L’amico è innanzi tutto colui che non giudica.

L’amico è colui che apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la sua danza. E se il viandante parla della primavera ormai sopraggiunta, l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene, l’amico soffre con lui la fame. Perché, come ti ho detto, l’amico nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che forse non aprirebbe mai per nessun altro.

Il tuo amico è un amico vero e tutto quello che dice è vero.

L’amico nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, poiché allora l’unione è fatta, anche se lui è un bottegaio mentre io sono un capitano, oppure è un giardiniere mentre io sono un marinaio.

L’ho incontrato al di sopra delle nostre divisioni e sono divenuto il suo amico.

Io posso tacere accanto a lui, cioè non avere alcun timore per i miei giardini interiori, le mie montagne, i miei precipizi e i miei deserti, poiché lui non vi metterà mai piede.

Tu, amico mio, quello che ricevi da me con amore è come un ambasciatore del mio regno interiore. Tu lo tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici.

Mi hai mai visto, quando ricevevo degli ambasciatori, tenerli in disparte o respingerli perché agli estremi confini del loro impero, a mille giornate di marcia dal mio, gli uomini si nutrono di cibi che non mi piacciono, ovvero perché i loro costumi sono diversi dai miei? L’amicizia è innanzi tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra delle divisioni particolari. Non posso rimproverare nulla a chi troneggia alla mia mensa.

 

Perché sappi che l’ospitalità, la cortesia e l’amicizia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Che cosa andrei a fare nel tempio di un dio che discutesse sulla statura e sulla corpulenza dei fedeli, oppure nella casa di un amico che non accettasse le mie stampelle e pretendesse di farmi danzare per giudicarmi?

Incontrerai fin troppi giudici per il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti, lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la tempesta che scolpisce il cedro.

Sappi che Dio, quando entrerai nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie.

Ho meditato a lungo sull’accettazione della morte.

Ma tu mi dici che essa è in contrasto con l’istinto. Infatti l’istinto ti spinge a fuggire la morte e l’esperienza ti dimostra che tutti gli animali lottano per sopravvivere.

“L’istinto della sopravvivenza, mi dici, domina ogni altro istinto. La vita presente è un bene inestimabile e io ho il dovere di salvaguardarlo”.

Certo è che tu combatterai eroicamente per salvarti. Dimostrerai coraggio nell'assedio, nella conquista o nel saccheggio. Ma non andrai a morire in silenzio nell’accettazione segreta del dono di te stesso.

Tuttavia ti mostrerò quel padre che si è tuffato istintivamente nei gorghi del fiume poiché suo figlio sta per affogare e il suo volto, sempre più pallido, appare ancora ad intervalli, simile alla luna quando appare tra gli squarci della nube. lo ti dirò : “Quel padre dunque non è dominato dall’istinto di vivere...”.

“Sì, risponderai, ma l’istinto va oltre. Esso vale tanto per il padre quanto per il figlio. Vale per la guarnigione che delega i suoi membri. Il padre è legato al figlio...”.

La tua risposta è plausibile, complessa e verbosa. Ma io ti dirò ancora per istruirti:

“E’ chiaro che esiste un istinto verso la vita. Ma non è che un aspetto di un istinto più forte. L’istinto essenziale è quello della permanenza. Chi è stato costruito nell’attaccamento alla vita, cerca la sua stabilità nella conservazione della propria carne. Chi è stato costruito nell’amore filiale, cerca la sua stabilità nel salvataggio del figlio. E chi è stato costruito nell’amore in Dio cerca la propria stabilità nella sua ascesa in Dio. Tu non cerchi quello che ignori, cerchi di salvare le condizioni della tua grandezza nella misura in cui la senti. Cerchi di salvare le condizioni dei tuo amore nella misura in cui ami. Io posso barattare la tua vita con qualcosa che la trascende senza che nulla ti venga sottratto”.

 

Io ti parlerò e tu riceverai da me un cenno. Ti ridarò le tue divinità. Certuni hanno creduto negli angeli, nei demoni, negli spiriti. Ed era sufficiente immaginarli perché agissero. Parimenti, dal momento in cui l’hai formulata, la carità comincia a conquistare il cuore degli uomini.

Tu possedevi una fontana.

Non soltanto quella pietra dell’orlo logorata dalle generazioni, il secchio grondante la provvista già ammassata nel serbatoio come la frutta nel cestello (e i tuoi buoi vanno all’abbeveratoio a saziare la loro sete con acqua già raccolta);

non soltanto l’acqua e il mormorio dell’acqua e il silenzio della riserva e la freschezza dell’acqua limpida nel palmo delle mani;

non soltanto la notte sull’acqua tremolante di stelle, dolce e dissetante, affinché essa sia una in lei e distribuendola in questa pietra e in quest’altra, in questo pozzo e in quel condotto, in questo rigagnolo e in quella lunga fila di buoi, non la dissolva in materiali diversi.

Perché è necessario che tu ti rallegri delle fontane.

Io popolerò la tua notte di fontane.

Basta che ridesti in te il ricordo della sorgente, anche se lontana. Come potrei essere meno ragionevole, offrendoti il diamante puro o l’oggetto dorato, che non valgono nulla per il loro uso e valgono invece per la festa promessa o per il ricordo di quella festa?

Ecco posso dirti: “La fontana del tuo villaggio...”,

così ridestare il tuo cuore e insegnarti a poco a poco quella marcia verso Dio, che può, essa sola, appagarti, poiché di indizio in indizio giungerai a Lui, che si legge attraverso la trama, Lui il senso del libro di cui ti ho detto le parole, Lui la Sapienza, Lui che è, Lui che ti ripaga tutto, poiché, grado per grado, lega i tuoi materiali per trarre da essi il loro significato,

Lui, Dio, che è anche Dio dei villaggi e delle fontane.


Io disprezzo quel padre che denigra il figlio che ha peccato. Il figlio gli appartiene.

E’ necessario che egli lo rimproveri e lo condanni, punendo così se stesso se l’ama, e che gli dica il fatto suo, non che vada lamentarsi di lui di casa in casa. Perché così facendo, se cessa di essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti.

lo li ho sempre creduti poveri coloro che non sapevano più con chi fossero solidali.

Ho sempre osservato che essi cercavano una loro religione, un loro gruppo, un loro senso, e che facevano la questua per essere accolti. Ma non incontravano che un’accoglienza apparente. Non c’è accoglienza vera se non nelle radici. Perché tu chiedi di essere ben piantato, stracarico di diritti e di doveri, e responsabile. Ma non ti assumi l’impegno di essere un uomo nella vita così come ti assumi l’impegno dì essere un muratore in un cantiere ingaggiato da un aguzzino. Eccoti vuoto se diventi un disertore.

Mi piace quel padre, che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato, si mette in lutto e fa penitenza. Perché il figlio gli appartiene. Ma siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà.

Non conosco alcuna strada avente un’unica direzione. Se rifiuti di essere responsabile delle disfatte, non potrai esserlo delle vittorie.

Se tu l’ami, la donna della tua casa, tua moglie, ed essa pecca, non andare a mischiarti alla folla per giudicarla. Essa ti appartiene e in primo luogo giudicherai te stesso poiché sei responsabile per lei.

Il tuo paese ha sbagliato? Io esigo che tu giudichi te stesso: tu sei di quel paese.

Quelli che cessano di essere solidali con la propria moglie aizzano gli estranei: “Guardate quel marciume, non mi appartiene più”. Ma non esiste nulla con cui siano solidali. Costoro ti diranno di essere solidali con gli uomini o con la virtù o con Dio. Ma queste non sono che parole vuote, se non rappresentano un intreccio di legami.

 

Dio discende fino alla casa per trasformarsi in casa.

E per l’umile sacrestano che accende i ceri, Dio è il dovere di accendere i ceri.

E per chi è solidale con gli uomini, l’uomo non è una semplice parola del suo vocabolario: gli uomini sono coloro dei quali egli è responsabile.

E’ troppo comodo evadere e preferire Dio all’accensione dei ceri.

Però io non conosco l’uomo, ma degli uomini. Non conosco la libertà, ma degli uomini liberi. Non conosco la felicità, ma degli uomini felici. Non conosco la bellezza, ma delle cose belle. Non conosco Dio, ma il fervore dei ceri.

Quelli che inseguono l’essenza non come una nascita, rivelano soltanto la loro vanità e il vuoto dei loro cuori. Essi non vivranno, poiché non si vive né si muore per delle parole.


 

lo condanno la tua vanità, ma non il tuo orgoglio, poiché se tu danzi meglio di un altro per quale motivo dovresti screditarti umiliandoti davanti a chi danza male? Esiste una forma d’orgoglio che è amore della danza ben eseguita.

Ma l’amore della danza non è amore di te come danzatore. Tu trai il tuo significato dalla tua opera, non è l’opera che si avvale di te. Non troverai mai la tua compiutezza, se non nella morte. Soltanto la vanitosa si sente soddisfatta, interrompe il suo incedere per contemplarsi e si sprofonda nell’adorazione di se stessa. Essa non può ricevere nulla da te, fuorché i tuoi applausi.

Ora noi disprezziamo tali appetiti, noi, gli eterni nomadi della marcia verso Dio, poiché nulla di noi stessi ci può soddisfare.

La vanitosa ha fatto sosta in se stessa credendo di aver preso forma prima dell’ora della morte. Ecco perché non può più né ricevere né dare, proprio come i morti.

Essere umile di cuore non esige che ti umili, ma che ti apra. E’ questa la chiave degli scambi. Solo allora potrai dare e ricevere. lo non saprei distinguere l’una dall’altra queste due parole che indicano la medesima strada. Essere umile non significa sottomettersi agli uomini, ma a Dio. Cosi è per la pietra sottomessa non alle altre pietre, ma al tempio. Quando ti rendi umile tu servi la creazione. La madre è umile di fronte al bambino e il giardiniere è umile davanti alla rosa.

 

Se tu giudichi la mia opera, desidero che me ne parli senza interpormi nel tuo giudizio. Perché se scolpisco un volto, io mi trasformo in questo volto e lo servo. Non è il volto che serve me. E infatti accetto persino il rischio della morte per terminare l’opera creativa.

Perciò non risparmiare le tue critiche per timore di colpirmi nella mia vanità, giacché in me non c’è vanità. La vanità non ha senso per me poiché non si tratta di me ma di questo volto.

Ma se per caso questo volto ti ha trasformato, avendo infuso in te qualcosa, non lesinare neppure le tue testimonianze per timore di offendere la mia modestia. Poiché in me non c’è modestia.

Si trattava di un tiro la cui direzione ci domina ma al quale è bene che noi collaboriamo.

lo come freccia, tu come bersaglio.


I funzionari dei mio impero mi spaventavano perché si dimostravano ottimisti: “Va bene così, dicevano, tanto la perfezione è irraggiungibile”.

Certo, la perfezione è irraggiungibile. Essa non ha altro significato se non quello di stella che guida la tua marcia. E’ direzione e tendenza verso. Ma quello che conta è soltanto la marcia e non vi sono provviste. Poiché allora viene meno il campo di forza, che, esso solo, ti anima ed eccoti come un cadavere.

Se uno trascura la stella, ciò significa che vuole sostare e dormire. Ma dove sosti? Dove dormi? lo non conosco alcun luogo per riposare. Perché se tal posto ti esalta, ciò significa che esso è l’obbiettivo della tua vittoria. Ma una cosa è il campo di battaglia in cui respiri questa nuova vittoria, un’altra è questa lettiera a cui riduci la tua vittoria quando pretendi di vivere di quel riposo.

Perché tu hai semplificato a proposito della libertà e della costrizione. E oscilli da una parola all'altra poiché la verità non si trova né in una di esse né tra loro due, ma al di fuori di esse. Come puoi far contenere in una sola parola la tua verità interiore? Le parole sono come scatole fragili. Ma perché tu sia libero della libertà che possiede quel cantante che improvvisa sullo strumento a corde, non occorre forse che dapprima io ti eserciti le dita e ti insegni l’arte del cantare? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere.

E perché tu sia libero di quella libertà che possiede il montanaro, non occorre forse aver esercitato i tuoi muscoli? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere.

E perché tu sia libero di quella libertà che possiede il poeta, non occorre forse aver esercitato la tua mente e forgiato un tuo stile? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere.

Non ricordi che la condizione della felicità non é mai la ricerca della felicità?

La felicità, quando hai creato, ti è concessa come ricompensa. E le condizioni della felicità sono la lotta, la costrizione e la resistenza.

Non rammenti che la condizione della bellezza non è mai la ricerca della bellezza?

La bellezza, quando la tua opera è compiuta, ti viene concessa come ricompensa. E le condizioni della bellezza sono la lotta, la costrizione e la resistenza.

Così come le condizioni della tua libertà. Esse non sono doni della libertà. Tu ti adageresti, non sapendo dove andare.

La libertà, quando si è fatto di te un uomo, è la ricompensa di questo uomo, che dispone di un regno nel quale esercitarsi. E le condizioni della tua libertà sono la lotta, la costrizione e la resistenza.

Perciò io ti dirò che la condizione della tua fratellanza non è l’uguaglianza, in quanto la fratellanza è un premio e l’uguaglianza avviene in Dio. Così dell’albero che è un ordinamento delle sue parti; ma quando mai vedi una di queste parti primeggiare sulle altre? Così del tempio che è un ordinamento delle sue parti. Se il tempio giace sulle sue fondamenta, esso si stringe nella chiave di volta. E come puoi sapere quale delle due parti prevalga sull’altra?

Questo l’ho scoperto in quelle famiglie dove il padre era rispettato e il figlio maggiore proteggeva i più giovani, e dove il più giovane si affidava al fratello maggiore. Allora erano liete le loro serate, le loro feste e i loro ritorni. Ma se i componenti della famiglia sono come materiali sparsi, se essi vivono semplicemente l’uno accanto all’altro e si mescolano come palline, dov’è la loro fratellanza? Appena uno di loro muore, viene sostituito da un altro poiché egli non era necessario.

 

lo voglio sapere dove sei e chi sei per amarti.

E se io ti ho tirato fuori dalle onde del mare ti amerò di più proprio per questo, perché sono responsabile della tua vita.

Io amo soltanto colui la cui morte mi procurerebbe un dolore straziante.


Venne di nuovo a trovarmi quel profeta dallo sguardo duro che covava un furore sacro e che per giunta era guercio.

“Conviene costringerli al sacrificio”, mi disse.

“Certo”, gli risposi, “perché è bene che si prelevi una parte delle loro ricchezze dalle provviste impoverendoli un poco, ma arricchendoli del significato che allora quelle ricchezze prenderanno. Poiché esse non hanno alcun valore se non compongono un volto”.

Ma lui non ascoltava, accecato dall’ira:

“E’ bene che s’immergano nella penitenza”, diceva.

“Certo”, gli risposi, “poiché se mancano di cibo nei giorni di digiuno conosceranno la gioia di digiunare, ovvero diventeranno solidali con quelli che sono costretti a digiunare o si uniranno a Dio dominando i loro impulsi o eviteranno di diventare troppo grassi, semplicemente”.

Il furore allora lo travolse: “Anzitutto è bene che siano puniti”.

E io compresi che egli non tollerava l’uomo se non incatenato, privato del pane e della luce in fondo a una prigione.

“Perché è necessario estirpare in lui il male”, diceva.

“Tu rischi di estirpare tutto, gli risposi. Piuttosto di estirpare il male non è forse preferibile accrescere il bene? E inventare le feste che nobilitino l’uomo? E vestirlo di abiti che lo rendano meno sudicio? E nutrire meglio i suoi figli affinché possano essere nobilitati dall’insegnamento della preghiera senza immergersi nelle sofferenze del loro ventre? Perché non si tratta di porre dei limiti ai beni dovuti all’uomo, ma di salvare i campi di forza che determinano, essi soli, il suo valore, e i volti che parlano alla sua mente e al suo cuore.

Quelli che sono in grado di costruire delle barche, li farò navigare e andare a pesca.

Ma quelli che sono in grado di varare delle navi, farò loro varare delle navi e conquistare il mondo”.

“Tu dunque desideri corromperli con le ricchezze!”.

“Tutto quello che è provvista fatta non m’interessa e tu non hai capito nulla”, gli risposi.


Perciò io ti dico che per l’uomo quello che è soprattutto e innanzi tutto è la tensione delle forze nelle quali è immerso, la propria densità interiore che da esse deriva, il rumore dei suoi passi, l’attrazione dei pozzi e l’asperità del pendio da scalare sulla montagna.

E se uno l’ha saputo scalare ed è salito sopra una cima rocciosa scorticandosi le mani e le ginocchia, non penserai che la sua ebbrezza sia mediocre come la gioia di quel sedentario che avendovi trascinato un giorno di riposo il suo corpo fiacco, si sdraia sull’erba del facile poggio di un colle tondeggiante.

Ma tu hai smagnetizzato tutto sciogliendo il nodo divino che lega le cose.

Perché vedendo gli uomini tendere con tutte le loro forze verso i pozzi, hai creduto che l’essenziale risiedesse nei pozzi e hai scavato dei pozzi.

Vedendo gli uomini tendere verso il riposo del settimo giorno, hai moltiplicato i giorni di riposo.

Vedendo gli uomini desiderare i diamanti, hai gettato loro un pugno di diamanti.

Vedendo gli uomini temere il nemico, hai soppresso i loro nemici.

Vedendo gli uomini desiderare l’amore, hai costruito dei quartieri riservati, grandi come capitali, dove tutte le donne si vendono.

E così ti sei dimostrato più stupido di quel vecchio giocatore di bussolotti che cercava il proprio piacere in una messe di bussolotti che gli schiavi facevano cadere per lui.

 

lo vi trasfiguro il mondo come fa il bambino con suoi tre sassolini, se dò ad esso un significato diverso, un’altra funzione nel gioco. La realtà per il bambino non risiede né nei sassolini né nelle regole che non sono altro se non un tranello favorevole, ma soltanto nel fervore derivante dal gioco. In cambio i sassolini sono come trasfigurati. Che cosa faresti dei tuoi oggetti, delle tue case, dei tuoi amori, dei rumori che senti e delle immagini che vedi se non diventano materiali del mio invisibile palazzo che li trasfigura?

Ma coloro che non traggono alcun vantaggio dai loro beni poiché manca un impero che li animi, si accaniscono contro questi stessi beni. “Come mai la ricchezza non mi arricchisce?”, si lamentano costoro, e pensano che basti accrescerla poiché non era ancora abbastanza grande. E si accaparrano altre ricchezze che li contrariano ancor più.

Ed eccoli crudeli nella loro ineluttabile noia.

Perché non sanno che essi cercano un’altra cosa che non hanno trovata.

Essi hanno incontrato quel tale che appariva talmente felice mentre leggeva una lettera d’amore. Sporgendo il capo dietro le sue spalle osservano che egli trae la sua felicità da caratteri neri su pagina bianca e ordinano ai loro servi di esercitarsi a comporre dei segni neri su pagina bianca. E li sferzano poiché non riescono a trovare il talismano che rende felici.

Perché per costoro non esiste nulla che faccia in modo che gli oggetti abbiano una risonanza gli uni sugli altri. Essi vivono nel loro deserto di pietre sparse.

Ma vengo io e con esse costruisco il tempio.

E le medesime pietre riversano su loro la beatitudine.


Quando morirò.

“Signore, vengo a te poiché ho arato in tuo nome. A te la semina. lo ho costruito questo cero. Tocca a te accenderlo. lo ho costruito questo tempio. Tocca a te abitare il suo silenzio. Ho assunto questo atteggiamento per esserne vivificato. E ho fabbricato un uomo secondo le tue divine linee di forza affinché cammini. Tocca a te servirti del veicolo se in esso trovi la tua gloria”.

Così dall’alto delle mura mandavo un profondo respiro.

Mi recai dunque da lui a passi lenti poiché gli volevo bene.

“Geometra, amico mio, io pregherò Dio per te”.

Ma egli era stanco per aver tanto sofferto. “Non preoccuparti per il mio corpo. Ho una gamba e un braccio stecchiti, ecco sono come un vecchio albero. Lascia fare al boscaiolo...”.

“Non rimpiangi nulla, geometra?”.

“Che cosa dovrei rimpiangere? lo serbo il ricordo di un braccio vigoroso e di una gamba sana. Ma l’intera vita è una nascita. Uno si accetta così com’è. Hai mai rimpianto la prima giovinezza, i quindici anni o l’età matura? Questi sono rimpianti di un poeta da strapazzo. Non si tratta di rimpianti, ma di una dolce malinconia, che non è sofferenza, ma un profumo lasciato nel vaso da un liquore evaporato. Certo, il giorno in cui perdi un occhio ti lamenti poiché ogni perdita è dolorosa, Ma non vi è nulla di patetico in un uomo che vive con un occhio solo. lo ho visto ridere i ciechi”.

“Ci si può ricordare della propria felicità...”.

“E dove la vedi la sofferenza in questo? Certo, ho visto quel tale soffrire per la partenza di colei che amava e che dava un senso ai suoi giorni, alle ore e alle cose. Egli soffriva poiché il suo tempio crollava. Ma non ho mai visto soffrire quell’altro che, avendo conosciuto l’esaltazione dell’amore e avendo poi cessato d’amare, ha perduto la sorgente delle sue gioie. La stessa cosa avviene per colui che in un primo tempo era commosso dal poema mentre ora il poema lo annoia. Dove la vedi la sua sofferenza? E’ lo spirito che dorme e l’uomo non esiste più. Perché il vuoto interiore non è rimpianto. Il rimpianto dell’amore è sempre amore... e se non c’è più amore non lo si può rimpiangere. Tu non senti più che quel vuoto proprio delle cose poiché esse non hanno più nulla da darti. Anzi le cose materiali della mia vita crollano nell’istante in cui la loro chiave di volta cede, ed è la sofferenza della perdita. Ma come avrei potuto conoscerla dal momento che solo ora mi appare la vera chiave di volta, dal momento che solo ora comprendo che quelle cose materiali non hanno mai avuto un valore maggiore di quello che hanno adesso? E come potrei conoscere il vuoto interiore dal momento che si è costruita una basilica, la si è terminata e infine illuminata per i miei occhi?”

“Geometra, che cosa mi dici? La madre può piangere ricordando il bimbo morto”.

“Certo, nell’istante in cui muore, poiché le cose perdono il loro senso. Il latte monta al seno della madre e il bambino non c’è più. Ti pesa la confidenza destinata alla fidanzata e la fidanzata non c’è più. Se la tua proprietà è venduta e smembrata che te ne farai dell’amore per la proprietà? E’ l’ora della trasformazione, che è sempre dolorosa. Ma tu ti sbagli, poiché le parole confondono gli uomini. Viene l’ora in cui le cose passate prendono il loro vero significato, quello di farti divenire. Viene l’ora in cui ti senti arricchito per aver un giorno amato. Ed è la dolce malinconia. Viene il giorno in cui la madre invecchiata ha un volto più commovente e l’animo più sereno, anche se non osa confessare, tanto grande è la paura delle parole, che le è dolce ricordare il figlioletto morto. Hai mai sentito una madre dirti che avrebbe preferito non averlo conosciuto, non averlo allattato, non averlo amato?”

Il geometra dopo un lungo silenzio mi disse ancora: “Così la mia vita, ben ordinata dietro le mie spalle, ora è già un ricordo...”.

“Ah! Geometra, amico mio, mostrami la verità che ti rende l’animo così sereno...”.


“Conoscere una verità forse non significa altro che scoprirla in silenzio.

Conoscere la verità forse significa avere diritto al silenzio eterno.

Sono solito dire che l’albero è vero quando è una determinata relazione tra le sue parti.

Dopo l’albero viene la foresta, che è una determinata relazione tra gli alberi.

Poi la proprietà, che è una determinata relazione tra gli alberi, le pianure e gli altri componenti la proprietà.

Poi l’impero che è una determinata relazione tra la proprietà, le città e le altre cose che compongono l’impero.

Poi viene Dio, che è una relazione perfetta tra gli imperi e tutto quanto esiste al mondo. Dio è vero quanto l’albero, anche se più difficile da scoprire.

E non mi pongo più altri interrogativi.

 

Ho compreso la grande verità della permanenza.

Perché tu non hai niente da sperare se nulla dura più di te. Mi ricordo di quella tribù che onorava i propri morti. Le pietre tombali di ogni famiglia accoglievano una dopo l’altra i morti. Esse erano là e stabilivano questa permanenza.

“Siete felici?”, avevo chiesto loro.

“E come non esserlo, dal momento che sappiamo dove andremo a riposare?...”.


Come la cattedrale è un certo ordinamento di pietre tutte uguali ma distribuite secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore, così vi è un cerimoniale delle mie pietre. E la cattedrale è più o meno bella.

Come la liturgia dell’anno è un certo ordinamento di giorni in un primo tempo tutti uguali, ma distribuiti secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore (ci sono così dei giorni in cui devi digiunare, altri in cui sei invitato a rallegrarti, altri ancora in cui devi lavorare e sono le mie linee di forza quelle che incontri), così vi è un cerimoniale dei giorni. E l’anno è più o meno vivo.

Allo stesso modo vi è un cerimoniale dei lineamenti dei volto.

E il volto è più o meno bello.

E un cerimoniale del mio esercito, poiché questo atto ti è possibile, ma non quest’altro che ti fa incontrare le mie linee di forza. E tu sei soldato di un esercito. E l’esercito è più o meno forte.

Esiste così un cerimoniale del mio villaggio: ecco il giorno di festa o le campane a morto o l’epoca della vendemmia o il muro da costruire insieme o la comunanza nella carestia e la spartizione dell’acqua nel periodo di siccità. Quell’otre pieno non è solo per te. Ecco, sei di una patria. E la patria è più o meno fervente.

 

Non conosco nulla al mondo che non sia innanzi tutto cerimoniale. Infatti non ti dice nulla una cattedrale senza architettura, un anno senza feste, un volto senza proporzioni, un esercito senza regolamenti, né una patria senza usanze.

Non sapresti che fartene dei tuoi materiali sparsi.

Perché mi dici che questi oggetti sparsi sono una realtà e che il cerimoniale è un’illusione, dal momento che l’oggetto stesso è un cerimoniale delle sue parti? Perché secondo te l’esercito sarebbe meno reale di una pietra? Ma io ho chiamato pietra un certo cerimoniale della polvere di cui essa è composta, e l’anno il cerimoniale dei giorni. Per qual motivo l’anno dovrebbe essere meno vero della pietra?

Certo, è bene che gli individui prosperino, si nutrano, si vestano e non soffrano molto. Ma essi muoiono nella loro sostanza e non sono più che pietre sparse se tu non fondi nell’impero un cerimoniale degli uomini.

 

Perché altrimenti l’uomo non è più nulla.

E se tuo fratello muore, non lo piangerai più di quanto pianga il cane quando un altro cane della medesima figliata affoga.

Ma non trarrai neanche alcuna gioia dal ritorno di tuo fratello.

Perché il ritorno del fratello deve essere come un abbellimento dei tempio, e la morte del fratello come un crollo nel tempio.


Preghiera della solitudine.

 

“Abbiate pietà di me, Signore, perché la solitudine mi pesa.

lo non attendo nulla. Eccomi in questa stanza nella quale nulla mi parla. E tuttavia non sollecito delle presenze, poiché mi sento ancora più sperduto tra la folla.

Ma quest’altra donna che è sola come me in una camera simile alla mia, ha il cuore che trabocca di gioia se quelli che ama attendono alle proprie faccende in un’altra parte della casa. Essa non li sente né li vede. Non riceve nulla da loro sul momento. Ma per essere felice le basta sapere che la sua casa è abitata”.

 

“Signore, nemmeno io chiedo di vedere e di sentire qualcosa. I vostri miracoli non sono per i sensi. Ma per guarirmi basta che m’illuminiate sulla mia dimora”.

 

“Il viaggiatore nel deserto, se è di una casa abitata, anche se la sa ai confini del mondo se ne rallegra. Nessuna distanza gli impedisce di sentirsi nutrito da essa, e se muore, muore nell’amore...”.

 

“Signore, non chiedo nemmeno che la mia dimora sia vicina”.

 

“Il passante che è stato colpito da un volto tra la folla, ecco si trasfigura, anche se il volto non è per lui. Così avviene di quel soldato innamorato della regina. Egli diviene il soldato di una regina”.

 

“Signore, non chiedo neppure che questa dimora mi sia promessa”.

 

“In alto mare ci sono degli uomini ardenti votati ad un’isola che non esiste. Questi naviganti cantano il cantico dell’isola e si sentono felici. Non è l’isola che li riempie di gioia, ma il cantico”.

 

“Signore, non chiedo neppure che questa dimora si trovi in qualche luogo”.

 

“Signore, la solitudine è frutto dello spirito quando è malato. Esso ha una sola patria, che dà un senso alle cose, così come il tempio dà un senso alle pietre. Lo spirito non ha ali se non per questo spazio. Esso non si rallegra per degli oggetti, ma per il volto che si legge in trasparenza e che li lega insieme.

Concedetemi allora, Signore, che io impari a leggere, semplicemente.

Sarà la fine della mia solitudine”.


Ho compreso così quale fosse la sola fontana nella quale la mente e il cuore potessero dissetarsi, il solo alimento adatto, il solo patrimonio da difendere.

Ho compreso che bisognava ricostruire là dove avevi dilapidato. Poiché ora che sei seduto tra un cumulo di macerie, se l’animale è soddisfatto, l’uomo in te è minacciato dalla fame senza sapere di che cosa abbia fame, poiché sei anche fatto in un modo per cui il bisogno di nutrimento deriva dal nutrimento, e se una parte in te è mantenuta in uno stato di debolezza e di sonnolenza per mancanza di cibo o d’esercizio, tu non richiedi né questo esercizio né questo cibo.

Perciò non saprai mai, se nessuno scende verso di te dalla montagna, quale sia la via giusta che ti salverà. Così come non saprai, anche se si cerca di convincerti, quale uomo nascerà da te o vi si risveglierà dal momento che non esiste ancora.

Ecco perché la mia costrizione è come il potere che ha l’albero di assorbire il pietrame.

 

Tu non riceverai alcun segno poiché il contrassegno della divinità della quale desideri un indizio è il silenzio stesso.

Le pietre non sanno nulla del tempio che compongono e non possono sapere nulla. Neppure il pezzo di corteccia sa nulla dell’albero che compone con altri pezzi di corteccia. Neppure l’albero, o la tal casa, della proprietà che compone con altri alberi e altre case. E neppure tu di Dio. Perché occorrerebbe che il tempio apparisse alla pietra o l’albero alla corteccia, la qual cosa non ha senso poiché la pietra non ha un linguaggio per esprimerlo. Ogni cosa possiede un suo linguaggio.

Fu questa la mia scoperta dopo quel viaggio verso Dio.

 

Sempre solo, rinchiuso in me stesso, non ho alcuna speranza di uscire da solo dalla mia solitudine. La pietra non ha alcuna speranza di essere altra cosa che una pietra. Ma collaborando, essa si unisce alle altre pietre e diviene tempio.

lo non ho più la pretesa di veder apparire l’arcangelo perché o è invisibile o non esiste. Quelli che sperano di scorgere un indizio di Dio fanno di Dio l’immagine di se stessi che vedono riflessa nello specchio. Ma unendomi al mio popolo, io sento dentro di me un calore che mi trasfigura. E’, questo, il contrassegno di Dio. Perché una volta stabilito, il silenzio è vero per tutte le pietre.

Perciò fuori di ogni comunità io stesso non conto nulla e non sarò mai appagato.

Lasciatemi dunque essere un chicco di grano e giacere nel granaio per tutto l’inverno.


Se vuoi comprendere la parola felicità devi considerarla come ricompensa e non come fine, poiché allora non avrebbe alcun significato.

Allo stesso modo so che una cosa è bella, ma rifiuto la bellezza come fine.

Hai forse sentito lo scultore dire “Da questa pietra caverò fuori la bellezza?”. Quelli che sono pervasi da lirismo vuoto sono scultori da strapazzo. Ma il vero scultore lo sentirai dire: “Cerco di trarre dalla pietra qualche cosa che somigli a quello che sento dentro di me. lo non lo so esprimere se non tagliando la pietra”.

Sia che il volto finito sembri vecchio e grave, sia che presenti una maschera deforme, sia che raffiguri una giovane dormiente, se lo scultore è grande dirai ugualmente che l’opera è bella. Perché nemmeno la bellezza è un fine ma una ricompensa.

Mi è sempre sembrato che la felicità fosse un contrassegno della loro perfezione e della qualità del loro cuore. Soltanto alla donna che può dirti: “Mi sento talmente felice”, apri la tua casa per tutta la vita, giacché la felicità che traspare dal suo viso è il contrassegno della sua qualità in quanto è la felicità d’un cuore ricompensato.

“Perciò non chiedere a me, capo di un impero, di conquistare la felicità per il mio popolo. Non chiedere a me, scultore, di correre dietro alla bellezza: mi siederò non sapendo dove correre. La bellezza diviene in tal modo la felicità. Chiedimi soltanto di fabbricare loro un’anima nella quale possa ardere un simile fuoco”.


Mi venne il gusto della morte e dicevo a Dio:

“Dammi la pace delle stalle, delle cose ordinate, delle messi mature. Lasciami essere perché ho finito di divenire. Sono stanco dei turbamenti del mio cuore. Sono troppo vecchio per cominciare a formare tutti i miei rami. Sono carico di tesori inutili come una musica che non sarà mai più compresa”.

“Ho iniziato la mia opera nella foresta con la scure del boscaiolo, ed ero ebbro del cantico degli alberi. Così, per essere giusto, è necessario rinchiudersi in una torre. Ma ora che ho osservato gli uomini da vicino, mi sento stanco”.

“Appari a me, Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il gusto di Dio”. “Signore, gli dissi, istruiscimi”.

“Signore, gli dissi, scorgendo un corvo nero sopra un albero vicino, io mi rendo conto che il silenzio si addice alla tua Maestà. Tuttavia ho bisogno di un indizio. Quando avrò terminato la mia preghiera, ordina a quel corvo di volare via. Allora sarà come se un altro mi facesse un cenno e io non sarò più solo al mondo. Sarò legato a te per mezzo di un cenno confidenziale, anche se oscuro. lo chiedo soltanto che mi sia rivelato che forse c’è qualcosa da capire”.

Osservavo il corvo. Ma esso rimaneva immobile. Allora mi prostrai davanti alla roccia.

“Signore, gli dissi, tu hai certamente ragione. Non s’addice alla tua Maestà la sottomissione alle mie consegne. Se il corvo fosse volato via mi sarei rattristato ancora di più. Perché un cenno simile l’avrei potuto avere soltanto da un mio pari, quindi ancora da me stesso, come un riflesso del mio desiderio. E avrei incontrato nuovamente la mia solitudine”.

Perciò, dopo essermi prostrato, ritornai sui miei passi.

Ma accadde un fatto strano: alla mia disperazione subentrò una serenità inattesa e singolare. Affondavo nel fango della strada, mi scorticavo tra i rovi, lottavo contro le raffiche di vento, eppure in me si diffondeva una luce serena. Poiché non sapevo nulla ma non c’era nulla che potessi capire senza provare disgusto. Non avevo toccato Dio, poiché un dio che si lasci toccare non è più un dio, né se esaudisce le preghiere.

Per la prima volta capivo che la grandezza della preghiera consiste in questo: nel rimanere senza risposta e nel non essere un vile commercio. Capivo che il noviziato della preghiera è il noviziato del silenzio e che l’amore inizia soltanto là dove non si attende più alcun dono in cambio. L’amore è innanzitutto esercizio della preghiera e la preghiera è esercizio del silenzio.

Ed io e loro non eravamo più che una preghiera fondata sul silenzio di Dio.


Era ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: “La costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici...”.

Che cosa pensava dunque degli uomini questo gottoso? lo, se volessi costruire una casa per i miei veri amici, non saprei fabbricarla abbastanza grande poiché non conosco un uomo al mondo che non sia in parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Anche quel tale a cui faccio tagliare la testa potrei trasformarlo in mio amico se sapessimo porre fine alle divisioni degli uomini. Saprei fare un amico anche di chi mi odia in apparenza e mi farebbe tagliare la testa se potesse. E non credere che si tratti dì una commozione facile, né d’indulgenza, né di una aspirazione ignobile, di una simpatia volgare, poiché io rimango duro, inflessibile e silenzioso. Ma pensa che sono numerosi i miei amici sparsi un po’ dovunque e che riempirebbero la mia dimora se insegnassi loro a camminare.

Ma che cosa intende per amico vero costui se non colui al quale potrebbe affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato,

l'amicizia allora non è altro che lealtà di domestico,

ovvero colui al quale potrebbe chiedere un favore,

e l'amicizia non è altro che un vantaggio ricavato dagli uomini,

ovvero colui che all’occorrenza prenderebbe le sue difese?

  L’amicizia allora è un segno di ossequio.

 

lo disprezzo i calcoli e dico mio amico quell’essere che ho intravisto nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua ganga, ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha riconosciuto e sorriso, anche se più tardi dovrà tradirmi.

 

Ti parlerò perciò dell’ospitalità.

Se apri la porta della tua casa al viandante e lui si siede accanto al fuoco, non rimproverargli di non essere diverso da com’è. Non giudicarlo. Perché ciò di cui aveva fame era soprattutto di trovarsi là in qualche luogo, presso qualcuno, col suo carico, il suo bagaglio di ricordi, il suo respiro affannoso e il suo bastone posato in un canto. Era di stare là nel calore e nella pace del tuo volto, con tutto il suo passato ormai inutile, con tutte le pecche messe a nudo. La sua stampella egli non la sente più poiché non gli chiedi di danzare. Allora si rinfranca e beve il latte che gli versi, mangia il pane che gli spezzi, e il sorriso che gli rivolgi è un manto tiepido come il sole per un cieco.

Per quale ragione lo ritieni indegno del tuo sorriso? Che cosa credi di dargli se non gli dai l’essenziale, l’ospitalità, quella stessa ospitalità che rende così nobili i tuoi rapporti con il più mortale nemico? Quale riconoscenza prevedi di avere da lui attraverso il fardello dei tuoi doni? Egli non potrà che odiarti se se ne va da casa tua carico di debiti.


Ma viene l’ora in cui il pesce abbocca e il filo resiste.

Viene l’ora in cui quello che volevi dire non l’hai detto per via di un’altra parola che tenevi in serbo, poiché volevi dire anche questo, cosicché queste due verità ti resistono.

Così non dare mai retta a coloro che vogliono aiutarti consigliandoti di rinunciare alle tue aspirazioni.

Ormai la conosci la tua vocazione poiché essa pesa in te.

Se la tradisci deformi te stesso perché essa è come un albero nascente e non una trovata, poiché è soprattutto il tempo che esercita una grande funzione: per te si tratta di diventare un altro e di scalare una montagna irta di difficoltà. Perché l’essere nuovo che è unità ricavata dalla disparatezza delle cose non rappresenta per te la soluzione di un enigma, ma il superamento delle contraddizioni e la guarigione dalle ferite. Il suo potere lo conoscerai soltanto quando sarai divenuto.

Ecco perché ho sempre onorato nell’uomo, come divinità troppo spesso dimenticate, soprattutto il silenzio e la calma.

 

Perché ho capito.

Il bruco muore quando forma la propria crisalide. La pianta muore quando tallisce.

Chiunque muta conosce la tristezza e l’angoscia. In lui tutto diviene inutile. Chiunque muti non è che cimitero e rimpianti.

Non si guarisce il bruco, né la pianta, né il bambino che diventa adulto e pretende, per poter ritrovare la felicità, di ritornare alla fanciullezza e di veder restituiti ai giochi che ora l’annoiano i loro colori, alle braccia materne la loro dolcezza e al latte il suo sapore.

Ma i giochi hanno perso i loro colori, le braccia materne non sono più un rifugio e il latte non ha più sapore, ed egli continua la sua strada, tristemente.

Il bambino che si è fatto grande e che ha perso il sostegno della madre non avrà pace finché non avrà trovato la sua donna. Solo lei gli ridarà la tranquillità.


Io ti parlerò del fervore poiché dovrai passare a molti rimproveri.

Così tua moglie ti rimprovererà continuamente di offrire il tuo amore ad altri. Perché secondo l’uomo quello che è dato a uno viene sottratto ad un altro. E’ la dimenticanza di Dio e l’uso dei beni che ci hanno fatti così.

Perché in realtà ciò che tu dai non ti diminuisce, anzi ti accresce nelle tue ricchezze da distribuire.

Allo stesso modo, chi ama tutti gli uomini in Dio ama molto di più ciascun uomo di chi non ne ama che uno solo ed estende semplicemente al suo complice il miserabile campo della propria persona.

Così chi affronta in lontana terra i pericoli delle armi dona alla donna amata senza che ella lo sappia, poiché le offre qualcuno che esiste, più di quanto le dia colui che la culla giorno e notte ma non esiste.

 

Non fare economie, perché non è merce quella che si risparmia quando si tratta di movimenti del cuore. Donare significa gettare un ponte sull’abisso della tua solitudine.

 

Non confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore. Perché se amo Dio me ne vado a piedi sulla strada zoppicando per portarlo agli altri uomini. Non riduco il mio Dio in schiavitù. lo mi nutro di tutto ciò che egli concede agli altri. In tal modo so riconoscere chi ama veramente dal fatto che egli non può essere danneggiato.

Colui che muore per l’impero, l’impero non lo può danneggiare. Si può parlare dell’ingratitudine del tale o del tal altro, ma chi ti potrebbe parlare dell’ingratitudine dell’impero? L’impero è costruito con le tue offerte, e che sordido calcolo sarebbe il tuo se ti preoccupassi di ricevere una ricompensa dall’impero! Colui che ha dato la sua vita per il tempio e ha barattato se stesso col tempio amava veramente, ma in che modo potrebbe sentirsi danneggiato dal tempio?

L’amore vero inizia là dove non attendi più nulla in cambio. E se l’esercizio della preghiera si rivela così importante per insegnare all’uomo l’amore degli uomini, ciò avviene soprattutto perché essa non ottiene risposta.

Il vostro amore è basato sull’odio poiché fate della donna o dell’uomo i vostri schiavi considerandoli dei beni di cui solo voi dovete godere e cominciate a odiare, come i cani quando girano attorno al truogolo, chiunque adocchia il vostro pasto.

Voi chiamate amore questo pasto da egoista. Appena l’amore vi è concesso, di questo dono spontaneo, come nelle false amicizie, fate una servitù e una schiavitù, e dal momento in cui siete amati cominciate a scoprirvi danneggiati e a infliggere agli altri, per meglio asservirli, il triste spettacolo della vostra sofferenza. Voi soffrite veramente ed è proprio questa sofferenza che mi disgusta. Per quale motivo secondo voi dovrei ammirarla?

Certo anch’io quand’ero giovane ho camminato su e giù sulla mia terrazza per via di qualche schiava fuggita nella quale leggevo la mia guarigione. Avrei sollevato eserciti interi per riconquistarla. E per possederla avrei gettato ai suoi piedi intere province.

Ma Dio mi è testimone che non ho mai confuso il senso delle cose e che non ho mai definito amore, anche se metteva in gioco la mia vita, questa ricerca della preda.


 

L'amicizia io la riconosco dal fatto che non può essere delusa e riconosco l’amore vero dal fatto che non può essere oltraggiato.

Se qualcuno viene a dirti:

“Ripudia quella donna perché ti disonora...”,

ascoltalo con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché chi ha il potere di disonorarti?

E se qualcuno viene a dirti:

“Ripudiala, tanto tutte le tue cure sono inutili...”,

ascoltalo con indulgenza ma non mutare il tuo comportamento, poiché un giorno hai fatto la tua scelta.

Se ti possono rubare ciò che ricevi, chi ha il potere di rubarti quello che offri?

E se qualcun altro viene a dirti:

“Qui hai dei debiti. Qui non ne hai. Qui si riconoscono i tuoi meriti. Qui sono beffeggiati”,

tappati le orecchie per non sentire simili calcoli.

A tutti costoro dovrai rispondere:

“Amarmi significa anzitutto collaborare con me”.


Anch’io nella mia giovinezza ho atteso l’arrivo di quella fidanzata che mi conducevano come sposa al seguito di una carovana partita da frontiere così lontane che gli uomini erano invecchiati durante il viaggio.

Non hai mai visto una carovana invecchiare?

Quelli che si presentarono alle sentinelle del mio impero non avevano conosciuto la loro patria, poiché coloro che avrebbero potuto rievocarne il ricordo erano morti durante il viaggio e l’uno dopo l’altro erano stati seppelliti lungo il cammino.

Quelli che ritornarono non possedevano altro che ricordi di ricordi e le canzoni che avevano imparate dai loro padri non erano che leggende di leggende.

Hai forse conosciuto un miracolo più prodigioso dell'avvicinarsi di quella nave che è stata costruita dall’equipaggiata in alto mare?

La ragazza che sbarcarono da una cassa d’oro e d’argento e che, sapendo parlare, poteva pronunciare la parola “fontana”, sapeva bene che proprio di una fontana si era trattato un tempo, nei giorni felici, e lei diceva questa parola come una preghiera che non può essere esaudita, poiché si prega Dio così, per via del ricordo degli uomini.

Ancora più sorprendente era che sapesse danzare, e questa danza le era stata insegnata tra le selci e i rovi, e lei sapeva bene che la danza è una preghiera che può sedurre i re, ma che nella vita del deserto non può essere esaudita.

Così avviene, fino alla morte, per la tua preghiera, che è una danza eseguita per toccare un dio.

Ma la cosa più sorprendente era questa: che essa portava con sé tutto quello che le doveva servire in un altro luogo. E i seni tiepidi come colombe per l’allattamento. E il ventre liscio per dare figli all’impero. Era giunta tutta pronta, come un seme alato attraverso il mare, così ben plasmata, così ben formata, così candidamente incantata da quei beni che non le erano mai serviti, come te con i tuoi meriti successivi, le tue azioni e i tuoi ammaestramenti che non ti serviranno se non nell'ora della morte, quando sarai finalmente divenuto; essa si era così poco servita, non solo del ventre e dei seni che erano vergini, ma anche delle danze per sedurre i re, delle fontane per bagnare le labbra e dell'arte di comporre i mazzi non avendo mai visto dei fiori, che, giungendo a me nella sua totale perfezione, non poteva più far altro che morire.


Non conosco nulla di veramente grande se non nel guerriero che depone le armi e culla il bambino, o nello sposo che fa la guerra.

Non si tratta di oscillare da una verità all’altra, non si tratta di una cosa valida solo per un determinato tempo. Ma di due verità che non hanno valore se non congiunte. E’ come guerriero che fai l’amore e come amante che fai la guerra.

Ma colei che ti ha conquistato per le sue notti, avendo conosciuto la dolcezza del tuo letto, si rivolge a te, la sua estasi, e ti dice: “I miei baci non sono dunque dolci? La nostra casa non è forse riposante? Le nostre serate non sono forse belle?”. E tu ne convieni con un sorriso. “Allora, essa dice, resta accanto a me per sostenermi. Quando ti verrà il desiderio non avrai che da tendere le braccia e io mi piegherò verso di te sotto il tuo semplice peso come il giovane arancio carico di frutti. Perché tu conduci in terra lontana una vita grama, priva di tenerezze, e i movimenti del tuo cuore, come l’acqua d’un pozzo insabbiato, non dispongono di una prateria nella quale divenire”.

E infatti hai conosciuto nelle tue notti solitarie questi slanci disperati verso questa o quella donna la cui immagine ti ritornava in mente, poiché tutte le donne diventano belle nel silenzio. E pensi che la solitudine della guerra ti abbia fatto perdere un’occasione d’oro.

Eppure il noviziato dell’amore non lo fai se non durante l’assenza dell’amore.

E il noviziato del paesaggio azzurro delle tue montagne non lo fai se non tra le rupi che conducono alla vetta,

e il noviziato di Dio non lo fai se non nell’esercizio della preghiera che rimane senza risposta.

Perché ti appagherà veramente, senza tema che si logori, soltanto quello che ti sarà concesso al di fuori del trascorrere dei giorni quando i tempi per te saranno divenuti e quando ti sarà permesso di essere, avendo terminato di divenire.


lo disprezzo quelli che diventano come bruti per dimenticare, oppure, per comodità, soffocano una loro segreta aspirazione per vivere in pace. Sappi che ogni contraddizione insoluta, ogni contrasto inevitabile, ti obbliga crescere per assorbirlo. E nel groviglio delle tue radici assorbi la terra senza volto, con le sue selci e il suo humus, ed edifichi un cedro alla gloria di Dio.

Se vuoi diventare grande devi lottare fino allo spasimo contro i tuoi contrasti: essi conducono innanzi tutto a Dio. E’ la sola via che esista. Ed è per questo che la sofferenza accettata ti accresce.

Ma ci sono alberi deboli che la tempesta di sabbia non può plasmare.

Ci sono uomini fiacchi, incapaci di superarsi. Di una felicità mediocre fanno la loro felicità, dopo aver soffocato la parte migliore di sé. Essi si fermano in una locanda per tutta la vita. Si coprono d’infamia. Non m’importa di ciò che fanno costoro. Non m’importa se vivono. Essi chiamano felicità il marcire sulle loro misere provviste. Rifiutano di avere dei nemici al di fuori di sé e dentro di sé. Rinunciano ad ascoltare la voce di Dio che è necessità, ricerca e sete indicibile. Non cercano il sole come lo cercano gli alberi nel folto della foresta: quest’ultimi non lo trovano mai come una provvista abbondante, perché l’ombra degli altri alberi soffoca ogni albero, ma lo inseguono nella loro ascesa, modellati come colonne superbe e lisce, sbucate dal suolo e divenute potenza inseguendo la loro divinità.

Dio non si può raggiungere ma è posto come fine e l’uomo si edifica nello spazio come un albero.

 

Ecco perché devi disprezzare i giudizi della moltitudine.

Essi chiamano errore il contrario della verità, i tuoi contrasti diventano semplici per loro e respingono come inaccettabili, poiché frutti dell’errore, i fermenti della tua ascesa.

Lasciali parlare. I loro consigli provengono da un animo superficiale che ti desidera innanzi tutto felice.

Essi vogliono concederti troppo presto quella pace che è data soltanto dalla morte, quando le tue provviste ti saranno utili.

Perché non sono provviste per la vita, ma miele d'api per l’inverno dell’eternità.


Tu devi dire loro: “Libertà e costrizione non sono che due aspetti di una stessa necessità che è di essere il tale e non un altro”.

Libero di essere il tale ma non libero di essere un altro.

Libero di parlare in un modo, ma non libero di parlare in un altro.

Libero di seguire le regole di quel determinato gioco di dadi, ma non libero di svilirlo infrangendo tali regole e sostituendole con quelle di un altro gioco.

Libero di costruire, ma non libero di saccheggiare e di distruggere, con un uso sfrenato, la riserva stessa dei tuoi beni, così come colui che scrive male e ricava certi effetti dalle libertà che si prende, annulla il proprio potere d’espressione, poiché non si proverà più nulla a leggerlo quando avrà distrutto il valore dello stile negli uomini.

Così come quando paragono il re all’asino, suscito il riso fintantoché il re è rispettabile e rispettato.

Poi viene il giorno in cui il re s’identifica con l’asino e allora dico soltanto una cosa evidente.


Dio m’inviò una donna che mentiva spudoratamente, con voce suadente e con naturalezza. lo mi chinavo su di lei come sulla brezza marina.

“Perché menti?”, le chiedevo.

Allora lei prorompeva in un pianto dirotto. Ed io riflettevo su quelle sue lacrime.

“Essa piange, mi dicevo, perché non è creduta quando mente. lo non credo nella commedia inscenata dagli uomini. Ignoro il senso della commedia. Certo, costei vuol farsi passare per un’altra. Ma non è questo il dramma che mi tormenta. E’ lei che vive un dramma poiché vorrebbe tanto essere quest’altra. E' molto più facile che la virtù sia rispettata da quelle donne che fingono di non praticarla che da quelle che la praticano e sono virtuose come sono brutte. Le altre desiderano tanto essere virtuose ed essere amate, ma non sanno dominarsi o sono piuttosto dominate dagli altri ai quali si ribellano continuamente. E mentono per farsi belle”.

Mi rivolgevo a Dio per dirgli: “Perché non hai insegnato a questa donna un linguaggio comprensibile? Poiché se io l’ascoltassi, invece di amarla la farei impiccare. Eppure vi è del patetico in lei; essa s’insanguina le ali nelle tenebre del suo cuore e ha paura di me come quelle giovani volpi delle sabbie alle quali tendevo dei pezzi di carne ed esse tremavano, mordevano e mi strappavano di mano il cibo per portarlo nella loro tana”.

Certo io ero al corrente dello scompiglio che essa portava nella mia casa. E tuttavia mi sentivo trafiggere il cuore dalla crudeltà di Dio: “Aiutatela a piangere. Versatele molte lacrime. Fate che si stanchi da sola contro la mia spalla: essa non sente alcuna stanchezza dentro di sé”.

Essa era stata male istruita sulla perfezione della sua condizione e desideravo liberarla dall’errore.

Sì, Signore, non ho svolto il mio compito... Nessuna bambina è senza importanza. Questa donna piangente non è il mondo ma un contrassegno del mondo, e l’angoscia l’assale perché non può divenire.

“Anzitutto ascoltatemi”, dissi loro.

“Anche lei deve essere accolta. E così pure i bambini e soprattutto coloro che ignorano di poter sapere...

Perché voglio prendervi per mano e guidarvi verso il vostro io. lo sono la bella stagione degli uomini”.


Scriverò un inno al silenzio.

 

Tu, musicista dei frutti. Abitante delle cantine, delle celle e dei granai. Vaso di miele delle operose api. Riposo del mare sulla sua vastità.

In te, dall’alto della montagna, io avvolgo la città, quando tacciono i suoi carreggi, il suo frastuono e le sue squillanti incudini. Già tutte queste cose sono sospese nell’anfora della sera. Vigilanza di Dio sulla nostra febbre, mantello di Dio sull’inquietudine degli uomini. Silenzio delle donne incinte, carne in cui matura il frutto. Silenzio delle donne che nascondono i loro seni turgidi. Silenzio delle donne, silenzio di tutte le vanità del giorno e della vita, fascio di giorni. Silenzio delle donne, santuario e perpetuazione. Silenzio nel quale si svolge verso il domani la sola corsa che abbia una meta. La donna sente il bambino che si agita nel suo grembo. Silenzio, depositario della mia felicità e del mio sangue.

Silenzio dell’uomo che se ne sta alla finestra pensieroso, a guardare e a riflettere. Silenzio che permette di conoscere e di ignorare, poiché talvolta è bene che l’uomo ignori. Silenzio che è rifiuto dei vermi, dei parassiti e delle erbe cattive.

Silenzio che ti protegge mentre sei assorto nei tuoi pensieri.

Silenzio degli stessi pensieri, riposo delle api poiché il miele è fatto ed è come un tesoro nascosto che si fa più prezioso. Silenzio dei pensieri che preparano le loro ali poiché è pericoloso quando essi turbano la tua mente e il tuo cuore.

Silenzio del cuore. Silenzio dei sensi. Silenzio delle parole interiori, perché è bene che tu ritrovi Dio che è silenzio nell’eterno, quando tutto è stato detto, quando tutto è stato fatto.

Silenzio di Dio che è come il sonno del pastore, poiché non esiste sonno più dolce, anche se gli agnellini sembrano minacciati, quando non c’è più né pastore né gregge, perché chi potrebbe distinguerli l’uno dall’altro quando tutto è sonno, quando tutto è sonno lieve come lana?

Ah, Signore! Il giorno in cui riporrete nel granaio la vostra creazione, aprite quel grande portale alla loquace stirpe umana, sistematela nella stalla eterna, quando i tempi saranno divenuti, e, così come si guarisce da una malattia, fate che i nostri interrogativi perdano il loro significato.

Signore, io so che essere sapiente non significa dare una risposta, ma guarire dalle vicissitudini del linguaggio, e so che questo è valido anche per coloro che si amano e si siedono con le gambe penzoloni sul muricciolo delle piantagioni d’aranci, spalla contro spalla, ben sapendo che non hanno ricevuto alcuna risposta agli interrogativi posti ieri. Ma io conosco l’amore, e amare significa non fare più alcuna domanda.

Superando ad una ad una ogni contraddizione, io procedo verso il silenzio degli interrogativi e quindi verso la beatitudine.

O loquaci! Gli interrogativi sono stati la grande rovina degli uomini.

E’ sciocco sperare nella risposta di Dio.

Se Dio ti accoglie, se ti guarisce, col tocco della sua mano cancella i tuoi interrogativi che svaniscono come la febbre. Questa è la verità.

Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua Creazione, spalancaci le porte e facci penetrare là ove non sarà più risposta, perché non ci sarà più alcuna risposta da dare, ma soltanto beatitudine, chiave di volta degli interrogativi e volto che appaga.

E colui che ama scoprirà che la distesa d'acqua dolce è più vasta della distesa del mare. Egli l’aveva già intuito ascoltando il mormorio delle fontane, quando se ne stava seduto sul muricciolo con le gambe penzoloni, accanto alla fidanzata, anche se essa non era che una gazzella inseguita, respirante appena sul suo petto.

Silenzio, porto della nave.

Silenzio in Dio, porto di tutte le navi.


Ma eccola sulla mia terrazza, tenera prigioniera e con i veli svolazzanti al vento.

Ed io uomo, io guerriero vincitore che ottenevo finalmente la ricompensa della guerra, improvvisamente, davanti a lei, non sapevo più che cosa fare...

“Mia colomba, le dicevo, mia tortorella, gazzella dalle lunghe gambe...”, poiché attraverso le parole che inventavo cercavo di afferrarla, l’inafferrabile! Dissolta come neve.

Perché non era nulla il dono che attendevo.

Gridavo: “Dove siete?” perché non la incontravo.

“Dov’è dunque la frontiera?”.

lo diventavo un torrione e un baluardo.

I falò nella città ardevano per celebrare l’amore. Ed io, solo nel mio terribile deserto, la guardavo dormire, svestita.

Ho sbagliato preda, mi sono ingannato nella mia corsa.

Lei fuggiva così in fretta e io l’ho fermata per impadronirmene... E una volta presa, essa non esisteva più...

Però capivo il mio errore. Era la corsa che m’interessava ed ero stato pazzo come quel tale che ha riempito la brocca d’acqua e l’ha rinchiusa nell’armadio perché gli piaceva il canto delle fontane...


Era veramente bella quella danzatrice che la polizia del mio impero aveva arrestata. Bella e avvolta nel mistero.

Mi sembrava che conoscendola si sarebbero conosciute delle riserve di territorio, calme pianure, notti di montagna e traversate di deserto in pieno vento.

“Ella esiste”, dicevo fra me. Ma sapevo che praticava usanze straniere e che qui lavorava per una causa a me ostile. Tuttavia quando tentarono di rompere il suo silenzio, i miei uomini non strapparono che un malinconico sorriso al suo impenetrabile candore.

lo rispetto innanzi tutto quello che nell’uomo resiste al fuoco. Umanità da strapazzo, ebbra di vanità e vanità tu stessa, ti consideri con amorevolezza come se in te esistesse qualcuno. Ma basta un carnefice e un ferro arroventato per farti vomitare tutto, poiché non c’è nulla in te di duraturo. Quel ricco ministro che mi aveva irritato con la sua baldanza e che aveva inoltre tramato contro di me, non seppe resistere alle minacce, mi vendette i congiurati, confessò sudando freddo i suoi complotti, le sue credenze, i suoi amori, stese davanti a me il suo budellame, perché ci sono degli uomini che non nascondono nulla dietro i loro finti bastioni. Perciò quando costui ebbe sputato sui suoi complici e abiurato, gli chiesi:

“Chi ti ha costruito? Perché questo pancione, questa testa alta e questa piega solenne delle labbra? Perché questa fortezza se dentro non c’è nulla da difendere? L’uomo è colui che porta dentro di sé qualche cosa che lo trascende. Tu cerchi di salvare la tua pelle floscia, i tuoi denti vacillanti, il tuo ventre rigonfio come se fossero essenziali, tradendo quel bene che essi avrebbero dovuto servire e in cui pretendevi di credere! Non sei che un otre pieno di parole vane e volgari...”.

Costui, quando il carnefice gli spezzò le ossa, fu brutto a vedersi e ad ascoltarsi.

Ma quella fanciulla, quando la minacciai, abbozzò davanti a me un lieve inchino:

“Mi dispiace molto, mio Signore”.

lo la osservavo in silenzio e lei ebbe paura. Diventava già pallida e il suo inchino si faceva più timoroso: “Mi dispiace molto, mio Signore”.

Perché immaginava che avrebbe dovuto soffrire.

“Pensa, le dissi, che la tua vita è nelle mie mani”.

“M’inchino davanti al vostro potere, mio Signore...”.

Era seria poiché portava dentro di sé un messaggio segreto e rischiava la morte per restare fedele.

Ecco, mi sembrava il tabernacolo di un diamante. Ma io dovevo pensare all’impero:

“Per le tue azioni meriti la morte”.

“Ah! mio Signore ... (era più pallida che nell’amore)... Certo, è giusto ...”.

Ed io compresi, conoscendo gli uomini, quello che intimamente pensava ma che non avrebbe saputo esprimere:

“E' giusto forse non che io muoia, ma che piuttosto della mia vita sia salvato quello che porto nascosto dentro di me...”.

“In te dunque, le chiesi, c’è qualcosa più importante della tua carne giovane e dei tuoi occhi pieni di luce? Tu credi di proteggere qualcosa dentro di te, eppure non ci sarà più nulla quando sarai morta...”. Ella si turbò leggermente perché le mancavano le parole per esprimersi:

“Può darsi che abbiate, ragione, mio Signore...”.

Ma io sentivo che lei mi dava ragione nel solo dominio delle parole, perché non poteva difendersi.

“Dunque, t’inchini”.

“Perdonate, mio Signore; sì, m’inchino, ma non posso parlare...”.

lo disprezzo chi è spinto ad agire con argomentazioni, perché le parole ti devono esprimere e non guidare. Le parole indicano degli oggetti vuoti. Ma quest’anima non era di quelle che si possono aprire con parole vane.

“Non posso parlare, mio Signore, ma m’inchino…”.

lo rispetto colui che attraverso le parole, anche se esse si contraddicono, rimane stabile come la prua d’una nave, la quale, nonostante il mare in burrasca, punta inesorabilmente verso la sua stella. Perché così posso sapere dove si è diretti. Ma coloro che si trincerano dentro la logica seguono le loro stesse parole, e girano in tondo come bachi.

La fissai perciò a lungo e le chiesi: “Chi è che ti ha forgiata? Da dove vieni?”.

Lei sorrise senza rispondere.

“Vuoi danzare?”.

E lei danzò.

Ora la sua danza fu stupenda, il che non poteva sorprendermi, poiché c’era qualcuno dentro di lei. Non hai mai osservato il fiume dall'alto di un monte? Qui ha incontrato la roccia, e non potendola intaccare, l’ha aggirata lambendola. Più oltre ha svoltato per usufruire di un pendio favorevole. In quella pianura si è disteso in meandri poiché si allentarono le forze che lo attiravano verso il mare. Laggiù si è addormentato in un lago. Poi ha sospinto innanzi quel ramo rettilineo per adagiarlo nella pianura come una spada.

Così mi piace che la danzatrice incontri delle linee di forza. Che i suoi passi siano ora contenuti, ora sfrenati. Che il suo sorriso, che poco fa era spontaneo, ora vacilli come una fiammella investita dal vento, che ora scivoli con leggerezza come sopra un invisibile pendio, ma poco dopo rallenti, poiché i passi le diventano difficili come se dovesse scalare un monte. Mi piace vederla cozzare contro qualche ostacolo e vederla trionfare o morire. Mi piace vederla in un paese che è stato costruito contro di lei, che ci siano in lei pensieri permessi e altri che le sono vietati; sguardi possibili, altri impossibili; resistenze, adesioni e rifiuti. Non mi piace che sia uguale in ogni direzione come una gelatina. Ma che sia una struttura ben diretta come l’albero vivo, il quale non è libero di crescere ma si ramifica secondo l’estro del suo seme.

Infatti la danza è un modo di procedere nella vita seguendo il destino. Ma io ti desidero fondare e animare verso qualche cosa, per poi commuovermi davanti ai tuo passi. Infatti se vuoi attraversare il torrente e il torrente si oppone alla tua marcia, allora danzi. Se vuoi correre dietro l’amore e il rivale si oppone alla tua marcia, allora danzi.

E vi è la danza delle spade se vuoi dare la morte. Vi è la danza del veliero sotto la sua bandiera quando deve prendere e scegliere nella burrasca invisibili deviazioni per raggiungere il porto verso il quale è attratto.

Ti occorre un nemico per danzare, ma quale nemico ti onorerà della danza della sua spada se non esiste nessuno in te?

 

Tuttavia la danzatrice, essendosi preso il volto fra le mani, mi commosse profondamente. Su quel volto io vidi una maschera. Perché nella schiera dei sedentari ci sono volti falsamente tormentati, ma sono coperchi di scatole vuote. Infatti non esiste nulla in te se non hai ricevuto nulla. Ma costei la sapevo depositaria di una eredità. Vi era in lei quel nocciolo duro che resiste allo stesso carnefice, poiché il peso di una macina non ne caverebbe l’olio segreto. E’ questa la cauzione per la quale si muore e che permette all’uomo di saper danzare. Perché è un uomo vero solo chi è trasformato dal cantico, dal poema o dalla preghiera ed è costruito dall’interno. Lo sguardo che si posa su di te è pieno di luce poiché è di un uomo abitato. E se prendi come modello il suo volto, esso diviene la dura maschera dell’impero di un uomo. Tu sai che costui è governato e danzerà di fronte al nemico.

Non esiste la danza del sedentario. Ma là ove la terra è troppo arida, ove l’aratro urta nelle pietre, ove l’estate troppo torrida inaridisce le messi, ove l’uomo resiste ai barbari, ove il barbaro schiaccia il debole, allora nasce la danza poiché ogni passo ha un suo significato.

Perché la danza è una lotta contro l’angelo.


Ecco che gli uomini prendono le armi a causa di qualche parola inefficace, in nome dello stesso amore. Ed è la guerra, la quale è ricerca, lotta e movimento incoerente verso una direzione imperiosa, come avvenne per l’albero del mio poeta, che, nato nel buio, urtò contro i muri della sua prigione finché sfondò un lucernario e proruppe verso il sole, finalmente diritto e glorioso.

La pace non la posso imporre. Fondo il mio nemico e il suo rancore se mi limito a sottometterlo. L’unica cosa grande è convertire e convertire significa accogliere, significa offrire a ciascuno, perché vi si senta a suo agio, un abito su misura e lo stesso abito per tutti. Perché la contraddizione non è altro che mancanza d’ingegno.

Perciò ripeto la mia preghiera:

“Signore, illuminatemi. Fatemi crescere in sapienza affinché li possa riconciliare, non mediante l’abbandono, richiesto dagli uni e dagli altri, di qualche aspirazione del loro fervore, ma attraverso un nuovo volto, identico per tutti. Come avviene per la nave, Signore! Quelli che senza capire tirano le funi di babordo lottano contro quelli che tirano a tribordo. Essi si potrebbero odiare nell’ignoranza. Ma se sanno, collaborano insieme mettendosi al servizio del vento”.

La pace è un albero lento a crescere. Dobbiamo, come il cedro, assorbire ancora molto pietrame per imprimergli una sua unità...

Costruire la pace, significa costruire una stalla abbastanza grande affinché l’intero gregge vi si addormenti. Significa costruire un palazzo abbastanza vasto affinché tutti gli uomini vi si possano aggiungere senza abbandonare nulla dei loro bagagli. Non si tratta di amputarli per farli stare tutti dentro.

Costruire la pace significa ottenere in prestito da Dio la sua mantellina da pastore per poter accogliere gli uomini in tutta la vastità dei loro desideri.

Così avviene per la madre che ami i figli. Uno è timido e affettuoso, l’altro pieno di vita, l’altro ancora forse è gobbo, gracile e patito. Però tutti, nella loro diversità, commuovono il suo cuore.

E tutti, nella diversità del loro amore, sono al servizio della sua gloria.

Ma la pace è un albero lento a crescere. Occorre più luce di quanto io abbia. Nulla è ancora evidente. lo scelgo e rifiuto. Sarebbe troppo facile fare la pace se gli uomini fossero già tutti uguali. Ma la vita è. Come l’albero. Lo stelo non è il mezzo trovato dal germe per divenire ramo. Stelo, germe e ramo non sono che un unico sbocciare.

Perciò io li corressi, i miei generali: “Se i nostri uomini s’ammolliscono, ciò significa che l’impero, il quale alimentava la loro vitalità, è morto dentro di loro. La stessa cosa avviene per il cedro quando ha esaurito il dono di vivere. Esso non trasforma più il pietrame in cedro e incomincia a disperdersi nel deserto. Occorre perciò convertirli per animarli”.

Tuttavia nella mia indulgenza, siccome i generali non potevano capirmi, lasciai che facessero il loro gioco ed essi spedirono degli uomini a farsi ammazzare attorno a un pozzo che nessuno agognava perché secco, ma nei pressi del quale il nemico si era casualmente accampato.

 

“Signore, ecco che si dividono perché non costruiscono più l’impero. Infatti l’errore è di credere che cessino di costruire perché sono divisi. Illuminami sulla torre che devo far erigere e che permetterà ai miei uomini di trasformarsi nelle loro molteplici aspirazioni. La torre li spronerà e ripagherà ciascuno accogliendolo nella sua grandezza. Il mio mantello è troppo corto e io sono un cattivo pastore che non sa accoglierli sotto la sua ala. Essi si odiano perché hanno freddo. Infatti l’odio è soltanto insoddisfazione. L’odio ha sempre un significato profondo che lo domina. Le erbe diverse si odiano e si mangiano tra loro, ma non l’albero unico i cui rami si accrescono della prosperità degli altri rami.

Prestami un taglio del tuo mantello affinché vi possa accogliere i miei guerrieri, i miei bifolchi, i miei scienziati, gli sposi e le spose e i bambini che piangono...”.


Però nessuna autorità è efficace se gli uomini, una volta che hanno attraversato l’atrio, spogliato se stessi e usciti dalle loro crisalidi, non sentono le loro ali dispiegarsi dentro di loro, e, invece di celebrare la sofferenza che li ha fondati, si scoprono amputati e tristi e si voltano a guardare verso la sponda che hanno appena abbandonato.

 

“Signore, so che ogni aspirazione è bella.

Quella alla libertà e quella alla disciplina. Quella dei pane per i figli e quella del sacrificio del pane. Quella della scienza che esamina e quella del rispetto che accetta e fonda. Quella delle gerarchie che divinizzano e quella della spartizione che distribuisce. Quella del tempo che permette la meditazione e quella del lavoro che occupa il tempo. Quella dell’amore spirituale che mortifica la carne e nobilita l’uomo e quella della pietà che medica le ferite. Quella del futuro da costruire e quella dei passato da salvare. Quella della guerra, che sparge i semi, e quella della pace che li raccoglie.

Ma so anche che queste contraddizioni non sono che contraddizioni del linguaggio e che ogni volta che l’uomo s’innalza le osserva sempre più dall’alto. Allora queste contraddizioni non esistono più”.

 

“Signore, voglio fondare la nobiltà dei miei guerrieri e la bellezza dei templi per la quale gli uomini offrono se stessi e che dà un senso alla loro vita.

Ma stasera mentre passeggiavo, immerso nel deserto del mio amore, ho incontrato una bambina che piangeva. Le ho sollevato il capo per leggere nei suoi occhi e il suo dolore mi ha sconvolto.

Signore, se io rifiuto di conoscerlo, rifiuto una parte del mondo e non avrò terminato la mia opera.

Non che io voglia distogliermi dal grandi fini, ma quella bambina deve essere consolata! Perché soltanto allora il mondo andrà bene.

Anch’essa è il contrassegno del mondo”.


“Ho visto delle danzatrici comporre le loro danze. E una volta che la danza era stata creata ed eseguita nessuno, evidentemente, portava via il frutto del loro lavoro per fame una provvista. La danza passa come un incendio. Tuttavia io dico civile quel popolo che compone le proprie danze, anche se per le danze non esistono né raccolti né granai. Mentre invece dico selvaggio quel popolo che allinea sugli scaffali degli oggetti, siano essi i più puri, frutto del lavoro altrui, anche se si dimostra capace di inebriarsi della loro perfezione”.

 

Mio padre disse loro: “Creare, forse significa sbagliare quel passo nella danza.

Significa dare di traverso quel colpo di scalpello nella pietra. Poco importa il fine di un’azione. Questo sforzo ti sembra sterile perché sei cieco e guardi troppo da vicino. Ma allontanati un po’; osserva da maggior distanza il movimento di quel quartiere di città. Non vedrai più che un grande fervore e la polvere dorata del lavoro. I colpi falliti non li noti più. Perché quel popolo curvo sul lavoro, voglia o non voglia, edifica i suoi palazzi o le sue cisterne o i suoi ampi giardini pensili. Le sue opere nascono necessariamente, come d’incanto, dalle sue dita. Ed io ti dico: quelle opere nascono sia da coloro che falliscono i loro colpi che da coloro che li azzeccano, perché non puoi separare gli uomini.

Se tu salvi solo i grandi scultori sarai privo di grandi scultori. Chi sarebbe così pazzo da scegliere un mestiere che offre così poche possibilità di vivere? Il grande scultore nasce dal terriccio composto di cattivi scultori. Essi gli servono da scala e lo innalzano.

La bella danza nasce dalla passione per la danza. E questa passione per la danza richiede che tutti danzino, anche quelli che danzano male, altrimenti non c’è passione ma solo accademia pietrificata e spettacolo senza significato”.

E mio padre diceva per concludere: “Te l’ho già detto. Sbaglio di uno, riuscita di un altro; non preoccuparti per queste divisioni. Di fertile non c’è che la grande collaborazione reciproca. Il colpo fallito aiuta il colpo che riesce. E il colpo riuscito rivela a colui che ha fallito il suo lo scopo che perseguivano insieme Chi scopre la divinità la scopre per tutti. Perché il mio impero somiglia ad un tempio ed ho sollecitato gli uomini a costruirlo. Così sarà il loro tempio. Dalla nascita del tempio essi trarranno il loro più alto significato e inventeranno la doratura. Anche colui che la cercava senza trovarla l’inventerà, perché la nuova doratura nascerà innanzi tutto da questo fervore”.


I miei soldati erano stanchi come se avessero portato un pesante fardello. I miei capitani venivano a trovarmi: “Quando ritorneremo a casa? Il sapore delle donne delle oasi conquistate non vale il sapore delle nostre mogli”.

Un tale mi diceva: “Signore, penso continuamente a colei che è fatta del mio tempo, delle mie dispute. Signore, c’è una verità che non so più approfondire. Lasciami crescere nel silenzio del mio villaggio. Sento il bisogno di meditare sulla mia vita”.

Compresi che essi avevano bisogno di silenzio, poiché solo nel silenzio la verità di ciascuno si ricompone e mette le radici. Perché il tempo innanzi tutto conta come nell’allattamento. Chi vede crescere il bambino sotto i suoi occhi? Nessuno. Sono quelli che vengono da un altro luogo che dicono: “Come s’è fatto grande!”. Ma né il padre né la madre l’hanno visto crescere. Egli è divenuto nel tempo, e in ogni momento era quello che doveva essere.

Ecco dunque che i miei uomini avevano bisogno di tempo, non fosse altro che per comprendere un albero, per sedersi sulla soglia di casa di fronte allo stesso albero con gli stessi rami. A poco a poco l’albero si rivela.

Infatti quel poeta, una sera accanto al fuoco nel deserto, parlava semplicemente del proprio albero. E i miei uomini, molti dei quali non avevano mai visto altro che erba dei cammelli, palme nane e rovi, lo ascoltavano attentamente.

“Tu non sai, diceva loro, che cos’è un albero. lo ne ho visto uno che era spuntato per caso in una casa abbandonata, un rifugio senza finestre, ed era partito alla ricerca della luce. Come l’uomo deve essere immerso nell’aria, come la carpa deve essere immersa nell’acqua, così l’albero deve essere immerso nella luce. Perché piantato nella terra per mezzo delle radici, piantato negli astri per mezzo delle fronde, è la via di scambio tra noi e le stelle. Quell’albero, nato cieco, aveva dunque dispiegato nel buio la sua potente muscolatura, brancolando da un muro all’altro, vacillando, e questo dramma si era impresso nelle sue torsioni. Poi, dopo aver infranto un abbaino nella direzione del sole, era emerso dritto come una colonna, e io assistevo, guardando in prospettiva come fa lo storico, alle evoluzioni della sua vittoria.

Contrastando magnificamente con i nodi causati dal contorcimento del tronco nella bara, esso si schiudeva nella quiete, estendendo, grande come una tavola, il suo fogliame illuminato dal sole, allattato dallo stesso cielo, nutrito superbamente dagli dei.

E ogni giorno, all’alba, lo vedevo risvegliarsi dalla cima alla radice, poiché era popolato d’uccelli. Appena albeggiava cominciava a vivere, poi, una volta che il sole era sorto, il mio albero-casa, il mio albero-castello, lasciava andare nel cielo le sue provviste come un vecchio pastore bonario e restava silenzioso fino a sera...”.

Così raccontava e noi sapevamo che bisogna guardarlo a lungo un albero perché nasca in noi in quel modo. E ciascuno invidiava quel poeta che portava nel cuore quella massa di fronde e di uccelli.

“Quando, mi domandavano, quando finirà la guerra? Anche noi vorremmo capire qualcosa. E’ tempo per noi di divenire...”.

E se uno di loro catturava una volpe del deserto ancora piccola e alla quale potesse dare da mangiare, la nutriva come faceva talvolta con le gazzelle quando si degnavano di non morire. La volpe del deserto gli diveniva ogni giorno più preziosa poiché egli vedeva crescere i suoi peli di seta, la sua astuzia e soprattutto quel bisogno di cibo che esigeva cosi imperiosamente tutta la sollecitudine del guerriero. E questi viveva nella vana illusione di infondere nel piccolo animale qualcosa di se stesso come se quella volpe fosse nutrita, formata e plasmata del suo amore.

Poi un bel giorno la volpe, richiamata dall’amore, fuggiva nella sabbia e svuotava d’un colpo il cuore dell’uomo. Uno di costoro l’ho visto morire per essersi difeso fiaccamente durante un’imboscata. Quando apprendemmo della sua morte, mi tornò in mente la frase misteriosa che aveva pronunciato dopo la fuga della sua volpe, un giorno in cui i compagni, scorgendolo melanconico, gli avevano suggerito di catturarne un’altra: “Occorre troppa pazienza, aveva risposto, non per prenderla ma per amarla”.


Quando qualcuno ti salverà la vita, non ringraziare mai.

Non esagerare la tua riconoscenza.

Perché se colui che ti ha salvato attende la tua riconoscenza, si dimostra abbietto.

Che cosa crede costui? Di averti servito?

Se vali qualcosa, è Dio invece che ha servito conservandoti in vita.

E tu, se esprimi in maniera eccessiva la tua riconoscenza, dimostri di mancare sia di modestia che d’orgoglio.

Perché la cosa importante che ha salvato non è il tuo misero caso personale, ma l’opera alla quale collabori e che poggia anche su te.

E siccome egli soggiace alla stessa opera, non sei tenuto a ringraziarlo. Egli è ripagato dal suo stesso lavoro per averti salvato.

E’ questa la sua collaborazione all’opera.


Che cosa ho incontrato di più repellente che quel quartiere cittadino costruito sul fianco di una collina e che scorreva come una fogna fino al mare? Là ho visto quel lebbroso che rideva sconciamente e si nettava l’occhio con un sudicio fazzoletto. Costui era soprattutto volgare e canzonava se stesso per bassezza.

Mio padre decise di appiccarvi il fuoco. E quella turba che ci teneva ai suoi tuguri ammuffiti cominciò ad agitarsi reclamando i propri diritti, il diritto alla lebbra nella sporcizia.

“Questo è naturale, disse mio padre, poiché la giustizia secondo loro consiste nel perpetuare ciò che è”.

Essi gridavano di avere diritto al putridume, poiché, fondati dal putridume, erano fatti per il putridume.

“Se tu permetti agli scarafaggi di moltiplicarsi, disse mio padre, è evidente che nasceranno i diritti degli scarafaggi. E nasceranno dei cantori per celebrarli e ti canteranno quanto siano patetici gli scarafaggi minacciati di sterminio”.

Perché dovrei ascoltarlo colui che viene a parlarmi in nome della sua pestilenza?

Ma io lo curerò per via di Dio, poiché anche lui è una dimora di Dio. Ma non secondo il suo desiderio che è soltanto un desiderio espresso dalla piaga.

Quando l’avrò ripulito, lavato e istruito, allora il suo desiderio sarà diverso e lui stesso rinnegherà quello che era.

Perché dovrei allearmi ora con quell’uomo che lui stesso rinnegherà? Perché dovrei soddisfare il desiderio del lebbroso volgare ed impedirgli di nascere e di abbellirsi?


Mentre me ne andavo mi voltai verso la soglia.

Là non v’era che un momento, un bagliore, un aspetto fra tanti della città.

Un bambino chiamato per sbaglio aveva sorriso, aveva risposto all’appello. Egli si era appena voltato verso il muro. La presenza d’un bambino diviene più fragile della presenza di un uccello... E li lasciai fare il silenzio per addomesticare quel bimbo morente.

Camminai lungo la viuzza.

Attraverso le porte sentivo sgridare le serve. Si metteva in ordine la casa, si facevano i bagagli per la traversata della notte... Poco m’importava che i rimproveri fossero giusti o ingiusti. lo non sentivo che il fervore.

Più lontano, accanto alla fontana, una bambina piangeva nascondendosi il viso col braccio. Posai dolcemente la mano sui suoi capelli, sollevai il suo viso verso di me, ma senza chiedere la causa del suo dolore, poiché sapevo che non poteva conoscerla.

Perché il dolore è sempre fatto del tempo che passa e che non ha dato il suo frutto. Esiste il dolore per i giorni che fuggono, per il braccialetto smarrito che è come tempo perduto o per la morte del fratello che è come tempo inutile.

E il dolore di quella bambina, quando si sarà fatta adulta, diventerà dolore per la partenza dell’innamorato, che sarà, senza che essa se ne renda conto, come una strada smarrita verso le cose reali: il bricco, la casa ben rinchiusa e i figli che si allattano.

E il tempo all’improvviso fluirà inutilmente in lei come in una clessidra.

Ad un tratto una donna apparve sulla soglia, tutta raggiante, e mi fissò a lungo nella pienezza della sua gioia, forse dovuta al bambino che si era addormentato o alla minestra profumata o ad un semplice ritorno.

Il tempo all’improvviso le apparteneva.

E passai davanti ad un vecchio ciabattino zoppo, tutto intento ad abbellire con fili d’oro le babbucce e capii che cantava benché non avesse più voce:

“Cos’è, ciabattino, che ti rende così allegro?”.

Ma non ascoltai la risposta, poiché sapevo che si sarebbe ingannato e mi avrebbe parlato del denaro guadagnato o della cena che l’attendeva o del riposo.

Egli non sapeva che la sua felicità consisteva nel trasfigurarsi in babbucce d’oro.


E i riti sono nel tempo quello che la casa è nello spazio.

Perché è bene che il tempo che passa non dia apparentemente l’impressione di logorarci e disperderci come una manciata di sabbia, ma di perfezionarci. E’ bene che il tempo sia una costruzione. In tal modo posso procedere d’onomastico in onomastico, di compleanno in compleanno, di vendemmia in vendemmia, così come da bambino camminavo dalla camera di consiglio alla camera silenziosa, fra le spesse mura del palazzo di mio padre, nel quale tutti i passi avevano un senso.

lo ho imposto la mia legge che è come la forma dei muri e la disposizione della mia casa. Lo stolto è venuto a dirmi: ”Liberaci dalle tue costrizioni e noi diventeremo più grandi”. Ma io sapevo che essi avrebbero perso la possibilità di conoscere un volto, e, non amandolo più, la possibilità di conoscere se stessi, e ho deciso, contro la loro volontà, di arricchirli del loro amore. Perché essi mi proponevano, per potervi circolare più liberamente, di abbattere le mura del palazzo di mio padre, nel quale tutti i passi avevano un senso.

 

Questo palazzo era una vasta dimora con l’ala riservata alle donne e il giardino interno nel quale zampillava una fontana. (Voglio che si faccia un cuore alla casa in modo che ci si possa avvicinare e allontanare da qualche cosa, uscire e rientrare. Altrimenti non si è più in nessun posto. Essere liberi non significa non essere).

C’erano anche i granai e le stalle. A volte succedeva che i granai erano vuoti e le stalle deserte. E mio padre si opponeva che gli uni fossero adibiti agli usi riservati alle altre.

Il granaio, diceva, è innanzitutto un granaio e tu non abiti una casa se non sai più dove ti trovi. Poco importa, diceva ancora, che un uso sia più o meno produttivo. L’uomo non è un bestiame da ingrasso, e l’amore per lui conta più dell’uso. Non puoi amare una casa che non ha un volto e nella quale i passi non hanno alcun senso”.

C’era la sala riservata soltanto alle grandi ambasciate e che veniva aperta al sole unicamente nei giorni in cui, all’orizzonte, s’innalzava la polvere di sabbia sollevata dai cavalieri e da quelle grandi orifiamme che il vento agitava come vele.

C’era la sala in cui si amministrava la giustizia e quella in cui si portavano i morti.

C’era la stanza vuota, quella di cui mai nessuno seppe a cosa servisse, e forse non serviva a nulla, se non ad insegnare il senso segreto delle cose e che non si penetra mai ogni cosa.


Perché come avviene per l’albero, non sai nulla dell’uomo se lo estendi nella sua durata e lo scomponi nei suoi diversi elementi.

L’albero non è seme, poi stelo, poi tronco flessibile, poi legno secco. Non bisogna scomporlo per conoscerlo. L’albero è quel potere che lentamente sposa il cielo.

La stessa cosa avviene per te, mio piccolo uomo.

Dio ti fa nascere, ti fa crescere, ti colma successivamente di desideri, di rimpianti, di gioie e di sofferenze, d’ira e di perdono, e poi ti richiama a sé.

Tuttavia tu non sei né quello scolaro, né quello sposo, né quel bambino, né quel vecchio. Tu sei colui che si effettua.

E se saprai scoprirti ramo dondolante, attaccato saldamente all’olivo, nelle tue oscillazioni assaporerai l’eternità. E tutto intorno a te diventerà eterno. Eterna la fontana zampillante che ha saputo dissetare i tuoi padri; eterna la luce degli occhi della fidanzata quando ti sorriderà; eterna la frescura delle notti.

 

Il tempo non sarà più una clessidra che consuma la sua sabbia, ma un mietitore che lega il suo covone.


Mi basta che tu abbia conosciuto la visita e quella pienezza d’essere un uomo e che ti tenga sempre pronto a ricevere, poiché avviene come per il sonno o per la fame o per il desiderio che ti assalgono ad intervalli.

Il tuo dubbio non è che il dubbio di un uomo vero e perciò vorrei consolarti.

Ti ritornerà se sei scultore il senso del volto,

ti ritornerà se sei sacerdote il senso di Dio,

ti ritornerà se sei innamorato il senso dell’amore,

ti ritornerà, se sei una sentinella, il senso dell’impero,

ti ritornerà, se sei fedele a te stesso e pulisci la tua casa, anche se sembra abbandonata, la sola cosa che possa alimentare il tuo cuore.

Poiché tu non conosci l’ora della visita, ma l’importante è che tu sappia che solo essa ti può colmare.

Perciò io ti costruisco così attraverso tristi ore di studio, affinché il poema, come per miracolo, ti possa infiammare.

Perché non esiste dono che tu non abbia preparato. E la visita non giunge se non si è costruita una casa per riceverla.

 

Sentinella, sentinella,

è camminando lungo i bastioni nel tormento del dubbio proveniente dalle notti calde,

è ascoltando i rumori della città quando la città non ti parla,

è sorvegliando le dimore degli uomini quando sono una sola macchia scura,

è respirando il deserto intorno quando non c’è che vuoto,

è sforzandoti di amare senza amare,

di credere senza credere,

di essere fedele quando non sai più a chi devi essere fedele,

che prepari in te la luce della sentinella.

Luce che ti giungerà come una ricompensa e un dono dell’amore.


E mio padre rispose:

“L’essenziale della carovana lo scopri quando essa si consuma.

Dimentica il vano suono delle parole e guarda: se il precipizio si oppone alla sua marcia, essa lo aggira; se un masso le si erge davanti, lo evita; se la sabbia è troppo fine, cerca altrove una sabbia dura, ma riprende sempre la medesima direzione. Se il sale di una salina scricchiola sotto il suo pesante carico, la vedi agitarsi, disincagliare le bestie, brancolare per trovare uno strato solido, ma ben presto si rimette in sesto, ancora una volta, nella sua direzione iniziale. Se una cavalcatura stramazza a terra si fermano, raccolgono le casse rotte, le caricano su di un’altra cavalcatura, le fissano con una corda stringendo bene il nodo, poi riprendono la medesima strada.

A volte muore colui che faceva da guida. Essi lo attorniano. Lo seppelliscono nella sabbia. Discutono accanitamente. Poi spingono un altro ad assumere il comando e ancora una volta fanno rotta sulla medesima stella. La carovana si muove così necessariamente in una direzione che la domina; è come una pesante pietra sopra un pendio invisibile.


 

Scoprivamo che la vita non ha senso se non la si offre in cambio di qualcosa a poco a poco.

 

Ho scoperto quest’altra verità: è vana l’illusione dei sedentari che credono di poter vivere in pace nella loro dimora, poiché ogni dimora è minacciata.

 

Essi imputridivano nell’illusione di trovare la felicità nei beni posseduti. Mentre invece essere felici significa agire con fervore e accontentarsi di creare.

 

Costringili a costruire insieme una torre e li muterai in fratelli.

Ma se vuoi che si odino getta loro del grano.

 

Poiché quando la bufera spezza i rami del cedro e la tempesta di sabbia lo flagella ed egli cede al deserto, ciò non significa che la sabbia sia diventata più forte, ma che il cedro ha già rinunciato a combattere.

 

E se voi mettete in prima fila l’architetto, credendo che le città nascano dalle sue mani, nessuna città sorgerà dalla sabbia.

Egli sa come nascono le città ma non ne conosce il perché.

Ma provate a gettare un conquistatore ignorante sulla terra aspra e sassosa:

quando ritornerete più tardi brillerà una fortezza con trenta cupole.

 

Se cerchi al di fuori di te o al di fuori del tuo amico la vostra comune radice, se per voi due vi è un legame divino, intravisto nella disparatezza delle cose naturali, né la distanza né il tempo possono separarvi, poiché tali divinità se ne infischiano dei muri e dei mari.

 

Non si tratta di costruire un termitaio.

Se tu rinneghi una casa, rinneghi tutte le case.

Se rinneghi una donna rinneghi l’amore.

Potrai abbandonare quella donna, ma non troverai l’amore.

 

lo non so più riconoscermi se Tu non sei la chiave di volta e la comune misura e il significato degli uni degli altri. Nel campo d’orzo, nel pozzo di El Ksour e nel mio esercito non scopro che materiali sparsi se la tua presenza non mi permette di vedere in trasparenza qualche città merlata costruita sotto le stelle.

 


Tu combatti contro il male, gli dissi, e ogni lotta è una danza.

Trai il tuo godimento dal piacere di danzare, quindi dal male.

Preferirei che tu danzassi per amore.

 

Poiché non bisogna confondere l’amore con la schiavitù del cuore.

L’amore che prega è bello, ma l’amore che supplica è degno di un servo.

Poiché non credo nella tua logica ma nel pendio dell’amore.

 

Ma il fatto è che non hai parole per dirmi verso che cosa cercano di andare gli uomini, né verso che cosa ho il dovere di condurli.

Ti servi di vasi troppo piccoli, come la pazzia o la felicità,

nella vana speranza di rinchiudervi la vita.

Come quel bambino che con una paletta ed un secchiello, davanti all’Atlante pretendeva di spostare la montagna.

 

Perché io ho bisogno soprattutto di colui che è come una finestra spalancata sul mare

e non uno specchio della mia noia.

 

Appari a me, Signore, perché tutto è molto faticoso quando si perde il gusto di Dio.

 

 

lo non credo nel riposo.

Perché quando uno è tormentato dal dubbio, non gli conviene cercare una pace precaria e sterile accettando uno dei due elementi del contrasto.

Che cosa ci guadagnerebbe il cedro a evitare il vento?

Il vento lo sconquassa ma lo rafforza.

 

Se tu mi chiedi:

“Devo svegliarlo costui o lasciarlo dormire affinché sia felice?” io ti risponderò che non so nulla della felicità.

Ma se apparisse un’aurora boreale, lasceresti forse dormire il tuo amico? Nessuno deve dormire se può vederla.

Evidentemente a costui piace dormire e si sprofonda nel sonno: però strappalo alla sua felicità e gettalo fuori dal letto affinché possa divenire.

 

Mio popolo addormentato, io ti benedico, dormi ancora.

Indugi pure il sole a strapparvi alla tenera notte!

Abbia pure la mia cittadella il diritto di riposare ancora

prima di spiegare alle prime luci del giorno le sue ali per il lavoro.

Restino ancora in seno a Dio, tutti perdonati, tutti accolti.

lo, io avrò cura di voi.

Veglio su te, popolo mio: dormi ancora.


Ho conosciuto un vecchio giardiniere che mi parlava del suo amico. Erano entrambi vissuti a lungo come fratelli prima che la vita li separasse, bevendo il tè serale insieme, celebrando le medesime feste, e cercandosi l’un l’altro per chiedersi qualche consiglio o per farsi delle confidenze. Evidentemente avevano ben poco da dirsi e tuttavia, terminato il lavoro, li si vedeva passeggiare insieme ed osservare in silenzio i fiori, i giardini, il cielo e gli alberi. Ma se uno di essi scuoteva il capo tastando col dito qualche pianta, l’altro si chinava a sua volta e scoprendo le tracce dei bruchi, scuoteva il capo anche lui. E i fiori sbocciati procuravano a entrambi la stessa gioia.

Ora avvenne che un mercante, avendo assunto uno di essi, lo aggregò per qualche settimana alla propria carovana. Ma i predoni di carovane, poi le vicende della vita, e le guerre tra gli imperi, e le tempeste, e i naufragi, e le disavventure, e i lutti, e i mestieri per vivere sballottarono costui per molti anni come una botte sul mare, respingendolo di giardino in giardino fino ai confini del mondo.

Or ecco che un giorno il mio giardiniere, dopo una vecchiaia di silenzio, ricevette una lettera dal suo amico. Dio solo sa quanti anni avesse navigato. Dio solo sa quali diligenze, quali cavalieri, quali navi, quali carovane l’avessero di volta in volta instradata fino al suo giardino.

E quella mattina, siccome era raggiante di felicità e la voleva condividere con qualcuno, mi pregò di leggere, così come si prega di leggere una poesia, la lettera che aveva ricevuto. E spiava sul mio viso l’emozione che mi procurava la lettura. Evidentemente non si trattava che di qualche parola poiché i due giardinieri erano più abili nel maneggiare la vanga che la penna.

Lessi semplicemente: “Questa mattina ho potato i miei roseti…”. Poi, meditando sull’essenziale, che mi pareva informulabile, scossi il capo come avrebbero fatto loro.

 

Ecco dunque che il mio giardiniere non ebbe più pace. L’avresti potuto sentire che s’informava sulla geografia, la navigazione, i corrieri, le carovane e le guerre tra gli imperi.

E tre anni più tardi dovetti per caso spedire un messaggero dall’altra parte della terra. Feci perciò chiamare il giardiniere: “Puoi scrivere al tuo amico”, gli dissi.

I miei alberi ne soffersero un poco e così pure gli ortaggi nell’orto, e i bruchi regnarono indisturbati, poiché egli passava le giornate tappato in casa a scarabocchiare, a cancellare, a ricominciare il lavoro da capo, sudando come uno scolaretto sul suo compito, perché sentiva qualcosa d’urgente da dire e doveva trasportare tutto se stesso, con la propria verità, dal suo amico.

Doveva costruire la propria passerella sull’abisso, raggiungere l’altra parte di sé attraverso lo spazio e il tempo.

Doveva dire il suo amore.

Arrossendo, venne a sottopormi la sua risposta per spiare anche questa volta sul mio volto il riflesso della gioia che avrebbe illuminato il volto del destinatario e per provare così su me il potere delle sue confidenze.

E (poiché effettivamente non v’era nulla di più importante da far sapere, giacché per lui si trattava di un bene col quale barattare se stesso alla maniera delle vecchie che si consumano gli occhi sui ricami per infiorare il loro dio) io lessi che confidava all’amico, con la sua scrittura forzata e maldestra, come una preghiera fervente ma espressa con parole semplici: “Anch’io questa mattina ho potato i miei roseti...”.

E letto questo tacqui, meditando sull’essenziale che cominciava ad apparirmi più chiaro, perché essi senza saperlo ti celebravano, o Signore, unendosi in te al di sopra dei roseti.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guarda i miei giardinieri quando all’alba si recano nei giardini per creare la primavera.

Essi non discutono sui pistilli o sulle corolle: spargono dei semi.

 


Sentivo in me una stanchezza estrema e mi pareva più semplice ammettere di essere come abbandonato da Dio. Mi sentivo vuoto, senza chiave di volta e più nulla risuonava in me. La voce che parla nel silenzio non si faceva più sentire. Essendo salito sulla più alta torre pensavo: “Perché quelle stelle?”. E misurando con lo sguardo le mie proprietà, mi dicevo: “Perché queste proprietà?”. E siccome saliva un lamento dalla città addormentata, mi domandavo: “Perché questo lamento?”. Ero smarrito come uno straniero tra una folla sconosciuta che non parla la sua lingua. Ero come l’abito di cui l’uomo si è svestito. Disfatto e solo. Ero simile a una casa disabitata. Mi mancava appunto la chiave di volta poiché più niente di me poteva servire.

Mi dicevo: “Eppure sono sempre io; so le stesse cose, ho gli stessi ricordi, sono spettatore del medesimo spettacolo, ma ormai affogato nella massa inutile”.

Anche la basilica più bella, se nessuno la considera nel suo insieme, se nessuno ne assapora il silenzio e non le dà un significato nell’intimo del cuore, non è più che un ammasso di pietre. La stessa cosa avveniva di me, della mia saggezza, della percezione dei miei sensi e dei miei ricordi. Ero un mucchio di spighe e non più un covone.

Ed io conobbi la noia, che è anzitutto privazione di Dio.

Non mi sentivo un suppliziato, il che è degno d’un uomo, ma un rinnegato. Sarei stato facilmente crudele in quella solitudine del mio giardino in cui camminavo senza meta proprio come chi attende qualcuno e che persiste in un universo provvisorio. Rivolgevo continue preghiere a Dio, ma non erano preghiere giacché non provenivano da un uomo, ma da una parvenza d’uomo, cero preparato ma senza fiamma. Dicevo: “Ah! che il fervore ritorni in me”. Sapevo che il fervore è solo frutto del nodo divino che lega le cose. Allora esiste una nave governata. Allora si vede una basilica. Ma cos’è una basilica se non un mucchio di materiali, quando non sai leggere in trasparenza né l'architetto né lo scultore?

Fu allora che compresi che chi riconosce il sorriso della statua o la bellezza del paesaggio trova Dio, poiché egli va oltre l’oggetto per raggiungere la chiave, va oltre le parole per ascoltare il cantico, va oltre la notte e le stelle per assaporare l'eternità.

Perché in un primo tempo Dio dà un significato al tuo linguaggio, e il tuo linguaggio, se acquista un significato, ti rivela Dio.

Se le lacrime di quel bambino ti commuovono, esse sono come una finestra aperta sul vasto mare, poiché ecco, non solo le sue lacrime, ma tutte le lacrime si ripercuotono di te.

Il bambino è soltanto colui che ti prende per mano per insegnarti la strada.

 

“Perché, Signore, mi obblighi a compiere questa traversata di deserto? Io mi sfianco tra i rovi. Basta un indizio della tua presenza perché il deserto si trasfiguri, perché la bionda sabbia, l’orizzonte e il grande vento pacifico non siano più un insieme incoerente, ma formino un vasto impero nel quale io mi esalto, e così possa leggere in trasparenza”.

Compresi che se Dio si allontana, la sua assenza lo fa apparire ancora più evidente.

Perché per il marinaio dà un significato al mare. E per lo sposo dà un significato all'amore.

Però ci sono delle ore in cui il marinaio chiede: “Perché il mare?”. E lo sposo: “Perché l’amore?”.

E lavorano nella noia. Nulla manca loro fuorché il nodo divino che lega le cose.

E tutto manca.

 

“Nel soppesare, nello sfogliare il libro del Profeta, disse ancora mio padre, nel soffermarsi sulla forma dei caratteri o sull’oro delle miniature, l’illetterato non coglie l’essenza, che non è il vano oggetto, ma la saggezza divina.

Così l’essenziale di una candela non è la cera che lascia delle tracce, ma la luce”.


“Di che cosa dovrei lamentarmi, Signore, io che soppeso nella mia saggezza patriarcale questo impero nel quale tutto è al suo posto come la frutta matura nel paniere? Per qual motivo dovrei sentirmi adirato, amareggiato, provare odio e sete di vendetta? Tale è la trama per il mio lavoro. Tale è il mio campo da coltivare. Tale è la mia arpa per suonare.

Quando all’alba il padrone della proprietà cammina per le sue terre, tu lo vedi che raccoglie il sasso o sradica il rovo se ne trova. Egli non se la prende né con il rovo né con il sasso. Abbellisce il proprio terreno e non prova che amore.

Quando quella donna allo spuntare dei giorno spalanca le finestre della propria casa, la vedi intenta a togliere la polvere.

Ella non se la prende con la polvere. Abbellisce una casa e non prova che amore.

E per qual motivo dovrei lamentarmi degli uomini? Io li accolgo, in quest’alba, cosi come sono.

Certo, ce ne sono che preparano il loro delitto, che meditano il loro tradimento, che adornano la loro menzogna, ma ce ne sono altri che si predispongono al lavoro, alla pietà o alla giustizia.

Certo, anch’io per abbellire la mia terra coltivabile getterò via il sasso o il rovo, ma senza odiare né il rovo né il sasso, e non proverò che amore.

 

Perché io ho trovato la pace, Signore, mentre pregavo.

lo provengo da te.

Mi sento un giardiniere che cammina a passi lenti verso i suoi alberi”.