il suo viso verso di me, ma senza chiedere la causa del suo dolore,
poiché sapevo che non poteva conoscerla. Perché
il dolore è sempre fatto del tempo che passa e che non ha dato il suo
frutto. Esiste il dolore per i giorni che fuggono, per il braccialetto
smarrito che è come tempo perduto o per la morte del fratello che è
come tempo inutile. E
il dolore di quella bambina, quando si sarà fatta adulta, diventerà
dolore per la partenza dell’innamorato, che sarà, senza che essa se
ne renda conto, come una strada smarrita verso le cose reali: il
bricco, la casa ben rinchiusa e i figli che si allattano. E
il tempo all’improvviso fluirà inutilmente in lei come in una
clessidra. Ad
un tratto una donna apparve sulla soglia, tutta raggiante, e mi fissò
a lungo nella pienezza della sua gioia, forse dovuta al bambino che si
era addormentato o alla minestra profumata o ad un semplice ritorno. Il
tempo all’improvviso le apparteneva. E
passai davanti ad un vecchio ciabattino zoppo, tutto intento ad
abbellire con fili d’oro le babbucce e capii che cantava benché non
avesse più voce: “Cos’è,
ciabattino, che ti rende così allegro?”. Ma
non ascoltai la risposta, poiché sapevo che si sarebbe ingannato e mi
avrebbe parlato del denaro guadagnato o della cena che l’attendeva o
del riposo. Egli
non sapeva che la sua felicità consisteva nel trasfigurarsi in
babbucce d’oro.
E i riti sono nel tempo quello che
la casa è nello spazio. Perché
è bene che il tempo che passa non dia apparentemente l’impressione
di logorarci e disperderci come una manciata di sabbia, ma di
perfezionarci. E’ bene che il tempo sia una costruzione. In tal modo
posso procedere d’onomastico in onomastico, di compleanno in
compleanno, di vendemmia in vendemmia, così come da bambino camminavo
dalla camera di consiglio alla camera silenziosa, fra le spesse mura
del palazzo di mio padre, nel quale tutti i passi avevano un senso. lo
ho imposto la mia legge che è come la forma dei muri e la
disposizione della mia casa. Lo stolto è venuto a dirmi: ”Liberaci
dalle tue costrizioni e noi diventeremo più grandi”. Ma io sapevo
che essi avrebbero perso la possibilità di conoscere un volto, e, non
amandolo più, la possibilità di conoscere se stessi, e ho deciso,
contro la loro volontà, di arricchirli del loro amore. Perché essi
mi proponevano, per potervi circolare più liberamente, di abbattere
le mura del palazzo di mio padre, nel quale tutti i passi avevano un
senso. Questo
palazzo era una vasta dimora con l’ala riservata alle donne e il
giardino interno nel quale zampillava una fontana. (Voglio che si
faccia un cuore alla casa in modo che ci si possa avvicinare e
allontanare da qualche cosa, uscire e rientrare. Altrimenti non si è
più in nessun posto. Essere liberi non significa non essere). C’erano
anche i granai e le stalle. A volte succedeva che i granai erano vuoti
e le stalle deserte. E mio padre si opponeva che gli uni fossero
adibiti agli usi riservati alle altre. Il
granaio, diceva, è innanzitutto un granaio e tu non abiti una casa se
non sai più dove ti trovi. Poco importa, diceva ancora, che un uso
sia più o meno produttivo. L’uomo non è un bestiame da ingrasso, e
l’amore per lui conta più dell’uso. Non puoi amare una casa che
non ha un volto e nella quale i passi non hanno alcun senso”. C’era
la sala riservata soltanto alle grandi ambasciate e che veniva aperta
al sole unicamente nei giorni in cui, all’orizzonte, s’innalzava
la polvere di sabbia sollevata dai cavalieri e da quelle grandi
orifiamme che il vento agitava come vele. C’era
la sala in cui si amministrava la giustizia e quella in cui si
portavano i morti. C’era
la stanza vuota, quella di cui mai nessuno seppe a cosa servisse, e
forse non serviva a nulla, se non ad insegnare il senso segreto delle
cose e che non si penetra mai ogni cosa.
Perché
come avviene per l’albero, non sai nulla dell’uomo se lo estendi
nella sua durata e lo scomponi nei suoi diversi elementi. L’albero
non è seme, poi stelo, poi tronco flessibile, poi legno secco. Non
bisogna scomporlo per conoscerlo. L’albero è quel potere che
lentamente sposa il cielo. La
stessa cosa avviene per te, mio piccolo uomo. Dio
ti fa nascere, ti fa crescere, ti colma successivamente di desideri,
di rimpianti, di gioie e di sofferenze, d’ira e di perdono, e poi ti
richiama a sé. Tuttavia
tu non sei né quello scolaro, né quello sposo, né quel bambino, né
quel vecchio. Tu sei colui che si effettua. E
se saprai scoprirti ramo dondolante, attaccato saldamente all’olivo,
nelle tue oscillazioni assaporerai l’eternità. E tutto intorno a te
diventerà eterno. Eterna la fontana zampillante che ha saputo
dissetare i tuoi padri; eterna la luce degli occhi della fidanzata
quando ti sorriderà; eterna la frescura delle notti. Il
tempo non sarà più una clessidra che consuma la sua sabbia, ma un
mietitore che lega il suo covone.
Mi
basta che tu abbia conosciuto la visita e quella pienezza d’essere
un uomo e che ti tenga sempre pronto a ricevere, poiché avviene come
per il sonno o per la fame o per il desiderio che ti assalgono ad
intervalli. Il
tuo dubbio non è che il dubbio di un uomo vero e perciò vorrei
consolarti. Ti
ritornerà se sei scultore il senso del volto, ti
ritornerà se sei sacerdote il senso di Dio, ti
ritornerà se sei innamorato il senso dell’amore, ti
ritornerà, se sei una sentinella, il senso dell’impero, ti
ritornerà, se sei fedele a te stesso e pulisci la tua casa, anche se
sembra abbandonata, la sola cosa che possa alimentare il tuo cuore. Poiché
tu non conosci l’ora della visita, ma l’importante è che tu
sappia che solo essa ti può colmare. Perciò
io ti costruisco così attraverso tristi ore di studio, affinché il
poema, come per miracolo, ti possa infiammare. Perché
non esiste dono che tu non abbia preparato. E la visita non giunge se
non si è costruita una casa per riceverla. Sentinella,
sentinella, è
camminando lungo i bastioni nel tormento del dubbio proveniente dalle
notti calde, è
ascoltando i rumori della città quando la città non ti parla, è
sorvegliando le dimore degli uomini quando sono una sola macchia
scura, è
respirando il deserto intorno quando non c’è che vuoto, è
sforzandoti di amare senza amare, di
credere senza credere, di
essere fedele quando non sai più a chi devi essere fedele, che
prepari in te la luce della sentinella. Luce
che ti giungerà come una ricompensa e un dono dell’amore.
E
mio padre rispose: “L’essenziale
della carovana lo scopri quando essa si consuma. Dimentica
il vano suono delle parole e guarda: se il precipizio si oppone alla
sua marcia, essa lo aggira; se un masso le si erge davanti, lo evita;
se la sabbia è troppo fine, cerca altrove una sabbia dura, ma
riprende sempre la medesima direzione. Se il sale di una salina
scricchiola sotto il suo pesante carico, la vedi agitarsi,
disincagliare le bestie, brancolare per trovare uno strato solido, ma
ben presto si rimette in sesto, ancora una volta, nella sua direzione
iniziale. Se una cavalcatura stramazza a terra si fermano, raccolgono
le casse rotte, le caricano su di un’altra cavalcatura, le fissano
con una corda stringendo bene il nodo, poi riprendono la medesima
strada. A
volte muore colui che faceva da guida. Essi lo attorniano. Lo
seppelliscono nella sabbia. Discutono accanitamente. Poi spingono un
altro ad assumere il comando e ancora una volta fanno rotta sulla
medesima stella. La carovana si muove così necessariamente in una
direzione che la domina; è come una pesante pietra sopra un pendio
invisibile.
Scoprivamo che la vita non ha senso se non
la si offre in cambio di qualcosa a poco a poco. Ho scoperto quest’altra verità: è vana
l’illusione dei sedentari che credono di poter vivere in pace nella
loro dimora, poiché ogni dimora è minacciata. Essi imputridivano nell’illusione di
trovare la felicità nei beni posseduti. Mentre invece essere felici
significa agire con fervore e accontentarsi di creare. Costringili a costruire insieme una torre
e li muterai in fratelli. Ma se vuoi che si odino getta loro del
grano. Poiché quando la bufera spezza i rami del
cedro e la tempesta di sabbia lo flagella ed egli cede al deserto, ciò
non significa che la sabbia sia diventata più forte, ma che il cedro
ha già rinunciato a combattere. E se voi mettete in prima fila
l’architetto, credendo che le città nascano dalle sue mani, nessuna
città sorgerà dalla sabbia. Egli sa come nascono le città ma non ne
conosce il perché. Ma provate a gettare un conquistatore
ignorante sulla terra aspra e sassosa: quando ritornerete più tardi brillerà
una fortezza con trenta cupole. Se cerchi al di fuori di te o al di fuori
del tuo amico la vostra comune radice, se per voi due vi è un legame
divino, intravisto nella disparatezza delle cose naturali, né la
distanza né il tempo possono separarvi, poiché tali divinità se ne
infischiano dei muri e dei mari. Non si tratta di costruire un termitaio. Se tu rinneghi una casa, rinneghi tutte le
case. Se rinneghi una donna rinneghi l’amore. Potrai abbandonare quella donna, ma non
troverai l’amore. lo non so più riconoscermi se Tu non sei
la chiave di volta e la comune misura e il significato degli uni degli
altri. Nel campo d’orzo, nel pozzo di El Ksour e nel mio esercito
non scopro che materiali sparsi se la tua presenza non mi permette di
vedere in trasparenza qualche città merlata costruita sotto le
stelle.
Tu combatti contro il male, gli dissi, e
ogni lotta è una danza. Trai il tuo godimento dal piacere di
danzare, quindi dal male. Preferirei che tu danzassi per amore. Poiché non bisogna confondere l’amore
con la schiavitù del cuore. L’amore che prega è bello, ma l’amore
che supplica è degno di un servo. Poiché non credo nella tua logica ma nel
pendio dell’amore. Ma il fatto è che non hai parole per
dirmi verso che cosa cercano di andare gli uomini, né verso che cosa ho
il dovere di condurli. Ti servi di vasi troppo piccoli, come la
pazzia o la felicità, nella vana speranza di rinchiudervi la
vita. Come quel bambino che con una paletta ed
un secchiello, davanti all’Atlante pretendeva di spostare la montagna. Perché io ho bisogno soprattutto di colui
che è come una finestra spalancata sul mare e non uno specchio della mia noia. Appari a me, Signore, perché tutto è
molto faticoso quando si perde il gusto di Dio. lo non credo nel riposo. Perché quando uno è tormentato dal
dubbio, non gli conviene cercare una pace precaria e sterile accettando
uno dei due elementi del contrasto. Che cosa ci guadagnerebbe il cedro a
evitare il vento? Il vento lo sconquassa ma lo rafforza. Se tu mi chiedi: “Devo svegliarlo costui o lasciarlo
dormire affinché sia felice?” io ti risponderò che non so nulla
della felicità. Ma se apparisse un’aurora boreale,
lasceresti forse dormire il tuo amico? Nessuno deve dormire se può
vederla. Evidentemente a costui piace dormire e si
sprofonda nel sonno: però strappalo alla sua felicità e gettalo fuori
dal letto affinché possa divenire. Mio popolo addormentato, io ti benedico,
dormi ancora. Indugi pure il sole a strapparvi alla
tenera notte! Abbia pure la mia cittadella il diritto di
riposare ancora prima di spiegare alle prime luci del
giorno le sue ali per il lavoro. Restino ancora in seno a Dio, tutti
perdonati, tutti accolti. lo, io avrò cura di voi. Veglio su te, popolo mio: dormi ancora.
Ho
conosciuto un vecchio giardiniere che mi parlava del suo amico. Erano
entrambi vissuti a lungo come fratelli prima che la vita li separasse,
bevendo il tè serale insieme, celebrando le medesime feste, e
cercandosi l’un l’altro per chiedersi qualche consiglio o per farsi
delle confidenze. Evidentemente avevano ben poco da dirsi e tuttavia,
terminato il lavoro, li si vedeva passeggiare insieme ed osservare in
silenzio i fiori, i giardini, il cielo e gli alberi. Ma se uno di essi
scuoteva il capo tastando col dito qualche pianta, l’altro si chinava
a sua volta e scoprendo le tracce dei bruchi, scuoteva il capo anche
lui. E i fiori sbocciati procuravano a entrambi la stessa gioia. Ora
avvenne che un mercante, avendo assunto uno di essi, lo aggregò per
qualche settimana alla propria carovana. Ma i predoni di carovane, poi
le vicende della vita, e le guerre tra gli imperi, e le tempeste, e i
naufragi, e le disavventure, e i lutti, e i mestieri per vivere
sballottarono costui per molti anni come una botte sul mare,
respingendolo di giardino in giardino fino ai confini del mondo. Or
ecco che un giorno il mio giardiniere, dopo una vecchiaia di silenzio,
ricevette una lettera dal suo amico. Dio solo sa quanti anni avesse
navigato. Dio solo sa quali diligenze, quali cavalieri, quali navi,
quali carovane l’avessero di volta in volta instradata fino al suo
giardino. E
quella mattina, siccome era raggiante di felicità e la voleva
condividere con qualcuno, mi pregò di leggere, così come si prega di
leggere una poesia, la lettera che aveva ricevuto. E spiava sul mio viso
l’emozione che mi procurava la lettura. Evidentemente non si trattava
che di qualche parola poiché i due giardinieri erano più abili nel
maneggiare la vanga che la penna. Lessi
semplicemente: “Questa mattina ho potato i miei roseti…”. Poi,
meditando sull’essenziale, che mi pareva informulabile, scossi il capo
come avrebbero fatto loro. Ecco
dunque che il mio giardiniere non ebbe più pace. L’avresti potuto
sentire che s’informava sulla geografia, la navigazione, i corrieri,
le carovane e le guerre tra gli imperi. E
tre anni più tardi dovetti per caso spedire un messaggero dall’altra
parte della terra. Feci perciò chiamare il giardiniere: “Puoi
scrivere al tuo amico”, gli dissi. I
miei alberi ne soffersero un poco e così pure gli ortaggi nell’orto,
e i bruchi regnarono indisturbati, poiché egli passava le giornate
tappato in casa a scarabocchiare, a cancellare, a ricominciare il lavoro
da capo, sudando come uno scolaretto sul suo compito, perché sentiva
qualcosa d’urgente da dire e doveva trasportare tutto se stesso, con
la propria verità, dal suo amico. Doveva
costruire la propria passerella sull’abisso, raggiungere l’altra
parte di sé attraverso lo spazio e il tempo. Doveva
dire il suo amore. Arrossendo,
venne a sottopormi la sua risposta per spiare anche questa volta sul mio
volto il riflesso della gioia che avrebbe illuminato il volto del
destinatario e per provare così su me il potere delle sue confidenze. E
(poiché effettivamente non v’era nulla di più importante da far
sapere, giacché per lui si trattava di un bene col quale barattare se
stesso alla maniera delle vecchie che si consumano gli occhi sui ricami
per infiorare il loro dio) io lessi che confidava all’amico, con la
sua scrittura forzata e maldestra, come una preghiera fervente ma
espressa con parole semplici: “Anch’io questa mattina ho potato i
miei roseti...”. E
letto questo tacqui, meditando sull’essenziale che cominciava ad
apparirmi più chiaro, perché essi senza saperlo ti celebravano, o
Signore, unendosi in te al di sopra dei roseti.
Guarda i miei giardinieri quando
all’alba si recano nei giardini per creare la primavera. Essi non discutono sui pistilli o sulle
corolle: spargono dei semi.
Sentivo
in me una stanchezza estrema e mi pareva più semplice ammettere di
essere come abbandonato da Dio. Mi sentivo vuoto, senza chiave di volta
e più nulla risuonava in me. La voce che parla nel silenzio non si
faceva più sentire. Essendo salito sulla più alta torre pensavo:
“Perché quelle stelle?”. E misurando con lo sguardo le mie proprietà,
mi dicevo: “Perché queste proprietà?”. E siccome saliva un lamento
dalla città addormentata, mi domandavo: “Perché questo lamento?”.
Ero smarrito come uno straniero tra una folla sconosciuta che non parla
la sua lingua. Ero come l’abito di cui l’uomo si è svestito.
Disfatto e solo. Ero simile a una casa disabitata. Mi mancava appunto la
chiave di volta poiché più niente di me poteva servire. Mi
dicevo: “Eppure sono sempre io; so le stesse cose, ho gli stessi
ricordi, sono spettatore del medesimo spettacolo, ma ormai affogato
nella massa inutile”. Anche
la basilica più bella, se nessuno la considera nel suo insieme, se
nessuno ne assapora il silenzio e non le dà un significato
nell’intimo del cuore, non è più che un ammasso di pietre. La stessa
cosa avveniva di me, della mia saggezza, della percezione dei miei sensi
e dei miei ricordi. Ero un mucchio di spighe e non più un covone. Ed
io conobbi la noia, che è anzitutto privazione di Dio. Non
mi sentivo un suppliziato, il che è degno d’un uomo, ma un rinnegato.
Sarei stato facilmente crudele in quella solitudine del mio giardino in
cui camminavo senza meta proprio come chi attende qualcuno e che
persiste in un universo provvisorio. Rivolgevo continue preghiere a Dio,
ma non erano preghiere giacché non provenivano da un uomo, ma da una
parvenza d’uomo, cero preparato ma senza fiamma. Dicevo: “Ah! che il
fervore ritorni in me”. Sapevo che il fervore è solo frutto del nodo
divino che lega le cose. Allora esiste una nave governata. Allora si
vede una basilica. Ma cos’è una basilica se non un mucchio di
materiali, quando non sai leggere in trasparenza né l'architetto né lo
scultore? Fu
allora che compresi che chi riconosce il sorriso della statua o la
bellezza del paesaggio trova Dio, poiché egli va oltre l’oggetto per
raggiungere la chiave, va oltre le parole per ascoltare il cantico, va
oltre la notte e le stelle per assaporare l'eternità. Perché
in un primo tempo Dio dà un significato al tuo linguaggio, e il tuo
linguaggio, se acquista un significato, ti rivela Dio. Se
le lacrime di quel bambino ti commuovono, esse sono come una finestra
aperta sul vasto mare, poiché ecco, non solo le sue lacrime, ma tutte
le lacrime si ripercuotono di te. Il
bambino è soltanto colui che ti prende per mano per insegnarti la
strada. “Perché,
Signore, mi obblighi a compiere questa traversata di deserto? Io mi
sfianco tra i rovi. Basta un indizio della tua presenza perché il
deserto si trasfiguri, perché la bionda sabbia, l’orizzonte e il
grande vento pacifico non siano più un insieme incoerente, ma formino
un vasto impero nel quale io mi esalto, e così possa leggere in
trasparenza”. Compresi
che se Dio si allontana, la sua assenza lo fa apparire ancora più
evidente. Perché
per il marinaio dà un significato al mare. E per lo sposo dà un
significato all'amore. Però
ci sono delle ore in cui il marinaio chiede: “Perché il mare?”. E
lo sposo: “Perché l’amore?”. E
lavorano nella noia. Nulla manca loro fuorché il nodo divino che lega
le cose. E
tutto manca. “Nel
soppesare, nello sfogliare il libro del Profeta, disse ancora mio padre,
nel soffermarsi sulla forma dei caratteri o sull’oro delle miniature,
l’illetterato non coglie l’essenza, che non è il vano oggetto, ma
la saggezza divina. Così
l’essenziale di una candela non è la cera che lascia delle tracce, ma
la luce”.
“Di
che cosa dovrei lamentarmi, Signore, io che soppeso nella mia saggezza
patriarcale questo impero nel quale tutto è al suo posto come la frutta
matura nel paniere? Per qual motivo dovrei sentirmi adirato,
amareggiato, provare odio e sete di vendetta? Tale è la trama per il
mio lavoro. Tale è il mio campo da coltivare. Tale è la mia arpa per
suonare. Quando
all’alba il padrone della proprietà cammina per le sue terre, tu lo
vedi che raccoglie il sasso o sradica il rovo se ne trova. Egli non se
la prende né con il rovo né con il sasso. Abbellisce il proprio
terreno e non prova che amore. Quando
quella donna allo spuntare dei giorno spalanca le finestre della propria
casa, la vedi intenta a togliere la polvere. Ella
non se la prende con la polvere. Abbellisce una casa e non prova che
amore. E
per qual motivo dovrei lamentarmi degli uomini? Io li accolgo, in
quest’alba, cosi come sono. Certo,
ce ne sono che preparano il loro delitto, che meditano il loro
tradimento, che adornano la loro menzogna, ma ce ne sono altri che si
predispongono al lavoro, alla pietà o alla giustizia. Certo,
anch’io per abbellire la mia terra coltivabile getterò via il sasso o
il rovo, ma senza odiare né il rovo né il sasso, e non proverò che
amore. Perché
io ho trovato la pace, Signore, mentre pregavo. lo
provengo da te. Mi sento un giardiniere che cammina a passi lenti verso i suoi alberi”.
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