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MITI
E RITI NELLE TRIBU’ DELL’ECSTASY
a
cura di Fabrizia Bagozzi, inserto a
Il Gabbiano ottobre 1997
Le
droghe, le persone che ne fanno uso, il rapporto con la sostanza,
tutto sta cambiando con estrema rapidità in questi anni '90. Alle
sostanze tradizionali (eroina, cocaina, Lsd) si affiancano quelle
nuove, dai nomi fantasiosi e accattivanti: ecstasy,
tnt, fantasy, disco biscuit, vitamin, disco burger, Cali dreamer,
e così via. Al tossicodipendente stereotipato, quello che per le
strade ci chiede gli spiccioli per la benzina, si aggiunge la
moltitudine di ragazzi socialmente integrati, con una casa, una
famiglia, un lavoro oppure la scuola da finire. Ragazzi a posto,
insomma. Anche il rapporto con la sostanza varia: ecstasy e
simili, rispetto all'eroina, sono diverse non solo per la
composizione chimica, ma anche perché il loro consumo resta per
lo più circoscritto a un luogo specifico (discoteca, rave parties,
after hours, ecc.), dove si (s)balla e si suona un tipo
particolare di musica. «Se non c'è lo scenario adeguato, non c'è
assunzione». E lo scenario adeguato è fatto di tanti elementi,
tra cui il gruppo, nel quale il ragazzo per un verso s'identifica,
per l'altro si nasconde, e col quale comunque va a divertirsi. A
«sfondare la notte». Per dimenticare il grigio della settimana
ed esplorare altri mondi, virtuali, acidi, colorati anche. La
chicca o la cala o pillola della felicità non la s'ingurgita in
solitudine, non c'è un rapporto privatistico, io‑tu, come
con l'eroina. La si prende per sentirsi ancora più «parte della
tribù», per perdere continuità con un sé ancora incerto e
immergersi nel bagno di sensazioni, iperespandendole. Con
l’ecstasy, dicono i consumatori, senti di più e senti meglio,
entri in contatto con gli altri, senza le barriere che di norma
tendono a mantenere lo scambio sociale a un livello mondano. Però
l’ecstasy fa male, anche se il nome fa sognare. 1 ragazzi per lo
più lo sanno, ma la loro consapevolezza è svigorita dal «così
fan tutti», dal benessere che provoca e dal constatare che si può
«calare» nel weekend senza strascichi nella settimana
successiva. I ragazzi poi non si percepiscono come
tossicodipendenti: per loro l'ecstasy è parte di un rito
collettivo. «Non richiede aghi, non evoca scenari da hiv, non dà
dipendenza fisica». Però fa male lo stesso.
Breve
viaggio nel mondo dell’ecstasy
Chi
sono i ragazzi dell'ecstasy? Che prendono la «cala», ma non si
considerano devianti, che nel mondo della comunicazione globale
ricorrono alla chimica per esprimersi, che studiano e lavorano per
cinque giorni la settimana e usano il weekend come camera di
compensazione, ai quali non importa più di tanto se tra qualche
anno il loro fegato non funzionerà più al massimo? Che non
gridano “la fantasia al potere” ma in gruppo imboccano la
scorciatoia chimica?
La
definiscono «nuova droga», ma tanto nuova non è. E neppure è
nata come «droga», ma farmaco. E’ accaduto anche con altre
sostanze stupefacenti, per esempio l'eroina, chiamata così dai
chimici della Bayer che l'avevano sperimentata perché pensavano
alle «eroiche» facoltà terapeutiche che il nuovo farmaco appena
scoperto avrebbe potuto avere. Destino analogo per l’ecstasy,
scoperta nel 1912 dai ricercatori dell'industria farmaceutica
tedesca Merek alla ricerca di un farmaco dimagrante da immettere
stabilmente sul mercato. Dopo vari tentativi i ricercatori della
Merek trovano l'MDMA e pensano di avercela fatta.
La
sostanza viene brevettata nel 1914, ma non verrà mai
commercializzata. Il perché non si conosce. Leggenda vuole che
nel corso della Prima Guerra Mondiale venisse somministrata ai
soldati della prima linea per combattere la fame e la sete. Poi,
più nulla fino ai primi anni'50, quando ricompare, come per
magia, nei laboratori dell'Università del Michigan in America,
dove su commissione dell'esercito statunitense viene sottoposta a
uno studio sistematico. I risultati non sono mai stati resi noti,
anche se sono in molti a sostenere che l'Army Chemical Center la
volesse come siero della verità. Anche in questo caso, comunque,
e non è certo, la sostanza non ha fortuna, viene messa da parte e
gli viene preferita la sorellastra MDA.
Dopo
aver riportato alla luce il brevetto originale tedesco, nel 1972
il chimico Alexander Shulgin la produce nel suo laboratorio. Nella
sua bibliografia l'MDMA risulta essere solo una delle 179 sostanze
psicoattive descritte in dettaglio. Di certo è quella che più si
avvicina all'ambizione del chimico di scoprire un farmaco
terapeutico, come lui stesso sostiene. Sono passati sessant'anni
esatti e per l'MDMA comincia una vita nuova.
Infatti,
a partire dalla fine degli anni '70, l'MDMA comincia a diffondersi
negli ambienti della controcultura californiana e statunitense.
E’ lo stesso periodo in cui alcuni psichiatri della West Coast
cominciano a utilizzarla nel corso delle sedute psicoterapeutiche,
nelle terapie di coppia e con pazienti che mostrano notevoli
difficoltà dì comunicazione soprattutto nella interrelazione tra
psicoterapeuta e paziente. Sfruttano le caratteristiche di
entactogenicità della molecola, che farebbe veramente parte di
una nuova classe di farmaci perché ha capacità di favorire il
dialogo e di migliorare appunto la verbalizzazione.
Gli
anni che vanno dal 1977 al 1984 sono un po' considerati l'età
dell'oro di «Adam», nome con cui comincia a essere conosciuta
negli Stati Uniti. Il giro di persone che la usa su di sé o su
altri è ancora piuttosto limitato. Da una parte c'è la ristretta
cerchia di psicoterapeuti sperimentali che la somministra ai
pazienti durante sedute fiume di gruppo o individuali, dall'altra
ci sono gli sperimentatori psichedelici, frange della
controcultura degli anni '60, che la impiegano per lo più a fini
conoscitivi, di «espansione della coscienza». Ancora è
sconosciuta alla massa e, finché non viene distribuita su larga
scala, non sfiora nessuno l'idea che possa diventare una dance
drug.
Fino
a tutto il 1984 in America è assolutamente legale. Comincia a
entrare nel giro studentesco e si diffonde anche negli ambienti di
quegli young urban professionals, negli anni '80 notissimi come
yuppies, che sì prediligono la cocaina, ma non disdegnano questa
nuova sostanza chimica dagli effetti affini, che per di più ha
anche un nome degno delle migliori aspettative.
E’
proprio questo infatti il periodo in cui l'MDMA cambia pelle e
diventa ecstasy. Il passaparola della piazza ‑ e così i
resoconti giornalistici di allora ‑racconta una favola a
proposito di questo nome, azzeccatissimo sul piano della
promozione: si dice che il primo ad usarlo sia stato un produttore
clandestino di S. Francisco. Voleva in verità chiamarla emphaty,
empatia, nome che descrive esattamente l'effetto della sostanza,
ma si è reso conto che ecstasy funzionava meglio sul piano delle
vendite. E allora, seguendo i più classici canoni del marketing,
la chiamò così. Un successone, come tutti noi oggi possiamo
constatare. Sempre in quel periodo l’ecstasy si poteva trovare
in libera vendita, pagabile con carte di credito, nei night club
del Texas.
Negli
Stati Uniti l’ecstasy incappa in un primo stop di carattere
legislativo nel 1985. Nei primi mesi di quell'anno una partita di
«China White», surrogato legale dell'eroina, provoca un grave
danno cerebrale ad alcuni tossicomani. Il Senato approva allora in
tutta fretta una legge che consente alla DEA (Drug Enforcement
Administration l'agenzia americana per la repressione al
narcotraffico) di porre un divieto d emergenza nei confronti di
sostanze potenzialmente pericolose per il pubblico e in
particolare nei confronti delle designer drugs, cioè quelle
sostanze studiate a tavolino dai chimici da strada ricalcando lo
scheletro di molecole stupefacenti al fine di ottenere con una
diversa molecola chimica non ancora sottoposta a controllo e
dunque legale, un effetto uguale o simile a quello di una già
illegale o comunque un effetto stupefacente. La DEA coglie
l'occasione al volo e fa rientrare l’MDMA fra queste a causa
della sua somiglianza con la già largamente illegale sorellastra,
la MDA.
Non
senza una certa dose di ironia, alcuni produttori clandestini di
MDMA cominciano allora a produrre un'altra sostanza di sintesi, la
MDEA, nome commerciale: Eve, per far coppia con Adam, dagli
effetti analoghi e da vendere come ecstasy senza incappare nelle
maglie della legge. In seguito anche Eve farà la stessa fine di
Adam.
Il
1 luglio del 1985 si giunge dunque a interdire temporaneamente
l'uso di MDMA, che viene inserita nella categoria delle droghe che
danno assuefazione, nella tabella che raccoglie composti « di
nessun impiego terapeutico e socialmente dannosi», la famigerata
tabella 1. Interdizione poi confermata e resa permanente l'anno
successivo, il 13 marzo 1986, anche se strascichi di polemiche e
di cause giuridiche proseguono ancora oggi.
Il
22 aprile dello stesso anno l'ecstasy viene messa fuori legge in
Svizzera; il 18 luglio in Germania; in Italia nel 1988. Con il dpr
309/90, si fissa anche la dose giornaliera: 50 mg. In Gran
Bretagna è già bandita dal 1977, come tutte le altre anfetamine
psichedeliche.
Sul
piano della regolamentazione internazionale, nel 1985 la
Convenzione Internazionale sulle sostanze psicotrope chiede alle
nazioni associate di inserire la sostanza in tabella 1.
L’ecstasy
e la rivoluzione musicale
In
che modo l’MDMA dai laboratori dei chimici, dagli studi degli
psicoterapeuti, dalle case private degli psiconauti americani,
tutt'al più dai college, diventa «la» droga per ballare? Tutto
probabilmente passa per il mondo dell'intrattenimento notturno. Da
quei contesti molto specifici, l’ecstasy filtra nei club più
esclusivi di Chicago, New York, S. Francisco, Detroit, complici
anche gli yuppies metropolitani dalle frequentazioni glamour nel
mondo dell'arte, del cinema e della musica. L’ecstasy arriva lì
e trova il suo terreno di elezione nei warehouse parties, feste
molto di moda che si tengono in magazzini abbandonati e nei club a
prevalenza gay dove si comincia a fare sperimentazione musicale.
A
Chicago è il club Warehouse, paradiso di omosessuali e
afroamericani, a New York il Paradise Garage. In questi locali, già
agli albori degli anni'80, i D.J. americani Frankie Knuckls e
Larry Levan, ognuno nel proprio territorio: KnuckIes a Chicago,
Levan a New York, suonano cose strane, roba nuova, mai sentita
prima. Mescolano generi, nel tentativo di colmare un vuoto che si
stava creando nel genere dance.
Sono
i primissimi passi di quella che poi diventerà house music. House
perché, secondo la raffinata versione di Richard West, D.J.
inglese conosciuto al grande pubblico come Mr.C, si suonava al
Warehouse di Chicago. Ma c'è anche una corrente di pensiero meno
colta, ed è quella di chi sostiene che house stia semplicemente
per «musica fai‑da‑te», facile da produrre in casa
propria, purché dotati della tecnologia necessaria.
Leggenda
vuole poi che il Paradise Garage di New York abbia a sua volta
dato il nome a un sottogenere dell'house, la garage, appunto.
Certo è che con l'house parte una vera e propria rivoluzione
musicale.
Discendente
diretta della house è la techno, variante da attacco apoplettico,
totalmente computerizzata, da 140‑160 battute al minuto.
Evoca il senso di alienazione della vita tutta tecnologica e
degrado delle grandi metropoli, e non a caso, visto che pare sia
stata Detroit, feudo dei Ford, a darle i natali. Lato più estremo
della dance music elettronica, ha sostituito all'artista feticcio
della musica pop un flusso sonoro che non ha alcun altro senso se
non il valore d'uso: niente volti, niente nomi, nessuna voce, solo
suoni minimali e ritmo velocissimo e vertiginoso. Alla nuova
famiglia musicale appartengono le super estreme hard core e gabber,
varianti da oltre 200 battute al minuto, la tribal, la più
morbida ambient e la ipnotica trance. Idem per la progressive, dal
ritmo spezzato, imprevedibile, ma ugualmente battente.
Dall'America,
house, techno ed ecstasy oltrepassano l'Oceano e giungono d'un
balzo nel Vecchio Continente, prima di tutto Ibiza e Valencia, poi
Londra e Manchester, grazie ad alcuni D.J. inglesi che ne
rimangono sostanzialmente folgorati. Siamo sempre a metà degli
anni '80. A Ibiza fanno scuola e cassa di risonanza europea i
frequentatissimi Amnesia e Pasha, dove la trasgressione e
l'esibizionismo fanno già tendenza. A Londra è ancora roba
underground, e di nuovo i protagonisti sono i locali gay, lo Shoom,
il Pyramid, lo Jungle, dove si balla house tutta la notte e si
calano le prime «E».
Tra
fine '87 e inizio '88 si avvia la tendenza in Inghilterra. Ma è
solo un'estate che esplode la moda, durante la cosiddetta new
summer of love di Londra, ricalcata pari pari da quella del
'67. A guidarla quattro D.J. inglesi definiti dalla stampa locale
«i quattro D.J. dell'apocalisse», Paul Oakenfold, Johnny Walker,
Nicky Hollowey e Danny Rampling: tornati in patria dopo aver
visitato il Pasha e l'Amnesia di Ibiza, decidono di ricreare alla
grande lo spirito tutto edoné e house dell'isola balearica. Idea
azzeccata. Nei club suonano esclusivamente dischi che appartengono
a un sottogenere inedito che diventerà famoso come acid house e,
come a Ibiza, vanno avanti fino a mattina.
Ben
presto, i ragazzi delle serate «acide» diventano i depositari di
uno stile di vita giovanile caratterizzato da un nuovo modo di
socializzare, di vestire e da una nuova droga. Ecco allora che
anche in Inghilterra, come già a Ibiza, andare in discoteca o a
un rave fatti di «E» fa tendenza. Ed è una tendenza che
funziona. Da lì rimbalza in tutta Europa, isole e penisole
comprese. Siamo nel 1988.
In
Italia contribuisce al lancio dell'house music un programma
radiofonico di Rai‑StereoUno, «StereoDrome». Fin
dall'autunno'88, fra gli altri, Stefano Pistolini e il D.J. romano
Luca De Gennaro mandano esclusivamente selezioni di musica house e
acid. E già verso la fine di quell'anno si svolgono a Roma nel
parco Euritmia, all'Eur, le serate acid house frequentate tutti i
sabati da teen‑ager simil‑ibizenchi. E sempre a Roma
cominciano i venerdì sera a tema al Black Out e i mercoledì al
Caffè Magnani. La rivoluzione del ballo è solo cominciata: in
breve tempo tutte le discoteche della Penisola sostituiscono gli
ormai antiquati dischi dance di un tempo con le nuove sonorità.
La
tendenza vera e propria arriva dunque in Italia fra il 1988 e il
'90, sulla scia di techno‑viaggiatori, artisti, musicisti,
D.J. e di semplici turisti che per caso vi si imbattono e si
folgorano pure loro. E arriva da Ibiza come da Londra o
Manchester. Nel '90 house e techno vanno già alla grande nelle
discoteche più d'avanguardia. Partono i primi afterhours, i fuori
orario, fenomeno tutto italiano. Esplode di nuovo la
dance‑mania, come ai tempi di John Travolta. Questa volta,
però, con un efficace additivo clinico, l'ecstasy. Si balla e si
sballa anche volentieri con questa nuova droga che sembra fatta
apposta per la danza. Gruppetti di ragazzi svegli cominciano a
improvvisarsi mediatori per reperire la pillolina della felicità
che si sa essere prodotta in grandi quantità nella lontana
Olanda. Anche se non solo ragazzini: a Riccione viene pizzicata a
spacciare ecstasy nelle discoteche della riviera la
trentacinquenne moglie di un industriale della zona.
In
Italia filtra anche la cultura rave, che nel frattempo in
Inghilterra vive una stagione felice (bloccata poi dal Criminal
Justice Act nel 1994 dopo una serie di decessi collegati all'uso
di ecstasy). Il primo rave di una certa importanza è un raduno
legale, «The Rose Rave», presso la discoteca Doing di Aprilia.
E’ il primo giugno 1990. Il '90 è anche l'anno in cui esplodono
le prime polemiche sui cosiddetti incidenti del sabato sera che si
ritengono strettamente legati all'uso dell'ecstasy. Nel '91 il
primo morto in Italia per intossicazione acuta da MDMA.
Aumentano
esponenzialmente le operazioni di polizia (da 0 a 50 fra il 1987 e
il 1990) e i sequestri, che passano dalle 6‑7000 pastiglie
del'90 alle oltre 15000 nel'91.
Arriva
la piena, comincia il fenomeno.
Le
caratteristiche dell’ecstasy.
A
forma di cuore, bianca, azzurra o verdina, personalizzata con il
segno zodiacale, la pillola di ecstasy che il giovane
sperimentatore psichedelico si trova a maneggiare non sempre è
proprio MDMA, abbreviazione di 3, 4 metilenediossi‑N‑metilamfetamina
(il suo nome scientifico). In genere è presente un miscuglio di
più composti, dove l'MDMA è presente in parti variabili,
associata a sostanze simili, per esempio la MDEA (3,4‑metelenediossi-N-etilamfetamina),
detta genialmente Eve, per fare il paio con Adam e così venderla
meglio, o la MDA (3,4‑metilenediossiamfetamina), meglio nota
come love drug, o anche la MBDB reperibile in Italia nelle forme
di Tnt, X press, «bomba», «dollaro», la 2Cb
(4-bromo‑2,5dimetossife netilamina). Altre volte le
pasticche in circolazione altro non sono che MDEA, MDA, MBDB, o
amfetamina, e di MDMA nemmeno l'ombra. In Italia l'ultimo grido
dello sballo da ecstasy è “l’uccelletto grigio”, in cui l'ipereccitazione
prodotta dall'MDMA viene attenuata dalla «morbidezza» della
morfina.
In
alcuni casi, neanche poi così rari, la pastiglia («cala» in
gergo) è composta da un certo contenuto, minimo, di una di queste
sostanze di sintesi mescolato a polvere, sabbia, stricnina, veleno
per topi. Niente di psicotropo, nocivo e basta. A ciò si aggiunga
che se il contenuto medio di principio attivo in una compressa di
ecstasy si aggira attorno ai 75‑150 mg, spesso, di fatto, se
ne trova poco più della metà, raramente si arriva a 100 mg. Il
resto è costituito da additivi, a volte perfettamente innocui,
altre volte, appunto, un po' meno.
Una
gran parte degli «incidenti» da ecstasy finiti con un ricovero
in ospedale avvenuti in Gran Bretagna dal 1987 a oggi si collega a
tagli micidiali della caramellina. Secondo un rapporto Ufficiale
della DEA che risale ai primi mesi del '96, nella seconda metà
del '94 a Glasgow, in Scozia, un'incursione della polizia in
alcuni laboratori clandestini appena fuori città ha permesso di
scoprire mezzo milione di compresse pronte a essere vendute come
ecstasy. Le analisi hanno rilevato che si trattava di vermifughi
per cani, roba che può danneggiare il sistema nervoso centrale,
causare malesseri, capogiri e inibire le capacità cognitive.
Per
sentirsi meglio con gli altri
La
confusione fra MDEA, MDA, MBDB, MDOH, 2CB, non a caso definite
ecstasy like, è facile perché appartengono alla stessa famiglia
dell'MDMA e hanno effetti simili, pur con differenze in qualche
caso significative. Rientrano infatti tutte nella categoria delle
sostanze «entactogene», letteralmente «che toccano dentro»,
cioè capaci di aumentare la capacità di analisi rispetto a se
stessi, o anche «empatogene», cioè in grado di generare
empatia, ricerca di contatto con gli altri. Tutte quante, e
l'ecstasy prima di ogni altra, aprono nel confronto con il resto
del mondo e sé stessi. Scrivono Sophia Adamson, studiosa
californiana di stati di coscienza, e Ralph Metzner, psicologo ed
ex brillante collega di Timothy Leary, fra i più brillanti
esponenti del movimento psichedelico degli anni Sessanta:
«Le
sostanze empatogene provocano un'esperienza sostanzialmente in
grado di dissolvere la difensiva separazione intrapsichica fra
spirito, mente e corpo, così che guarigione fisica, la soluzione
di problemi psicologici e la consapevolezza spirituale possono
accedere simultaneamente nel corso della medesima esperienza...
Consentono un'apertura del centro‑del‑cuore».
Sono
queste le caratteristiche che hanno indotto, e inducono tuttora,
anche se meno frequentemente che in passato e non in Italia,
all'impiego di tali sostanze, MDMA in testa, nelle sedute
psicoterapeutiche (utilizzo peraltro autorizzato in rarissimi casi
e in molti altri del tutto illegale). Ma sono soprattutto altre le
caratteristiche, quelle più dirette, più immediate, più «facili»
che hanno fatto la fortuna dell'ecstasy, diffondendone enormemente
l'uso a fini che i sociologi amano definire «ricreazionali»: in
discoteca, nel corso dei rave, negli stadi.
Il
rito dello sballo
La
discoteca o il rave sono il punto d'arrivo, i luoghi in cui si
consumano le aspettative coltivate durante tutta la settimana.
Tutto comincia ben prima. C'è la scelta del look, magari in un
negozio specializzato ‑ come il Block 60 di Riccione, magari
al mercatino delle pulci. Si guarda, si prova, si occhieggia lo
specchio. Vale tutto, purché eccessivo, sopra le righe: dallo
zatterone di vernice, 20 centimetri di zeppa, per le ragazze, ai
pantaloncini da ciclista fosforescenti per i ragazzi e via così,
di follia in follia.
Quanto
alle acconciature, grandi cotonature o pettinature a punta
scolpite col gel. L'ultimo grido sono i capelli colorati: al top
il rosso fuoco e il blu elettrico. Nel rituale della notte il
corpo è sempre in primo piano. Non solo curato: scolpito. Lo si
vuole evidenziare, sottolineare, agitare, eccitare. La discoteca
è il trionfo assoluto del linguaggio del corpo. Poi c'è la
vestizione, e il trucco. Le ragazze lo fanno spesso insieme. I
ragazzi si vergognano un po' di più e si acconciano da soli,
chiusi nel bagno di casa.
Ci
si vede tutti in un posto convenuto, forse un bar, una pizzeria,
una birreria, difficilmente in un club o un'associazione, più
spesso una piazza o un giardino. Sì fanno in genere le stesse
cose, si beve, si mangia una pizza, si va a vedere una partita.
Come sostengono in uno studio Castelli e La Mendola, lo stare
insieme risponde a una ragione precisa che è quella di costruire
l'evento della serata, rafforzando l'identificazione collettiva
con gli altri del gruppo in una costruzione che dura a lungo perché
in discoteca si entra tardi. Assai raramente si parla di cosa si
farà in discoteca. La costruzione non si realizza attraverso il
parlare, il codice verbale, ma prevalentemente attraverso il fare.
Arrivati
al punto di ritrovo, si fumano sigarette di hascisc, che in queste
situazioni non manca mai. Si fa la spola per prendere le birre. Si
fumano anche le sigarette. Qualcuno ha già pastiglie in tasca;
qualcuno ha già preso mezzo francobollo di acido lisergico,
sostanza tornata di recente alla ribalta del consumo giovanile.
Così alla ribalta, da eguagliare se non superare nei numeri
l'ecstasy.
Negli high class come
punti di ritrovo vanno forte i bar delle zone «bene», dove si
arriva con le macchine young regalate dai genitori, o con moto e
motorini di moda. A volte si parte per le discoteche o rave. Altre
volte si va a casa di qualcuno. Via i genitori per il weekend,
casa libera per festini tossici venerdì sera ‑ domenica
pomeriggio a base di coca, anfetamine, acidi ed ecstasy, tanto più
che di soldi, in tasca, ce n'è in abbondanza. Il budget del fine
settimana di questi studenti modello dei licei «bene» o delle
università delle professioni si aggira in genere attorno alle
quattro, cinquecentomila lire. Una cifra con cui si possono pagare
molte cose, anche lo sballo.
A
volte si verifica qualche spiacevole imprevisto. Qualcuno esagera,
per stupidità o per inesperienza, e sta male. Ci si mette una
pezza con corse spericolate in ospedale se il gruppo ha un buon
cuore. Se la paura di farsi «beccare» è troppa, gli «amici»
lasciano il malcapitato rantolante sul ciglio di una strada di
campagna, com'è successo di recente a Torino: probabile festino
tossico in zone «bene», una ragazza va in overdose dopo un tiro
di eroina, la abbandonano in un prato fuori porta e poi segnalano
la cosa al 113. Lei ci rimane secca di brutto. Aveva 20 anni
tondi.
A
un certo punto della serata, che varia a seconda di quanto è
lontana la discoteca o il rave, si parte e si va. Due o tre
macchine cariche su tangenziali e autostrade, verso il primo stop
della notte. Il primo, perché verso mattina da qualche parte c'è
di sicuro qualche afterhour, e ultimamente qualche aftertea, festa
che comincia alle cinque della domenica pomeriggio e termina a
mezzanotte, proprio al confine col lunedì. A volte si fa una
tappa a un autogrill per comprare alcolici e birre che si portano
dentro se si riesce oppure si nascondono in macchina insieme alle
«cale», e ogni tanto si esce dalla discoteca a bere un po'.
Trucco astuto per chi vuole risparmiare sulle consumazioni che al
bancone sono sempre molto care.
E’
difficile che le pastiglie si prendano prima di entrare in
discoteca (o prima di arrivare al techno raduno), anche se può
capitare. Si sa che l'effetto dura un tempo ben determinato, cioè
circa sei ore, ma quando «hai preso un pacco», il down arriva più
in fretta. Allora si cala (si prende l'ecstasy) insieme, spesso
mettendosele in bocca a vicenda, dentro e non prima di mezzanotte,
mezzanotte e mezza. Quando parte la serata, arriva la piena, cioè
esplode l'effetto chimico. In molti ne prendono «soltanto» una o
due, alcuni esagerano e arrivano a cinque, sei. Ci sono stati casi
di dodici ecstasy prese in una sera sola. Tutti, nessuno escluso,
ci bevono su. Di sicuro almeno una birra, quando non uno o due
cocktail alcolici. C'è chi non si ferma lì e prende anche un
acido o mezzo acido, per accentuare l'effetto psichedelico. O
anfetamina e cocaina, per incrementare l'eccitazione.
Arrivano
le cinque, sei del mattino. Si esce, si monta in macchina, si fa
colazione e se c'è un afterhour, anche se è lontano, si va senza
problemi. Ogni tanto un incidente a un incrocio, o contro un
guardrail, e ogni tanto una tragedia.
Il
tempo del divertimento dei giovani consumatori è tutto pieno.
Sabato sera da mezzanotte alle sei del mattino in disco (o al rave),
poi all'after, diciamo fino al pomeriggio. Poi qualcuno va a casa,
da mamma, a dormire. Altri si fermano in uno dei motel che ci sono
ai margini delle superstrade, lungo i percorsi classici da una
discoteca all'altra, e prendono una stanza con Jacuzzi per fare
bisboccia con fidanzato o fidanzata. Qualcun altro va dritto allo
stadio dove i coretti sostituiscono temporaneamente il Beat per
minute, la velocità del ritmo. E poi, volendo, c'è l'aftertea,
dopo lo stadio e l'afterhour. I limiti fisici chiedono l'additivo
chimico. Qualcuno tira fuori un'ecstasy dalla tasca e Adam tira
fuori la bacchetta magica. Et voilà, il gioco è fatto. Si è in
forma per chiudere il weekend alla grande, senza battuta
d'arresto.
Quando
non si chiude direttamente lunedì mattina, il fine settimana
termina alla domenica sera cercando la pace. C'è chi non prende
niente e si sente molto eccitato. C'è chi fuma ancora un po' di
hascisc, un gruppetto per fortuna sparuto sniffa l'eroina e si
parte per il mondo dei sogni.
In
questi contesti, in genere, il rapporto con la droga è di tipo
consumistico; l'idea non è tanto che le droghe ti rendano
migliore: ti mettono soltanto in relazione agli altri.
Assumere
ecstasy per questi ragazzi non è un motivo di ricerca o di
espansione della conoscenza, per loro è un dato acquisito e
consolidato nel passato, per cui non c'è la necessità di
esaltarne o studiarne altri effetti, ma si vuole solo raggiungere
una condizione di benessere nel momento dell'esperienza.
L’importante è la sensazione di sentirsi in tanti, il piacere
di sentirsi confusi, fusi con gli altri. «Bello è farsi
d'ecstasy in una discoteca dove senti gli altri fortemente, senti
il gruppo e ti senti unito e coraggioso».
Questa
esperienza fuori dalla legalità vissuta in comune e sentita in
comune, è il centro, è la motivazione che ti spinge a
partecipare a questo rito collettivo che si baricentra sul gruppo,
l'unico a fornire un reale ritorno di senso, una identificazione
forte. Nel gruppo fanno quadrato. E Adam rafforza tutto questo.
Generazione
in ecstasy
Seguono
questi riti e vivono in questo modo, i ragazzi dell'ecstasy.
Tentano di attraversare la notte traghettandosi verso un'età meno
insicura, verso un futuro che non percepiscono, vivendo il qui e
ora schiacciando il pedale dell'acceleratore sulle emozioni.
Ragazzi. Giovanissimi. Chi e quanti sono in Italia gli assidui
frequentatori di discoteche, raves e afterhours, ma da qualche
tempo anche stadi, che non ce la possono proprio fare a danzare (o
a tifare) senza la loro magica «aspirina»? Secondo la DEA
americana, fra anfetamine ed ecstasy, circa 50.000
(20‑30.000 solo ecstasy) . Ma una stima artigianale compiuta
da sommi esperti del settore dice almeno tra le 60 e 85 mila unità.
«Probabilmente un dato sottostimato» commenta Maurizio Sorcioni
del CENSIS. Sottostimato anche perché si riferisce a contesti più
o meno censibili, vale a dire le discoteche e gli ever che ruotano
loro intorno: afterhours e raves commerciali. Del circuito off, la
cui entità è tutt'altro che indifferente, non si può conoscere
alcuna cifra. Il SILB (sindacato italiano locali da ballo) dal
canto suo stima che i consumatori di ecstasy in Italia siano fra i
300 e i 500.000.
Identificarli,
questi fanatici della felicità chimica, munirli di una carta
d'identità è tutt'altro che semplice. Ma si può tentare di
individuare dei tratti unificanti, di suggerirne un'immagine. Come
tutto il resto della loro generazione, si muovono in microgruppi,
tante, tantissime tribù e sottotribù, e per rituali codificati
all'interno di ogni gruppo. Tendono ad agire, a lasciarsi vivere e
rifuggono ogni definizione di sé, qualsiasi vago accenno di
autoanalisi. Se li intervistano non dicono mai «noi giovani»,
fanno gli spacconi, sono spavaldi, ridacchiano, si esibiscono,
soprattutto se sono in gruppo. Sono poco individuabili dal
cronista e dallo studioso dei fenomeni sociali perché in genere
distanti mille miglia dalla devianza che riempie le pagine di
cronaca e i manuali. Stanno sotto traccia. Vivono in un mondo a
circuito chiuso fatto di lavoro o studio, Tv, musica, ammazzare la
noia, soprattutto in provincia e nelle periferie, e rito del
weekend.
Volendo
tentare una rappresentazione grafica del consumo di Adam, si può
pensare a una curva, con un rigonfiamento al centro e le due
estremità sottili, appiattite verso il basso: una specie di
caramella. Agli estremi, due tipologie agli antipodi. A sinistra
il disoccupato o il ragazzino senza lavoro delle periferie urbane
che la cala se la procura con espedienti vari, forse anche con
piccoli furti, microtruffe o che si finanzia spacciando (ecstasy,
naturalmente), quando è in contatto con qualcuno del giro grosso
o più semplicemente con un circuito deviante. Più a sinistra
ancora l'eroinomane che prende l'ecstasy, meno cara dell'ero, per
attenuare la carenza, o l'ex tossicodipendente che ha concluso un
eventuale percorso riabilitativo e che, anziché virare
sull'alcol, vira sull'ecstasy, prendendola a dosaggi molto
elevati. In questa stessa zona si colloca anche chi comincia con
l’ecstasy e finisce, volente o nolente, ingabbiato dall'eroina.
A
destra i cocainomani che alternano cocaina e MDMA, e più a destra
ancora i weekenders della coca (quelli che la prendono ogni
tanto), che la sostituiscono progressivamente (anche se non del
tutto) con l'ecstasy. All'estrema sinistra, dunque, il consumo
confina con e sconfina nella devianza, all'estrema destra con il
top dell'integrazione sociale,
Il
grosso, il corpo centrale della caramella, ha fra i 16 e i 25 anni
ed è «normale». Si tratta per lo più di figli di famiglie
appartenenti a quel gran calderone che è la middle class
italiana, la «classe media». Medio bassa, con picchi di rilievo
verso il proletariato urbano, o medio alta, in direzione
notabilato locale e aristocrazia borghese, dove pure qualcuno ci
casca ( anche se per la verità la curva deve essere rappresentata
con un certo sbilanciamento a sinistra). Moltissimi studiano.
Elevata la percentuale di diplomati (anche se più di istituti
tecnici che di licei ), un certo numero di studenti universitari:
il livello di scolarità è dunque buono, come mostra anche la
casistica del SERT di Padova. Chi non studia lavora, e non sono
pochi. Molti hanno un padre piccolo imprenditore o sono dipendenti
alla prima esperienza lavorativa. I meno fortunati si aggiustano
facendo lavori saltuari in nero. In genere hanno una percezione
forte e negativa della marginalità come furto, come violenza,
come tossicodipendenza, quella classica da eroina. Comportamenti
spinti troppo oltre verso la delinquenza rientrano in una
categoria minoritaria che non riguarda il numero complessivo. A
questo proposito a nessuno passa per l'anticamera del cervello
l'idea di assimilarsi alla figura del tossicodipendente
purchessia, e la quasi totalità guarda all'eroinomane come a un
out, un marginale senza speranza.
L’ecstasy
la considerano una droga leggera, la percepiscono come una
medicina. Tanto più che ha un'immagine estremamente safe: non
necessita, se non nei casi estremi, di aghi e non evoca scenari da
Hiv, non dà dipendenza fisica, per cui gode di buona fama, nel
tam tam della piazza.
Ad aiutare poi i
pusher nel loro smercio, come se ce ne fosse bisogno, si aggiunge
la disinformazione corrente che ama gridare al lupo. Dipingere a
tinte fosche un mondo e uno stile di vita che già di per sé ha
una certa presa sui ragazzi non è esattamente un buon deterrente.
Stimola e non poco la curiosità. E allora giù pastiglie. La
madre a casa prende il Prozac e in una pillolina esaurisce le
proprie ansie. Loro con Adam risolvono in fretta e alla grande
qualche problema di identità, in parte fisiologico, dovuto
probabilmente al periodo di crescita che attraversano, in parte
indotto (dalla pubblicità? dalla Tv? dal cinema? dal mondo?).
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