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L'ILLUSIONE DEL NUMERO RITARDATARIO NON SOPPORTAVO L'IDEA DI ESSERE DROGATA |
VIDEOPOKER, BISOGNA ANDARE ALLA FONTE CASINO’: I RITARDI DELLA LEGGE
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L'ILLUSIONE
DEL NUMERO RITARDATARIO
(Ma
Pontoglio sarà Fedele, Felice o ...Fessa???). La
probabilità per un numero di essere estratto rimane sempre la stessa.
Un dado ha sei facce. Se ciascuna faccia la dipingiamo usando sei colori
diversi, la probabilità che venga la faccia con un determinato colore
è un sesto, essendo sei il numero totale delle facce possibili. Se su
ciascuna mettiamo i primi sei numeri, la probabilità che esca, ad
esempio, il numero 3 è 1/6. Che esca 5 è anche 1/6 e che esca il
numero 1 è sempre 1/6. Se
vogliamo sapere qual’è la probabilità che esca uno qualsiasi dei tre
numeri dispari (1, 3, 5), dobbiamo sommare le tre probabilità. Il che
fa 3/6, e cioè il 50 per cento. Lo stesso vale se vogliamo sapere
quanto fa la probabilità che esca uno dei tre numeri pari (2, 4, 6): 50
per cento. Se
c'è un ritardo nell'uscita di un numero pari, questo non può favorire
in alcun modo l’uscita dei pari né dei dispari. Perché? Risposta: le
sei facce dei dado non possono ricordare quale è stata quella del caso
precedente. Se
invece di usare le sei facce di un dado usiamo una scatola, dove
mettiamo sei piccole sfere, ciascuna contenente uno dei sei numeri, le
probabilità non cambiano. Se usiamo 90 sferette, ciascuna contenente un
numero da 1 a 90 come avviene nel lotto, la probabilità che esca il 3
non è più 1/6, ma 1 su 90: adesso ci sono, infatti, 90 numeri che
possono essere estratti. E’ come se un dado avesse novanta facce. La
probabilità che esca un numero dispari è sempre del 50 per cento, in
quanto tra uno e 90 la metà dei numeri é dispari. E siccome l'altra
metà è fatta di numeri pari, la probabilità che venga estratto un
numero pari è sempre del 50 per cento. E
adesso, attenzione. Se vogliamo mettere insieme due numeri per vincere
un ambo, la probabilità non è la somma, bensì il prodotto delle due:
quindi poco più di un decimo per mille. Per un terno, la probabilità
è il prodotto delle tre probabilità: poco più di uno su un milione. E
così via per la quaterna e la cinquina, le cui probabilità sono
rispettivamente un centesimo e mezzo di milionesimo e meno di due decimi
di miliardesimo. Per avere la “speranza matematica” di vincere una
cinquina bisognerebbe giocare quasi sei miliardi di volte. Fatta
un'estrazione, le probabilità non cambiano. E
infatti, nell'urna si rimettono ancora una volta i 90 numeri e nessuno
di essi ha alcun privilegio, la probabilità che esca uno dei 90 numeri
è suddivisa in modo rigorosamente eguale tra i 90 numeri. Questa
probabilità a ogni estrazione è sempre la stessa: un novantesimo del
totale. I giochi basati sui “numeri in ritardo” non ha alcun
fondamento matematico. Ripetendo
l’estrazione, la probabilità non può cambiare, in quanto le sferette
che contengono i numeri non hanno alcuna memoria delle passate
estrazioni. La
struttura portante di questa matematica fu costruita da Fermat
(1601-1655) e Pascal (1623‑1662) più di 300 anni fà. E’
incredibile che dopo oltre tre secoli ci sia ancora chi continua a
credere nella teoria dei ritardi matematici per i numeri estratti. Come
se Fermat e Pascal non fossero mai esistiti! Promette
il brivido della roulette sul computer di casa. E l'homepage è
invitante: abiti sfarzosi e champagne, Limousine, gioielli. Parliamo del
sito Internet "Casino Lux", accreditato come il leader
mondiale del gioco d'azzardo on line, Sulla Rete sono ormai centinaia
(basta cliccare "gioco d'azzardo" su un motore di ricerca) gli
spazi dedicati agli appassionati del tavolo verde e delle slot machine.
Assicurano grosse vincite, sono ammiccanti, luccicanti, perfetti
specchietti per le allodole, e ci sentiamo d'invitare alla prudenza,
perché per accedere a questi siti occorre lasciare il proprio numero di
carta di credito, e non sì sa mai chi c'è dietro queste sfavillanti
operazioni di globalizzazione del gioco d'azzardo. E
di vera e propria globalizzazione si tratta, visto che la pagina di
presentazione di "Casino Lux" è addirittura in 20 lingue,
compresi l'arabo, l'ebraico, l'indonesiano e il cinese. Per giocare
occorre scaricare gratuitamente il software. Poi bisogna creare un conto
acquistando gettoni (chips) con assegno postale o bancario, bonifico
bancario o Western Union. Le vincite vengono accreditate nello stesso
modo oppure attraverso transazioni sicure. insomma,
la favolosa Las Vegas sembra vicinissima. Puoi
incassare 24 ore al giorno, e al debutto nel sito ricevi gratis 30
dollari di fiches: peccato che questo gioco on line sia rigorosamente
vietato proprio negli Stati Uniti. Ma è scritto in piccolo, molto in
piccolo. IL
BINGO? UN PERICOLOSO CASINO’ DI QUARTIERE di Alberto Laggia, Famiglia Cristiana 15-2002 Piu’
che una tombola tradizionale assomiglia a una slot machine. Tra
un anno ci saranno i primi giocatori compulsivi. “Il
Bingo? Non è altro che un "casinò di quartiere" che genererà
un nuovo stuolo di malati d'azzardo con la benedizione dello Stato”.
Per Rolando De Luca, psicoterapeuta, responsabile dei gruppi terapeutici
per giocatori d'azzardo e le loro famiglie, associati nell'Agita di
Campoformido (Udine), è solo questione di tempo, e si ripeteranno i
drammi già visti nei Paesi dove il Bingo è legale da anni: «Secondo
studi fatti in Usa, Canada, Spagna e Argentina, più del 6 per cento
delle persone che mettono piede in una sala Bingo diventano, prima o
poi, giocatori dipendenti problematici o patologici. I primi in Italia
li vedremo tra un anno”. Bingo
uguale a gioco d'azzardo? “Certo,
come il Lotto o i giochi del casinò; con una diversità che ne aumenta
la pericolosità: si rivolge a un pubblico in genere lontano
dall'azzardo, cioè a casalinghe e pensionati, mai entrati in sale da
gioco. A regime saranno un milione le persone che frequenteranno ogni
giorno le sale Bingo. E saranno soprattutto persone poco abbienti e
donne. Tutto ciò non farà che creare nuovi casi patologici. E c'è di
più: dato che nelle sale Bingo potranno entrare le famiglie, i minori,
benché inibiti dal gioco, potranno assistere, controllare i numeri,
insomma saranno indotti anch'essi al gioco d'azzardo». Ma
i concessionari delle sale hanno assicurato che saranno prevenuti tutti
gli eccessi... “Una
pura illusione pensare che il fenomeno possa essere controllato:
s'illude il giocatore che pensa di smettere quando vuole; s'illude la
famiglia che chiede aiuto quando ormai le cose sono andate a rotoli; ma
l'illusione più perversa è quella dello Stato. Guardate cos'è
accaduto col fumo: le campagne di sensibilizzazione controllano così
bene i danni della sigaretta che contiamo ogni anno 90.000 morti
correlate al fumo. Lo stesso capiterà col Bingo: prima lo si promuoverà,
salvo poi decidere di fare marcia indietro. Ma allora la guerra sarà
persa. Migliaia di famiglie italiane saranno già state rovinate». Si
dice che le sale Bingo sono luoghi di socializzazione, prima che di
gioco. Che ne pensa? “Non
è così. Il ritmo serrato d'estrazione dei numeri non permette di
comunicare coi vicini. Più che una tombola tradizionale assomiglia più
a una slot machine, perché il gioco è così velocizzato da creare un
effetto d'intontimento della mente. E poi la percezione di facile
accesso alla vincita porta all'acquisto di più cartelle. Da qui il
moltiplicarsi di scommettitori compulsivi. E un pensionato che perde 25
euro al giorno, a fine mese resterà senza pane o latte. Ancora una
volta si vendono sogni in cambio di contanti. Ma guai a dirlo: bisogna
fingere di non vedere, perché in ballo c'è una montagna di denaro». NON
SOPPORTAVO L'IDEA DI ESSERE DROGATA La storia di Paola, finita nel girone
infernale del casino’. Raccolte in un libro le testimonianze di chi è
stato salvato grazie alle terapie per i giocatori d'azzardo. Non
sopportava la solitudine, Paola. Quei pomeriggi in casa, silenziosi,
vuoti. Aveva 47 anni, allora. Aveva lavorato fin da quando era
giovanissima. E aveva cresciuto un figlio. In casa da sola si mangiava
l'anima. Non si perdonava di aver scelto di andare in pensione prima del
tempo. Si era lasciata convincere da Carlo, suo marito. Inizia così la
storia di Paola, raccontata da Silvana Mazzocchi in Vite d'azzardo. E’
una delle storie vere di giocatori estremi raccolte dall'autrice a
Campoformido (Udine), al Centro di terapia per i giocatori d'azzardo e
le loro famiglie (Agita). Tutto
iniziò una domenica pomeriggio. Il marito e il figlio Giorgio erario
fuori città per lavoro. Improvvisamente le venne in mente il casinò.
Nova Gorica, sarebbe andata lì, se non altro per provare qualcosa di
diverso. Una passeggiata, mezz'ora di macchina da casa sua, vicino a
Trieste. Scelse subito le slot inachine. Le piacquero i colori, il
suono, Puntò pochi soldi, li perse senza fastidio, era stato come
pagarsi un luna park. Quando decise di tornarsene a casa, Paola avverti
un piacere sottile. Il tempo finalmente era volato via. Oggi
ha 54 anni, ma da allora non avrebbe più smesso di giocare, di
nascosto. «Paola frequentava il casinò quasi tutti i giorni, mattina e
pomeriggio. A pranzo e a cena si faceva trovare a casa. «Tutto bene?»,
le chiedeva Carlo. Lei riferiva di shopping con le amiche, di pomeriggi
in palestra o spesi in chiacchiere. E funzionava. «Difendevo la mia
doppia vita», racconta Paola. «Al casinò ritrovavo me stessa,
dimenticavo me stessa. Stavo bene anche quando perdevo, ma appena fuori
cominciavo a star male. A volte mi svegliavo di notte e, mentre Carlo
dormiva, andavo a sedermi in salotto. Possibile, mi chiedevo
continuamente, che io non sappia più farne a meno? Non sopportavo
l'idea della dipendenza, di essere come drogata». Le
slot machine ingoiarono quasi tutta la sua liquidazione, quel gruzzolo
che le aveva dato tanta sicurezza. E anche il conto corrente che aveva
con Carlo, dove lei versava la sua modesta pensione, anche quello era
ridotto quasi a zero. Iniziò così a chiedere denaro in prestito ad
amici e parenti raccontando bugie. Arrivò a sottrarre dei soldi di
nascosto al figlio. Sulla disperazione, però, prevaleva la voglia di
rifarsi delle perdite e così continuò a giocare. Chiese un prestito in
banca per pagare i debiti, ma il conto tornò in rosso subito. Così
anche Carlo arrivò a scoprire la drammatica verità: sua moglie si
stava rovinando per il gioco. E il suo matrimonio vacillò. Carlo non
capiva. Non aveva mai capito che cosa aveva significato per sua moglie
ritrovarsi senza lavoro a neanche cinquant'anni. E adesso le ripeteva
che sarebbe stato meglio un amante. Che quella dipendenza dal gioco la
degradava. Paola è arrivata al centro dieci mesi fa. di Giuseppe Altamore Una ricerca del sociologo Maurizio Fiasco svela il
meccanismo perverso che porta migliaia di famiglie a indebitarsi
nell'illusione di dare una svolta alla propria vita. Un
dramma sociale con precise responsabilita’. Basta
cosi poco tempo per morire da vivi». Giuseppe
Imbucci, appassionato studioso dì problemi del gioco, cita un verso di
Salvatore Quasimodo per sottolineare che «con il gioco, con questo
gioco d'azzardo che imperversa sempre di più, si può morire da vivi». Si
può morire nell'anima e si può anche morire di povertà. A lanciare
l'allarme è la Consulta nazionale antiusura (telefono 080/52.41.909)
che, in collaborazione con la Cei, la Caritas italiana e il Forum delle
famiglie, organizza, il 10 e 11 aprile, a Roma, un convegno dal titolo:
“Famiglia, usura e sovraindebitamento”. L'incontro
si basa su una ricerca che apre ampi squarci su un fenomeno tanto grave
quanto sottovalutato: il gioco d'azzardo e l'usura o, se si preferisce,
il gioco d'azzardo e la povertà. Qualche
dato per riflettere: l'Italia è il secondo mercato mondiale, con il 9
per cento del totale planetario di giocate, pari a 128 miliardi di
dollari; la popolazione coinvolta è uguale a quella degli Stati Uniti;
siamo in testa, tra i Paesi europei, con 271 euro pro capite all'anno
speso nei vari giochi. E ancora: secondo i risultati della ricerca della
Consulta nazionale antiusura, condotta dal sociologo Maurizio Fiasco, le
vittime dell'azzardo di massa sono i più poveri. «Famiglie già
indebitate», spiega Fiasco, «lavoratori del settore sommerso, famiglie
numerose, persone che vivono nei quartieri più svantaggiati». Secondo
la ricerca spendere i loro soldi giocando sono il 56 per cento degli
strati sociali medio bassi; il 47 per cento degli strati più poveri e
il 66 per cento dei disoccupati. Inoltre, a ulteriore conferma
dell'accoppiata azzardo-povertà, si ricorre al gioco ancora più al Sud
che al Nord. «E’
una conferma anche del fatto che l'economia dell'azzardo è tipico dei
paesi sottosviluppati», precisa Fiasco. «Questa pericolosa tendenza
rivela anche un sistema fiscale da Terzo Mondo, dove l'azzardo di Stato
finisce per essere una forma di tassazione inversamente proporzionale al
reddito», aggiunge Fiasco. Emerge
così che l'82 per cento di 2.700.000 famiglie povere è sovraindebitato
e spende circa il 12 per cento del proprio reddito (mediamente 8 10 euro
mensili) nelle varie lotterie, e ora anche nel Bingo. Ma perché in
Italia sì gioca così tanto? «Nel 1992 c'è stato un passaggio delle
competenze sui giochi dal ministero dell'Interno a quello delle Finanze»,
spiega Fiasco. «Con il risultato che l'azzardo da problema di ordine
pubblico, quindi da tenere sotto controllo, è diventato un problema
tributario, economico. Gli effetti di questa riforma sono stati
dirompenti, perché lo Stato, per raggranellare al massimo 8.000
miliardi di vecchie lire all'anno ha incoraggiato e moltiplicato i
giochi». Gli effetti non sono solo economici. Dalla ricerca risulta che
il 10 per cento dei frequentatori delle sale Bingo è considerato malato
di gioco. C'è una martellante propaganda che fa vedere nelle scommesse
la possibilità di sistemarsi, denuncia padre Massimo Rastrelli,
presidente della Consulta nazionale antiusura. «Ma è una forma di
alienazione che estingue nell'uomo il valore del guadagno col sudore
della fronte». Famiglie
intere sul lastrico. Le
conseguenze sul piano sociale sono gravissime: famiglie intere ridotte
sul lastrico e vittime dell'usura. Un tema che sarà dibattuto il 18
aprile a Milano in una giornata di studio promossa dal Centro
internazionale studi famiglia (telefono 02/48.01.20.40) e dal mensile
Famiglia Oggi, che ha dedicato il numero di aprile al tema "Gìochi
e lotterie, come difendersi dalla dipendenza". Il
Bingo, da pochi mesi approdato in Italia, secondo la Consulta nazionale
antiusura non ha fatto altro che aggravare un'emergenza già in atto. «C'è
chi parla di una tombola in grande», chiarisce monsignor Alberto D'Urso,
segretario della Consulta. «Solo che nella tradizionale tombola il
ritmo è disteso: si parla, si scherza, si fanno battute, ci si diverte.
Il Bingo non offre queste possibilità: una partita si chiude in pochi
minuti. Il ritmo è incalzante, anche perché c'è una soglia di
convenienza del gestore al di sotto della quale non si deve andare:
devono giocare contemporaneamente almeno 120 persone e la partita non
deve superare che pochi minuti, altrimenti il gestore ci rimette.
L'individuo assume un ruolo di passività, tipico del gioco d'azzardo:
la sua soggettività scompare quasi del tutto dinanzi alla cecità della
sorte», aggiunge monsignor D'Urso. Il
risultato di questo perverso meccanismo è il rovesciamento dei valori.
Al primo posto, nella "carriera" del giocatore, non ci sono più
il lavoro o la famiglia, ma una concezione totalmente ludica della vita.
«Ma come può lo Stato giustificare la distruzione psicologica, morale,
economica, familiare e, talvolta, anche fisica di tante persone
indebitate per il gioco, affermando che ha bisogno di 3.000 miliardi di
lire per restaurare monumenti e chiese, quando quei miliardi vengono
sottratti a persone e famiglie che non hanno da mangiare e da pagare
l'affitto?». Una delle domande che la Consulta nazionale antiusura ha
rivolto al presidente del Consiglio e ai partiti della maggioranza. Ma
non c'è ancora una risposta. UN
POMERIGGIO IN UNA GRANDE SALA DELLA CAPITALE di Guglielmo Nardocci In un’ora perse 40 euro, ma che emozione... Ottantenni, casalinghe annoiate, gioiellieri e agenti immobiliari: tutti
travolti dalla passione per il bingo, che spesso finisce in trattoria. Se
avanzano i quattrini. E
insomma, a sentire Danilo Salvato, direttore della sala Bingo di
Trastevere, la più grande e forse meglio organizzata fra quelle della
capitale, il Bingo finisce per essere un'occasione per socializzare, per
ammazzare qualche ora che altrimenti si sarebbe passata in solitudine, e
in fondo giocare a questa tombola spendendo 1,50 euro a cartella non è
poi un vero azzardo, ma qualcosa che ricrea l'atmosfera di famiglia. Si
gioca, ma si fanno anche buone amicizie, si mangia, si beve ... ». E si
fischia, come recita la leggenda popolare, a proposito dell'isola di
Ischia. Sarà
anche così, ma intanto la sora Maria, 'na 'nticchia sotto gli 80, alza
lo sguardo smarrito sulla "socia" Adriana Canciani che,
invece, dì anni ne ha 82, e sbotta: «Adriana mia, non è passata manco
un'ora e già perdiamo 40 euro, dà retta, ‘mparamo a giocà a bocce.
Adriana ride e tira avanti. Sa, la prima volta che abbiamo giocato
abbiamo fatto Bingo due volte, che emozione. Me lo dice mia figlia:
attenta ma', che ti fa male. Ma che vuole, mi emoziono, mica capita
sempre, oggi però non va tanto bene. Carmen
Popa, una delle ragazze che hanno trovato lavoro alla sala Bingo, si
avvicina e propone le cartelle: «Signori’, dacce quella che vince”.
I pensionati ci fanno tutti la stessa richiesta, sorride Carmen, che ha
l’aria di quelle che il Bingo l’ha centrato davvero trovando questo
posto di lavoro: a loro sembra sempre di stare alla tombola di famiglia,
hanno lo stesso tipo di comportamento. Ma non è così. Il
Bingo corrono alla velocità di un martello pneumatico e i ragazzi che
lavorano qui
hanno un obiettivo che debbono centrare costantemente. «Fra una
giocata e l'altra», spiega Salvato, «non debbono passare più di sette
minuti, altrimenti l'impresa ci rimette. Dobbiamo essere bravi, gentili
ma veloci, non possiamo perderci dietro il pensionato che ci chiede la
cartella giusta». Gli
euro della sora Maria si sono involati e l'allegria non resiste a lungo
sul volto di questi anziani che vengono a spendere per pagarsi qualche
ora di emozione e in compagnia. Ovviamente non è cosi per tutti, la
signora Roberta, per esempio, gioca per altri motivi: «Sono una
casalinga realizzata e con una bella famiglia, vengo qui perché il
gioco è anche una passione che si eredita e io l'ho ereditata dai miei
zii». Mario è un ricco e affascinante gioielliere che scappa qualche
ora al giorno per giocare di nascosto dalla moglie: «Sono un giocatore
da casinò, in mancanza del tavolo verde, anche il Bingo va bene. E’
l'atmosfera, sa ... ». E l'atmosfera tradisce anche Massimiliano
Scatena, agente immobiliare e anche attore: «Questo gioco mi rilassa e
mi permette di fare nuove amicizie. Spesso, dopo qualche giocata, ce ne
andiamo a mangiare una pizza tutti insieme. Questo gioco è
affascinante, ma anche socialmente utile: ha dato lavoro a tanti ragazzi
e tolto dalla strada i vecchietti che sono disposti a pagare per non
annoiarsi». Ma pensa un po! E
LO STATO CURERA’ CHI ESAGERA Non
esiste uno Stato che organizza il gioco d'azzardo a danno dei suoi
cittadini, e cittadini innocenti che vengono traviati dallo Stato
biscazziere; ci sono i cittadini che giocano da che mondo è mondo, le
autorità pubbliche che cercano di regolamentare un settore che
altrimenti sarebbe preda delle organizzazioni illegali, e ora anche la
volontà di rivedere tutta questa materia per eliminare i risvolti
socialmente più dannosi. Manlio Contento è il sottosegretario al
ministero dell'Economia che si è preso il compito dì riorganizzare da
cima a fondo il cosiddetto "azzardo" di Stato. E’
una frase detta per sedare le tante polemiche, oppure il Governo ha in
mente qualcosa? E’
una linea di intervento, perché ci rendiamo conto perfettamente che ci
sono risvolti sociali che sono sotto gli occhi di tutti e c'è una
fascia di giocatori che soffre di devianze serie. Anche se i dati che
abbiamo, grazie a un'indagine conoscitiva che la Commissione Finanze del
Senato sta portando a termine, ci dicono che l'area della devianza vera
e propria non è estesa, e inoltre gli italiani spendono nel gioco molto
meno degli altri cittadini europei; fra i Paesi maggiormente sviluppati
siamo nettamente ultimi: il 3 per cento scarso dello stipendio mensile. Ma
sempre azzardo è. Non
esattamente: il gioco esiste e coinvolge in varia misura tutte le fasce
di popolazione. In Italia si giocano circa trentamila miliardi l'anno,
una parte dei quali entra nelle casse dello Stato che ne beneficiano
ampiamente, non lo nego. Bisogna precisare inoltre che il cosiddetto
azzardo, nel nostro Paese, almeno se parliamo di legalità, è
ridottissimo. la maggior parte delle iniziative pubbliche sono 'concorsi
a pronostico" ovvero giocate dove c'è il preciso intervento dello
scommettitore. Comunque, far finta che i problemi non esistono non
serve; farsi carico di regolamentarli ed eliminare gli inconvenienti mi
sembra più serio. Tutti sanno che, Stato o no, il cittadino ormai può
giocare direttamente utilizzando internet; cosa dovremmo fare? Bloccare
tutti i computer? E
allora? Pensiamo
di aumentare la quantità di risorse, che provengono dai vari giochi,
per la cura e il recupero delle devianze prodotte dalla dipendenza da
gioco. Non
si fa prima a ridurre questa mania collettiva, eliminando un po' di
questo baraccone? Credo
che, come sempre, bisogna farsi guidare dal buon senso. All'inizio
dell'estate la Commissione parlamentare terminerà il suo lavoro. Poi,
toccherà a noi agire operando con buon senso, realismo e buona
coscienza, tenendo conto di tutto.
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di
Fabio Anibaldi, Narcomafie 12-2000 Una legge lacunosa, più di 700mila giocatori con problemi di dipendenza, la criminalità pronta ad approfittarne: dietro la facciata scintillante di lotterie e concorsi, il gioco d'azzardo sta diventando un problema sociale Fino a quando
è rimasto circoscritto ai suoi luoghi d'elezione, il gioco d'azzardo
non è mai stato un problema sociale. Certo, era noto che ogni tanto la
polizia irrompeva in bische o sale gioco gestite dalla malavita, oppure
che nel lusso raggelante dei casinò si consumavano tragedie ineffabili,
ma si trattava ‑ almeno questa era la percezione ‑di fatti
distanti, da mettere in conto a una mitologia dell'eccesso, a quella
zona notturna in cui le vite umane rivelano un destino tragico o
delittuoso. Poi, però,
qualche anno fa, il gioco d'azzardo ha cominciato a uscire dalle bische,
dai casinò, cioè dai luoghi varcati i quali una persona sapeva
inequivocabilmente di entrare in una zona rischiosa, e spogliatosi di
quell'elemento ambiguo e vampiresco che ne aveva costituito l'attrattiva
ma anche l'argine, è andato a insediarsi nei bar, nei circoli
ricreativi. Luoghi diurni, frequentati da gente normale, dove si è
presentato sotto le mentite spoglie del passatempo, del divertimento,
rivelando solo dopo, quand'era troppo tardi, la sua vera natura (aiutato
in ciò, va detto, da una legge ambigua fino alla tartuferia, che ha
sempre considerato illegale il gioco d'azzardo a patto che a gestirlo
non fosse lo Stato, cioè lei stessa ... ). E' in questa zona di formale
legalità che il gioco d'azzardo è diventato un problema sociale,
sviluppandosi da un lato come dipendenza e dall'altro come crimine, e
trovando nei videopoker e, temiamo, molto probabilmente nelle sale bingo
che alla grande stanno aprendo, una vera e propria testa di ponte per la
capacità che ha questa macchina di riunire in sé i tre aspetti ‑
legale, illegale, patologico ‑ di cui si compone il problema: è
un gioco consentito dalla legge che la criminalità sfrutta ai propri
fini facendo leva sulla dipendenza che è in grado d'indurre. DENARO? IN
MODICA QUANTITA’ Libera, l’
associazione contro le mafie fondata da Luigi Ciotti, si è battuta
perché durante la recente discussione sulla finanziaria fossero
modificati tre articoli del testo unico delle leggi di pubblica
sicurezza. Se questi articoli (che hanno già passato l'esame della
Camera) diventeranno materia di legge, i videopoker non potranno più
erogare vincite in denaro. Il premio consisterà nel ripetere la partita
sino a un massimo di dieci volte e il costo della singola giocata non
potrà superare il valore di 1 euro. Che attorno ai videopoker
prosperino attività criminali è, del resto, parere anche del vicecapo
della Polizia Rino Monaco, che ha giudicato credibile il dato secondo
cui il 70% delle macchinette sono truccate («la Repubblica» 26
febbraio 2000). La legge 425 del 1995, che prescriveva di pagare le
vincite con piccole consumazioni, non prevedeva però sanzioni contro
eventuali manomissioni delle macchine: chi truffava rischiava tuttalpiù
un'ammenda. Così, apparecchi costruiti per accettare banconote da mille
o 5mila lire, sono stati trasformati in macchine in grado di riconoscere
tagli da cinquanta e centomila lire (in alcuni casi addirittura
cinquecentomila lire!) e il loro software alterato in modo da essere
comandato a distanza (sì da ridurre le possibilità di vittoria di pari
passo all'incallirsi del giocatore ... ). L’iniziativa
di Libera ha però provocato la reazione della Fipe (Federazione
Italiana Pubblici Esercizi). Impedire che le macchine eroghino «modiche
quantità di denaro» ha detto la Fipe, significa «tirare la volata
agli interessi della criminalità, togliendo i videopoker dalla luce dei
bar per portarli nelle cantine». Cerchiamo di
capire. Libera sostiene che la situazione così com'è, con le macchine
che ingoiano grandi quantità di denaro, ingrassa le mafie (Ciotti parla
di un fatturato illecito di circa 40mila miliardi l'anno) e porta alla
rovina i giocatori e le loro famiglie. La Fipe, che
denuncia a sua volta il proble ma delle mafie, fa un ragionamento
diverso. Dice in sostanza: o concediamo una seppur modica quantità di
denaro a chi vince al videopoker o costui finirà in mano di delinquenti
e usurai. E'un
ragionamento che lascia perplessi. Cosa significa modica quantità
(espressione che già nel campo della legislazione sulla droga ha
provocato non pochi malintesi)? E una volta stabilita tale modica
quantità, cosa impedirà a circuiti illegali di far vincere più
denaro, magari senza limiti di sorta? Ma anche
tralasciando ulteriori considerazioni di carattere etico-giuridico (può
una legge essere cambiata perché la sua violazione è diventata
consuetudine?), c'è poi un'altra obiezione, che riguarda la premessa
stessa da cui sembra partire la Fipe, ossia che per il giocatore
d'azzardo è essenziale la possibilità di vincere denaro (sicché si
ritorna al punto: o gliela dà lo Stato, questa possibilità, o gliela
darà la malavita). Siamo certi che le cose stiano veramente così? TORMENTO ED
ESTASI Qui entra in
ballo il terzo aspetto della questione: quello della dipendenza, del
giocare d'azzardo patologico (perché di questo si tratta, inutile
nascondercelo: è sul giocatore patologico, compulsivo, che si fondano
gli interessi delle organizzazioni criminali come di chi ha trovato il
suo personale tornaconto nell'aggirare la legge). A differenza
dei molti giocatori occasionali che provano una volta e non ci pensano
più sino alla prossima (se prossima ci sarà) e dei tantissimi abituali
clienti di lotterie e concorsi nazionali, il giocatore d'azzardo
patologico non gioca nella speranza di vincere somme più o meno
favolose ma gioca per il piacere di giocare. Piacere però è un
eufemismo. Perché, se di piacere si tratta, raggiunge livelli tali da
innescare un meccanismo di ripetizione del tutto autonomo dall'esito
della partita. In questo meccanismo il denaro diventa, da fine, mezzo:
mezzo per fare sì che quel piacere prorompente ed estatico possa
rinnovarsi, e insieme mezzo per superare il senso di angoscia, di
astenia e depressione che prende il giocatore quando è lontano dal
gioco. Sono evidenti
qui i legami con la più classica delle dipendenze, quella dall'eroina.
Con una differenza non da poco: mentre la dipendenza da oppiacei
consente tregue di sette/dieci ore (tanto dura l'effetto della droga)
sicché l'eroinomane è costretto a bucarsi due-tre volte al giorno,
quella da gioco è una dipendenza compulsiva, in cui la coazione a
ripetere prescinde dai ritmi fisiologici sino a diventare ossessione,
fantasma mentale. In tal senso essa somiglia di più alla dipendenza da
cocaina: droga che, soprattutto se iniettata (modalità che va sempre più
diffondendosi, a riprova che tra un effetto prorompente ma breve ad uno
attenuato ma più duraturo il tossicomane sceglie sempre il primo)
provoca una necessità sempre più impellente di ripetere l'esperienza.
Non è un caso che il giocatore d'azzardo patologico maturi la sua
dipendenza su macchine come il videopoker o le slot machines, costruite,
sembra, per riprodurre le fasi della cocaina: immediata esposizione
all'azzardo; picco di piacere; ripetizione indotta dall'impossibilità
stessa di tollerare, dopo una simile scossa, il ritorno a una coscienza
di sé ordinaria. Ma se dunque
il giocatore d'azzardo patologico non gioca in funzione del denaro ma
della dipendenza, in che modo togliere di mezzo il denaro (eccetto
ovviamente quel poco necessario a giocare) potrebbe determinare una
contrazione della patologia? E' una domanda, questa, che ignora i
meccanismi paradossali e atroci delle dipendenze, soprattutto quelle di
tipo jaustiano, che più del corpo tengono avvinta l'anima. Meccanismi
che mostrano come per il dipendente è essenziale che il suo sia un
piacere pagato, un piacere che ha la sua premessa e condizione nel
sacrificio morale e materiale cui si è disposti pur di provarlo. Perché
essere dipendenti significa dipendere, oltre che da un piacere, dalle
vie che a questo piacere conducono. Ed è per questo che ridurre i
videopoker allo statuto di un qualsiasi flipper (partite a basso costo
e, come vincita, nient'altro che la possibilità di giocare di nuovo)
potrebbe aiutare, se non a curare le dipendenze attuali, a sterilizzare
il terreno su cui potrebbero attecchire le future. UNA MALDESTRA
RICERCA Di VITA Resta a questo
punto da chiedersi perché tanta gente si distrugge col gioco d'azzardo
(calcolando il 2-3% della popolazione abitualmente dedita al gioco si
tratterebbe di una cifra tra le 700 e 900mila persone). E' una domanda
cui è difficile rispondere, tanto più che la dipendenza da gioco, per
l'età media delle persone colpite, non sembra riconducibile a problemi
educativi o, più genericamente, all'impasse dell'adolescenza, quando
nella combinazione di slancio vitale, inesperienza, ipersensibilità, il
rischio di avventurarsi in vicoli ciechi è davvero molto alto. Un'ipotesi,
però, ci sentiamo sinteticamente di avanzarla, ed è che le radici di
questo problema stiano in un sistema sociale dove l'organizzazione
tecnico-scientifica ‑ che nella sua essenza è capacità di
prevedere e controllare il divenire e la casualità ‑ ha raggiunto
livelli tali da non avere avanti a sé altro limite che quello della
morte, evento che la ragione sente nemico perché tecnicamente
irriducibile, refrattario a entrare nei ranghi della sua influenza. Ma
una cultura che non ammette la morte si trasforma fatalmente in cultura
di morte. E allora può darsi che queste persone che perdono il
controllo e naufragano davanti a un videopoker, cerchino nel Caso quel
poco di Caos, ovvero di vita, che non riescono più a trovare in se
stessi né fuori, nel mondo tecnicamente organizzato, viandanti smarriti
che pur di assetarsi si gettano sulla prima pozzanghera d'acqua sporca e
limacciosa. Che questa
ricerca porti poi a risultati opposti da quelli cercati (nel giocatore
patologico c'è la stessa maldestrezza dell'adolescente che inizia a
drogarsi nel tentativo di affermare la propria identità), non ci
esonera dal riconoscere nella dipendenza da gioco quella domanda
radicale che coinvolge (e sconvolge) anche il senso delle nostre vite.
E' nostro compito, se vogliamo fare qualcosa e, soprattutto, prima di
fare qualunque cosa, ascoltarla.
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di Mauro
Croce, psicologo, psicoterapeuta, vicepresidente di ALEA, associazione
per lo studio del gioco d'azzardo e dei comportamenti a rischio Perché
sono sempre di più le persone che si affidano alla fortuna? Chi è il
giocatore patologico? Quali
sono i giochi più rischiosi e in che modo trattare la dipendenza dal
gioco? L'obbiettivo deve essere l'astinenza
o e possibile una riduzione dei danno? Che ruolo hanno le tecnologie? Un
esperto cerca di rispondere. E' noto come
il gioco possa offrire occasioni di svago, ma anche incanalare sogni e
frustrazioni. Secondo l'analisi storica di Giuseppe Imbucci, il
ricorso al gioco in Italia avrebbe infatti svolto una funzione
puramente ludica (nei momenti di diffuso benessere economico); una
compensativa o esistenziale, segnalata dall'aumento del volume di
gioco nei periodi di crisi, ed una regressiva, interpretabile sulla
base di elementi quali «la prevalenza di giochi di alea sui giochi di
abilità», «il disincanto del mondo e della politica con la crescita
vorticosa dell'astensionismo, delle evasioni fiscali ecc.», «una
accentuata incertezza del futuro». Analizzando
non la funzione del gioco ma i giocatori, si potrebbe affermare che
esistono grosso modo tre categorie: i giocatori sociali (per i quali
il gioco non costituisce alcun problema), quelli problematici e quelli
patologici. difficile stabilire le percentuali di queste tre fasce
perché spesso i confini tra l'una e l'altra, soprattutto quello che
separa problematicità e patologia, sono sfumati e contraddittori. Con
il loro istintivo pragmatismo, gli americani hanno cercato di
stabilire quale fosse la percentuale di giocatori patologici
stabilendo alcuni criteri. Nel DSM IV,
sorta di summa della psichiatria nel quale sono catalogati e
sistematizzati i sintomi della sofferenza psichica, il giocatore
d'azzardo patologico è colui che presenta almeno la metà di queste
dieci sintomatolgie: 1) è eccessivamente assorbito dal gioco 2) ha
bisogno di usare crescenti somme di denaro per raggiungere
l'eccitazione desiderata 3) tenta senza successo di ridurre o
interrompere il gioco d'azzardo 4) manifesta irrequietezza ed
irritabilità in caso di tentativo di interruzione 5) gioca per
sfuggire a problemi o alleviare un umore disforico, per esempio
sentimenti di impotenza, colpa, ansia, depressione 6) dopo aver perso
torna spesso ad altro gioco 7) mente al terapeuta, alla famiglia, ad
altri, per occultare l'entità del proprio coinvolgimento 8) ha
commesso azioni illegali come falsificazione, frode, furto o
appropriazione indebita per finanziare il gioco d'azzardo 9) ha messo
a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro, oppure
opportunità scolastiche o di carriera 10) fa affidamento su altri per
ottenere il denaro necessario ad alleviare una situazione finanziaria
disperata. Utilizzando
questi criteri, ricerche epidemiologiche svolte negli Stati Uniti
hanno evidenziato che il giocatore d'azzardo patologico costituisce
circa l'1-3% della popolazione adulta. VINCENTI
PERDENTI, DISPERATI Secondo lo
studioso americano R.L. Custer, il cammino che conduce alla patologia
è costituito da tre fasi. Una prima fase vincente, durante la quale
il giocatore si avvicina al gioco occasionalmente, soprattutto per
divertirsi e passare il tempo. 2 in questa fase ‑ in cui le
vincite appaiono frequenti e le perdite irrilevanti e l'eccitazione
per la nuova esperienza si lega alla convinzione di «potere smettere
quando si vuole» ‑ che s'innesca la dipendenza psicologica e,
corrispettivamente, il graduale investimento nel gioco di sempre
maggiori quantità di tempo, denaro, energie. C'è poi una
fase perdente, caratterizzata da una presenza sempre più intensa del
gioco nei pensieri e nella vita quotidiana del giocatore e da un primo
manifestarsi di coperture e menzogne: il giocatore è di cattivo umore
quando non può giocare e si isola sempre di più, sia fuori che
durante il gioco, con ripercussioni sulla vita familiare e sulla
situazione finanziaria. E’ in questa fase che al senso di colpa
legato al gioco viene fornito l'alibi del rincorrere una perdita: da
un lato si continua a giocare dicendo a se stessi e agli altri che lo
si fa per recuperare il denaro perso, e promettendo che raggiunto lo
scopo, si smetterà definitivamente, dall'altro si tende sempre più a
giocare dove minori sono le probabilità di successo ma più alte le
vincite. Si è però ormai innescato un circolo vizioso, sicché,
anche se arriva una vincita cospicua, il giocatore continuerà a
giocare avvicinandosi gradualmente a quella che Custer definisce fase
della disperazione: il soggetto perde completamente il controllo del
gioco, può provare un senso di panico e prestarsi ad azioni illegali
pur di continuare a giocare. Le menzogne non sono più ben costruite e
comunque gli altri non sono più disposti a crederci, provocando in
lui reazioni anche aggressive. Oltrepassato un certo limite, la
perdita della speranza può condurre a problemi con la giustizia,
crisi coniugali, divorzi, sino a pensieri e tentativi di suicidio. Può
però accadere, secondo Custer, che a questo punto una particolare
circostanza faccia realizzare al giocatore la gravità della
dipendenza e dei danni causati, rendendolo disponibile a cominciare
una fase di ricostruzione. SOLITUDINE E
ANONIMATO Posto che,
come affermano diversi studi, dove si incrementano le attività di
gioco aumentano non solo i giocatori regolari ma anche quelli
problematici, diverse ed estremamente complesse sono le cause che
possono portare alla patologia. Le stesse fasi descritte da Custer non
rappresentano una traiettoria ineluttabile. Ci sono infatti diverse
variabili: legate all'individuo (fattori biologici e psicologici, fasi
della vita); a fattori macro e microsociali (ambiente familiare e
professionale, luoghi dove si gioca o meno in gruppo); al grado di
accessibilità dei giochi e alla loro diversa tipologia. E’ ad
esempio dimostrato come giochi che offrano la possibilità di rifarsi
in tempi brevi possano maggiormente favorire l'instaurarsi di
dipendenza ed escalation rispetto a giochi che tra una giocata e
l'altra impongono un certo periodo d'attesa. Un'altra variabile,
diventata negli ultimi armi sempre più importante e ormai non più
eludibile, è quella delle applicazioni tecnologiche al gioco
d'azzardo. Tali applicazioni, che hanno avuto la loro premessa con la
diffusione dei videopoker nei bar, si stanno sviluppando su campi meno
visibili e controllabili: casinò e lotterie on line, nuovi modelli di
slot machines, scommesse con telefonia cellulare e per certi aspetti
anche trading on line. Oltre a porre problemi di ordine fiscale, di
sorveglianza e monitoraggio, questo nuovo orizzonte cambierà
verosimilmente la fisionomia stessa del gioco e condizionerà la
psicologia dei giocatori. Non solo più persone saranno esposte
all'incontro con il gioco d'azzardo ad alto rischio, ma soprattutto il
gioco, da fenomeno un tempo vissuto collettivamente in luoghi e orari
precisi, diventerà sempre di più un fatto solitario e indipendente
da luoghi e orari. Collegandosi a Internet dalla propria abitazione
oppure con computer portatili o cellulari, chiunque, nella più
completa solitudine e nell'anonimato, potrà giocare sui siti dei
casinò e delle lotterie on line. Il rischio è che venga impressa al
gioco d'azzardo una deriva sempre più asociale, con un prevedibile
aumento dei casi patologici. Fisher e
Griffiths hanno condotto ricerche sui giocatori di slot machines, in
particolare adolescenti, concludendo che i giocatori che evidenziano
problemi sono quelli che tendono a giocare in solitudine. Da parte
sua, uno studio dell' "UK Office" segnala come nelle
situazioni di gioco collettivo il gruppo sia solito esercitare una
sorta di attenzione protettiva verso i giocatori psicologicamente più
instabili. Inoltre va sottolineato come questo genere di giochi on
line tendano ad attenuare, attraverso la risorsa del pagamento con
denaro elettronico (carte di credito oppure, come si prevede a breve,
tessere a scalare), l'inibizione legata al mettere mano al portafogli
e vedere materialmente il proprio denaro esaurirsi o esaurirsi. PIU’ CHE LA
VINCITA CONTO’ LA VERTIGINE Al di là di
quelle che sono le rigide e talvolta sterili categorie e
semplificazioni diagnostiche, se osserviamo la realtà e le storie di
molti giocatori ci rendiamo conto di come non ci troviamo di fronte a
eroi scellerati e decadenti che giocano al tavolo verde cifre da
capogiro (come accade nei libri di chi, come Dostoievsky o Landolfi,
ha narrato con strabilianti risultati espressivi il dèmone del gioco
d'azzardo) ma più banalmente a persone come noi che al bar sotto casa
si giocano l'intero stipendio. Persone nella maggior parte dei casi
operai e professionisti magari pronti a dichiararsi realizzati sul
piano familiare e professionale, oppure pensionati. Sembrano insomma
mancare del tutto quei problemi di carattere adolescenziale
(insicurezza, fragilità emotiva, incapacità di calibrare desideri ed
elaborare frustrazioni) sui quali attecchiscono abitualmente le
dipendenze da droghe. I modelli di
lettura e di intervento si rivelano allora inadeguati. Possiamo
appigliarci a spiegazioni di ordine psicopatologico (si tratta di un
disturbo ossessivo compulsivo?, che cosa dice a riguardo il DSM IV
quando parla del giocatore d'azzardo patologico?) oppure possiamo
leggere antropologicamente nel ricorso al gioco d'azzardo il permanere
di una modalità magica di pensiero cui affidare gli enigmi del
proprio destino e della propria identità. Ma si tratta di
interpretazioni che, di fronte a un fenomeno che sta assumendo
dimensioni preoccupanti, sembrano avere soprattutto una funzione
rassicurativa. Roger Caillois, uno dei più grandi studiosi di giochi,
sostiene che gli uomini praticano usualmente quattro tipologie di
gioco: il gioco di alea nel quale il risultato è determinato
interamente dal caso; di agon, dove è anche frutto di abilità; di
mimicry ovvero di travestimento, dove il gioco sta nell'assunzione e
impersonificazione di altri ruoli e di vertigo, nel quale lo scopo del
gioco consiste nel provare un'emozione vertiginosa. Oggi assistiamo a
un proliferare di giochi di alea e di vertigo, anche se incrociati con
aspetti di agon e di mimicry. Ma quale sia il senso di questo
collettivo affidarsi all'alea, questo puntare sul rischio e la fortuna
piuttosto che su progetti basati sulle proprie risorse e capacità, è
difficile dirlo. Certo è che in questo fenomeno hanno avuto gran peso
le tecnologie e l’acritico ottimismo che ne ha accompagnato
l'affermazione. Le capacità, spesso al limite del prodigio, della
tecnica, hanno prodotto nei suoi fruitori una forma mentis che da un
lato non tollera più di tanto l'attesa, la soddisfazione non
immediata del desiderio, dall'altro prova disagio e insofferenza di
fronte alla costruzione laboriosa del progetto, né è in grado di
percepire il percorso come scoperta e realizzazione di senso. Dal
momento che la tecnica ci offre possibilità immense, che senso ha
andarsele a cercare pazientemente in se stessi? Forse la rilevanza
sociale di questo affidarsi all'alea va letta dentro questo quadro di
riferimento, e poco importa se all'azzardo non segua poi il successo:
ciò che conta è la vertigine del giocare, la possibilità che il
gioco offre di staccarsi da una realtà che ad una mente tecnicamente
conformata risulta comunque frustrante. Pensare che
chi passa il tempo davanti ai videopoker stia chiedendo alla macchina
risposte circa il senso della vita e dell'io è dunque rassicurante
quanto infondato. Forse, più banalmente, sta cercando nella macchina
quello che non riesce a riconoscere nella vita. La difficoltà
nel comprendere l'evoluzione sociale del gioco sta anche nell'utilizzo
di letture ormai vecchie e stereotipate. Sembra che con il gioco
d'azzardo si stia ripetendo quello che accade tre decenni fa con le
droghe, quando da fenomeno d'élite divennero fatto di rilevanza
sociale, mettendo in crisi interpretazioni, scientifiche e non, parse
sino a quel punto incontrovertibili (anche se, a differenza delle
droghe, il gioco d'azzardo sembra coinvolgere soprattutto persone non
più giovani). Parlare di
riduzione del danno a proposito del gioco d'azzardo può apparire
quanto meno bizzarro, tuttavia crediamo sia possibile e necessario
cominciare a ragionare anche su questo tema. Ragionare cioè su quali
siano i bisogni a cui risponde il gioco, ma anche su una possibile
strada alternativa sia a un rigido quanto inattuabile proibizionismo,
sia a un liberismo che confonde la libertà col mercato e il mercato
con la possibilità illimitata di profitto (incurante dei costi umani
e sociali del gioco d'azzardo). RIDUZIONE DEL
DANNO? E’ IL MOMENTO DI RIFLETTERE In una
prospettiva del genere sarà poi necessario distinguere le varie forme
di gioco e le loro diverse potenzialità, non diversamente da come è
stato fatto con le droghe quando si è cominciato a considerarne i
diversi caratteri chimici, modalità d'uso, valenze simboliche.
Potenzialità che riguardano sia la struttura del gioco (per cui, come
detto, i giochi che consentono immediatamente di rifarsi della perdita
sono quelli a maggior rischio) sia variabili legate alla psicologia
dell'individuo e alle circostanze. Per questo motivo una politica di
riduzione del danno dovrebbe agire su piani molteplici. Il piano della
previsione, quello del monitoraggio, quello della correzione e della
limitazione delle forme di gioco a rischio di dipendenza e,
ovviamente, il piano dell'aiuto alle persone, rendendo noti i rischi e
i possibili percorsi di recupero. I RITARDI DEL
SERVIZIO PUBBLICO Osservando la
realtà italiana ci si può però facilmente rendere conto di come,
escludendo iniziative pionieristiche legate prevalentemente a realtà
di autoaiuto o all'iniziativa privata, sul fronte del servizio
pubblico e di gran parte del volontariato (tradizionalmente pronto a
cogliere i bisogni "emergenti" e a denunciare nuove forme di
sofferenza) stentino a diffondersi un'attenzione e una metodologia
d'intervento appropriati. E’ un vuoto che deve essere colmato al più
presto. E’ provato e umanamente comprensibile, chi lavora nel
settore della tossicodipendenza lo sa benissimo, che quando le persone
sofferenti e le loro famiglie non riescono a trovare risposte
adeguate, cadono spesso in balia di praticoni che promettono facili
(quanto spesso costose) soluzioni. Ma uscire da una dipendenza da
gioco non è un processo immediato. E anche in questo caso non
esistono risposte valide per tutti, ma molte domande a cui non è
facile dare risposta. Sono utili, ad esempio, comunità per giocatori
d'azzardo, come alcuni sostengono? I giocatori vanno considerati una
categoria a sé stante oppure ricondotti a fenomeni più noti di
dipendenza o a categorie psichiatriche già conosciute? E quali
servizi devono occuparsi di loro, quali professionalità? Con quale
formazione? Quali sono le strategie d'intervento più appropriate e
quale il rapporto tra servizio pubblico e privato? E ancora:
l’obiettivo deve essere per forza l'astinenza o si può pensare
anche a interventi di riduzione del danno finalizzati al gioco
responsabi1e? La lista delle domande (alcune delle quali riecheggiano
temi e questioni ben note a chi si occupa di tossicodipendenze) può
continuare. Non bisogna poi dimenticare come, in questi anni, dietro a
ogni nuova emergenza (vera o presunta) abbiamo talvolta assistito,
anche da parte da chi la denunciava, al tentativo di costruire nuovi
spazi di potere. Un rischio che potrebbe riguardare anche il gioco
d'azzardo, laddove la cura della patologia diventasse l'occasione per
ottenere finanziamenti. Certo è che la riflessione e il lavoro
intorno a questo problema non può più essere rimandato, negato o,
peggio ancora, delegato. VIDEOPOKER,
BISOGNA ANDARE ALLA FONTE Intervista
a Nicola Calipari, vicedirettore dello SCO (Servizio
centrale operativo della Polizia di Stato) Può fare un
quadro generale del problema del gioco d'azzardo in relazione alla
criminalità organizzata? Il problema
del gioco d'azzardo gestito da gruppi criminali è un problema che
esiste da moltissimi anni e che col passare del tempo si è
manifestato in forme diverse. Si è partiti dalla gestione delle
bische, che inizialmente. venivano allestite addirittura all'aperto e
poi nei classici locali chiusi. A questo tipo di gioco d'azzardo,
soprattutto roulette, dadi e giochi di carte, partecipavano per lo più
delinquenti di basso livello oppure persone che erano semplicemente
attratte dal rischio, pur sapendo che in quelle situazioni c'era
un'alta possibilità di essere imbrogliati. Poi, con il passare degli
anni, la presenza della criminalità si è estesa alla gestione delle
sale giochi, dove funzionavano giochi elettronici all'apparenza leciti
nei quali era stato inserito un circuito elettronico che consentiva di
modificare il tipo di gioco, di renderlo cioè gioco d'azzardo, con
una gestione di soldi e vincite non autorizzata dalla legge. Come il
giro d'affari è diventato più remunerativo, alcuni gruppi criminali,
soprattutto romani e napoletani, hanno cominciato a interessarsene.
Le organizzazioni criminali noleggiavano le macchine, soprattutto i
videopoker, a proprietari di sale giochi che in molti casi erano a
loro volta affiliati all'organizzazione. Questo sistema permise,
soprattutto negli anni 80, di realizzare guadagni notevoli. Fino a
quell'epoca, quindi, il fenomeno era circoscritto alle sale giochi? Si, ma si
trattava di un fenomeno già di una certa rilevanza. Immaginiamo
migliaia di apparecchiature che lavorano per buona parte della
giornata e della serata... Molte di queste organizzazioni sono state
individuate e debellate tra la fine degli anni 80 e la metà degli
anni 90. Da allora si può dire che il fenomeno abbia smesso di
espandersi e oggi sia molto più contenuto. Ma nel frattempo si sono
costituiti nuovi giri d'affari. Sempre legati
al gioco d'azzardo? No, alle
scommesse clandestine. Soprattutto quelle con animali da
combattimento, anche se a proposito vanno fatte delle precisazioni. E cioè? Si è soliti
parlare a riguardo di organizzazioni criminali, ma più che di
organizzazioni parlerei di gruppi criminali. Per fare un esempio,
non è la camorra in quanto tale a gestire il fenomeno: ci può essere
un gruppo che, col beneplacito e negli interessi della camorra,
controlla quest'attività. Poi è emerso un fenomeno più complesso,
relativo al riciclaggio del denaro sporco attraverso i casinò. Parliamo dei videopoker nei bar. Pare esistano in Italia circa 400 mila macchine e, secondo un dato riportato da «la Repubblica», il 70% di queste è piazzato dalla criminalità organizzata. E' un dato impressionante perché lascia immaginare una complicità da parte dei gestori del bar o una sorta di pizzo che sono costretti a pagare piazzando nel locale le macchine di questo o quel gruppo criminale... Queste
macchine, concesse quasi sempre in affitto ai gestori dei locali,
possono contenere un doppio circuito: uno legale, che consente piccole
vincite tramutabili in consumazioni, e uno illegale, attivato con un
pulsante o un telecomando, per il gioco d'azzardo. Nella maggior parte
dei casi sinora scoperti c'era una complicità da parte del gestore,
che non solo non subiva pressioni o minacce ma partecipava ai
guadagni. E' anche vero, però, che, salvo alcuni casi, i locali nei
quali sono state scoperte queste macchine erano gestiti o dalle stesse
organizzazioni o da persone a loro collegate. Questo dei videopoker
alterati è certamente il circuito principale, il resto, parlo delle
scommesse sugli animali, delle gare clandestine degli autoveicoli.
riguarda fenomeni più ridotti‑ Nel recente
dibattito sulla finanziaria sono stati approvati alla Camera tre
articoli proprio riguardo i videopoker. Se il testo diventerà legge
sarà consentito, in caso di vittoria, solo ripetere la partita sino a
dieci volte. Lei crede che
questo potrà incidere sul giro d'affari della malavita? La normativa
è importante e necessaria, ma da sola ovviamente non garantisce
nulla. Chi vorrà modificare le macchine continuerà a farlo. In ogni
caso la legge tornerà utile alle forze di Polizia, che avranno
un'arma in più per contestare il reato. Ma questo, ripeto, non potrà
evitare il reato. Si è anche
parlato recentemente di una "scatola nera" attraverso la
quale le forze dell'ordine potrebbero controllare a distanza eventuali
manomissioni... Per essere
effettivamente efficace il controllo richiede un intervento diretto.
Anche perché la qualità delle manomissioni è molto migliorata.
Forse la scatola nera potrebbe rivelarsi uno strumento utile, ma
tenendo conto della diffusione di queste macchine un controllo a
tappeto sul territorio non è ipotizzabile. Per altro l'attività di
contrasto va rivolta principalmente alle organizzazioni: sequestrare
un capannone dove vengono assemblate le macchine significa togliere di
mezzo in un colpo solo 10‑20 mila apparecchiature. Certo è
importante la presenza sul territorio,
e lo dimostrano le centinaia di operazioni svolte, ma
l'importante è individuare e colpire i canali di rifornimento. C'è una zona
dell'Italia in cui il fenomeno è più diffuso? Direi che è
diffuso un po' dovunque. La malattia del gioco d'azzardo pare colpire
tutti e senza preferenze, dalle persone giovani alle più anziane. C'è
però la discriminante del censo e del livello culturale: se le sale
giochi sono frequentate perlopiù da persone di estrazione sociale
medio‑bassa, le persone economicamente e culturalmente superiori
tendono a frequentare circoli privati e realtà di quel genere. La repressione
in cifre Dal 9 gennaio
al 27 novembre 2000 le forze di Polizia hanno portato a termine 143
operazioni di repressione dei gioco d'azzardo illegale. I
provvedimenti riguardano tutte le regioni italiane (escluse solo la
Volle d'Aosta e la Basilicata). La regione più colpita è stato la
Componia (19 casi), seguono Sicilia (17), Colabria (15), Lombordia e
Marche (14), Emilia Romagna (12), Abruzzo (8), Puglia e Toscana (7),
Sardegna (6), Friuli Venezia Giulia, Liguria e Piemonte (5), Umbria,
Veneto, Lazio e Molise (2), e Trentino Alto Adige (1). Nella
stragrande maggioranza dei casi si tratto di controlli effettuati nei
locali pubblici e di massicci sequestri di videopoker manomessi o
controllati a distanza, ma non mancano le classiche bische clandestine
(soprattutto in Campania). Raramente i sequestri avvengono
direttamente alla fonte, prima che le macchinette siano collocate nei
locali pubblici. In alcuni casi (e non solo al Sud) le forze
dell’ordine hanno accertato il coinvolgimento della criminalità
organizzato. I videopoker
attualmente in circolazione sono circa 400mila, gli addetti al settore
80mila. Gli incassi ufficiali dichiarati nel 1999 sono di 1.300
miliardi, gli esercizi pubblici dove è possibile giocare sono
134mila, soprattutto bar, ma anche tabaccherie, Totoricevitorie, sole
da gioco, circoli, bowling, luna park. Nel 1999 i
Carabinieri di Napoli hanno controllato 1235 circoli e ne hanno chiusi
39, identificando 13.243 persone di cui 7.527 minori (il 60%) e 1351
pregiudicati. Dati e
statistiche dicono che oltre trenta milioni di italiani inseguono un
sogno di ricchezza attraverso le lotterie di Stato, tra cui prevalgono
sempre pi ù i giochi nei quali conta soltanto la fortuna. Spesso la
propensione al gioco di un popolo viene associata ai suoi momenti di
maggiore crisi. L’affidarsi alla sorte, la sopravvalutazione del
caso come unico veicolo possibile di ricchezza e felicità, può
essere il sintomo di una profonda sfiducia nella possibilità di
realizzarsi nella vita con i propri mezzi. Tuttavia, quale che sia la
fondatezza di tali osservazioni, è un dato di fatto che oltre 30
milioni di italiani (circa il 70-80% della popolazione adulta) tentano
abitualmente la fortuna nelle varie categorie di giochi. La spesa
destinata al gioco legale ha subito negli ultimi anni un vero e
proprio boom: nel 1995 gli italiani spendevano all'incirca 18 mila
miliardi, mentre i dati relativi al 1999 parlano di un importo
superiore ai 34 mila miliardi e le prospettive sono di ulteriore e
costante crescita. Il tutto con un rilevante vantaggio per lo Stato,
che solo nel 1999 ha incassato oltre 11.300 miliardi, senza contare i
vantaggi sotto il profilo occupazionale e il fiorire di attività
economiche parallele. La tendenza è comunque quella di privilegiare
sempre di più i sistemi che legano la vincita alla sola variabile
fortuna. IL GIOCO PIU'
ANTICO Quasi il 60
per cento di questo mercato in Italia è ancora appannaggio
dell'antico gioco del Lotto. Il Lotto è un gioco d'azzardo nel quale
la vincita dipende dall'estrazione del numero o delle combinazioni di
numeri pronosticati. L’estrazione avviene due volte la settimana su
dieci ruote presso l'intendenza di finanza di dieci città. Le
combinazioni possibili sono l'estratto semplice, l'ambo, il terno, la
quaterna e la cinquina. La vincita massima è di un miliardo. Il
gioco, molto popolare fin dal XVI secolo, ha subito una netta
flessione intorno alla metà degli anni Ottanta, dalla quale si è
usciti principalmente grazie al passaggio dalle giocate manuali a
quelle automatizzate. Negli ultimi anni (dal 1994 la gestione è in
mano alla Lottomatica, società per azioni a capitale misto)
l'introduzione di alcune novità ha consentito una nuova, netta
ripresa. Nel 1996 è
stata istituita la giocata infrasettimanale del mercoledi, da cui
peraltro provengono tuttora le risorse da destinare ai Beni Culturali
(900 miliardi di incasso nel triennio 1998-2000 per ben 208 progetti
di recupero del patrimonio nazionale) e, dall'aprile del 1999, la
possibilità della raccolta telefonica delle giocate mediante una
scheda prepagata dotata di un codice di riconoscimento. Tutte queste
strategie si sono dimostrate vincenti, dal momento che se per il 1999
la quota di mercato del Lotto era del 55,5% (fonte: Eurispes), per i
primi tre mesi del 2000 i dati parlano del 61% (fonte: Sisal). IL BOOM DEL
SUPERENALOTTO Il vero e
proprio fenomeno degli ultimi anni è però senza dubbio il
SuperEnalotto. Nato il 3 dicembre 1997 dalle ceneri del vecchio
Enalotto, il gioco è attualmente gestito dalla Sisal. Il meccanismo,
basato sulle estrazioni del Lotto del mercoledì e del sabato, è
semplice: si scelgono sei numeri fra 1 e 90 e si confrontano con la
combinazione composta del primo estratto a Bari, Firenze, Milano,
Napoli, Palermo e Roma. Oltre che con il sei, è possibile vincere
anche con il 5+1, il "numero jolly" primo estratto sulla
ruota di Venezia. Ma il vero e proprio punto di forza è il cosiddetto
Jackpot, meccanismo in base il quale se nessun giocatore realizza il
sei o il 5+ 1, il montepremi si va a sommare a quelli del concorso
successivo, consentendo così vincite straordinarie. Sulla scheda
normale il giocatore può effettuare giocate singole o sistemistiche,
da un minimo di due ad un massimo di 38.760. Tuttavia, secondo gli
esperti, l'elaborazione di sistemi non aumenta più di tanto le
probabilità di vittoria, che restano ridottissime (si parla di una
possibilità su 622 milioni). Ma è un'opinione che non scoraggia più
di tanto i giocatori, se è vero che negli ultimi tempi abbiamo visto
interi paesi acquistare quote di sistemi elaborati da tabaccai e
gestori di ricevitorie specializzate. Secondo l'Eurispes, il
SuperEnalotto, dopo soli due anni di vita, ha guadagnato nel 1999 una
quota di mercato pari al 17,4%, incassando 6.600 miliardi e
stabilendosi saldamente al secondo posto nelle preferenze degli
italiani. Il trend si è confermato nel 2000, anche se i dati dei
primi tre mesi secondo la Sisal indicano un lieve calo al 15,6%. IL TREDICI?
STA AGONIZZANDO Completamente
diversa è la situazione del Totocalcio. Il concorso più amato dagli
appassionati di calcio, che per un quarantennio ha dominato la scena
del gioco legale in Italia, è in gravissima crisi. Lontanissimi
appaiono i tempi, erano i primi anni Novanta, in cui il montepremi
settimanale sfondava ripetutamente il tetto dei trenta miliardi. Il
CONI, organizzatore del concorso, incassava nel 1994 oltre 3.100
miliardi, mentre i dati relativi al 1999 parlano di cifre poco
superiori ai mille miliardi; il calo è stato del 46% soltanto tra il
1996 e il 1999. La quota di mercato del Totocalcio, soppiantato dal
SuperEnalotto e sopravanzato persino dal concorso ippico Tris, si
aggira intorno al 4% del totale. Se è vero che al momento attuale i
giochi di pura fortuna godono di maggior favore rispetto ai concorsi a
pronostico, in cui un pizzico di abilità è (quasi sempre)
necessaria, va detto che le cause della crisi del Totocalcio sono
strutturali. Il suo carnefice è quello stesso mondo del calcio su cui
è stata costruita la sua fortuna. I miliardi dei diritti televisivi,
causa unica di anticipi e posticipi di campionato, oltre ad aver reso
del tutti superflui, almeno per le società più grosse, gli introiti
del CONI, hanno frammentato la domenica calcistica e colpito duramente
il mitico "tredici". Per
fronteggiare questa crisi il CONI ha introdotto negli ultimi anni due
concorsi paralleli: Totogol e Totosei. Il Totogol, pur superando
spesso il Totocalcio per montepremi e per media delle vincite, ha
avuto un buon inizio ma non ha mai veramente sfondato; attualmente la
sua quota di mercato del gioco si assesta intorno al 2,3-2,8%.
Piuttosto fallimentare, invece, il bilancio del Totosei, la cui quota
non va oltre lo 0,30%, a dimostrazione della crisi dei attraversata
dai concorsi legati al calcio. IN ATTESA DEL
BINGO Altro settore
in crisi, anche se si segnalano lievi segni di ripresa, è quello
delle lotterie tradizionali. Se infatti nel 1998 e nel 1999 gli
italiani hanno acquistato qualche biglietto in più, il 1997 è stato
l'anno del tracollo, con una drastica diminuzione di oltre il 40%
della spesa rispetto all'anno precedente. La quota di mercato delle
Lotterie tradizionali si assesta intorno allo 0,5%. Prima del
SuperEnalotto, a conquistare i titoli dei telegiornali in quanto
irrinunciabile fenomeno di costume era il "Gratta e Vinci"
(lotteria istantanea), al quale però gli italiani si sono
disaffezionati: il boom degli anni 1994-96 si è esaurito e i dati
relativi al 1998 e al 1999 mostrano un netto calo di spesa, da quasi
1500 miliardi a poco meno di novecento. Tuttavia il "Gratta e
vinci" conserva ancora una quota di mercato non indifferente
(circa il 2,6%), ma i rilevamenti del primo trimestre 2000 confermano
il trend negativo. Variegato è il mondo dei concorsi legati
all'ippica. Il più antico, il Totip, condivide i destini del suo
omologo calcistico, pagando senz'altro l'alto tasso di abilità
richiesto. La spesa destinata al Totip è in netto calo, più che
dimezzata dal 1993 e non va oltre lo 0,5% del totale, nonostante
l'introduzione della variante (con jackpot) Totip-più. Buoni
risultati ha invece dato l'approdo alle ricevitorie della scommessa
Tris dopo oltre trent'anni di presenza nei soli ippodromi: nel 1995 ha
fatto spendere agli italiani ben 2.430 miliardi, anche se da allora il
suo successo è in costante calo (1.315 miliardi nel 1999 pari al 3,7%
della spesa totale). Intanto, dulcis in fundo, è stato ufficializzato
il prossimo arrivo in Italia del Bingo, la lotteria che spopola negli
Stati Uniti e in Inghilterra e che nel nostro Paese dovrebbe produrre,
secondo l'Eurispes, un giro d'affari di 15 mila miliardi l'anno. CASINO’:
I RITARDI DELLA LEGGE Consulente
della Commissione Parlamentare Antimafia, Pierpaolo Romani ha appena
pubblicato, per le Edizioni Commercio, Le case da gioco. A Romani
abbiamo chiesto di fare un punto sulla situazione del gioco d'azzardo
legale e i suoi sviluppi futuri. Romani, i
casinò sono luoghi dove il gioco d'azzardo è lecito in quanto gestito
dallo Stato, il quale però fuori dai casinò lo considera reato. E' una
bella contraddizione... Innanzitutto occorre rimarcare il fatto che in Italia manca ancora adesso una normativa generale sul gioco d'azzardo, nonostante una sentenza della Corte Costituzionale, la n.152 del 1985, abbia invitato il legislatore a emanarla. Le norme che attualmente regolano il gioco d'azzardo consentono il gioco d'azzardo solo secondo certe regole e in determinati luoghi. Se andiamo poi ad analizzare la normativa, vediamo che si tratta, tranne nel caso di SaintVincent, di regi decreti legge degli anni Trenta. Provvedimenti che avrebbero dovuto permettere l'assestamento del bilancio dei comuni dove vennero aperte le case da gioco e favorire la costruzione e il completamento di opere pubbliche considerate dal legislatore indilazionabili. La motivazione primaria fu questa, a cui s'associò, certo, quella di circoscrivere il gioco d'azzardo in luoghi dove potesse esserci un controllo. Vennero favorite soprattutto le zone di frontiera per evitare l'esportazione di valuta all'estero. La contraddizione cui lei accennava si è manifestata dopo... Quando? Quando il
gioco, da occasione di divertimento e socializzazione, divenne business
e si creò un mercato, sviluppatosi poi anche attraverso il proliferare
di lotterie, di quiz televisivi, di tutto ciò che ha alimentato l'idea
che, attraverso la fortuna, si possano realizzare profitti ingenti. Nel corso dell'ultima legislatura quasi un centinaio di comuni hanno fatto richiesta per diventare sedi di casinò, può direi qualcosa a riguardo? Dobbiamo prendere in considerazione soltanto le 48 proposte che attualmente sono all'esame di un'apposita commissione del Senato. Di queste, 16 riguardano progetti di casinò nel Nord Italia, di cui cinque in Lombardia e Friuli Venezia Giulia; 15 nel Centro, di cui cinque in Toscana e nel Lazio; e 14 nel Sud |