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"An eye for an eye leaves the whole world blind" Gandhi. |
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QUEL
GIORNO TRA I SEGUACI DI BIN LADEN di
Tiziano Terzani Per
loro quello delle armi non è un mestiere ma una missione. La civiltà
musulmana, un tempo grande e temuta, si sente ora sempre più
marginalizzata, umiliata e offesa dallo strapotere dell’Occidente.
L’Islam è una grande e inquietante religione con una sua tradizione di
atrocità e di delitti (come tante altre fedi peraltro), ma è assurdo
pensare che si possa cancellarla dalla faccia della Terra. Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla. Mai come ora la sopravvivenza dell’umanità è stata in gioco. Non c’è niente di più pericoloso in una guerra - e noi ci stiamo entrando - che sottovalutare il proprio avversario, ignorare la sua logica e, tanto per negargli ogni sua possibile ragione, definirlo un «pazzo». Ebbene, la Jihad islamica, quella rete clandestina e internazionale che fa ora capo allo sceicco Osama Bin Laden e che, con ogni probabilità, ha avuto la mano nell’allucinante attacco-sfida agli Stati Uniti, è tutt'altro che un fenomeno di «pazzia» e, se vogliamo trovare una via d'uscita dal tunnel di sgomento in cui ci sentiamo gettati, dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare e perché. Nessun giornalista occidentale è riuscito a passare del tempo con Bin Laden e a osservarlo da vicino, ma alcuni hanno potuto avvicinare e ascoltare la sua gente. A me capitò, nel 1996, di passare una giornata in uno dei campi di addestramento che lui finanziava al confine fra il Pakistan e l’Afghanistan. Ne uscii sgomento e impaurito. Per tutto il tempo in mezzo ai mullah, duri e sorridenti, e tanti giovani dagli sguardi freddi e sprezzanti, mi ero sentito un appestato, il portatore di un qualche morbo da cui non mi ero mai sentito affetto. Ai loro occhi la mia malattia era semplicemente il mio essere occidentale, rappresentante di una civiltà decadente, materialista, sfruttatrice, insensibile ai valori universali dell’Islam. Ho visto i seguaci di Bin Laden Duri, sprezzanti, senza dubbi Dobbiamo capire con chi abbiamo a che fare per trovare una via d'uscita Avevo provato sulla pelle la conferma che, con la caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo, la sola ideologia ancora determinata ad opporsi al Nuovo Ordine, che, con l’America in testa, prometteva pace e prosperità al mondo globalizzato, era quella versione fondamentalista e militante dell’Islam. L’avevo intuito per la prima volta viaggiando nelle re pubbliche musulmane dell’Asia Centrale ex sovietica e l’avevo sentito con la stessa precisione incontrando i guerriglieri anti-indiani nel Kashmir e intervistando uno dei loro capi spirituali che mi salutò dandomi in regalo una copia del Corano - l a mia prima - perché ci «imparassi qualcosa». Vedendo e rivedendo, allibito come tutti, le immagini degli aerei che si schiantavano facendo una carneficina nel centro di New York, così come nei giorni prima leggendo le notizie degli uomini-bomba palestinesi che si facevano saltare in aria mietendo vittime per le strade di Israele, mi tornavano in mente quei giovani di varie nazionalità, ma di una unica, ferma fede, che avevo visto in quel campo di addestramento: erano gente di un altro pianeta, di un altro tempo, gente che «crede» come noi stessi abbiamo saputo fare in passato, ma non sappiamo più, gente che considera il sacrificio della propria vita per una causa «giusta» come una cosa «santa». Quei giovani erano d'una pasta che noi abbiamo difficoltà ad immaginare: indottrinati, abituati ad una vita spartanissima, ritmata da una stretta routine di esercizi, studio e preghiere, una vita tutta disciplina, senza donne prima del matrimonio, senza alcol, senza droghe. Per Bin Laden e la sua gente quello delle armi non è un mestiere, è una missione che ha radici nella fede acquisita nell’ottusità delle scuole coraniche, ma soprattutto nel profondo senso di scacco e di impotenza, nell’umiliazione di una civiltà - quella musulmana - un tempo grande e temuta, che si vede ora sempre più marginalizzata e offesa dallo strapotere e dall’arroganza dell’Occidente. E' un problema che varie altre civiltà hanno dovuto affrontare nel corso dei due secoli passati. Quell’umiliazione la provarono i cinesi davanti «alle barbe rosse» degli inglesi che imposero loro il commercio dell’oppio, la provarono i giapponesi davanti alle «navi nere» dell’ammiraglio americano Perry che voleva aprire il Giappone al commercio. La prima reazione fu di smarrimento. Come poteva la loro civiltà, di gran lunga superiore a quella degli stranieri-invasori, essere messa al muro e resa così impotente? I cinesi cercarono una soluzione innanzitutto con un ritorno alla tradizione (la rivolta dei Boxer), poi imboccando la via della modernizzazione di stile sovietico e ultimamente di stile occidentale. I giapponesi, già alla fine dell’Ottocento, fecero questo salto tutto in una volta, mettendosi a imitare ossessivamente tutto ciò che era occidentale, copiando le uniformi degli eserciti europei, l’architettura delle nostre stazioni e imparando a ballare il valzer. Occidente diabolico Questo problema del come sopravvivere al confronto con l’Occidente, mantenendo una propria identità, si è posto ovviamente nel Novecento anche per i musulmani e anche nel loro caso le risposte hanno oscillato fra il rifugio nel tradizionale, come nel caso dello Yemen o dei Wahabi, e varie forme di occidentalizzazione: la più ardita e radicale è stata quella attuata in Turchia da Kemal Ataturk il quale negli anni Venti, riscrivendo la Costituzione, togliendo il velo alle donne, sostituendo la legge islamica con una copia del codice civile svizzero e una di quello penale italiano, mise il suo Paese sulla strada che oggi sta portando Istanbul, pur con qualche sussulto, a diventare parte della Comunità Europea. Per i fondamentalisti questa occidentalizzazione del mondo islamico è un anatema e mai come ora questo processo minaccia ai loro occhi la sua identità. Secondo loro, con la fine della Guerra Fredda l’Occidente ha scoperto le sue carte e sempre più chiaro appare il progetto - per loro «diabolico» - di incorporare l’intera umanità in un unico sistema globale che, grazie alla tecnologia in suo possesso, dia all’Occidente l’accesso e il controllo di tutte le risorse del mondo, comprese quelle che il Creatore - non a caso, secondo i fondamentalisti - ha messo nelle terre dove è nato e si è esteso l’Islam: dal petrolio del Medio Oriente a l legname delle foreste indonesiane. Guerra agli Usa E' solo negli ultimi dieci anni che questo fenomeno della globalizzazione, o meglio della americanizzazione, si è rivelato nella sua ampiezza. Ed è esattamente nel 1991 che Bin Laden, fino allora un protegé degli americani (il suo primo lavoro in Afghanistan fu quello di costruire per la Cia i grandi bunker sotterranei per lo stoccaggio delle armi destinate ai mujaheddin), si rivolta contro Washington. Lo stazionamento di truppe americane nel suo Paese, l’Arabia Saudita, durante e dopo la guerra del Golfo, gli parve un insopportabile affronto e una violazione della santità dei luoghi sacri dell’Islam. La posizione di Osama Bin Laden divenne chiara nel 1996 quando lanciò la sua prima dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti: «Le pareti di oppressione e umiliazione non possono essere abbattute che con una grandine di pallottole». Nessuno lo prese molto sul serio. Ancora più esplicito fu il manifesto della sua organizzazione, Al Qaeda, reso noto nel 1998 dopo una riunione dei vari gruppi associati a Bin Laden. «Da sette anni gli Stati Uniti occupano le terre dell’Islam nella penisola araba, saccheggiando le nostre ricchezze, imponendo la loro volontà ai nostri governanti, terrorizzando i nostri vicini e usando le loro basi militari nella penisola per combattere i popoli musulmani vicini». L’appello rivolto a tutti i musulmani fu quello di «confrontare, combattere e uccidere» gli americani. L’obiettivo dichiarato di Bin Laden è la liberazione del Medio Oriente. Quello sognato in nome dell’eroico passato è forse molto più vasto. I primi attacchi della jihad sono sferrati contro le ambasciate americane in Africa e provocano decine e decine di morti. Washington risponde bombardando le basi di Bin Laden in Afghanistan e una fabbrica di medicinali in Sudan provocando centinaia, altri dicono migliaia di vittime civili (il numero esatto non fu mai accertato perché gli Stati Uniti bloccarono un'inchiesta dell’Onu sull’incidente). La controrisposta di Bin Laden è venuta ora a New York e a Washington. Non potendo colpire i piloti dei B-52 che sganciano le loro bombe da altezze irraggiungibili, né arrivare ai marinai che lanciano i loro missili dalle navi al largo, la soluzione è quella terroristica di attaccare masse di civili indifesi. Le azioni di questi uomini sono atroci, ma non sono gratuite, sono atti di guerra, una guerra che da tempo non è più quella cavalleresca, una guerra in cui il bombardamento di popolazioni inermi è già stato un fenomeno comune a tutti i belligeranti dell’ultimo conflitto mondiale, da quello dei V2 tedeschi su Londra, al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki col suo bilancio di oltre duecentomila morti: tutti civili. Da tempo ormai si combattono con mezzi e metodi nuovi guerre non dichiarate, lontano dagli occhi del mondo che si illude oggi di vedere e capire tutto solo perché assiste in diretta al crollo delle Torri Gemelle. Dal 1983 gli Stati Uniti hanno bombardato a più riprese nel Medio Oriente Paesi come il Libano, la Libia, l’Iran e l’Irak. Dal 1991 l’embargo imposto dagli Stati Uniti all’Irak di Saddam Hussein dopo la guerra del Golfo ha fatto, secondo stime americane, circa mezzo milione di morti, molti dei quali bambini a causa della malnutrizione. Cinquantamila morti all’anno sono uno stillicidio che certo genera in Irak e in chi si identifica con l’Irak una rabbia simile a quella che l’ecatombe di New York ha generato nell’America e di conseguenza anche in Europa. Importante è capire che fra queste due rabbie esiste un legame. Ciò non significa confondere le vittime coi boia, significa solo rendersi conto che, se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista. Non si può capire quel che ci sta succedendo solo a sentire le dichiarazioni dei politici, costretti come sono a ripetere formule retoriche, condizionati a reagire alla vecchia maniera a una situazione completamente nuova e incapaci di ricorrere alla fantasia per suggerire ad esempio che, invece di fare la guerra, questo è il momento di fare finalmente la pace, a cominciare da quella fra israeliani e palestinesi. Invece guerra sarà. In queste ore una strana coalizione si sta mettendo in moto attraverso gli automatismi di trattati nati per un fine e ora usati per un altro e attraverso l’adesione di Paesi come la Cina, la Russia e forse anche l’India, ognuno spinto dai propri interessi strettamente nazionalistici. Per la Cina la guerra mondiale contro il terrorismo è una buona occasione per cercare di risolvere i suoi vecchi problemi con le popolazioni islamiche nei suoi territori di confine. Per la Russia di Putin è un'occasione per risolvere innanzitutto il problema della Cecenia e mettere a tacere tutte le accuse per le spaventose violazioni dei diritti umani da parte delle truppe di Mosca laggiù. Lo stesso è vero per l’India e il suo annoso conflitto per il controllo del Kashmir. Il problema è che sarà estremamente difficile fare apparire questa guerra solo come una campagna contro il terrorismo e non come una guerra contro l’Islam. Stranamente la coalizione che oggi si sta formando assomiglia molto a quella che secoli fa l’Islam si trovò a combattere su due fronti: a Occidente i Crociati, a Oriente le tribù nomadi dell’Asia Centrale e i mongoli. In quella occasione i musulmani resistettero e finirono per convertire all’Islam gran parte dei loro avversari. Questa è la scommessa che Bin Laden e i suoi possono aver fatto sferrando il loro attacco al cuore dell’America. Forse contano proprio su una rappresaglia del mondo occidentale per coagulare una massiccia resistenza islamica e fare di quella che oggi è una minoranza, pur determinata, un fenomeno più esteso. L’Islam si presta bene, per la sua semplicità e il suo innato carattere di militanza, a essere l’ideologia dei dannati della Terra, di quelle masse di poveri che oggi affollano, disperate e discriminate, il Terzo Mondo occidentalizzato. Intreccio di interessi Più che rimuovere i terroristi e chi li ha appoggiati (forse ci sorprenderà sapere quanti personaggi, alcuni anche insospettabili, sono coinvolti), sarebbe più saggio rimuovere le ragioni che spingono tanta gente, soprattutto fra i giovani, nelle file della jihad e fanno loro apparire come una missione il compito di uccidersi e di uccidere. Se noi davvero crediamo nella santità della vita, dobbiamo accettare la santità di tutte le vite. O siamo invece pronti ad accettare le centinaia, le migliaia di morti - anche quelli civili e disarmati - che saranno vittime della nostra rappresaglia? Basterà alle nostre coscienze che quei morti ci vengano presentati, nel gergo da pubbliche relazioni dei militari americani, come «danni collaterali»? Dipende da quel che noi faremo, da come reagiremo a questa orribile provocazione, da come vedremo la nostra storia di ora nella scala della storia dell’umanità, il tipo di futuro che ci aspetta. Il problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del «bene», fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada. L’Islam è ovunque L’Islam è una grande e inquietante religione con una sua tradizione di atrocità e di delitti (come tante altre fedi peraltro), ma è assurdo pensare che un qualsiasi cowboy, pur armato di tutte le pistole del mondo, possa cancellare questa fede dalla faccia della Terra. Meglio sarebbe aiuta re i musulmani stessi a isolare, invece che renderle più virulente, le frange fondamentaliste e a riscoprire l’aspetto più spirituale della loro fede. L’Islam è ormai ovunque. Nell’America stessa ci sono ormai tanti musulmani quanto ebrei (sei milioni, la gran parte, non a caso, afro-americani, attirati dal fatto che l’Islam è stato fin dal suo inizio al di sopra del concetto di razza). Sul territorio americano ci sono già 1.400 moschee, una persino nella base navale di Norfolk. Non dobbiamo farci ora trascinare da visioni parziali della realtà, non dobbiamo diventare ostaggi della retorica a cui oggi ricorre chi è a corto di idee per riempire il silenzio di sbigottimento. Il pericolo è che, a causa di questi tragici, orribili dirottamenti, finiamo noi stessi, come esseri umani, per essere dirottati da quella che è la nostra missione sulla Terra. Gli americani l’hanno descritta nella loro costituzione come «il perseguimento della felicità». Bene: perseguiamo tutti assieme questa felicità, dopo averla magari ridefinita in termini non solo materiali e dopo esserci convinti che noi occidentali non possiamo perseguire una nostra felicità a scapito della felicità di altri e che, come la libertà, anche la felicità è indivisibile. L'ecatombe di New York ci ha dato l’occasione di ripensare a tutto e ci ha messo dinanzi a nuove scelte. Quella più immediata è di aggiungere o togliere al fondamentalismo islamico le sue ragioni di essere, di trasformare i balli dei palestinesi, da macabre esultazioni per una tragedia altrui, in espressioni di gioia per una loro riguadagnata dignità. Altrimenti ogni bomba o missile che cadrà sulle popolazioni del mondo non nostro non farà che seminare altri denti di drago, e dar vita a nuovi giovani disposti a urlare «Allah Akbar», Allah è grande, pilotando un altro aereo carico di innocenti contro un grattacielo o, domani, lasciando una bomba batteriologica o una atomica tascabile in qualche nostro supermercato. Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt'uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo. Altrimenti saremo solo come la rana del proverbio cinese che, dal fondo di un pozzo, guarda in su e crede che quel che vede sia tutto il cielo. Duemilacinquecento anni fa un indiano, chiamato poi «illuminato», spiegava una cosa ovvia: che «l’odio genera solo odio» e che «l’odio si combatte solo con l’amore». Pochi l’hanno ascoltato. Forse è venuto il momento. Tiziano Terzani, 62 anni, fiorentino, collaboratore del «Corriere della Sera», vive dal ' 69 in Oriente, di cui ha seguito gli avvenimenti principali. E' autore di numerose pubblicazioni. Questa la sua analisi del la realtà islamica. SULL’ORLO DI UNA GUERRA Sun Tzu, Cina, l’arte della guerra, scritto oltre 2.500 anni fa «Soltanto coloro che calcolano molto vinceranno; coloro che calcolano poco non vinceranno e tantomeno vinceranno coloro che non calcolano affatto».
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di
Oriana Fallaci Oriana
Fallaci, con questo straordinario scritto, rompe un silenzio di un
decennio. Lunghissimo. La nostra più celebre scrittrice (lei dice
scrittore e non pronuncia più la parola giornalista), vive buona parte
dell’anno a Manhattan. Non risponde al telefono, apre la porta di rado,
esce assai di meno. Non dà mai interviste. Tutti ci hanno provato,
nessuno c’è riuscito. Isolata. Ma la storia e il destino hanno voluto
che il centro della moderna apocalisse si aprisse, come una voragine
dantesca, poco distante dalla sua bella e letteraria abitazione. L’onda
d’urto di quella mattina dell’11 settembre ha sconvolto anche la
quiete eremitica ed ermetica di Oriana. Apre la porta, gesto inconsueto
del quale sembra meravigliarsi... Lo sguardo è dolce e insieme feroce.
Oriana lavora da anni a un’opera molto importante e attesa in tutto il
mondo, fra pile di documenti, in un disordine solo apparente, con fervore
guerresco. Le avevo chiesto di scrivere quello che aveva visto, provato,
sentito dopo quel martedì e Oriana ha raccolto su alcuni fogli emozioni,
pensieri. «Su ogni esperienza lascio brandelli d’anima», aveva scritto
qualche anno fa. E’ ancora vero, verissimo. Pensieri forti. Dirompenti.
Su cui ragionare e riflettere. Sull’America, sull’Italia, sul mondo
islamico. Sulla Patria (sorprendente quel che dice sulla Patria).
Invettive e tesi che nel medesimo tempo sgorgano dal cervello e dal cuore,
o meglio dal cervello attraverso il cuore. «Qualcuno queste cose doveva
dirle. Le ho dette. Ora lasciatemi in pace. La porta è chiusa di nuovo. E
non voglio riaprirla», sbotta. I suoi soliti artigli. Farà discutere.
Eccome. Mi
chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il
silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle
cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni
gioiscono come l'altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria!
Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile
possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di
lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti
intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di
cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene.
Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata.
Arrabbiata d'una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina
ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto
di sputargli addosso. Io gli sputo addosso. Arrabbiata come me, la
poetessa afro-americana Maya Angelou ieri ha ruggito: «Be angry. It's
good to be angry, it's healthy. Siate
arrabbiati. Fa bene essere arrabbiati. È sano». E se a me fa bene io non
lo so. Però so che non farà bene a loro, intendo dire a chi ammira gli
Usama Bin Laden, a chi gli esprime comprensione o simpatia o solidarietà.
Hai acceso un detonatore che da troppo tempo ha voglia di scoppiare, con
la tua richiesta. Vedrai. Mi chiedi anche di raccontare come l'ho vissuta
io, quest'Apocalisse. Di fornire insomma la mia testimonianza. Incomincerò
dunque da quella. Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e
alle nove in punto ho avuto la sensazione d'un pericolo che forse non mi
avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. La sensazione che si prova
alla guerra, anzi in combattimento, quando con ogni poro della tua pelle
senti la pallottola o il razzo che arriva, e rizzi gli orecchi e gridi a
chi ti sta accanto: «Down! Get
down! Giù! Buttati
giù». L'ho respinta. Non ero mica in Vietnam, non ero mica in una delle
tante e fottutissime guerre che sin dalla Seconda Guerra Mondiale hanno
seviziato la mia vita! Ero a New York, perbacco, in un meraviglioso
mattino di settembre, anno 2001. Ma la sensazione ha continuato a
possedermi, inspiegabile, e allora ho fatto ciò che al mattino non faccio
mai. Ho acceso la Tv. Bè, l'audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su
ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del
World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero. Un corto
circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato?
Quasi paralizzata son rimasta a fissarla e mentre la fissavo, mentre mi
ponevo quelle tre domande, sullo schermo è apparso un aereo. Bianco,
grosso. Un aereo di linea. Volava bassissimo. Volando bassissimo si
dirigeva verso la seconda torre come un bombardiere che punta
sull'obiettivo, si getta sull'obiettivo. Sicché ho capito. Ho capito
anche perché nello stesso momento l'audio è tornato e ha trasmesso un
coro di urla selvagge. Ripetute, selvagge. «God! Oh,
God! Oh, God, God, God! Gooooooood! Dio! Oddio! Oddio!
Dio, Dio, Dioooooooo!» E l'aereo s'è infilato nella seconda torre come
un coltello che si infila dentro un panetto di burro. Erano
le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei
quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio.
Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le
ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire
bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi
piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si
buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute,
e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando
nell'aria. Sì, sembravano nuotare nell'aria. E non arrivavano mai. Verso
i trentesimi piani, però, acceleravano. Si mettevano a gesticolar
disperati, suppongo pentiti, quasi gridassero help-aiuto-help. E magari lo
gridavano davvero. Infine cadevano a sasso e paf! Sai, io credevo d'aver
visto tutto alle guerre. Dalle guerre mi ritenevo vaccinata, e in sostanza
lo sono. Niente mi sorprende più. Neanche quando mi arrabbio, neanche
quando mi sdegno. Però alle guerre io ho sempre visto la gente che muore
ammazzata. Non l'ho mai vista la gente che muore ammazzandosi cioè
buttandosi senza paracadute dalle finestre d'un ottantesimo o novantesimo
o centesimo piano. Alle guerre, inoltre, ho sempre visto roba che scoppia.
Che esplode a ventaglio. E ho sempre udito un gran fracasso. Quelle due
torri, invece, non sono esplose. La prima è implosa, ha inghiottito se
stessa. La seconda s'è fusa, s'è sciolta. Per il calore s'è sciolta
proprio come un panetto di burro messo sul fuoco. E tutto è avvenuto, o
m'è parso, in un silenzio di tomba. Possibile? C'era davvero, quel
silenzio, o era dentro di me? Devo
anche dirti che alle guerre io ho sempre visto un numero limitato di
morti. Ogni combattimento, duecento o trecento morti. Al massimo,
quattrocento. Come
a Dak To, in Vietnam. E
quando il combattimento è finito, gli americani si son messi a
raccattarli, contarli, non credevo ai miei occhi. Nella strage di Mexico
City, quella dove anch'io mi beccai un bel po' di pallottole, di morti ne
raccolsero almeno ottocento. E quando credendomi morta mi scaraventarono
nell'obitorio, i cadaveri che presto mi ritrovai intorno e addosso mi
sembrarono un diluvio. Bè, nelle due torri lavoravano quasi cinquantamila
persone. E ben pochi hanno fatto in tempo ad evacuare. Gli ascensori non
funzionavano più, ovvio, e per scendere a piedi dagli ultimi piani ci
voleva un'eternità. Fiamme permettendo. Non lo conosceremo mai, il numero
dei morti. (Quarantamila, quarantacinquemila...?). Gli americani non lo
diranno mai. Per non sottolineare l'intensità di questa Apocalisse. Per
non dar soddisfazione a Usama Bin Laden e incoraggiare altre Apocalissi. E
poi le due voragini che hanno assorbito le decine di migliaia di creature
son troppo profonde. Al massimo gli operai dissottèrrano pezzettini di
membra sparse. Un naso qui, un dito là. Oppure una specie di melma che
sembra caffè macinato e invece è materia organica. Il residuo dei corpi
che in un lampo si polverizzarono. Ieri il sindaco Giuliani ha mandato
altri diecimila sacchi. Ma sono rimasti inutilizzati. Che cosa sento per i
kamikaze che sono morti con loro? Nessun rispetto. Nessuna pietà. No,
neanche pietà. Io che in ogni caso finisco sempre col cedere alla pietà.
A me i kamikaze cioè i tipi che si suicidano per ammazzare gli altri sono
sempre stati antipatici, incominciando da quelli giapponesi della Seconda
Guerra Mondiale. Non li ho mai considerati Pietri Micca che per bloccar
l'arrivo delle truppe nemiche danno fuoco alle polveri e saltano in aria
con la cittadella, a Torino. Non li ho mai considerati soldati. E
tantomeno li considero martiri o eroi, come berciando e sputando saliva il
signor Arafat me li definì nel 1972. (Ossia quando lo intervistai ad
Amman, luogo dove i suoi marescialli addestravano anche i terroristi della
Baader-Meinhof). Li considero vanesi e basta. Vanesi che invece di cercar
la gloria attraverso il cinema o la politica o lo sport la cercano nella
morte propria e altrui. Una morte che invece del Premio Oscar o della
poltrona ministeriale o dello scudetto gli procurerà (credono)
ammirazione. E, nel caso di quelli che pregano Allah, un posto nel
Paradiso di cui parla il Corano: il Paradiso dove gli eroi si scopano le
Uri. Scommetto che sono vanesi anche fisicamente. Ho sotto gli occhi la
fotografia dei due kamikaze di cui parlo nel mio «Insciallah»: il
romanzo che incomincia con la distruzione della base americana (oltre
quattrocento morti) e della base francese (oltre trecentocinquanta morti)
a Beirut. Se l'erano fatta scattare prima d'andar a morire, quella
fotografia, e prima d'andar a morire erano stati dal barbiere. Guarda che
bel taglio di capelli. Che baffi impomatati, che barbetta leccata, che
basette civettuole... Eh!
Chissà come friggerebbe il signor Arafat ad ascoltarmi. Sai, tra me e lui
non corre buon sangue. Non mi ha mai perdonato né le roventi differenze
di opinione che avemmo durante quell'incontro né il giudizio che su di
lui espressi nel mio libro «Intervista con la storia». Quanto a me, non
gli ho mai perdonato nulla. Incluso il fatto che un giornalista italiano
imprudentemente presentatosi a lui come «mio amico», si sia ritrovato
con una rivoltella puntata contro il cuore. Ergo, non ci frequentiamo più.
Peccato. Perché se lo incontrassi di nuovo, o meglio se gli concedessi
udienza, glielo urlerei sul muso chi sono i martiri e gli eroi. Gli
urlerei: illustre Signor Arafat, i martiri sono i passeggeri dei quattro
aerei dirottati e trasformati in bombe umane. Tra di loro la bambina di
quattro anni che si è disintegrata dentro la seconda torre. Illustre
Signor Arafat, i martiri sono gli impiegati che lavoravano nelle due torri
e al Pentagono. Illustre Signor Arafat, i martiri sono i pompieri morti
per tentar di salvarli. E lo sa chi sono gli eroi? Sono i passeggeri del
volo che doveva buttarsi sulla Casa Bianca e che invece si è schiantato
in un bosco della Pennsylvania perché loro si son ribellati! Per loro sì
che ci vorrebbe il Paradiso, illustre Signor Arafat. Il guaio è che ora
fa Lei il capo di Stato ad perpetuum. Fa il monarca. Rende visita al Papa,
afferma che il terrorismo non le piace, manda le condoglianze a Bush. E
nella sua camaleontica abilità di smentirsi, sarebbe capace di
rispondermi che ho ragione. Ma cambiamo discorso. Io sono molto ammalata,
si sa, e a parlare con gli Arafat mi viene la febbre. Preferisco
parlare dell'invulnerabilità che tanti, in Europa, attribuivano
all'America. Invulnerabilità? Ma come invulnerabilità?!? Più una società
è democratica e aperta, più è esposta al terrorismo. Più un paese è
libero, non governato da un regime poliziesco, più subisce o rischia i
dirottamenti o i massacri che sono avvenuti per tanti anni in Italia in
Germania e in altre regioni d'Europa. E che ora avvengono, ingigantiti, in
America. Non per nulla i paesi non democratici, governati da un regime
poliziesco, hanno sempre ospitato e finanziato e aiutano i terroristi.
L'Unione Sovietica, i paesi satelliti dell'Unione Sovietica e la Cina
Popolare, ad esempio. La Libia di Gheddafi, l'Iraq, l'Iran, la Siria, il
Libano arafattiano, lo stesso Egitto, la stessa Arabia Saudita di cui
Usama Bin Laden è suddito, lo stesso Pakistan, ovviamente l'Afghanistan,
e tutte le regioni musulmane dell'Africa. Negli aeroporti e sugli aerei di
quei paesi io mi sono sempre sentita sicura. Serena come un neonato che
dorme. L'unica cosa che temevo era essere arrestata perché scrivevo male
dei terroristi. Negli aeroporti e sugli aerei europei, invece, mi sono
sempre sentita nervosetta. Negli aeroporti e sugli aerei americani,
addirittura nervosa. E a New York, due volte nervosa. (A
Washington, no. Devo
ammetterlo. L'aereo sul Pentagono non me lo aspettavo davvero). A mio
giudizio, insomma, non è mai stato un problema di «se»: è sempre stato
un problema di «quando». Perché credi che martedì mattina il mio
subconscio abbia avvertito quella inquietudine, quella sensazione di
pericolo? Perché credi che contrariamente alle mie abitudini abbia acceso
il televisore? Perché credi che fra le tre domande che mi ponevo mentre
la prima torre bruciava e l'audio non funzionava, ci fosse quella
sull'attentato? E perché credi che appena apparso il secondo aereo abbia
capito? Poiché l'America è il Paese più forte del mondo, il più ricco,
il più potente, il più moderno, ci sono cascati quasi tutti in quel
tranello. Gli americani stessi, a volte. Ma la vulnerabilità dell'America
nasce proprio dalla sua forza, dalla sua ricchezza, dalla sua potenza,
dalla sua modernità. La solita storia del cane che si mangia la coda. Nasce
anche dalla sua essenza multi-etnica, dalla sua liberalità, dal suo
rispetto per i cittadini e per gli ospiti. Esempio: circa ventiquattro
milioni di americani sono arabi-musulmani. E quando un Mustafà o un
Muhammed viene diciamo dall'Afghanistan per visitare lo zio, nessuno gli
proibisce di frequentare una scuola di pilotaggio per imparare a guidare
un 757. Nessuno gli proibisce d'iscriversi a un'Università (cosa che
spero cambi) per studiare chimica e biologia: le due scienze necessarie a
scatenare una guerra batteriologica. Nessuno. Neppure se il governo teme
che quel figlio di Allah dirotti il 757 oppure butti una fiala di batteri
nel deposito dell'acqua e scateni una strage. (Dico «se» perché
stavolta il governo non ne sapeva un bel niente e la figuraccia fatta
dalla Cia e dall'Fbi va al di là d'ogni limite. Se fossi il presidente
degli Stati Uniti io li caccerei tutti a pedate nei posteriori per
cretineria). E detto ciò torniamo al ragionamento iniziale. Quali sono i
simboli della forza, della ricchezza, della potenza, della modernità
americane? Non certo il jazz e il rock and roll, il chewing-gum e
l'hamburger, Broadway ed Hollywood. Sono i suoi grattacieli. Il suo
Pentagono. La sua scienza. La sua tecnologia. Quei grattacieli
impressionanti, così alti, così belli che ad alzar gli occhi quasi
dimentichi le piramidi e i divini palazzi del nostro passato. Quegli aerei
giganteschi, esagerati, che ormai usano come un tempo usavano i velieri e
i camion perché tutto qui si muove con gli aerei. Tutto. La posta, il
pesce fresco, noi stessi (E non dimenticare che la guerra aerea l'hanno
inventata loro. O almeno sviluppata fino all'isteria). Quel Pentagono
terrificante, quella fortezza che fa paura solo a guardarla. Quella
scienza onnipresente, onnipossente. Quella tecnologia raggelante che in
pochissimi anni ha stravolto la nostra esistenza quotidiana, la nostra
millenaria maniera di comunicare, mangiare, vivere. E dove li ha colpiti,
il reverendo Usama Bin Laden? Sui grattacieli, sul Pentagono. Come? Con
gli aerei, con la scienza, con la tecnologia. By the way: sai cosa mi
impressiona di più in questo tristo ultramiliardario, questo mancato
play-boy che anziché corteggiare le principesse bionde e folleggiare nei
night-club (come faceva a Beirut quando aveva vent’anni) si diverte ad
ammazzar la gente in nome di Maometto e di Allah? Il fatto che il suo
sterminato patrimonio derivi anche dai guadagni d'una Corporation
specializzata nel demolire, e che egli stesso sia un esperto demolitore.
La demolizione è una specialità americana. Quando
ci siamo incontrati t'ho visto quasi stupefatto dall'eroica efficienza e
dall'ammirevole unità con cui gli americani hanno affrontato
quest'Apocalisse. Eh, sì. Nonostante i difetti che le vengono
continuamente rinfacciati, che io stessa le rinfaccio, (ma quelli
dell’Europa e in particolare dell’Italia sono ancora più gravi),
l'America è un paese che ha grosse cose da insegnarci. E a proposito
dell'eroica efficienza lasciami cantare un peana per il sindaco di New
York. Quel Rudolph Giuliani che noi italiani dovremmo ringraziare in
ginocchio. Perché ha un cognome italiano, è un oriundo italiano, e ci fa
fare bella figura dinanzi al mondo intero. E’ un grande anzi grandissimo
sindaco, Rudolph Giuliani. Te lo dice una che non è mai contenta di nulla
e di nessuno incominciando da se stessa. E' un sindaco degno d'un altro
grandissimo sindaco col cognome italiano, Fiorello La Guardia, e tanti dei
nostri sindaci dovrebbero andare a scuola da lui. Presentarsi a capo
chino, anzi con la cenere sul capo, e chiedergli: «Sor Giuliani, per
cortesia ci dice come si fa?». Lui non delega i suoi doveri al prossimo,
no. Non perde tempo nelle bischerate e nelle avidità. Non si divide tra
l'incarico di sindaco e quello di ministro o deputato. (C'è nessuno che
mi ascolta nelle tre città di Stendhal, insomma a Napoli e a Firenze e a
Roma?). Essendo corso subito, e subito entrato nel secondo grattacielo, ha
rischiato di trasformarsi in cenere con gli altri. S'è salvato per un
pelo e per caso. E nel giro di quattro giorni ha rimesso in piedi la città.
Una città che ha nove milioni e mezzo di abitanti, bada bene, e quasi due
nella sola Manhattan. Come abbia fatto, non lo so. E' malato come me,
pover'uomo. Il cancro che torna e ritorna ha beccato anche lui. E, come
me, fa finta d’essere sano: lavora lo stesso. Ma io lavoro a tavolino,
perbacco, stando seduta! Lui, invece... Sembrava un generale che partecipa
di persona alla battaglia. Un soldato che si lancia all'attacco con la
baionetta. «Forza, gente, forzaaa! Tiriamoci su le maniche, sveltiii!»
Ma poteva farlo perché quella gente era, è, come lui. Gente senza boria
e senza pigrizia, avrebbe detto mio padre, e con le palle. Quanto
all'ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con
cui gli americani rispondono alle disgrazie e al nemico, bè: devo
ammettere che lì per lì ha stupito anche me. Sapevo, sì, che era
esplosa al tempo di Pearl Harbor, cioè quando il popolo s'era stretto
intorno a Roosevelt e Roosevelt era entrato in guerra contro la Germania
di Hitler e l'Italia di Mussolini e il Giappone di Hirohito. L'avevo
annusata, sì, dopo l'assassinio di Kennedy. Ma a questo era seguita la
guerra in Vietnam, la lacerante divisione causata dalla guerra in Vietnam,
e in un certo senso ciò mi aveva ricordato la loro Guerra Civile d'un
secolo e mezzo fa. Così, quando ho visto bianchi e neri piangere
abbracciati, dico abbracciati, quando ho visto democratici e repubblicani
cantare abbracciati «God save America, Dio salvi l'America», quando gli
ho visto cancellare tutte le divergenze, sono rimasta di stucco. Lo
stesso, quando ho udito Bill Clinton (persona verso la quale non ho mai
nutrito tenerezze) dichiarare «Stringiamoci intorno a Bush, abbiate
fiducia nel nostro presidente». Lo stesso, quando le medesime parole sono
state ripetute con forza da sua moglie Hillary ora senatore per lo Stato
di New York. Lo stesso, quando sono state reiterate da Lieberman, l'ex
candidato democratico alla vice-presidenza. (Soltanto lo sconfitto Al Gore
è rimasto squallidamente zitto). E lo stesso quando il Congresso ha
votato all'unanimità d'accettare la guerra, punire i responsabili. Ah, se
l'Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l'Italia. Così
fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche
all'interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno
quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo, perdio! Gelosi,
biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali.
Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia, alla propria popolarità
di periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si
tradiscono, si accusano, si sputtanano... Io sono assolutamente convinta
che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto o la
Torre di Pisa, l'opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo
darebbe la colpa all'opposizione. I capoccia del governo e i capoccia
dell'opposizione, ai propri compagni e ai propri camerati. E detto ciò
lasciami spiegare da che cosa nasce la capacità di unirsi che
caratterizza gli americani. Nasce
dal loro patriottismo. Io non so se in Italia avete visto e capito quel
che è successo a New York quando Bush è andato a ringraziar gli operai
(e le operaie) che scavando nelle macerie delle due torri cercano di
salvare qualche superstite ma non tiran fuori che qualche naso o qualche
dito. Senza cedere, tuttavia. Senza rassegnarsi, sicché se gli domandi
come fanno ti rispondono: «I can allow myself to be exhausted not to be
defeated. Posso permettermi d'essere esausto, non d'essere sconfitto».
Tutti. Giovani, giovanissimi, vecchi, di mezz'età. Bianchi, neri, gialli,
marroni, viola... L'avete visti o no? Mentre Bush li ringraziava non
facevano che sventolare le bandierine americane, alzare il pugno chiuso,
ruggire: «Iuessè! Iuessè! Iuessè! Usa! Usa! Usa!». In un paese
totalitario avrei pensato: «Ma guarda come l'ha organizzata bene il
Potere!». In America, no. In America queste cose non le organizzi. Non le
gestisci, non le comandi. Specialmente in una metropoli disincantata come
New York, e con operai come gli operai di New York. Sono tipacci, gli
operai di New York. Più liberi del vento. Quelli non obbediscono neanche
ai loro sindacati. Ma se gli tocchi la bandiera, se gli tocchi la
Patria... In inglese la parola Patria non c'è. Per dire Patria bisogna
accoppiare due parole. Father Land, Terra dei Padri. Mother Land, Terra
Madre. Native Land, Terra Nativa. O dire semplicemente My Country, il Mio
Paese. Però il sostantivo Patriotism c'è. L'aggettivo Patriotic c'è. E
a parte la Francia, forse non so immaginare un Paese più patriottico
dell'America. Ah! Io mi son tanto commossa a vedere quegli operai che
stringendo il pugno e sventolando la bandiera ruggivano Iuessè-Iuessè-Iuessè,
senza che nessuno glielo ordinasse. E ho provato una specie di
umiliazione. Perché gli operai italiani che sventolano il tricolore e
ruggiscono Italia-Italia io non li so immaginare. Nei cortei e nei comizi
gli ho visto sventolare tante bandiere rosse. Fiumi, laghi, di bandiere
rosse. Ma di bandiere tricolori gliene ho sempre viste sventolar pochine.
Anzi nessuna. Mal guidati o tiranneggiati da una sinistra arrogante e
devota all'Unione Sovietica, le bandiere tricolori le hanno sempre
lasciate agli avversari. E non è che gli avversari ne abbiano fatto buon
uso, direi. Non ne hanno fatto nemmeno spreco, graziaddio. E quelli che
vanno alla Messa, idem. Quanto al becero con la camicia verde e la
cravatta verde, non sa nemmeno quali siano i colori del tricolore.
Mi-sun-lumbard, mi-sun-lumbard. Quello vorrebbe riportarci alle guerre tra
Firenze e Siena. Risultato, oggi la bandiera italiana la vedi soltanto
alle Olimpiadi se per caso vinci una medaglia. Peggio: la vedi soltanto
negli stadi, quando c'è una partita internazionale di calcio. Unica
occasione, peraltro, in cui riesci a udire il grido Italia-Italia. Eh!
C'è una bella differenza tra un paese nel quale la bandiera della Patria
viene sventolata dai teppisti negli stadi e basta, e un paese nel quale
viene sventolata dal popolo intero. Ad esempio, dagli irreggimentabili
operai che scavano nelle rovine per tirar fuori qualche orecchio o qualche
naso delle creature massacrate dai figli di Allah. Oppure per raccogliere
quel caffè macinato Il
fatto è che l'America è un paese speciale, caro mio. Un paese da
invidiare, di cui esser gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare
con la ricchezza eccetera. Lo è perché è nato da un bisogno dell'anima,
il bisogno d'avere una patria, e dall'idea più sublime che l'Uomo abbia
mai concepito: l'idea della Libertà, anzi della libertà sposata all'idea
di uguaglianza. Lo è anche perché a quel tempo l'idea di libertà non
era di moda. L'idea di uguaglianza, nemmeno. Non ne parlavano che certi
filosofi detti Illuministi, di queste cose. Non li trovavi che in un
costosissimo librone a puntate detto l'Encyclopedie, questi concetti. E a
parte gli scrittori o gli altri intellettuali, a parte i principi e i
signori che avevano i soldi per comprare il librone o i libri che avevano
ispirato il librone, chi ne sapeva nulla dell'Illuminismo? Non era mica
roba da mangiare, l'Illuminismo! Non ne parlavan neppure i rivoluzionari
della Rivoluzione Francese, visto che la Rivoluzione Francese sarebbe
incominciata nel 1789 ossia tredici anni dopo la Rivoluzione Americana che
scoppiò nel 1776. (Altro particolare che gli antiamericani del
bene-agli-americani-gli-sta-bene ignorano o fingono di dimenticare. Razza
di ipocriti). È
un paese speciale, un paese da invidiare, inoltre, perché quell'idea
venne capita da contadini spesso analfabeti o comunque ineducati. I
contadini delle colonie americane. E perché venne materializzata da un
piccolo gruppo di leader straordinari: da uomini di grande cultura, di
gran qualità. The
Founding Fathers, i Padri Fondatori. Ma
hai idea di chi fossero i Padri Fondatori, i Benjamin Franklin e i Thomas
Jefferson e i Thomas Paine e i John Adams e i George Washington eccetera?
Altro che gli avvocaticchi (come giustamente li chiamava Vittorio Alfieri)
della Rivoluzione Francese! Altro che i cupi e isterici boia del Terrore,
i Marat e i Danton e i Saint Just e i Robespierre! Erano tipi, i Padri
Fondatori, che il greco e il latino lo conoscevano come gli insegnanti
italiani di greco e di latino (ammesso che ne esistano ancora) non lo
conosceranno mai. Tipi che in greco s'eran letti Aristotele e Platone, che
in latino s'eran letti Seneca e Cicerone, e che i principii della
democrazia greca se l'eran studiati come nemmeno i marxisti del mio tempo
studiavano la teoria del plusvalore. (Ammesso che la studiassero davvero).
Jefferson conosceva anche l'italiano. (Lui diceva «toscano»). In
italiano parlava e leggeva con gran speditezza. Infatti con le duemila
piantine di vite e le mille piantine di olivo e la carta da musica che in
Virginia scarseggiava, nel 1774 il fiorentino Filippo Mazzei gli aveva
portato varie copie d'un libro scritto da un certo Cesare Beccaria e
intitolato «Dei Delitti e delle Pene». Quanto all'autodidatta Franklin,
era un genio. Scienziato, stampatore, editore, scrittore, giornalista,
politico, inventore. Nel 1752 aveva scoperto la natura elettrica del
fulmine e aveva inventato il parafulmine. Scusa se è poco. E fu con
questi leader straordinari, questi uomini di gran qualità, che nel 1776 i
contadini spesso analfabeti e comunque ineducati si ribellarono
all'Inghilterra. Fecero la guerra d'indipendenza, la Rivoluzione
Americana. Bè...
Nonostante i fucili e la polvere da sparo, nonostante i morti che ogni
guerra costa, non la fecero coi fiumi di sangue della futura Rivoluzione
Francese. Non la fecero con la ghigliottina e coi massacri della Vandea.
La fecero con un foglio che insieme al bisogno dell'anima, il bisogno
d'avere una patria, concretizzava la sublime idea della libertà anzi
della libertà sposata all'uguaglianza. La Dichiarazione d'Indipendenza. «We
hold these Truths to be self-evident... Noi
riteniamo evidenti queste verità. Che tutti gli Uomini sono creati
uguali. Che sono dotati dal Creatore di certi inalienabili Diritti. Che
tra questi Diritti v'è il diritto alla Vita, alla Libertà, alla Ricerca
della Felicità. Che per assicurare questi Diritti gli Uomini devono
istituire i governi...». E quel foglio che dalla Rivoluzione Francese in
poi tutti gli abbiamo bene o male copiato, o al quale ci siamo ispirati,
costituisce ancora la spina dorsale dell'America. La linfa vitale di
questa nazione. Sai perché? Perché trasforma i sudditi in cittadini.
Perché trasforma la plebe in Popolo. Perché la invita anzi le ordina di
governarsi, d'esprimere le proprie individualità, di cercare la propria
felicità. Tutto il contrario di ciò che il comunismo faceva proibendo
alla gente di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, e mettendo
Sua Maestà lo Stato al posto dei soliti re. «Il comunismo è un regime
monarchico, una monarchia di vecchio stampo. In quanto tale taglia le
palle agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle non è più un
uomo» diceva mio padre. Diceva anche che invece di riscattare la plebe il
comunismo trasformava tutti in plebe. Rendeva tutti morti di fame. Bè,
secondo me l'America riscatta la plebe. Sono tutti plebei, in America.
Bianchi, neri, gialli, marroni, viola, stupidi, intelligenti, poveri,
ricchi. Anzi i più plebei sono proprio i ricchi. Nella maggioranza dei
casi, certi piercoli! Rozzi, maleducati. Lo vedi subito che non hanno mai
letto Monsignor della Casa, che non hanno mai avuto nulla a che fare con
la raffinatezza e il buon gusto e la sophistication. Nonostante i soldi
che sprecano nel vestirsi, ad esempio, son così ineleganti che in
paragone la regina d'Inghilterra sembra chic. Però sono riscattati,
perdio. E a questo mondo non c'è nulla di più forte, di più potente,
della plebe riscattata. Ti rompi sempre le corna con la Plebe Riscattata.
E con l'America le corna se le sono sempre rotte tutti. Inglesi, tedeschi,
messicani, russi, nazisti, fascisti, comunisti. Da ultimo se le son rotte
perfino i vietnamiti che dopo la vittoria son dovuti scendere a patti con
loro sicché quando un ex presidente degli Stati Uniti va a fargli una
visitina toccano il cielo con un dito. «Bienvenu,
Monsieur le President, bienvenu!». Il
guaio è che i vietnamiti non pregano Allah. E con i figli di Allah la
faccenda sarà dura. Molto lunga e molto dura. Ammenoché il resto
dell'Occidente non smetta di farsela addosso. E ragioni un po' e gli dia
una mano. Non
sto parlando, ovvio, alle iene che se la godono a veder le immagini delle
macerie e ridacchiano bene-agli-americani-gli-sta-bene. Sto parlando alle
persone che pur non essendo stupide o cattive, si cullano ancora nella
prudenza e nel dubbio. E a loro dico: sveglia, gente, sveglia! Intimiditi
come siete dalla paura d'andar contro corrente cioè d'apparire razzisti
(parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è
su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una
Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come
siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una
guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella
religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi
chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del
nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle
nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà.
All'annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo
di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e
divertirci e informarci… Non capite o non volete capire che se non ci si
oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E
distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a
cambiare, a migliorare, a rendere un po' più intelligente cioè meno
bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra
cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri
valori, i nostri piaceri... Cristo! Non vi rendete conto che gli Usama Bin
Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché
bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador,
perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e
cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra,
perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i
calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi
ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare?
Non v'importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. E non ho
alcuna intenzione di lasciarmi ammazzare perché lo sono. Da
vent'anni lo dico, da vent'anni. Con una certa mitezza, non con questa
passione, vent'anni fa su questa roba scrissi un articolo di fondo per il
«Corriere». Era l'articolo di una persona abituata a stare con tutte le
razze e tutti i credi, d'una cittadina abituata a combattere tutti i
fascismi e tutte le intolleranze, d'una laica senza tabù. Ma era anche
l'articolo di una persona indignata con chi non sentiva il puzzo di una
Guerra Santa a venire, e ai figli di Allah gliene perdonava un po' troppe.
Feci un ragionamento che suonava press'appoco così, vent'anni fa. «Che
senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro
cultura o presunta cultura quando loro disprezzano la nostra? Io voglio
difendere la nostra, e v'informo che Dante Alighieri mi piace più di Omar
Khayan». Apriti cielo. Mi crocifissero. «Razzista, razzista!». Eh,
furono gli stessi progressisti (a quel tempo si chiamavano comunisti) a
crocifiggermi. Del resto quell'insulto me lo presi anche quando i
sovietici invasero l'Afghanistan. Li ricordi quei barbuti con la sottana e
il turbante che prima di sparare il mortaio, anzi a ciascun colpo di
mortaio, berciavano le lodi del Signore? «Allah
akbar! Allah akbar!». Io
li ricordo bene. E a veder accoppiare la parola Dio al colpo di mortaio,
mi venivano i brividi. Mi pareva d'essere nel Medioevo, e dicevo: «I
sovietici sono quello che sono. Però bisogna ammettere che a far quella
guerra proteggono anche noi. E li ringrazio». Riapriti cielo. «Razzista,
razzista!». Nella loro cecàggine non volevan neanche sentirmi parlare
delle mostruosità che i figli di Allah commettevano sui militari fatti
prigionieri. (Gli segavano le braccia e le gambe, rammenti? Un vizietto a
cui s'erano già abbandonati in Libano coi prigionieri cristiani ed
ebrei). Non volevano che lo dicessi, no. E pur di fare i progressisti
applaudivano gli americani che rincretiniti dalla paura dell’Unione
Sovietica riempivan di armi l'eroico-popolo-afghano. Addestravano i
barbuti, e coi barbuti un barbutissimo Usama Bin Laden. Via-i-russi-dall'Afghanistaaaan!
I-russi- devono-andarsene-dall'Afghanistaaaan! Bè, i russi se ne sono
andati dall'Afghanistan: contenti? E dall'Afghanistan i barbuti del
barbutissimo Usama Bin Laden sono arrivati a New York con gli sbarbati
siriani egiziani iracheni libanesi palestinesi sauditi che componevano la
banda dei diciannove kamikaze identificati: contenti? Peggio: ora qui si
discute sul prossimo attacco che ci colpirà con le armi chimiche,
biologiche, radioattive, nucleari. Si dice che la nuova strage è
inevitabile perché l’Iraq gli fornisce il materiale. Si parla di
vaccinazioni, di maschere a gas, di peste. Ci si chiede quando avverrà...
Contenti? Alcuni
non sono né contenti né scontenti. Se ne fregano e basta. Tanto
l'America è lontana, tra l'Europa e l'America c'è un oceano... Eh, no,
cari miei. No. C'è un filo d'acqua. Perché quando è in ballo il destino
dell'Occidente, la sopravvivenza della nostra civiltà, New York siamo
noi. L'America siamo noi. Noi italiani, noi francesi, noi inglesi, noi
tedeschi, noi austriaci, noi ungheresi, noi slovacchi, noi polacchi, noi
scandinavi, noi belgi, noi spagnoli, noi greci, noi portoghesi. Se crolla
l'America, crolla l'Europa. Crolla l'Occidente, crolliamo noi. E non solo
in senso finanziario cioè nel senso che, mi pare, vi preoccupa di più.
(Una volta, ero giovane e ingenua, dissi ad Arthur Miller: «Gli americani
misurano tutto coi soldi, non pensano che ai soldi». E Arthur Miller mi
rispose: «Voi no?»). In tutti i sensi crolliamo, caro mio. E al posto
delle campane ci ritroviamo i muezzin, al posto delle minigonne ci
ritroviamo il chador, al posto del cognacchino il latte di cammella.
Neanche questo capite, neanche questo volete capire?!? Blair lo ha capito.
È venuto qui e ha portato anzi rinnovato a Bush la solidarietà degli
inglesi. Non una solidarietà espressa con le chiacchiere e i piagnistei:
una solidarietà basata sulla caccia ai terroristi e sull’alleanza
militare. Chirac, no. Come sai la scorsa settimana era qui in visita
ufficiale. Una
visita prevista da tempo, non una visita ad hoc. Ha visto le macerie delle
due torri, ha saputo che i morti sono un numero incalcolabile anzi
inconfessabile, ma non s'è sbilanciato. Durante l'intervista alla Cnn ben
quattro volte la ma amica Cristiana Amanpour gli ha chiesto in qual modo e
in qual misura intendesse schierarsi contro questa Jihad, e per quattro
volte Chirac ha evitato una risposta. È sgusciato via come un'anguilla.
Veniva voglia di gridargli: «Monsieur le President! Ricorda lo sbarco in
Normandia? Lo sa quanti americani sono crepati in Normandia per cacciare i
nazisti anche dalla Francia?». Escluso Blair, del resto, neanche fra gli
altri europei vedo Riccardi Cuor di Leone. E tantomeno ne vedo in Italia
dove il governo non ha individuato quindi arrestato alcun complice o
sospetto complice di Usama Bin Laden. Perdio, signor cavaliere, perdio!
Malgrado la paura della guerra, in ogni paese d'Europa è stato
individuato e arrestato qualche complice di Usama Bin Laden. In Francia,
in Germania, in Inghilterra, in Spagna... Ma in Italia dove le moschee di
Milano e di Torino e di Roma traboccano di mascalzoni che inneggiano a
Usama Bin Laden, di terroristi in attesa di far saltare in aria la Cupola
di San Pietro, nessuno. Zero. Nulla. Nessuno. Mi spieghi, signor
cavaliere: son così incapaci i Suoi poliziotti e carabinieri? Son così
coglioni i Suoi servizi segreti? Son così scemi i Suoi funzionari? E son
tutti stinchi di santo, tutti estranei a ciò che è successo e succede, i
figli di Allah che ospitiamo? Oppure a fare le indagini giuste, a
individuare e arrestare chi finoggi non avete individuato e arrestato, Lei
teme di subire il solito ricatto razzista-razzista? Io, vede, no. Cristo!
Io non nego a nessuno il diritto di avere paura. Chi non ha paura della
guerra è un cretino. E chi vuol far credere di non avere paura alla
guerra, l’ho scritto mille volte, è insieme un cretino e un bugiardo.
Ma nella Vita e nella Storia vi sono casi in cui non è lecito aver paura.
Casi in cui aver paura è immorale e incivile. E quelli che, per debolezza
o mancanza di coraggio o abitudine a tenere il piede in due staffe si
sottraggono a questa tragedia, a me sembrano masochisti. Masochisti,
sì, masochisti. Perché vogliamo farlo questo discorso su ciò che tu
chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture? Bè, se vuoi proprio saperlo, a me dà
fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come
se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché
dietro la nostra civiltà c'è Omero, c'è Socrate, c'è Platone, c'è
Aristotele, c'è Fidia, perdio. C'è l'antica Grecia col suo Partenone e
la sua scoperta della Democrazia. C'è l'antica Roma con la sua grandezza,
le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue sculture, la sua
letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i
suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade. C'è un rivoluzionario, quel
Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo
imparato) il concetto dell'amore e della giustizia. C'è anche una Chiesa
che mi ha dato l'Inquisizione, d'accordo. Che mi ha torturato e bruciato
mille volte sul rogo, d'accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per
secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che
mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha
zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero:
sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c'è il Rinascimento. C'è
Leonardo da Vinci, c'è Michelangelo, c'è Raffaello, c’è la musica di
Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi
and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che
nella loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una
canzonetta o mugoli il coro del Nabucco. E infine c'è la Scienza, perdio.
Una scienza che ha capito parecchie malattie e le cura. Io sono ancora
viva, per ora, grazie alla nostra scienza: non quella di Maometto. Una
scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il treno, l'automobile,
l'aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto
andremo chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di questo
pianeta con l'elettricità, la radio, il telefono, la televisione, e a
proposito: è vero che i santoni della sinistra non vogliono dire ciò che
ho appena detto?!? Dio, che bischeri! Non cambieranno mai. Ed ora ecco la
fatale domanda: dietro all’altra cultura che c’è? Boh!
Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi
suoi meriti di studioso. (I Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci
trova anche i numeri e la matematica. Di nuovo berciandomi addosso, di
nuovo coprendomi di saliva, nel 1972 mi disse che la sua cultura era
superiore alla mia, molto superiore alla mia, perché i suoi nonni avevano
inventato i numeri e la matematica. Ma Arafat ha la memoria corta. Per
questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non
hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei
numeri che anche noi infedeli adopriamo, e la matematica è stata
concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In
Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya... I suoi
nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella
moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le
scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei
con la Torah. E ora vediamo quali sono i pregi che distinguono questo
Corano. Davvero pregi? Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New
York, gli esperti dell'Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto:
spiegarmi che il Corano predica la pace e la fratellanza e la giustizia.
(Del resto lo dice anche Bush, povero Bush. E va da sé che Bush deve
tenersi buoni i ventiquattro milioni di americani-musulmani, convincerli a
spifferare quel che sanno sugli eventuali parenti o amici o conoscenti
devoti a Usama Bin Laden). Ma allora come la mettiamo con la storia dell'Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente?
Come la mettiamo con la faccenda del chador anzi del velo che copre il
volto delle musulmane, sicché per dare una sbirciata al prossimo quelle
infelici devon guardare attraverso una fitta rete posta all'altezza degli
occhi? Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne
debbano contare meno dei cammelli, che non debbano andare a scuola, non
debbano andare dal dottore, non debbano farsi fotografare eccetera? Come
la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte per chi li beve?
Anche questo sta nel Corano. E non mi sembra mica tanto giusto, tanto
fraterno, tanto pacifico. Ecco
dunque la mia risposta alla tua domanda sul Contrasto-delle-Due-Culture.
Al mondo c'è posto per tutti, dico io. A casa propria tutti fanno quel
che gli pare. E se in alcuni paesi le donne sono così stupide da
accettare il chador anzi il velo da cui si guarda attraverso una fitta
rete posta all'altezza degli occhi, peggio per loro. Se son così
scimunite da accettar di non andare a scuola, non andar dal dottore, non
farsi fotografare eccetera, peggio per loro. Se son così minchione da
sposare uno stronzo che vuole quattro mogli, peggio per loro. Se i loro
uomini sono così grulli da non bere la birra e il vino, idem. Non sarò
io a impedirglielo. Ci mancherebbe altro. Sono stata educata nel concetto
di libertà, io, e la mia mamma diceva: «Il mondo è bello perché è
vario». Ma se pretendono d'imporre le stesse cose a me, a casa mia... Lo
pretendono. Usama Bin Laden afferma che l'intero pianeta Terra deve
diventar musulmano, che dobbiamo convertirci all'Islam, che con le buone o
con le cattive lui ci convertirà, che a tal scopo ci massacra e continuerà
a massacrarci. E questo non può piacerci, no. Deve metterci addosso una
gran voglia di rovesciar le carte, ammazzare lui. Però la cosa non si
risolve, non si esaurisce, con la morte di Usama Bin Laden. Perché gli
Usama Bin Laden sono decine di migliaia, ormai, e non stanno soltanto in
Afghanistan o negli altri paesi arabi. Stanno dappertutto, e i più
agguerriti stanno proprio in Occidente. Nelle nostre città, nelle nostre
strade, nelle nostre università, nei gangli della tecnologia. Quella
tecnologia che qualsiasi ottuso può maneggiare. La Crociata è in atto da
tempo. E funziona come un orologio svizzero, sostenuta da una fede e da
una perfidia paragonabile soltanto alla fede e alla perfidia di Torquemada
quando gestiva l'Inquisizione. Infatti trattare con loro è impossibile.
Ragionarci, impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza,
un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso. Te
lo dice una che quel tipo di fanatismo lo ha conosciuto abbastanza bene in
Iran, in Pakistan, in Bangladesh, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Libia,
in Giordania, in Libano, e a casa sua. Cioè in Italia. Lo ha conosciuto,
ed anche attraverso episodi triviali, anzi grotteschi, ne ha avuto
raggelanti conferme. Io non dimentico mai quel che mi accadde
all'ambasciata iraniana di Roma quando chiesi il visto per recarmi a
Teheran, per intervistare Khomeini, e mi presentai con le unghie smaltate
di rosso. Per loro, segno di immoralità. Mi trattarono come una
prostituta da bruciare sul rogo. Mi ingiunsero di levarlo immediatamente
quel rosso. E se non gli avessi detto anzi urlato che cosa gradivo levare,
anzi tagliare a loro... Non dimentico nemmeno quel che mi accadde a Qom,
la città santa di Khomeini, dove in quanto donna venni respinta da tutti
gli alberghi. Per intervistare Khomeini dovevo mettermi il chador, per
mettermi il chador dovevo togliermi i blue jeans, per togliermi i blue
jeans dovevo appartarmi, e naturalmente avrei potuto effettuare
l'operazione nell'automobile con la quale ero giunta da Teheran. Ma
l'interprete me lo impedì. Lei-è-pazza, lei-è-pazza,
a-fare-una-cosa-simile-a-Qom-si-finisce-fucilati. Preferì portarmi all'ex
Palazzo Reale dove un custode pietoso ci ospitò, ci prestò l'ex Sala del
Trono. Infatti io mi sentivo come la Madonna che per dare alla luce il
Bambin Gesù si rifugia insieme a Giuseppe nella stalla scaldata
dall'asino e dal bue. Ma a un uomo e a una donna non sposati fra loro il
Corano vieta di appartarsi dietro una porta chiusa, ahimé, e d'un tratto
la porta si aprì. Il mullah addetto al Controllo della Moralità irruppe
strillando vergogna-vergogna, peccato-peccato, e v'era solo un modo per
non finire fucilati: sposarsi. Firmare l'atto di matrimonio a scadenza
(quattro mesi) che il mullah ci sventolava sulla faccia. Il guaio è che
l'interprete aveva una moglie spagnola, una certa Consuelo per nulla
disposta ad accettare la poligamia, e io non volevo sposare nessuno.
Tantomeno un iraniano con la moglie spagnola e nient'affatto disposta ad
accettare la poligamia. Nel medesimo tempo non volevo finir fucilata ossia
perdere l'intervista con Khomeini. In tal dilemma mi dibattevo e... Ridi,
ne son certa. Ti sembrano barzellette. Bè, allora il seguito di questo
episodio non te lo racconto. Per farti piangere ti racconto quello dei
dodici giovanotti impuri che finita la guerra del Bangladesh vidi
giustiziare a Dacca. Li giustiziarono sul campo dello stadio di Dacca, a
colpi di baionetta nel torace o nel ventre, e alla presenza di ventimila
fedeli che dalle tribune applaudivano in nome di Dio. Tuonavano «Allah
akbar, Allah akbar». Lo so, lo so: nel Colosseo gli antichi romani,
quegli antichi romani di cui la mia cultura va fiera, si divertivano a
veder morire i cristiani dati in pasto ai leoni. Lo so, lo so: in tutti i
paesi d'Europa i cristiani, quei cristiani ai quali malgrado il mio
ateismo riconosco il contributo che hanno dato alla Storia del Pensiero,
si divertivano a veder bruciare gli eretici. Però è trascorso parecchio
tempo, siamo diventati un pochino più civili, e anche i figli di Allah
dovrebbero aver compreso che certe cose non si fanno. Dopo i dodici
giovanotti impuri ammazzarono un bambino che per salvare il fratello
condannato a morte s'era buttato sui giustizieri. A lui schiacciarono la
testa con gli scarponi da militare. E se non ci credi, bè: rileggi la mia
cronaca o la cronaca dei giornalisti francesi e tedeschi che inorriditi
quanto me erano lì con me. Meglio: guardati le fotografie che uno di essi
scattò. Comunque il punto che mi preme sottolineare non è questo. È
che, concluso lo scempio, i ventimila fedeli (molte donne) lasciarono le
tribune e scesero nel campo. Non in maniera scomposta, cialtrona, no. In
maniera ordinata, solenne. Lentamente composero un corteo e, sempre in
nome di Dio, passarono sopra i cadaveri. Sempre tuonando Allah-akbar,
Allah-akbar. Li distrussero come le due Torri di New York. Li ridussero a
un tappeto sanguinolento di ossa spiaccicate. Oh,
potrei continuare all'infinito. Dirti cose mai dette, cose da farti
rizzare i capelli in testa. Su quel rimbambito di Khomeini, ad esempio,
che dopo l'intervista tenne un comizio a Qom per dichiarare che io lo
accusavo di tagliare i seni alle donne. Da tale comizio ricavò un video
che per mesi venne trasmesso alla televisione di Teheran sicché, quando
l'anno successivo tornai a Teheran, venni arrestata appena scesa
dall'aereo. E la vidi brutta, sai, proprio brutta. Era il periodo degli
ostaggi americani... potrei parlarti di quel Mujib Rahman che, sempre a
Dacca, aveva ordinato ai suoi guerriglieri di eliminarmi in quanto europea
pericolosa, e meno male che a rischio della propria vita un colonnello
inglese mi salvò. O di quel palestinese di nome Habash che per venti
minuti mi fece tenere un mitragliatore puntato alla testa. Dio, che gente!
I soli coi quali abbia avuto un rapporto civile restano il povero Alì
Bhutto cioè il primo ministro del Pakistan, morto impiccato perché
troppo amico dell’Occidente, e il bravissimo re di Giordania: re Hussein.
Ma quei due erano musulmani quanto io son cattolica. Comunque voglio darti
la conclusione del mio ragionamento. Una conclusione che non piacerà a
molti, visto che difendere la propria cultura, in Italia, sta diventando
peccato mortale. E visto che intimiditi dall’impropria parola «razzista»,
tutti tacciono come conigli. Io
non vado a rizzare tende alla Mecca. Io non vado a cantar Paternostri e
Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto. Io non vado a fare pipì sui
marmi delle loro moschee, non vado a fare la cacca ai piedi dei loro
minareti. Quando mi trovo nei loro paesi (cosa dalla quale non traggo mai
diletto) non dimentico mai d'essere un'ospite e una straniera. Sto attenta
a non offenderli con abiti o gesti o comportamenti che per noi sono
normali e per loro inammissibili. Li tratto con doveroso rispetto,
doverosa cortesia, mi scuso se per sbadatezza o ignoranza infrango qualche
loro regola o superstizione. E questo urlo di dolore e di sdegno io te
l'ho scritto avendo dinanzi agli occhi immagini che non sempre mi davano
le apocalittiche scene con le quali ho incominciato il discorso. A volte
invece di quelle vedevo l'immagine per me simbolica (quindi infuriante)
della gran tenda con cui un'estate fa i mussulmani somali sfregiarono e
smerdarono e oltraggiarono per tre mesi piazza del Duomo a Firenze. La mia
città. Una
tenda rizzata per biasimare condannare insultare il governo italiano che
li ospitava ma non gli concedeva le carte necessarie a scorrazzare per
l’Europa e non gli lasciava portare in Italia le orde dei loro parenti.
Mamme, babbi, fratelli, sorelle, zii, zie, cugini, cognate incinte, e
magari i parenti dei parenti. Una tenda situata accanto al bel palazzo
dell'Arcivescovado sul cui marciapiede tenevano le scarpe o le ciabatte
che nei loro paesi allineano fuori dalle moschee. E insieme alle scarpe o
le ciabatte, le bottiglie vuote dell'acqua con cui si lavavano i piedi
prima della preghiera. Una tenda posta di fronte alla cattedrale con la
cupola del Brunelleschi, e a lato del Battistero con le porte d'oro del
Ghiberti. Una tenda, infine, arredata come un rozzo appartamentino: sedie,
tavolini, chaise-longues, materassi per dormire e per scopare, fornelli
per cuocere il cibo e appestare la piazza col fumo e col puzzo. E, grazie
alla consueta incoscienza dell'Enel che alle nostre opere d'arte tiene
quanto tiene al nostro paesaggio, fornita di luce elettrica. Grazie a un
radio-registratore, arricchita dalla vociaccia sguaiata d'un muezzin che
puntualmente esortava i fedeli, assordava gli infedeli, e soffocava il
suono delle campane. Insieme a tutto ciò, le gialle strisciate di urina
che profanavano i marmi del Battistero. (Perbacco! Hanno la gettata lunga,
questi figli di Allah! Ma come facevano a colpire l'obiettivo separato
dalla ringhiera di protezione e quindi distante quasi due metri dal loro
apparato urinario?) Con le gialle strisciate di urina, il fetore dello
sterco che bloccava il portone di San Salvatore al Vescovo: la squisita
chiesa romanica (anno Mille) che sta alle spalle di piazza del Duomo e che
i figli di Allah avevano trasformato in cacatoio. Lo sai bene. Lo
sai bene perché fui io a chiamarti, pregarti di parlarne sul «Corriere»,
ricordi? Chiamai anche il sindaco che, glielo concedo, venne gentilmente a
casa mia. Mi ascoltò, mi dette ragione. «Ha ragione, ha proprio
ragione...». Ma la tenda non la tolse. Se ne dimenticò o non gli riuscì.
Chiamai anche il ministro degli Esteri che era un fiorentino, anzi uno di
quei fiorentini che parlano con l'accento molto fiorentino, nonché
coinvolto nella faccenda. E pure lui, glielo concedo, mi ascoltò. Mi
dette ragione: «Eh, sì. Ha ragione, sì». Ma per toglier la tenda non
mosse un dito e, quanto ai figli di Allah che urinavano sul Battistero e
smerdavano San Salvatore al Vescovo, presto li accontentò. (Mi risulta
che i babbi e le mamme e i fratelli e le sorelle e gli zii e le zie e i
cugini e le cognate incinte ora stiano dove volevano stare). Cioè a
Firenze e in altre città d’Europa. Allora cambiai sistema. Chiamai un
simpatico poliziotto che dirige l'ufficio-sicurezza e gli dissi: «Caro
poliziotto, io non sono un politico. Quando dico di fare una cosa, la
faccio. Inoltre conosco la guerra e di certe cose me ne intendo. Se entro
domani non levate la fottuta tenda, io la brucio. Giuro sul mio onore che
la brucio, che neanche un reggimento di carabinieri riuscirebbe a
impedirmelo, e per questo voglio essere arrestata. Portata in galera con
le manette. Così finisco su tutti i giornali». Bè, essendo più
intelligente degli altri, nel giro di poche ore lui la levò. Al posto
della tenda rimase soltanto un'immensa e disgustosa macchia di sudiciume.
Però fu una vittoria di Pirro. Lo fu in quanto non influì per niente
sugli altri scempi che da anni feriscono e umiliano quella che era la
capitale dell'arte e della cultura e della bellezza, non scoraggiò per
niente gli altri arrogantissimi ospiti della città: gli albanesi, i
sudanesi, i bengalesi, i tunisini, gli algerini, i pakistani, i nigeriani
che con tanto fervore contribuiscono al commercio della droga e della
prostituzione a quanto pare non proibito dal Corano. Eh, sì: sono tutti
dov'erano prima che il mio poliziotto togliesse la tenda. Dentro il
piazzale degli Uffizi, ai piedi della Torre di Giotto. Dinanzi alla Loggia
dell'Orcagna, intorno alle Logge del Porcellino. Di faccia alla Biblioteca
Nazionale, all'entrata dei musei. Sul Ponte Vecchio dove ogni tanto si
pigliano a coltellate o a revolverate. Sui Lungarni dove hanno preteso e
ottenuto che il Municipio li finanziasse (Sissignori, li finanziasse). Sul
sagrato della Chiesa di San Lorenzo dove si ubriacano col vino e la birra
e i liquori, razza di ipocriti, e dove dicono oscenità alle donne. (La
scorsa estate, su quel sagrato, le dissero perfino a me che ormai sono
un'antica signora. E va da sé che mal gliene incolse. Oooh, se mal gliene
incolse! Uno sta ancora lì a mugulare sui suoi genitali). Nelle storiche
strade dove bivaccano col pretesto di vender-la-merce. Per merce intendi
borse e valige copiate dai modelli protetti da brevetto, quindi illegali,
gigantografie, matite, statuette africane che i turisti ignoranti credono
sculture del Bernini, roba-da-annusare. («Je connais mes droits, conosco
i miei diritti» mi sibilò, sul Ponte Vecchio, uno a cui avevo visto
vendere la roba-da-annusare). E guai se il cittadino protesta, guai se gli
risponde quei-diritti-vai-ad-esercitarli-a-casa-tua. «Razzista, razzista!».
Guai se camminando tra la merce che blocca il passaggio un pedone gli
sfiora la presunta scultura del Bernini. «Razzista, razzista!». Guai se
un Vigile Urbano gli si avvicina, azzarda: «Signor figlio di Allah,
Eccellenza, le dispiacerebbe spostarsi un capellino e lasciar passare la
gente?». Se lo mangiano vivo. Lo aggrediscono col coltello. Come minimo,
gli insultano la mamma e la progenie. «Razzista, razzista!». E la gente
sopporta, rassegnata. Non reagisce nemmeno se gli gridi ciò che il mio
babbo urlava durante il fascismo: «Ma non ve ne importa nulla della
dignità? Non ce l'avete un po' d'orgoglio, pecoroni?». Succede
anche nelle altre città, lo so. A Torino, per esempio. Quella Torino che
fece l'Italia e che ormai non sembra nemmeno una città italiana. Sembra
Algeri, Dacca, Nairobi, Damasco, Beirut. A Venezia. Quella Venezia dove i
piccioni di piazza San Marco sono stati sostituiti dai tappetini con la «merce»
e perfino Otello si sentirebbe a disagio. A Genova. Quella Genova dove i
meravigliosi palazzi che Rubens ammirava tanto sono stati sequestrati da
loro e deperiscono come belle donne stuprate. A Roma. Quella Roma dove il
cinismo della politica d'ogni menzogna e d'ogni colore li corteggia nella
speranza d'ottenerne il futuro voto, e dove a proteggerli c'è lo stesso
Papa. (Santità, perché in nome del Dio Unico non se li prende in
Vaticano? A condizione che non smerdino anche la Cappella Sistina e le
statue di Michelangelo e i dipinti di Raffaello: sia chiaro). Mah! Ora son
io che non capisco. Anziché figli-di-Allah in Italia li chiamano «lavoratori
stranieri». Oppure «mano-d'opera-di-cui-v'è-bisogno». E sul fatto che
alcuni di loro lavorino, non ho alcun dubbio. Gli italiani son diventati
talmente signorini. Vanno in vacanza alle Seychelles, vengon a New York
per comprare i lenzuoli da Bloomingdale's. Si vergognano a fare gli operai
e i contadini, e non puoi più associarli col proletariato. Ma quelli di
cui parlo, che lavoratori sono? Che lavoro fanno? In che modo suppliscono
al bisogno della mano d'opera che l'ex proletariato italiano non fornisce
più? Bivaccando nella città col pretesto della merce-da-vendere?
Bighellonando e deturpando i nostri monumenti? Pregando cinque volte al
giorno? E poi c'è un'altra cosa che non capisco. Se davvero son tanto
poveri, chi glieli dà i soldi per il viaggio sulla nave o sul gommone che
li porta in Italia? Chi glieli dà i dieci milioni a testa (come minimo
dieci milioni) necessari a comprarsi il biglietto? Non glieli darà mica
Usama Bin Laden allo scopo d’avviare una conquista che non è solo una
conquista di anime, è anche una conquista di territorio? Bè,
anche se non glieli dà, questa faccenda non mi convince. Anche se i
nostri ospiti sono assolutamente innocenti, anche se fra loro non c'è
nessuno che vuole distruggermi la Torre di Pisa o la Torre di Giotto,
nessuno che vuol mettermi il chador, nessuno che vuol bruciarmi sul rogo
di una nuova Inquisizione, la loro presenza mi allarma. Mi incute disagio.
E sbaglia chi questa faccenda la prende alla leggera o con ottimismo.
Sbaglia, soprattutto, chi paragona l'ondata migratoria che s'è abbattuta
sull'Italia e sull'Europa con l'ondata migratoria che si rovesciò
sull'America nella seconda metà dell'Ottocento anzi verso la fine
dell'Ottocento e all'inizio del Novecento. Ora ti dico perché. *** Non
molto tempo fa mi capitò di captare una frase pronunciata da uno dei
mille presidenti del Consiglio di cui l'Italia s'è onorata in pochi
decenni. «Eh, anche mio zio era un emigrante! Io lo ricordo mio zio che
con la valigetta di fibra partiva per l'America!». O qualcosa del genere.
Eh, no, caro mio. No. Non è affatto la stessa cosa. E non lo è per due
motivi abbastanza semplici. Il
primo è che nella seconda metà dell'Ottocento l'ondata migratoria in
America non avvenne in maniera clandestina e per prepotenza di chi la
effettuava. Furono gli americani stessi a volerla, sollecitarla. E per un
preciso atto del Congresso. «Venite, venite, ché abbiamo bisogno di voi.
Se venite, vi si regala un bel pezzo di terra». Ci hanno fatto anche un
film, gli americani. Quello con Tom Cruise e Nicole Kidman, e del quale
m'ha colpito il finale. La scena dei disgraziati che corrono per piantare
la bandierina bianca sul terreno che diventerà loro, sicché solo i più
giovani e i più forti ce la fanno. Gli altri restano con un palmo di naso
e alcuni nella corsa muoiono. Ch’io sappia, in Italia non c'è mai stato
un atto del Parlamento che invitasse anzi sollecitasse i nostri ospiti a
lasciare i loro paesi. Venite-venite-ché-abbiamo-tanto-bisogno-di-voi,
se-venite-vi-regaliamo-il-poderino-nel-Chianti. Da noi ci sono venuti di
propria iniziativa, coi maledetti gommoni e in barba ai finanzieri che
cercavano di rimandarli indietro. Più che d’una emigrazione s’è
trattato dunque d’una invasione condotta all’insegna della
clandestinità. Una clandestinità che disturba perché non è mite e
dolorosa. È arrogante e protetta dal cinismo dei politici che chiudono un
occhio e magari tutti e due. Io non dimenticherò mai i comizi con cui
l’anno scorso i clandestini riempiron le piazze d’Italia per ottenere
i permessi di soggiorno. Quei volti distorti, cattivi. Quei pugni alzati,
minacciosi. Quelle voci irose che mi riportavano alla Teheran di Khomeini.
Non li dimenticherò mai perché mi sentivo offesa dalla loro prepotenza
in casa mia, e perché mi sentivo beffata dai ministri che ci dicevano: «Vorremmo
rimpatriarli ma non sappiamo dove si nascondono». Stronzi! In quelle
piazze ve n’erano migliaia, e non si nascondevano affatto. Per
rimpatriarli sarebbe bastato metterli in fila, prego-gentile-signore-s’accomodi,
e accompagnarli ad un porto od aeroporto. Il
secondo motivo, caro nipote dello zio con la valigetta di fibra, lo
capirebbe anche uno scolaro delle elementari. Per esporlo bastano un paio
di elementi. Uno: l’America è un continente. E nella seconda metà
dell’Ottocento cioè quando il Congresso Americano dette il via
all’immigrazione, questo continente era quasi spopolato. Il grosso della
popolazione si condensava negli stati dell’Est ossia gli stati dalla
parte dell’Atlantico, e nel Mid-West c’era ancora meno gente. La
California era quasi vuota. Beh, l’Italia non è un continente. È un
paese molto piccolo e tutt’altro che spopolato. Due: l’America è un
paese assai giovane. Se pensi che la Guerra d’Indipendenza si svolse
alla fine del 1700, ne deduci che ha appena duecento anni e capisci perché
la sua identità culturale non è ancora ben definita. L’Italia, al
contrario, è un paese molto vecchio. La sua storia dura da almeno tremila
anni. La sua identità culturale è quindi molto precisa e bando alle
chiacchiere: non prescinde da una religione che si chiama religione
cristiana e da una chiesa che si chiama Chiesa Cattolica. La gente come me
ha un bel dire: io-con-la-chiesa-cattolica-non-c'entro. C'entro, ahimé
c'entro. Che mi piaccia o no, c'entro. E come farei a non entrarci? Sono
nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima
musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica della campane. Le
campane di Santa Maria del Fiore che all'Epoca della Tenda la vociaccia
sguaiata del muezzin soffocava. È in quella musica, in quel paesaggio,
che sono cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio che ho
imparato cos'è l'architettura, cos'è la scultura, cos'è la pittura,
cos'è l'arte. È attraverso quella chiesa (poi rifiutata) che ho
incominciato a chiedermi cos'è il Bene, cos'è il Male, e perdio... Ecco:
vedi? Ho scritto un'altra volta «perdio». Con tutto il mio laicismo,
tutto il mio ateismo, son così intrisa di cultura cattolica che essa fa
addirittura parte del mio modo d'esprimermi. Oddio, mioddio, graziaddio,
perdio, Gesù mio, Dio mio, Madonna mia, Cristo qui, Cristo là. Mi vengon
così spontanee, queste parole, che non m'accorgo nemmeno di pronunciarle
o di scriverle. E vuoi che te la dica tutta? Sebbene al cattolicesimo non
abbia mai perdonato le infamie che m'ha imposto per secoli incominciando
dall'Inquisizione che m'ha pure bruciato la nonna, povera nonna, sebbene
coi preti io non ci vada proprio d'accordo e delle loro preghiere non
sappia proprio che farne, la musica delle campane mi piace tanto. Mi
accarezza il cuore. Mi piacciono pure quei Cristi e quelle Madonne e quei
Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la mania delle icone. Mi piacciono
pure i monasteri e i conventi. Mi danno un senso di pace, a volte invidio
chi ci sta. E poi ammettiamolo: le nostre cattedrali son più belle delle
moschee e delle sinagoghe. Si o no? Sono più belle anche delle chiese
protestanti. Guarda, il cimitero della mia famiglia è un cimitero
protestante. Accoglie i morti di tutte le religioni ma è protestante. E
una mia bisnonna era valdese. Una mia prozia, evangelica. La bisnonna
valdese non l'ho conosciuta. La prozia evangelica, invece, sì. Quand'ero
bambina mi portava sempre alle funzioni della sua chiesa in via de' Benci
a Firenze, e... Dio, quanto m'annoiavo! Mi sentivo talmente sola con quei
fedeli che cantavano i salmi e basta, quel prete che non era un prete e
leggeva la Bibbia e basta, quella chiesa che non mi sembrava una chiesa e
che a parte un piccolo pulpito aveva un gran crocifisso e basta. Niente
angeli, niente Madonne, niente incenso... Mi mancava perfino il puzzo
dell'incenso, e avrei voluto trovarmi nella vicina basilica di Santa Croce
dove queste cose c'erano. Le cose cui ero abituata. E aggiungo: nella mia
casa di campagna, in Toscana, v'è una minuscola cappella. Sta sempre
chiusa. Dacché la mamma è morta non ci va nessuno. Però a volte ci
vado, a spolverare, a controllare che i topi non ci abbiano fatto il nido,
e nonostante la mia educazione laica mi ci trovo a mio agio. Nonostante il
mio mangiapretismo, mi ci muovo con disinvoltura. E credo che la
stragrande maggioranza degli italiani ti confesserebbe la medesima cosa.
(A me la confessò Berlinguer). Santiddio!
(Ci risiamo). Sto dicendoti che noi italiani non siamo nelle condizioni
degli americani: mosaico di gruppi etnici e religiosi, guazzabuglio di
mille culture, nel medesimo tempo aperti ad ogni invasione e capaci di
respingerla. Sto dicendoti che, proprio perché è definita da molti
secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare
un' ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell'altro
vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto
dicendoti che da noi non c'è posto per i muezzin, per i minareti, per i
falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E
se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante
Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il
Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra
Patria. Significherebbe regalargli l'Italia. E io l'Italia non gliela
regalo. Io
sono italiana. Sbagliano gli sciocchi che mi credono ormai americana. Io
la cittadinanza americana non l'ho mai chiesta. Anni fa un ambasciatore
americano me la offrì sul Celebrity Status, e dopo averlo ringraziato gli
risposi: «Sir, io all'America sono assai legata. Ci litigo sempre, la
rimprovero sempre, eppure le sono profondamente legata. L'America è per
me un amante anzi un marito al quale resterò sempre fedele. Ammesso che
non mi faccia le corna. Voglio bene a questo marito. E non dimentico mai
che se non si fosse scomodato a fare la guerra a Hitler e Mussolini, oggi
parlerei tedesco. Non dimentico mai che se non avesse tenuto testa all'
Unione Sovietica, oggi parlerei russo. Gli voglio bene e m'è simpatico.
Mi piace ad esempio il fatto che quando arrivo a New York e porgo il
passaporto col Certificato di Residenza, il doganiere mi dica con un gran
sorriso: Welcome home. Benvenuta a casa. Mi sembra un gesto così
generoso, così affettuoso. Inoltre mi ricorda che l'America è sempre
stata il Refugium Peccatorum della gente senza patria. Ma io la patria ce
l'ho già, Sir. La mia Patria è l'Italia, e l'Italia è la mia mamma. Sir,
io amo l'Italia. E mi sembrerebbe di rinnegare la mia mamma a prendere la
cittadinanza americana». Gli risposi anche che la mia lingua è
l'italiano, che in italiano scrivo, che in inglese mi traduco e basta.
Nello stesso spirito in cui mi traduco in francese, cioè sentendolo una
lingua straniera. E poi gli risposi che quando ascolto l'Inno di Mameli mi
commuovo. Che a udire quel Fratelli-d'Italia, l'Italia-s'è-desta, parapà-parapà-parapà,
mi viene il nodo alla gola. Non mi accorgo nemmeno che come inno è
bruttino. Penso solo: è l'inno della mia Patria. Del resto il nodo alla
gola mi vien pure a guardare la bandiera bianca rossa e verde che
sventola. Teppisti degli stadi a parte, s'intende. Io ho una bandiera
bianca rossa e verde dell'Ottocento. Tutta piena di macchie, macchie di
sangue, tutta rosa dai topi. E sebbene al centro vi sia lo stemma sabaudo
(ma senza Cavour e senza Vittorio Emanuele II e senza Garibaldi che a
quello stemma si inchinò noi l'Unità d'Italia non l'avremmo fatta), me
la tengo come l'oro. La custodisco come un gioiello. Siamo morti per quel
tricolore, Cristo! Impiccati, fucilati, decapitati. Ammazzati dagli
austriaci, dal Papa, dal Duca di Modena, dai Borboni. Ci abbiamo fatto il
Risorgimento, col quel tricolore. E l'Unità d'Italia, e la guerra sul
Carso, e la Resistenza. Per quel tricolore il mio trisnonno materno
Giobatta combatté a Curtatone e Montanara, rimase orrendamente sfregiato
da un razzo austriaco. Per quel tricolore i miei zii paterni sopportarono
ogni pena dentro le trincee del Carso. Per quel tricolore mio padre venne
arrestato e torturato a Villa Triste dai nazi-fascisti. Per quel tricolore
la mia intera famiglia fece la Resistenza e l'ho fatta anch'io. Nelle file
di Giustizia e Libertà, col nome di battaglia Emilia. Avevo quattordici
anni. Quando l'anno dopo mi congedarono dall'Esercito Italiano-Corpo
Volontari della Libertà, mi sentii così fiera. Gesummaria, ero stata un
soldato italiano! E quando venni informata che col congedo mi spettavano
14.540 lire, non sapevo se accettarle o no. Mi pareva ingiusto accettarle
per aver fatto il mio dovere verso la Patria. Poi le accettai. In casa
eravamo tutti senza scarpe. E con quei soldi ci comprai le scarpe per me e
per le mie sorelline. Naturalmente
la mia patria, la mia Italia, non è l'Italia d'oggi. L'Italia godereccia,
furbetta, volgare degli italiani che pensano solo ad andare in pensione
prima dei cinquant'anni e che si appassionano solo per le vacanze
all'estero o le partite di calcio. L'Italia cattiva, stupida, vigliacca,
delle piccole iene che pur di stringere la mano a un divo o una diva di
Hollywood venderebbero la figlia a un bordello di Beirut ma se i kamikaze
di Usama Bin Laden riducono migliaia di newyorchesi a una montagna di
cenere che sembra caffè macinato sghignazzan contenti
bene-agli-americani-gli-sta-bene. L'Italia squallida, imbelle, senz'anima,
dei partiti presuntuosi e incapaci che non sanno né vincere né perdere
però sanno come incollare i grassi posteriori dei loro rappresentanti
alla poltroncina di deputato o di ministro o di sindaco. L'Italia ancora
mussolinesca dei fascisti neri e rossi che ti inducono a ricordare la
terribile battuta di Ennio Flaiano: «In Italia i fascisti si dividono in
due categorie: i fascisti e gli antifascisti». Non è nemmeno l'Italia
dei magistrati e dei politici che ignorando la consecutio-temporum
pontificano dagli schermi televisivi con mostruosi errori di sintassi.
(Non si dice «Credo che è»: animali! Si dice «Credo che sia»). Non è
nemmeno l'Italia dei giovani che avendo simili maestri affogano
nell'ignoranza più scandalosa, nella superficialità più straziante, nel
vuoto. Sicché agli errori di sintassi loro aggiungono gli errori di
ortografia e se gli domandi chi erano i Carbonari, chi erano i liberali,
chi era Silvio Pellico, chi era Mazzini, chi era Massimo D'Azeglio, chi
era Cavour, chi era Vittorio Emanuele II, ti guardano con la pupilla
spenta e la lingua pendula. Non sanno nulla al massimo sanno recitare la
comoda parte degli aspiranti terroristi in tempo di pace e di democrazia,
sventolare le bandiere nere, nasconder la faccia dietro i passamontagna, i
piccoli sciocchi. Gli inetti. E tantomeno è l’Italia delle cicale che
dopo aver letto questi appunti mi odieranno per aver scritto la verità.
Tra una spaghettata e l’altra mi malediranno, mi augureranno d’essere
uccisa dai loro protetti cioè da Usama Bin Laden. No, no: la mia Italia
è un'Italia ideale. È l'Italia che sognavo da ragazzina, quando fui
congedata dall'Esercito Italiano-Corpo Volontari della Libertà, ed ero
piena di illusioni. Un'Italia seria, intelligente, dignitosa, coraggiosa,
quindi meritevole di rispetto. E quest'Italia, un'Italia che c’è anche
se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi
me la ruba, guai a chi me la invade. Perché, che a invaderla siano i
francesi di Napoleone o gli austriaci di Francesco Giuseppe o i tedeschi
di Hitler o i compari di Usama Bin Laden, per me è lo stesso. Che per
invaderla usino i cannoni o i gommoni, idem. Col che ti saluto affettuosamente, caro il mio Ferruccio, e t'avverto: non chiedermi più nulla. Meno che mai, di partecipare a risse o a polemiche vane. Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. La coscienza pulita e l'età me l'hanno consentito. Ma ora devo rimettermi a lavorare, non voglio essere disturbata. Punto e basta.
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MA
IL DOLORE NON HA UNA BANDIERA di
Dacia Maraini Cara
Oriana, ho sempre ammirato la tua sincerità, il tuo coraggio. Sono stata
contenta di vedere di nuovo la tua firma sul Corriere
: finalmente Oriana Fallaci torna a battagliare come è nel suo carattere,
mi sono detta. Bentornata in Italia! Leggendo il tuo lungo e appassionato
articolo però devo dirti che l’ammirazione per il tuo coraggio si è
trasformata presto in allarme per la tua incoscienza. Proprio nel momento
in cui tutti, dal Papa al presidente degli Stati Uniti, cercano di
distinguere fra cultura islamica e terrorismo, proprio in questa
circostanza così delicata e grave per il futuro del mondo, tu te la
prendi con chi non è pronto a buttarsi in una guerra di religione. Per te
chi distingue fra terrorismo e Islam è un ipocrita, un «fottuto»
intellettuale, meschino e spocchioso. Con questo criterio anche il Papa
sarebbe un ipocrita e che dire del presidente Bush, che altrove esalti con
tanta commozione? Subito dopo l’eccidio Bush è andato a visitare una
moschea, l’avrai visto anche tu. Cos’è, anche lui un politico che tu
metti fra i farisei e gli impostori? «Abituati
come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite e
non volete capire che qui è in atto una guerra di religione»... tu
scrivi con invidiabile piglio militaresco. «Una guerra che non mira alla
conquista del nostro territorio ma alla conquista delle nostre anime. Alla
scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà.
All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo
di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e
divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si
oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà...». E
distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a
cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente, cioè meno
bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra
cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri
valori, i nostri piaceri...». Oriana,
lo so, non ti si può chiedere di ragionare con calma, ma santo iddio,
ferma un momento la tua furia e guardati intorno. Proprio New York in cui
hai scelto di vivere, è la città più multietnica che esista al mondo.
Nei grattacieli, lo sai, sono morti 400 musulmani. Schiacciati, soffocati
o bruciati vivi, per mano di alcuni criminali. I primi a fare le spese del fanatismo religioso sono stati proprio loro, i figli di Allah: le tante ragazze sgozzate in Algeria per la semp |