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aspetto giudiziario

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ecstasyland

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Chiunque voglia affrontare il problema delle stragi del sabato sera deve chiedersi perché un ragazzo cerca tutto quanto in un giorno della settimana. Il fatto è che un ragazzo dovrebbe avere una settimana migliore, per non aver bisogno di andar oltre il sabato sera. Quel giorno si sfogano tutte quante le tensioni che sono state accumulate durante la settimana; è per questo che i ragazzi sentono il bisogno di farsi stordire da musiche superelettriche, pompate in modo pazzesco: non importa di avere un rapporto con gli altri. Perché è così che si sta in discoteca oggi: è un ritmo tribale che ti fa sentire esagerate le tue sensazioni…. Dobbiamo far crollare certi miti insensati, provare meno affanno e provare più senno. Un ragazzo ha bisogno di punti di riferimento seri: possiamo servire noi cantanti, con i nostri testi, ma servono più la scuola e la famiglia…”

 

Luciano Ligabue

 

La chiusura del Number One per molti giovani, soprattutto per gli irriducibili, è stato un fulmine a ciel sereno. A Pompiano i “numberisti”, così si identifica la compagnia di ragazzi del paese che si trova ogni sera al bar dell’oratorio e trasloca ogni sabato notte al Number One, non hanno lasciato cadere quella che ritengono una provocazione nei loro confronti e si muoveranno nei prossimi giorni per raccogliere le firme contro la decisione di chiudere il locale. “Noi siamo un piccolo gruppo, dicono, ma cercheremo di mobilitare per quanto possiamo i ragazzi che conosciamo, anche delle provincie qui vicine. Chi si stupiva del vuoto culturale dei giovani d’oggi è servito. Ora sa che questa generazione non più attratta dai grandi ideali ha i suoi simboli, il Number One è uno di questi, anzi è il simbolo”.

 

dal Bresciaoggi di Domenica 21 Novembre 1999

Il materiale riportato di seguito deriva da un progetto riguardo alle nuove droghe che si è evoluto negli anni, partendo da quando non c'era un allarme particolare al riguardo fino ai nostri giorni, con la dichiarazione "drammatica" di un aumento del 400% del consumo di ecstasy dal 2000 al 2001 secondo il prefetto antidroga Pietro Soggiu.

L’equipe che ha seguito il progetto, oltre che dal sacerdote, era composta da:

 ·       ·        Fava Alessandra, maestra, studentessa alla Facoltà di Scienze dell’Educazione;

·       ·        Remondini Chiara, maestra, studentessa alla Facoltà di Scienze dell’Educazione;

·       ·        Baglioni Savino, insegnante di IRC nella Scuola Secondaria Superiore;

·       ·        Pagani Pietro, assistente sociale presso il Comune di Pontoglio;

·       ·        Loda Francesca, psicologa.  

Si sono poi aggiunti i contributi di Anna Brevi, di Domenico Novali, di Primina Foresti, di Stefania Chessa, Gatti Michele, e di non pochi simpatizzanti dell'Associazione Kissing the Sky

 

Un ringraziamento particolare per il prezioso contributo nel campo medico e chimico va rivolto al dott. Ambrogi Giancarlo, in servizio presso il DEM all’ospedale Niguarda di Milano, al dott. Ovidio Brignoli, consulente del Ministero per la campagna di sensibilizzazione e di prevenzione nel campo delle nuove droghe, al vicequestore di Brescia dott. Giannetti,  il comandante Lamberti, Scalabrin, Narduzzi e i loro collaboratori dell'Arma di Chiari, al dj Lancinhouse, a Elia Faustini, a Foresti Ilario per il contributo informatico, agli studenti del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Palazzolo s/O che hanno fornito “dritte” e sollecitazioni, all’Amministrazione Comunale di Pontoglio che ha seguito il tutto con notevole interesse.

E, last but not least, una riconoscenza enorme al Gruppo Abele di don Ciotti: il materiale da loro prodotto e l’impegno profuso in campo educativo hanno costituito per noi spunto, possibilità ed incoraggiamento nella realizzazione di questo progetto e ci fa sentire eterni “debitori”!

Per noi è veramente incomprensibile un certo tipo di clamore che periodicamente affiora per poi magari scemare quando la notizia si vende poco: infatti facciamo notare che il primo morto a causa di intossicazione acuta da MDMA risale in Italia al 1992, e che la stagione felice della cultura RAVE venne bloccata in Inghilterra fin dal 1994 dal Criminal Justice Act dopo una serie di decessi legati all’uso di Ecstasy.

Sottolineiamo che in non pochi casi verrà fatto riferimento anche agli altri tipi di droga, specialmente per quanto riguarda il narcotraffico, le politiche mondiali in ordine alla cosiddetta “guerra alla droga”, e le percentuali dei consumatori. Abbiamo poi aggiunto del materiale di approfondimento in ordine a due situazioni, il doping e il Viagra, connotate da forti legami a livello psicologico, culturale e chimico con la pasticca della felicità.

Abbiamo inserito di volta in volta degli aggiornamenti, anche se ben poco è cambiato riguardo al clima musicale di riferimento e alle conoscenze medico scientifiche. Una prova in tal senso emerge nell’ambito di Internet. Infatti mentre pressoché invariato è il materiale riguardo al numero, alla quantità e all’aggiornamento nei siti USA, Svizzeri e della Gran Bretagna, i siti ed i riferimenti sono cresciuti invece a dismisura in Italia. Se ad inizio ‘98 con il motore di ricerca Altavista si reperivano in Italia meno di dieci riferimenti, ora siamo a centinaia. Si sono pure moltiplicati i progetti di prevenzione e riduzione del danno, anche a seguito della campagna ministeriale svolta in tal senso dalla seconda metà del 1998, con risultati però poco visibili, vista l’attuale situazione.

Sicuramente in questo momento è di nuovo aumentato il clamore.

Speriamo sia così anche per la coscientizzazione e la riduzione del fenomeno, in modo che la vicenda degli intossicamenti acuti da ecstasy e dei maxisequestri di pasticche non ricalchi il copione dei sassi lanciati dai cavalcavia e degli incidenti ferroviari.

 

Questo è lo schema di come è disposto il materiale onde facilitare l’orientamento nella ricerca.

 

·       ·        Introduzione generale

·       ·        Sintesi dell’argomento

·       ·        Aspetto medico chimico

·       ·        Aspetto storico

·       ·        Aspetto giudiziario

·       ·        Aspetto psicosociale

·       ·        Aspetto religioso

·       ·        Aspetto musicale

·       ·        Internet

·       ·        Doping e Viagra

·       ·        Interviste

·       ·        Articoli attualità

 

Ricordiamo come nella cartella di Internet abbiamo raccolto materiale vario che serve a rendersi idea di cosa contiene il web al riguardo di questa droga e anche delle altre. Per questo sono presenti anche siti che per certi aspetti sono favorevoli all’uso della droga o comunque puntano tutto sulla semplice riduzione del danno. Tra quest’ultimi abbiamo purtroppo constatato che molti sono accattivanti nella grafica ma elementari o addirittura enormemente superficiali nel trattare l’argomento, mentre i siti più scientificamente elaborati sia nell’interfaccia che nel contenuto sono quasi riservati per gli addetti ai lavori.

Per ovvi motivi di completezza e di informazione la maggior parte degli indirizzi proposti è straniera, visto che in America per l’aspetto scientifico e in Svizzera per quello musicale la situazione si è evoluta molto prima che in Italia.

In ogni caso l’analisi complessiva del nostro lavoro non lascia dubbi sui rischi reali, psicologici, clinici e sociali in merito all’uso di sostanze stupefacenti.

 

Per uno sguardo d’insieme complessivo sull’argomento, aggiornato a fine 1997 ma al 99% quanto mai attuale, steso in maniera comprensibile ed accattivante nella lettura ma contemporaneamente serio nei dati citati, proponiamo un articolo di Fabrizia Bagozzi, apparso come inserto nella rivista il Gabbiano del Centro Oratori della diocesi di Brescia.

 

Fondamentale comunque è la lettura del suo libro

GENERAZIONE IN ECSTASY, droghe, miti e musica della generazione techno”, di Bagozzi Fabrizia, Edizioni Gruppo Abele.

E’ un’opera che compendia la preparazione ed il rigore scientifico con una lettura molto scorrevole. Noi l’abbiamo usato come spunto e poi come traccia per il nostro lavoro, e lo consigliamo vivamente a tutti coloro, giovani, educatori e genitori, che vogliono approfondire a 360 gradi questa tematica.

 

MITI E RITI NELLE TRIBU’ DELL’ECSTASY

 

a cura di Fabrizia Bagozzi, inserto a  Il Gabbiano ottobre 1997

 

Le droghe, le persone che ne fanno uso, il rapporto con la sostanza, tutto sta cambiando con estrema rapidità in questi anni '90. Alle sostanze tradizionali (eroina, cocaina, Lsd) si affiancano quelle nuove, dai nomi fantasiosi e accattivanti: ecstasy, tnt, fantasy, disco biscuit, vitamin, disco burger, Cali dreamer, e così via. Al tossicodipendente stereotipato, quello che per le strade ci chiede gli spiccioli per la benzina, si aggiunge la moltitudine di ragazzi socialmente integrati, con una casa, una famiglia, un lavoro oppure la scuola da finire. Ragazzi a posto, insomma. Anche il rapporto con la sostanza varia: ecstasy e simili, rispetto all'eroina, sono diverse non solo per la composizione chimica, ma anche perché il loro consumo resta per lo più circoscritto a un luogo specifico (discoteca, rave parties, after hours, ecc.), dove si (s)balla e si suona un tipo particolare di musica. «Se non c'è lo scenario adeguato, non c'è assunzione». E lo scenario adeguato è fatto di tanti elementi, tra cui il gruppo, nel quale il ragazzo per un verso s'identifica, per l'altro si nasconde, e col quale comunque va a divertirsi. A «sfondare la notte». Per dimenticare il grigio della settimana ed esplorare altri mondi, virtuali, acidi, colorati anche. La chicca o la cala o pillola della felicità non la s'ingurgita in solitudine, non c'è un rapporto privatistico, io‑tu, come con l'eroina. La si prende per sentirsi ancora più «parte della tribù», per perdere continuità con un sé ancora incerto e immergersi nel bagno di sensazioni, iperespandendole. Con l’ecstasy, dicono i consumatori, senti di più e senti meglio, entri in contatto con gli altri, senza le barriere che di norma tendono a mantenere lo scambio sociale a un livello mondano. Però l’ecstasy fa male, anche se il nome fa sognare. 1 ragazzi per lo più lo sanno, ma la loro consapevolezza è svigorita dal «così fan tutti», dal benessere che provoca e dal constatare che si può «calare» nel weekend senza strascichi nella settimana successiva. I ragazzi poi non si percepiscono come tossicodipendenti: per loro l'ecstasy è parte di un rito collettivo. «Non richiede aghi, non evoca scenari da hiv, non dà dipendenza fisica». Però fa male lo stesso.

 

Breve viaggio nel mondo dell’ecstasy

 

Chi sono i ragazzi dell'ecstasy? Che prendono la «cala», ma non si considerano devianti, che nel mondo della comunicazione globale ricorrono alla chimica per esprimersi, che studiano e lavorano per cinque giorni la settimana e usano il weekend come camera di compensazione, ai quali non importa più di tanto se tra qualche anno il loro fegato non funzionerà più al massimo? Che non gridano “la fantasia al potere” ma in gruppo imboccano la scorciatoia chimica?

La definiscono «nuova droga», ma tanto nuova non è. E neppure è nata come «droga», ma farmaco. E’ accaduto anche con altre sostanze stupefacenti, per esempio l'eroina, chiamata così dai chimici della Bayer che l'avevano sperimentata perché pensavano alle «eroiche» facoltà terapeutiche che il nuovo farmaco appena scoperto avrebbe potuto avere. Destino analogo per l’ecstasy, scoperta nel 1912 dai ricercatori dell'industria farmaceutica tedesca Merek alla ricerca di un farmaco dimagrante da immettere stabilmente sul mercato. Dopo vari tentativi i ricercatori della Merek trovano l'MDMA e pensano di avercela fatta.

La sostanza viene brevettata nel 1914, ma non verrà mai commercializzata. Il perché non si conosce. Leggenda vuole che nel corso della Prima Guerra Mondiale venisse somministrata ai soldati della prima linea per combattere la fame e la sete. Poi, più nulla fino ai primi anni'50, quando ricompare, come per magia, nei laboratori dell'Università del Michigan in America, dove su commissione dell'esercito statunitense viene sottoposta a uno studio sistematico. I risultati non sono mai stati resi noti, anche se sono in molti a sostenere che l'Army Chemical Center la volesse come siero della verità. Anche in questo caso, comunque, e non è certo, la sostanza non ha fortuna, viene messa da parte e gli viene preferita la sorellastra MDA.

Dopo aver riportato alla luce il brevetto originale tedesco, nel 1972 il chimico Alexander Shulgin la produce nel suo laboratorio. Nella sua bibliografia l'MDMA risulta essere solo una delle 179 sostanze psicoattive descritte in dettaglio. Di certo è quella che più si avvicina all'ambizione del chimico di scoprire un farmaco terapeutico, come lui stesso sostiene. Sono passati sessant'anni esatti e per l'MDMA comincia una vita nuova.

Infatti, a partire dalla fine degli anni '70, l'MDMA comincia a diffondersi negli ambienti della controcultura californiana e statunitense. E’ lo stesso periodo in cui alcuni psichiatri della West Coast cominciano a utilizzarla nel corso delle sedute psicoterapeutiche, nelle terapie di coppia e con pazienti che mostrano notevoli difficoltà dì comunicazione soprattutto nella interrelazione tra psicoterapeuta e paziente. Sfruttano le caratteristiche di entactogenicità della molecola, che farebbe veramente parte di una nuova classe di farmaci perché ha capacità di favorire il dialogo e di migliorare appunto la verbalizzazione.

Gli anni che vanno dal 1977 al 1984 sono un po' considerati l'età dell'oro di «Adam», nome con cui comincia a essere conosciuta negli Stati Uniti. Il giro di persone che la usa su di sé o su altri è ancora piuttosto limitato. Da una parte c'è la ristretta cerchia di psicoterapeuti sperimentali che la somministra ai pazienti durante sedute fiume di gruppo o individuali, dall'altra ci sono gli sperimentatori psichedelici, frange della controcultura degli anni '60, che la impiegano per lo più a fini conoscitivi, di «espansione della coscienza». Ancora è sconosciuta alla massa e, finché non viene distribuita su larga scala, non sfiora nessuno l'idea che possa diventare una dance drug.

Fino a tutto il 1984 in America è assolutamente legale. Comincia a entrare nel giro studentesco e si diffonde anche negli ambienti di quegli young urban professionals, negli anni '80 notissimi come yuppies, che sì prediligono la cocaina, ma non disdegnano questa nuova sostanza chimica dagli effetti affini, che per di più ha anche un nome degno delle migliori aspettative.

E’ proprio questo infatti il periodo in cui l'MDMA cambia pelle e diventa ecstasy. Il passaparola della piazza ‑ e così i resoconti giornalistici di allora ‑racconta una favola a proposito di questo nome, azzeccatissimo sul piano della promozione: si dice che il primo ad usarlo sia stato un produttore clandestino di S. Francisco. Voleva in verità chiamarla emphaty, empatia, nome che descrive esattamente l'effetto della sostanza, ma si è reso conto che ecstasy funzionava meglio sul piano delle vendite. E allora, seguendo i più classici canoni del marketing, la chiamò così. Un successone, come tutti noi oggi possiamo constatare. Sempre in quel periodo l’ecstasy si poteva trovare in libera vendita, pagabile con carte di credito, nei night club del Texas.

Negli Stati Uniti l’ecstasy incappa in un primo stop di carattere legislativo nel 1985. Nei primi mesi di quell'anno una partita di «China White», surrogato legale dell'eroina, provoca un grave danno cerebrale ad alcuni tossicomani. Il Senato approva allora in tutta fretta una legge che consente alla DEA (Drug Enforcement Administration l'agenzia americana per la repressione al narcotraffico) di porre un divieto d emergenza nei confronti di sostanze potenzialmente pericolose per il pubblico e in particolare nei confronti delle designer drugs, cioè quelle sostanze studiate a tavolino dai chimici da strada ricalcando lo scheletro di molecole stupefacenti al fine di ottenere con una diversa molecola chimica non ancora sottoposta a controllo e dunque legale, un effetto uguale o simile a quello di una già illegale o comunque un effetto stupefacente. La DEA coglie l'occasione al volo e fa rientrare l’MDMA fra queste a causa della sua somiglianza con la già largamente illegale sorellastra, la MDA.

Non senza una certa dose di ironia, alcuni produttori clandestini di MDMA cominciano allora a produrre un'altra sostanza di sintesi, la MDEA, nome commerciale: Eve, per far coppia con Adam, dagli effetti analoghi e da vendere come ecstasy senza incappare nelle maglie della legge. In seguito anche Eve farà la stessa fine di Adam.

Il 1 luglio del 1985 si giunge dunque a interdire temporaneamente l'uso di MDMA, che viene inserita nella categoria delle droghe che danno assuefazione, nella tabella che raccoglie composti « di nessun impiego terapeutico e socialmente dannosi», la famigerata tabella 1. Interdizione poi confermata e resa permanente l'anno successivo, il 13 marzo 1986, anche se strascichi di polemiche e di cause giuridiche proseguono ancora oggi.

Il 22 aprile dello stesso anno l'ecstasy viene messa fuori legge in Svizzera; il 18 luglio in Germania; in Italia nel 1988. Con il dpr 309/90, si fissa anche la dose giornaliera: 50 mg. In Gran Bretagna è già bandita dal 1977, come tutte le altre anfetamine psichedeliche.

Sul piano della regolamentazione internazionale, nel 1985 la Convenzione Internazionale sulle sostanze psicotrope chiede alle nazioni associate di inserire la sostanza in tabella 1.

 

L’ecstasy e la rivoluzione musicale

 

In che modo l’MDMA dai laboratori dei chimici, dagli studi degli psicoterapeuti, dalle case private degli psiconauti americani, tutt'al più dai college, diventa «la» droga per ballare? Tutto probabilmente passa per il mondo dell'intrattenimento notturno. Da quei contesti molto specifici, l’ecstasy filtra nei club più esclusivi di Chicago, New York, S. Francisco, Detroit, complici anche gli yuppies metropolitani dalle frequentazioni glamour nel mondo dell'arte, del cinema e della musica. L’ecstasy arriva lì e trova il suo terreno di elezione nei warehouse parties, feste molto di moda che si tengono in magazzini abbandonati e nei club a prevalenza gay dove si comincia a fare sperimentazione musicale.

A Chicago è il club Warehouse, paradiso di omosessuali e afroamericani, a New York il Paradise Garage. In questi locali, già agli albori degli anni'80, i D.J. americani Frankie Knuckls e Larry Levan, ognuno nel proprio territorio: KnuckIes a Chicago, Levan a New York, suonano cose strane, roba nuova, mai sentita prima. Mescolano generi, nel tentativo di colmare un vuoto che si stava creando nel genere dance.

Sono i primissimi passi di quella che poi diventerà house music. House perché, secondo la raffinata versione di Richard West, D.J. inglese conosciuto al grande pubblico come Mr.C, si suonava al Warehouse di Chicago. Ma c'è anche una corrente di pensiero meno colta, ed è quella di chi sostiene che house stia semplicemente per «musica fai‑da‑te», facile da produrre in casa propria, purché dotati della tecnologia necessaria.

Leggenda vuole poi che il Paradise Garage di New York abbia a sua volta dato il nome a un sottogenere dell'house, la garage, appunto. Certo è che con l'house parte una vera e propria rivoluzione musicale.

Discendente diretta della house è la techno, variante da attacco apoplettico, totalmente computerizzata, da 140‑160 battute al minuto. Evoca il senso di alienazione della vita tutta tecnologica e degrado delle grandi metropoli, e non a caso, visto che pare sia stata Detroit, feudo dei Ford, a darle i natali. Lato più estremo della dance music elettronica, ha sostituito all'artista feticcio della musica pop un flusso sonoro che non ha alcun altro senso se non il valore d'uso: niente volti, niente nomi, nessuna voce, solo suoni minimali e ritmo velocissimo e vertiginoso. Alla nuova famiglia musicale appartengono le super estreme hard core e gabber, varianti da oltre 200 battute al minuto, la tribal, la più morbida ambient e la ipnotica trance. Idem per la progressive, dal ritmo spezzato, imprevedibile, ma ugualmente battente.

Dall'America, house, techno ed ecstasy oltrepassano l'Oceano e giungono d'un balzo nel Vecchio Continente, prima di tutto Ibiza e Valencia, poi Londra e Manchester, grazie ad alcuni D.J. inglesi che ne rimangono sostanzialmente folgorati. Siamo sempre a metà degli anni '80. A Ibiza fanno scuola e cassa di risonanza europea i frequentatissimi Amnesia e Pasha, dove la trasgressione e l'esibizionismo fanno già tendenza. A Londra è ancora roba underground, e di nuovo i protagonisti sono i locali gay, lo Shoom, il Pyramid, lo Jungle, dove si balla house tutta la notte e si calano le prime «E».

Tra fine '87 e inizio '88 si avvia la tendenza in Inghilterra. Ma è solo un'estate che esplode la moda, durante la cosiddetta new summer of love di Londra, ricalcata pari pari da quella del '67. A guidarla quattro D.J. inglesi definiti dalla stampa locale «i quattro D.J. dell'apocalisse», Paul Oakenfold, Johnny Walker, Nicky Hollowey e Danny Rampling: tornati in patria dopo aver visitato il Pasha e l'Amnesia di Ibiza, decidono di ricreare alla grande lo spirito tutto edoné e house dell'isola balearica. Idea azzeccata. Nei club suonano esclusivamente dischi che appartengono a un sottogenere inedito che diventerà famoso come acid house e, come a Ibiza, vanno avanti fino a mattina.

Ben presto, i ragazzi delle serate «acide» diventano i depositari di uno stile di vita giovanile caratterizzato da un nuovo modo di socializzare, di vestire e da una nuova droga. Ecco allora che anche in Inghilterra, come già a Ibiza, andare in discoteca o a un rave fatti di «E» fa tendenza. Ed è una tendenza che funziona. Da lì rimbalza in tutta Europa, isole e penisole comprese. Siamo nel 1988.

In Italia contribuisce al lancio dell'house music un programma radiofonico di Rai‑StereoUno, «StereoDrome». Fin dall'autunno'88, fra gli altri, Stefano Pistolini e il D.J. romano Luca De Gennaro mandano esclusivamente selezioni di musica house e acid. E già verso la fine di quell'anno si svolgono a Roma nel parco Euritmia, all'Eur, le serate acid house frequentate tutti i sabati da teen‑ager simil‑ibizenchi. E sempre a Roma cominciano i venerdì sera a tema al Black Out e i mercoledì al Caffè Magnani. La rivoluzione del ballo è solo cominciata: in breve tempo tutte le discoteche della Penisola sostituiscono gli ormai antiquati dischi dance di un tempo con le nuove sonorità.

La tendenza vera e propria arriva dunque in Italia fra il 1988 e il '90, sulla scia di techno‑viaggiatori, artisti, musicisti, D.J. e di semplici turisti che per caso vi si imbattono e si folgorano pure loro. E arriva da Ibiza come da Londra o Manchester. Nel '90 house e techno vanno già alla grande nelle discoteche più d'avanguardia. Partono i primi afterhours, i fuori orario, fenomeno tutto italiano. Esplode di nuovo la dance‑mania, come ai tempi di John Travolta. Questa volta, però, con un efficace additivo clinico, l'ecstasy. Si balla e si sballa anche volentieri con questa nuova droga che sembra fatta apposta per la danza. Gruppetti di ragazzi svegli cominciano a improvvisarsi mediatori per reperire la pillolina della felicità che si sa essere prodotta in grandi quantità nella lontana Olanda. Anche se non solo ragazzini: a Riccione viene pizzicata a spacciare ecstasy nelle discoteche della riviera la trentacinquenne moglie di un industriale della zona.

In Italia filtra anche la cultura rave, che nel frattempo in Inghilterra vive una stagione felice (bloccata poi dal Criminal Justice Act nel 1994 dopo una serie di decessi collegati all'uso di ecstasy). Il primo rave di una certa importanza è un raduno legale, «The Rose Rave», presso la discoteca Doing di Aprilia. E’ il primo giugno 1990. Il '90 è anche l'anno in cui esplodono le prime polemiche sui cosiddetti incidenti del sabato sera che si ritengono strettamente legati all'uso dell'ecstasy. Nel '91 il primo morto in Italia per intossicazione acuta da MDMA.

Aumentano esponenzialmente le operazioni di polizia (da 0 a 50 fra il 1987 e il 1990) e i sequestri, che passano dalle 6‑7000 pastiglie del'90 alle oltre 15000 nel'91.

Arriva la piena, comincia il fenomeno.

 

Le caratteristiche dell’ecstasy.

 

A forma di cuore, bianca, azzurra o verdina, personalizzata con il segno zodiacale, la pillola di ecstasy che il giovane sperimentatore psichedelico si trova a maneggiare non sempre è proprio MDMA, abbreviazione di 3, 4 metilenediossi‑N‑metilamfetamina (il suo nome scientifico). In genere è presente un miscuglio di più composti, dove l'MDMA è presente in parti variabili, associata a sostanze simili, per esempio la MDEA (3,4‑metelenediossi-N-etilamfetamina), detta genialmente Eve, per fare il paio con Adam e così venderla meglio, o la MDA (3,4‑metilenediossiamfetamina), meglio nota come love drug, o anche la MBDB reperibile in Italia nelle forme di Tnt, X press, «bomba», «dollaro», la 2Cb (4-bromo‑2,5dimetossife netilamina). Altre volte le pasticche in circolazione altro non sono che MDEA, MDA, MBDB, o amfetamina, e di MDMA nemmeno l'ombra. In Italia l'ultimo grido dello sballo da ecstasy è “l’uccelletto grigio”, in cui l'ipereccitazione prodotta dall'MDMA viene attenuata dalla «morbidezza» della morfina.

In alcuni casi, neanche poi così rari, la pastiglia («cala» in gergo) è composta da un certo contenuto, minimo, di una di queste sostanze di sintesi mescolato a polvere, sabbia, stricnina, veleno per topi. Niente di psicotropo, nocivo e basta. A ciò si aggiunga che se il contenuto medio di principio attivo in una compressa di ecstasy si aggira attorno ai 75‑150 mg, spesso, di fatto, se ne trova poco più della metà, raramente si arriva a 100 mg. Il resto è costituito da additivi, a volte perfettamente innocui, altre volte, appunto, un po' meno.

Una gran parte degli «incidenti» da ecstasy finiti con un ricovero in ospedale avvenuti in Gran Bretagna dal 1987 a oggi si collega a tagli micidiali della caramellina. Secondo un rapporto Ufficiale della DEA che risale ai primi mesi del '96, nella seconda metà del '94 a Glasgow, in Scozia, un'incursione della polizia in alcuni laboratori clandestini appena fuori città ha permesso di scoprire mezzo milione di compresse pronte a essere vendute come ecstasy. Le analisi hanno rilevato che si trattava di vermifughi per cani, roba che può danneggiare il sistema nervoso centrale, causare malesseri, capogiri e inibire le capacità cognitive.


 

Per sentirsi meglio con gli altri

 

La confusione fra MDEA, MDA, MBDB, MDOH, 2CB, non a caso definite ecstasy like, è facile perché appartengono alla stessa famiglia dell'MDMA e hanno effetti simili, pur con differenze in qualche caso significative. Rientrano infatti tutte nella categoria delle sostanze «entactogene», letteralmente «che toccano dentro», cioè capaci di aumentare la capacità di analisi rispetto a se stessi, o anche «empatogene», cioè in grado di generare empatia, ricerca di contatto con gli altri. Tutte quante, e l'ecstasy prima di ogni altra, aprono nel confronto con il resto del mondo e sé stessi. Scrivono Sophia Adamson, studiosa californiana di stati di coscienza, e Ralph Metzner, psicologo ed ex brillante collega di Timothy Leary, fra i più brillanti esponenti del movimento psichedelico degli anni Sessanta:

«Le sostanze empatogene provocano un'esperienza sostanzialmente in grado di dissolvere la difensiva separazione intrapsichica fra spirito, mente e corpo, così che guarigione fisica, la soluzione di problemi psicologici e la consapevolezza spirituale possono accedere simultaneamente nel corso della medesima esperienza... Consentono un'apertura del centro‑del‑cuore».

Sono queste le caratteristiche che hanno indotto, e inducono tuttora, anche se meno frequentemente che in passato e non in Italia, all'impiego di tali sostanze, MDMA in testa, nelle sedute psicoterapeutiche (utilizzo peraltro autorizzato in rarissimi casi e in molti altri del tutto illegale). Ma sono soprattutto altre le caratteristiche, quelle più dirette, più immediate, più «facili» che hanno fatto la fortuna dell'ecstasy, diffondendone enormemente l'uso a fini che i sociologi amano definire «ricreazionali»: in discoteca, nel corso dei rave, negli stadi.

 

Il rito dello sballo

 

La discoteca o il rave sono il punto d'arrivo, i luoghi in cui si consumano le aspettative coltivate durante tutta la settimana. Tutto comincia ben prima. C'è la scelta del look, magari in un negozio specializzato ‑ come il Block 60 di Riccione, magari al mercatino delle pulci. Si guarda, si prova, si occhieggia lo specchio. Vale tutto, purché eccessivo, sopra le righe: dallo zatterone di vernice, 20 centimetri di zeppa, per le ragazze, ai pantaloncini da ciclista fosforescenti per i ragazzi e via così, di follia in follia.

Quanto alle acconciature, grandi cotonature o pettinature a punta scolpite col gel. L'ultimo grido sono i capelli colorati: al top il rosso fuoco e il blu elettrico. Nel rituale della notte il corpo è sempre in primo piano. Non solo curato: scolpito. Lo si vuole evidenziare, sottolineare, agitare, eccitare. La discoteca è il trionfo assoluto del linguaggio del corpo. Poi c'è la vestizione, e il trucco. Le ragazze lo fanno spesso insieme. I ragazzi si vergognano un po' di più e si acconciano da soli, chiusi nel bagno di casa.

Ci si vede tutti in un posto convenuto, forse un bar, una pizzeria, una birreria, difficilmente in un club o un'associazione, più spesso una piazza o un giardino. Sì fanno in genere le stesse cose, si beve, si mangia una pizza, si va a vedere una partita. Come sostengono in uno studio Castelli e La Mendola, lo stare insieme risponde a una ragione precisa che è quella di costruire l'evento della serata, rafforzando l'identificazione collettiva con gli altri del gruppo in una costruzione che dura a lungo perché in discoteca si entra tardi. Assai raramente si parla di cosa si farà in discoteca. La costruzione non si realizza attraverso il parlare, il codice verbale, ma prevalentemente attraverso il fare.

Arrivati al punto di ritrovo, si fumano sigarette di hascisc, che in queste situazioni non manca mai. Si fa la spola per prendere le birre. Si fumano anche le sigarette. Qualcuno ha già pastiglie in tasca; qualcuno ha già preso mezzo francobollo di acido lisergico, sostanza tornata di recente alla ribalta del consumo giovanile. Così alla ribalta, da eguagliare se non superare nei numeri l'ecstasy.

Negli high class come punti di ritrovo vanno forte i bar delle zone «bene», dove si arriva con le macchine young regalate dai genitori, o con moto e motorini di moda. A volte si parte per le discoteche o rave. Altre volte si va a casa di qualcuno. Via i genitori per il weekend, casa libera per festini tossici venerdì sera ‑ domenica pomeriggio a base di coca, anfetamine, acidi ed ecstasy, tanto più che di soldi, in tasca, ce n'è in abbondanza. Il budget del fine settimana di questi studenti modello dei licei «bene» o delle università delle professioni si aggira in genere attorno alle quattro, cinquecentomila lire. Una cifra con cui si possono pagare molte cose, anche lo sballo.

A volte si verifica qualche spiacevole imprevisto. Qualcuno esagera, per stupidità o per inesperienza, e sta male. Ci si mette una pezza con corse spericolate in ospedale se il gruppo ha un buon cuore. Se la paura di farsi «beccare» è troppa, gli «amici» lasciano il malcapitato rantolante sul ciglio di una strada di campagna, com'è successo di recente a Torino: probabile festino tossico in zone «bene», una ragazza va in overdose dopo un tiro di eroina, la abbandonano in un prato fuori porta e poi segnalano la cosa al 113. Lei ci rimane secca di brutto. Aveva 20 anni tondi.

A un certo punto della serata, che varia a seconda di quanto è lontana la discoteca o il rave, si parte e si va. Due o tre macchine cariche su tangenziali e autostrade, verso il primo stop della notte. Il primo, perché verso mattina da qualche parte c'è di sicuro qualche afterhour, e ultimamente qualche aftertea, festa che comincia alle cinque della domenica pomeriggio e termina a mezzanotte, proprio al confine col lunedì. A volte si fa una tappa a un autogrill per comprare alcolici e birre che si portano dentro se si riesce oppure si nascondono in macchina insieme alle «cale», e ogni tanto si esce dalla discoteca a bere un po'. Trucco astuto per chi vuole risparmiare sulle consumazioni che al bancone sono sempre molto care.

E’ difficile che le pastiglie si prendano prima di entrare in discoteca (o prima di arrivare al techno raduno), anche se può capitare. Si sa che l'effetto dura un tempo ben determinato, cioè circa sei ore, ma quando «hai preso un pacco», il down arriva più in fretta. Allora si cala (si prende l'ecstasy) insieme, spesso mettendosele in bocca a vicenda, dentro e non prima di mezzanotte, mezzanotte e mezza. Quando parte la serata, arriva la piena, cioè esplode l'effetto chimico. In molti ne prendono «soltanto» una o due, alcuni esagerano e arrivano a cinque, sei. Ci sono stati casi di dodici ecstasy prese in una sera sola. Tutti, nessuno escluso, ci bevono su. Di sicuro almeno una birra, quando non uno o due cocktail alcolici. C'è chi non si ferma lì e prende anche un acido o mezzo acido, per accentuare l'effetto psichedelico. O anfetamina e cocaina, per incrementare l'eccitazione.

Arrivano le cinque, sei del mattino. Si esce, si monta in macchina, si fa colazione e se c'è un afterhour, anche se è lontano, si va senza problemi. Ogni tanto un incidente a un incrocio, o contro un guardrail, e ogni tanto una tragedia.

Il tempo del divertimento dei giovani consumatori è tutto pieno. Sabato sera da mezzanotte alle sei del mattino in disco (o al rave), poi all'after, diciamo fino al pomeriggio. Poi qualcuno va a casa, da mamma, a dormire. Altri si fermano in uno dei motel che ci sono ai margini delle superstrade, lungo i percorsi classici da una discoteca all'altra, e prendono una stanza con Jacuzzi per fare bisboccia con fidanzato o fidanzata. Qualcun altro va dritto allo stadio dove i coretti sostituiscono temporaneamente il Beat per minute, la velocità del ritmo. E poi, volendo, c'è l'aftertea, dopo lo stadio e l'afterhour. I limiti fisici chiedono l'additivo chimico. Qualcuno tira fuori un'ecstasy dalla tasca e Adam tira fuori la bacchetta magica. Et voilà, il gioco è fatto. Si è in forma per chiudere il weekend alla grande, senza battuta d'arresto.

Quando non si chiude direttamente lunedì mattina, il fine settimana termina alla domenica sera cercando la pace. C'è chi non prende niente e si sente molto eccitato. C'è chi fuma ancora un po' di hascisc, un gruppetto per fortuna sparuto sniffa l'eroina e si parte per il mondo dei sogni.

In questi contesti, in genere, il rapporto con la droga è di tipo consumistico; l'idea non è tanto che le droghe ti rendano migliore: ti mettono soltanto in relazione agli altri.

Assumere ecstasy per questi ragazzi non è un motivo di ricerca o di espansione della conoscenza, per loro è un dato acquisito e consolidato nel passato, per cui non c'è la necessità di esaltarne o studiarne altri effetti, ma si vuole solo raggiungere una condizione di benessere nel momento dell'esperienza. L’importante è la sensazione di sentirsi in tanti, il piacere di sentirsi confusi, fusi con gli altri. «Bello è farsi d'ecstasy in una discoteca dove senti gli altri fortemente, senti il gruppo e ti senti unito e coraggioso».

Questa esperienza fuori dalla legalità vissuta in comune e sentita in comune, è il centro, è la motivazione che ti spinge a partecipare a questo rito collettivo che si baricentra sul gruppo, l'unico a fornire un reale ritorno di senso, una identificazione forte. Nel gruppo fanno quadrato. E Adam rafforza tutto questo.

 


Generazione in ecstasy

 

Seguono questi riti e vivono in questo modo, i ragazzi dell'ecstasy. Tentano di attraversare la notte traghettandosi verso un'età meno insicura, verso un futuro che non percepiscono, vivendo il qui e ora schiacciando il pedale dell'acceleratore sulle emozioni. Ragazzi. Giovanissimi. Chi e quanti sono in Italia gli assidui frequentatori di discoteche, raves e afterhours, ma da qualche tempo anche stadi, che non ce la possono proprio fare a danzare (o a tifare) senza la loro magica «aspirina»? Secondo la DEA americana, fra anfetamine ed ecstasy, circa 50.000 (20‑30.000 solo ecstasy) . Ma una stima artigianale compiuta da sommi esperti del settore dice almeno tra le 60 e 85 mila unità. «Probabilmente un dato sottostimato» commenta Maurizio Sorcioni del CENSIS. Sottostimato anche perché si riferisce a contesti più o meno censibili, vale a dire le discoteche e gli ever che ruotano loro intorno: afterhours e raves commerciali. Del circuito off, la cui entità è tutt'altro che indifferente, non si può conoscere alcuna cifra. Il SILB (sindacato italiano locali da ballo) dal canto suo stima che i consumatori di ecstasy in Italia siano fra i 300 e i 500.000.

Identificarli, questi fanatici della felicità chimica, munirli di una carta d'identità è tutt'altro che semplice. Ma si può tentare di individuare dei tratti unificanti, di suggerirne un'immagine. Come tutto il resto della loro generazione, si muovono in microgruppi, tante, tantissime tribù e sottotribù, e per rituali codificati all'interno di ogni gruppo. Tendono ad agire, a lasciarsi vivere e rifuggono ogni definizione di sé, qualsiasi vago accenno di autoanalisi. Se li intervistano non dicono mai «noi giovani», fanno gli spacconi, sono spavaldi, ridacchiano, si esibiscono, soprattutto se sono in gruppo. Sono poco individuabili dal cronista e dallo studioso dei fenomeni sociali perché in genere distanti mille miglia dalla devianza che riempie le pagine di cronaca e i manuali. Stanno sotto traccia. Vivono in un mondo a circuito chiuso fatto di lavoro o studio, Tv, musica, ammazzare la noia, soprattutto in provincia e nelle periferie, e rito del weekend.

Volendo tentare una rappresentazione grafica del consumo di Adam, si può pensare a una curva, con un rigonfiamento al centro e le due estremità sottili, appiattite verso il basso: una specie di caramella. Agli estremi, due tipologie agli antipodi. A sinistra il disoccupato o il ragazzino senza lavoro delle periferie urbane che la cala se la procura con espedienti vari, forse anche con piccoli furti, microtruffe o che si finanzia spacciando (ecstasy, naturalmente), quando è in contatto con qualcuno del giro grosso o più semplicemente con un circuito deviante. Più a sinistra ancora l'eroinomane che prende l'ecstasy, meno cara dell'ero, per attenuare la carenza, o l'ex tossicodipendente che ha concluso un eventuale percorso riabilitativo e che, anziché virare sull'alcol, vira sull'ecstasy, prendendola a dosaggi molto elevati. In questa stessa zona si colloca anche chi comincia con l’ecstasy e finisce, volente o nolente, ingabbiato dall'eroina.

A destra i cocainomani che alternano cocaina e MDMA, e più a destra ancora i weekenders della coca (quelli che la prendono ogni tanto), che la sostituiscono progressivamente (anche se non del tutto) con l'ecstasy. All'estrema sinistra, dunque, il consumo confina con e sconfina nella devianza, all'estrema destra con il top dell'integrazione sociale,

Il grosso, il corpo centrale della caramella, ha fra i 16 e i 25 anni ed è «normale». Si tratta per lo più di figli di famiglie appartenenti a quel gran calderone che è la middle class italiana, la «classe media». Medio bassa, con picchi di rilievo verso il proletariato urbano, o medio alta, in direzione notabilato locale e aristocrazia borghese, dove pure qualcuno ci casca ( anche se per la verità la curva deve essere rappresentata con un certo sbilanciamento a sinistra). Moltissimi studiano. Elevata la percentuale di diplomati (anche se più di istituti tecnici che di licei ), un certo numero di studenti universitari: il livello di scolarità è dunque buono, come mostra anche la casistica del SERT di Padova. Chi non studia lavora, e non sono pochi. Molti hanno un padre piccolo imprenditore o sono dipendenti alla prima esperienza lavorativa. I meno fortunati si aggiustano facendo lavori saltuari in nero. In genere hanno una percezione forte e negativa della marginalità come furto, come violenza, come tossicodipendenza, quella classica da eroina. Comportamenti spinti troppo oltre verso la delinquenza rientrano in una categoria minoritaria che non riguarda il numero complessivo. A questo proposito a nessuno passa per l'anticamera del cervello l'idea di assimilarsi alla figura del tossicodipendente purchessia, e la quasi totalità guarda all'eroinomane come a un out, un marginale senza speranza.

L’ecstasy la considerano una droga leggera, la percepiscono come una medicina. Tanto più che ha un'immagine estremamente safe: non necessita, se non nei casi estremi, di aghi e non evoca scenari da Hiv, non dà dipendenza fisica, per cui gode di buona fama, nel tam tam della piazza.

Ad aiutare poi i pusher nel loro smercio, come se ce ne fosse bisogno, si aggiunge la disinformazione corrente che ama gridare al lupo. Dipingere a tinte fosche un mondo e uno stile di vita che già di per sé ha una certa presa sui ragazzi non è esattamente un buon deterrente. Stimola e non poco la curiosità. E allora giù pastiglie. La madre a casa prende il Prozac e in una pillolina esaurisce le proprie ansie. Loro con Adam risolvono in fretta e alla grande qualche problema di identità, in parte fisiologico, dovuto probabilmente al periodo di crescita che attraversano, in parte indotto (dalla pubblicità? dalla Tv? dal cinema? dal mondo?).

 

ASPETTI MEDICO-CLINICI

 

A cura del dr. Giancarlo Ambrogi in servizio per numerosi anni all'Unità Operativa di Chirurgia Generale Dipartimento di Emergenza Azienda Ospedaliera “Ospedale Niguarda – Cà Granda” Piazza Ospedale Maggiore, 3 – 20162 Milano.

Un ulteriore contributo è poi stato fornito a più riprese dal dr. Ovidio Brignoli, già consulente del ministero per il tema della tossicodipendenza e vicepresidente dei medici italiani. 

E' indubbiamente per la disponibilità, la passione e la professionalità di entrambi che la nostra Associazione può vantare un consistente know-how ed una serie di interventi innovativi ma non banali in questo campo.

 

 

introduzione

note storiche critiche

identificazione della sostanza e farmacodinamica

conseguenze psicosomatiche

provvedimenti terapeutici

tabelle chimiche

breve legenda elementare

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 RIGUARDANTE ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI  DI INTERESSE CLINICO

RELATIVE ALL’USO DI “ECSTASY”

 

 

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