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Nella morsa del ragno

 

Titolo originale: Along came a spider

Nazione: Usa   Anno: 2001   Genere: Thriller   Durata: 104'

Regia: Lee Tamahori

Sito ufficiale: www.alongcameaspidermovie.com

Cast: Morgan Freeman, Monica Potter, Michael Wincott, Dylan Baker, Penelope Ann Miller.

Produzione: David Brown Productions, Paramount Pictures, Phase 1 Productions, Revelations Entertainment.

Distribuzione: Eagle Pictures

 

Morgan Freeman torna a vestire i panni del detective Alex Cross ("Il Collezionista") in una pellicola tratta dal romanzo "Along Come a Spider" di James Patterson. Questa volta il Detective Cross è alle prese con il rapitore della figlia di un senatore degli Stati Uniti: Gary Soneij (Michael Wincott / "Strange Days"). Nella difficile partita con Soneij, Cross è affiancato da una bella agente dei Servizi Segreti: Jezzie Flannigan (Monica Potter / "Patch Adams") che peraltro risulta colpevole di negligenza nel proteggere la figlia del senatore. Null'altro si può dire sulla trama senza levare allo spettatore il "gusto del giallo".

Il thriller, ben orchestrato registicamente da Lee Tamahori ("Once Were Warriors") si snoda sul piano psicologico e del confronto tra cacciatore e preda, piuttosto che su quello della pura azione, anche se non mancano scene abbastanza adrenaliniche.

La recitazione di Freeman, sempre molto pacata, è in grado di coinvolgere lo spettatore proprio grazie al suo modo di fare riflessivo piuttosto che a quello tipico di tanti action-movies hollywooddiani. Forse proprio per questo la Potter sembra essere meno convincente del suo compagno, come imbalsamata in una parte che, peraltro, non è stata sviluppata al maglio dalla sceneggiatura. La pecca fondamentale della pellicola, infatti, è proprio questa: al di là di alcune incongruenze nello sviluppo del plot, lascia perplessi la scelta con cui viene approfondito lo sviluppo psicologico dei personaggi: non si svelano lentamente le motivazioni di ognuno, né si tratteggiano alcuni aspetti dei protagonisti, ma si preferisce indicare direttamente ogni cosa. La sequenza iniziale è sintomatica: presentare Alex Cross come una persona rosa dal rimorso attraverso la spettacolarizzazione della morte della sua collega.

La regia comunque non e' male, anche se la prima scena, quella dell'incidente, e' fatta malissimo, riesce ad andare oltre gli schemi hollywoodiani con buoni colpi di scena senza forzare la mano sui momenti d'azione.

Numerosi sono anche i saccheggi ad altre pellicole miscelando vari generi tra loro (la negoziazione degli ostaggi, il maniaco, il rapimento).

La frase: "Un uomo non è quello che fa, un uomo fa quello che è!
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Patto dei Lupi

Titolo originale: Le pacte des loups   Nazione: Francia   Anno: 2001

Genere: Azione   Durata: 142'

Regia: Christophe Gans

Sito ufficiale: www.lepactedesloups.com

Cast: Samuel Le Bihan, Vincent Cassel, Emilie Dequenne, Monica Bellucci, Jérémie Rénier, Mark Dacascos

Produzione: Richard Grandpierre, Samuel Hadida

Distribuzione: 01 Distribution

 

"Il Patto del Lupi" si basa su un evento storico del 18° secolo: nella provincia del Gévaudan, in Francia, una misteriosa bestia uccise più di 100 persone. Luigi XV organizzò una battuta nella quale fu catturato un lupo che fu quindi dichiarato responsabile dei massacri.

Il regista francese Christophe Gans ("Crying Freeman") rievoca le atmosfere di quel tempo creando le figure di Grégoire de Fronsac (Samuel le Bihan / "Capitan Conan"), una sorta di scienziato-detective e di Mani (Mark Dacascos / "Crying Freeman") uno sciamano indiano incaricati di indagare sulle uccisioni. I due arrivano nella provincia dove tutti credono di essere vittima di una maledizione o di un qualche lupo mannaro. Con l'aiuto del marchese d'Apcher (Jeremie Renier) e dei fratelli Jean Fracois (Vincent Cassel /"I Fiumi di Porpora")e Marianne de Morangias (Emilie Dequenne / "Rosetta") tenteranno di svelare il mistero.

La pellicola, particolarmente ambiziosa, trae i suoi punti di forza sia dal cast, di sicuro richiamo, ma anche dall'incredibile atmosfera frutto delle curatissime scenografie, e dell'eccellente fotografia. Lo stile di Gans richiama quello di John Woo soprattutto nel montaggio e nella costruzione degli scontri, ma con una cura all'aspetto dell'immagine e della scenografia che si rifanno alla scuola europea. Ogni particolare dell'abbigliamento, dell'arredamento e dei luoghi è ricostruito con cura quasi maniacale ed il tutto è reso più vivido dalla scelta delle luci e delle angolazioni di ripresa.

Oltre alla sicura mano del regista, da segnalare la splendida fotografia e lo stato di grazia di gran parte del cast, Bellucci compresa.

Anche la commistione di generi, l'investigativo, il film in costume e l'action movie, risulta ben equilibrata. È comunque chiaro che specialmente la figura di Mani (un esperto di arti marziali animato da una filosofia quasi "new-age") è stata inserita strizzando l'occhio alla spettacolarizzazione ed al pubblico più giovane.

Un unico appunto finale, se Gans non ci avesse fatto vedere "la bestia", come peraltro insegna il “manuale del thriller” (vedi "Alien"), il risultato sarebbe stato sicuramente superiore. Lo stesso Arthur Conan Doyle ne "Il Mastino dei Baskerville" ci descrive la realtà solo nelle ultime pagine
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spy Game

 

Titolo originale: The Spy Game   Nazione: Gran Bretagna/USA   Anno: 2001

Genere: Azione/Thriller  

Regia: Tony Scott

Sito ufficiale: www.thespygame.net

Cast: Robert Redford, Brad Pitt, Catherine McCormack

Produzione: Beacon Communications LLC, Red Wagon Entertainment, Zaltman Film

Distribuzione: Medusa

 

Con la caduta del muro ed il nuovo assetto geopolitico sia la letteratura che il cinema hanno perso una delle loro più grandi fonti di ispirazione: lo spionaggio.

Ormai i nuovi lavori incentrati su questo tema sono tutti all'insegna della spettacolarità, della tecnologia e dei corpi speciali invincibili, ma essenzialmente hanno perso quel tocco umanizzante che li rendeva così affascinanti. Lo scontro di menti geniali, il faccia a faccia costituito essenzialmente di trucchi, finte, inganni e doppio gioco.

Qualcosa si era riassaporato con "Ronin", ma finalmente "Spy Game" è in grado di restituirci quel gusto perduto. Che poi vedendo l’esito disastroso sia degli attentati terroristici sia della giustizia infinita che ne deriva, dovrebbe essere una strada da tenere molto più in considerazione anche dalle democrazie occidentali...

Ovviamente ci troviamo all'inizio degli anni novanta, quando Tom Bishop (Brad Pitt /"Ocean's Eleven") viene catturato in Cina durante un'operazione sotto copertura per la CIA. La situazione particolarmente delicata, alla vigilia di un meeting commerciale con il Governo cinese, induce i vertici dell'Agenzia a valutare l'opzione di abbandonare Bishop al suo destino. L'opzione, però, va avallata da Nathan Muir (Robert Redford / "L'Uomo che Sussurrava ai Cavalli"), il suo ex-comandante.

Muir è ormai disincantato dal suo lavoro, alle soglie della pensione e questa "grana" non è certo il regalo d'addio che si aspettava.

Tony Scott ("Nemico Pubblico") dirige al meglio la pellicola nonostante sia un regista spesso associato a film d'azione, ma il fratello del più rinomato Ridley è ormai decisamente cresciuto. I numerosi flashback, che ripercorrono la carriera di Bishop, brillano per l'ottima scelta di "filtrarli" attraverso luci diverse che ne sottolineino al meglio il periodo storico. Il Vietnam del '75 è così dominato da toni gialli, quasi da documentario d'epoca, mentre i primi anni ottanta di Berlino sono virati su un blu freddo ed impersonale. La Beirut dell'ottantacinque invece è ripresa con colori caldi ed uno stile da reportage della CNN. In tutte queste occasioni, sapientemente gestite, la cinepresa di Scott ruota intorno ai personaggi o corre parallelamente a loro, a volte in modo febbrile e convulso, a sottolinearne la tensione e lo stato d'animo, in palese contrasto con l'atmosfera degli uffici dell'Agenzia dove tutte sembra asettico e soltanto un orologio scandisce il tempo che trascorre verso il drammatico finale.

La presenza di Robert Redford è ormai quasi sinonimo di una garanzia sulla qualità del lavoro, infatti lo sceneggiatore ha mostrato una particolare cura sia nei dialoghi sia nel tessere una trama di intrighi dove ognuno sembra giocare la sua partita personale cercando di sfruttare al meglio appoggi e traballanti alleanze. Una piacevole notizia è stata scoprire un Pitt finalmente convincente e non il classico attore di gesso di molti suoi precedenti lavori. Redford, benché palesemente invecchiato dai tempi del "Condor", è sempre avvolto dalla sua aura di indiscusso carisma.

Finalmente l'allievo e il maestro si confrontano sul piano della recitazione, e abbiamo l'esempio di come due generazioni lontane di attori non siano mai state così vicine! Per vedere il film basterebbe come pretesto la magistrale colonna sonora di Harry Gregson, già autore delle musiche del celebre Metal Gear solid, videogame. La migliore spy story degli ultimi dieci anni.

 

La frase: "Bisogna fare gioco di squadra." "Quando il mio allenatore diceva così

 finivo in panchina!"

Curiosità: Il personaggio di Brad Pitt si chiama Tom Bishop, ne "I Signori della

Truffa" anche Robert Redford si chiamava Bishop
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Signore degli Anelli

 

Titolo originale: The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring

Nazione: Nuova Zelanda/Usa   Anno: 2001  Genere: Avventura/Fantasy   Durata: 178'

Regia: Peter Jackson

Sito ufficiale: www.lordoftherings.net

Sito italiano: www.ilsignoredeglianelliilfilm.it

Cast: Elijah Wood, Ian McKellen, Viggo Mortensen, Christopher Lee, Liv Tyler, Cate Blanchett.

Produzione: New Line Cinema, The Saul Zaentz Company, WingNut Films.

Distribuzione: Medusa

 

"Tre anelli al Re degli Elfi sotto il cielo che risplende...".

Il film inizia con una voce penetrante che recita questi versi posti da J.R.R. Tolkien all'inizio della sua trilogia.

Siamo convinti che questo è ciò che tutti quelli che hanno letto e amato il libro di Tolkien intimamente speravano. Accostandoci all'evento il timore crescente era quello di veder sacrificato lo spirito profondo dell'opera letteraria in nome di una spettacolarizzazione tecnologica dove gli effetti speciali la facessero da padrone sulle componenti interiori della storia di Tolkien.

Peter Jackson ("Creature del cielo", "Sospesi nel tempo") non ha deluso tutti coloro che attendevano l'uscita di questo film. Il regista neozelandese ha amato la trilogia di Tolkien e si vede. Il vincitore di questa scommessa è certamente lui. Jackson è riuscito pienamente nell'impresa di riprodurre fedelmente le ambientazioni e le emozioni del libro. Ottima la scelta degli interpreti: Ian Holm ("I vestiti nuovi dell'Imperatore") nella parte di Bilbo sembra nato per recitare questo ruolo, Elijah Wood ("The war") è un Frodo ingenuo ma determinato, Ian McKellen ("X-Men") rende il personaggio del mago Gandalf con maestria e le giusta ironia, eccezionale Christopher Lee ("La leggenda di Sleepy Hollow") nei panni di Saruman il traditore, così come azzeccatissimi sono gli interpreti degli umani Aragorn (Viggo Mortensen, "Soldato Jane") e Boromir (Sean Bean, "Ronin"). Anche le scelte più difficili, quelle riguardanti le attrici che avrebbero dovuto interpretare gli elfi femmina sono state felici. Sia Liv Tyler ("Io ballo da sola"), sia Cate Blanchett ("Elizabeth") forniscono una grande prova riuscendo a cogliere nei personaggi quella velata impalpabile malinconia così ben delineata nel libro.

Ma Jackson dà il meglio di sé nella ricostruzione degli ambienti.

La paciosa e serena "Contea", il paese degli Hobbit, le eteree e slanciate città degli elfi, la terribile ed agghiacciante Moria, la miniera all'interno di una gigantesca montagna: il regista riesce a trasmettere allo spettatore la giusta atmosfera cogliendone la intrinseca essenza e l'intimo legame con i personaggi che abitano quei luoghi fantastici.

Come detto, Jackson ha amato il libro e ne ha colto la filosofia sottesa. La brama per il potere, la caducità e la debolezza dell'uomo, l'invidia ma anche l'amicizia, la solidarietà, l'eroismo: tutti concetti che il regista ha ben presente e che rappresenta alternando momenti esaltanti e commoventi, drammatici e appassionanti, ben sottolineati dalla musica di Howard Shore.

Ma il film è anche e soprattutto una meravigliosa favola emozionante.

Fughe spericolate e combattimenti all'ultimo sangue, momenti di apprensione e di paura, scene di coinvolgente vigoria si susseguono nel film rendendone la visione sempre interessante nonostante le due ore e 45 minuti della sua durata e dove l'uso degli effetti speciali è misurato e ben calibrato. Fra le scene più esaltanti segnaliamo la fuga dalla miriade di orchi delle caverne ed il combattimento di Gandalf contro il terrificante Balrog, sequenze da antologia.

Anche la cura, quasi maniacale, dei particolari, così cara a Tolkien, è stata attentamente seguita da Jackson. Valga come esempio l'ostinazione con cui il regista ha preteso che gli attori "elfici" imparassero l'idioma elfico (inventato dallo stesso Tolkien) affinché recitassero in quella lingua. Il suo volere è stato rispettato, gli attori elfi recitano in elfico e le loro battute sono sottotitolate!

Ultima curiosità: il film è stato girato in alcuni studi cinematografici posti a pochi chilometri dall'abitazione di Jackson e la cittadina è stata ribattezzata "Middlehearth", "Terra di mezzo".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Apparenza Inganna

 

Titolo originale: Le Placard 

Nazione: Francia   Anno: 2000   Genere: Commedia   Durata: 84'

Regia: Francis Veber

Sito ufficiale: www.leplacard-lefilm.com

Sito italiano: www.lapparenzainganna.it

Cast: Daniel Auteuil, Gérard Depardieu, Thierry Lhermitte, Michèle Laroque, Michel Aumont, Jean Rochefort.

Produzione: EFVE, Gaumont, Le Studio Canal+, TF1 Films Productions.

Distribuzione: Filmauro

 

"L'abito non fa il monaco" o per dirla come Francis Veber "L'apparenza inganna". Succede spesso infatti che lo sguardo degli altri ci imponga una visione di noi stessi totalmente diversa, con la quale però siamo costretti a fare i conti; come un abito di taglia diversa che in alcune occasioni siamo costretti ad aggiustarci addosso. È ciò che accade a François Pignon.

Mollato dalla moglie e ignorato dal figlio diciassettenne, che lo considera noioso e banale, deve subire l'affronto di un licenziamento dopo 20 anni di onorato servizio. E così il povero Pignon, insulso e insignificante ometto che nessuno nota e tutti dimenticano, riflette seriamente sulla possibilità di suicidarsi: ma il nuovo vicino di casa gli viene in aiuto con una soluzione piuttosto ingegnosa. L'idea prevede che Pignon finga di essere omosessuale per rendere così impossibile alla sua azienda, produttrice tra le altre cose di preservativi, di licenziare un impiegato di questa "natura", senza rischiare ritorsioni sindacali o peggio. Venuti a conoscenza della "verità", tutti i suoi colleghi cominciano a guardare Pignon diversamente e l'eterosessualità banale e scialba di ieri si trasforma nell'omosessualità curiosa ed interessante di oggi.

L'Apparenza inganna. Davvero, perchè nessuno si sarebbe mai aspettato un film così intelligente, divertente e triste allo stesso tempo da Veber, anche regista de "La cena dei cretini". Il tema del film, serissimo, è quello di un mondo che non più si definisce discriminatorio e che forse lo è più di prima. Tenerissimo, quindi, e contemporaneamente molto più cattivo di quanto sembra.

Francis Veber dopo il grande successo dello scorso anno ottenuto con "La cena dei cretini" torna con un'altra esilarante commedia. Il suo è un eroe sui generis: un uomo comune a cui la natura non ha regalato molto e nella folla passa inosservato: ha un aspetto innocuo e il tono della sua voce resta sempre lo stesso; raramente dà le sue opinioni perché sa che nessuno l'ascolterebbe. Ma come per ogni uomo c'è anche per lui il momento della riscossa che lo riscatta dall'insulsaggine della vita condotta fino a quel momento. Questi uomini diventano grandi come dice lo stesso Veber, se "illuminati dal sole del marciapiede".

Un commento musicale che ricorda le commedie francesi anni '50/60, curata dall'imprescindibile Vladimir Cosma, ci introduce all'avventura umana di Pignon e il ritmo non perde mai un colpo. I personaggi si trasformano in corso d'opera, come lo sgradevole smargiasso Santini, direttore del personale interpretato da Gèrard Depardieu, che diventa una mammoletta, sensibile e affettuoso proprio con l'uomo che qualche giorno prima voleva crudelmente licenziare. Attraverso la sua presunta omosessualità Pignon riesce a riconquistare l'interesse del figlio con il quale finisce per fumare spinelli dopo una cena a base dei soliti "spaghetti alla piratesca".

Passata la tempesta della novità e di tutti i cambiamenti, tornato l'equilibrio nell'azienda e nella propria vita, l'uomo comune/Pignon si è inesorabilmente trasformato perché, per sua stessa ammissione "da quando passo per gay ho cominciato a sentirmi più uomo".

Un cast d'attori di provata bravura e professionalità che seguono il ritmo incessante della commedia alla Veber: una attenta osservazione della realtà, della vita e di tutte quelle "avventure" con le quali quotidianamente e senza troppo lamentarci siamo costretti a misurarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vanilla Sky

 

Titolo originale: Vanilla Sky   Nazione: Usa   Anno: 2001

Genere: Romantico/Thriller   Durata: 135'

Regia: Cameron Crowe

Sito ufficiale: www.vanillasky.com

Sito italiano: cinema.iol.it/vanillasky

Cast: Tom Cruise, Penélope Cruz, Kurt Russell, Cameron Diaz.

Produzione: Cruise-Wagner Productions

Distribuzione: Uip

 

Se n'è parlato tantissimo, fin dai primi ciak, sopratutto perché ha segnato la fine del matrimonio Cruise/Kidman e l'inizio della nuova e attuale unione Cruise/Cruz. Simili avventure cinematografiche sono all'ordine del giorno, non ultima quella fulminea tra Meg Ryan e Russell Crowe, dissipatasi però come fumo al vento alla fine delle riprese.

Il remake di "Apri gli occhi" di Cameron Crowe non è comunque all'altezza del suo originale, diretto dall'allora venticinquenne regista ispano-cileno Alejandro Amenabar; paradossalmente neppure Penelope Cruz è all'altezza dello stesso ruolo che in quella versione aveva interpretato.

In nome dell'amore viene stravolta la costruzione frammentaria con cui avanza il film di Amenabar, perdendo la sensazione claustrofobica e inquietante del racconto, per trasformarsi in una storiella piuttosto banale.

Crowe elimina tutti gli incessanti spostamenti temporali di Amenabar, liberando i protagonisti dalle oscure e pesanti atmosfere e facendoli volteggiare nel cielo color vaniglia di un dipinto di Monet. E i due ne approfittano talmente da trasformarsi in ridicole marionette ammiccanti e saltellanti.

Il David Aames di Tom Cruise è un affascinante dirigente di una casa editrice di New York, che vive in un appartamento grande quanto una villa, ha pochissimi amici veri e ancora meno amori. Assidua frequentatrice del suo letto è Julie Gianni, segretamente innamorata del bel manager ma decisamente non corrisposta; soprattutto quando nel giorno del suo compleanno David incontra Sofia Serrano, ballerina spagnola arrivata da poco nella Grande Mela. La storia d'amore tra i due è intensa ma brevissima: David resta sfigurato a seguito di un gravissimo incidente di macchina in cui Julie muore. Nella rabbia forsennata della solitudine in cui si nasconde, perde Sofia e l'amico più caro ma intraprende un viaggio "di sogno" alla ricerca della sua anima.

Il rompicapo "costantemente sul filo del sogno" di Amenabar, si trasforma in una storia tra realtà e fantascienza, in cui tutto è sottoposto alla ricerca dell'amore perfetto, sognato e ricostruito dal protagonista attraverso i ricordi d'infanzia, le immagini consolatorie dei film di Frank Capra e le copertine di dischi.

Una nota di merito alla colonna sonora che, seppur prenda troppo spesso la scena, è bellissima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Santa Maradona

Titolo originale: Santa Maradona

Nazione: Italia   Anno: 2001   Genere:  Commedia

Regia: Marco Ponti

Cast: Stefano Accorsi, Anita Caprioli, Mandala Tayde, Libero De Rienzo

Distribuzione: Mikado

 

Straordinari i titoli di testa del film d'esordio di Marco Ponti con i quali raccoglie e presenta tutti i più bei gol del grande "napoletano" Maradona, mentre le note della canzone di Manu Chao "Santa Maradona" ne rafforza le immagini.

Purtroppo però la pellicola di Ponti potrebbe essere fatalmente annoverata nella lista di film italiani sui trentenni o quasi, poco produttivi e poco concreti che ancora chiedono a se stessi cosa devono fare della propria vita.

Andrea laureato in lettere con alcune fidanzate e molte speranze ha due cari amici che lo seguono e condividono le incertezze della sua vita che langue su dei binari che sembrano morti: Bart suo coinquilino, "anomalo" giornalista che copia gli articoli di sconosciuti giornali di provincia e li pubblica con il proprio nome e Lucia, italo-indiana con una travagliata vita sentimentale.

Saltando da un colloquio di lavoro all'altro, Andrea si innamora perdutamente di Dolores contro la quale sbatte un pomeriggio mentre si precipita correndo ad un appuntamento con l'ennesimo direttore del personale. Una storia d'amore improvvisa e appassionata che paradossalmente sarà d'aiuto a tutti i protagonisti, spingendoli a ritentare il salto: inventarsi un nuovo futuro e cambiare tutto ciò che non piace.

Purtroppo il film soffre molto del grande successo de "L'ultimo bacio". I ritmi concitati e la visione del mondo dei quattro protagonisti sono decisamente troppo vicini a quelli proposti dal film di Muccino. Stefano Accorsi sembra ripetersi con il personaggio di Andrea: i suoi dubbi e le sue incertezze non si discostano molto da quelle di Carlo. I dialoghi, molto vicini alle elucubrazioni mentali senza capo né coda di molti intellettuali, non rendono facile l'impresa e in alcuni momenti quei lunghi discorsi fanno perdere la necessaria naturalezza agli interpreti.

Ma l'avventura dei quattro avanza rapidamente tra battute salaci e divertenti, fino alla discussione urlata tra Andrea e Bart, che si vomitano addosso verità dure e anche un po’ dolorose. La loro amicizia però è un sentimento vero, e li ritrova seduti sul divano davanti alla televisione, senza rancore anzi con in più la voglia di cambiare il corso delle cose.

Il cast di giovani attori dimostra ancora una volta che il panorama cinematografico italiano è pieno di ottimi elementi e fa ben sperare. Il regista debutta con una certa padronanza dei mezzi e seppure la sua sceneggiatura manchi di una storia vera e originale, l'insieme di battute e momenti comici copre assai bene queste mancanze.

comunque il migliore è lui....BART, il nullafacente e il fannullone di turno....lo è in effetti...ma se il far nulla produce certe riflessioni sulla vita....allora mettiamoci tutti in ferie e ....meditiamo!!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Brucio nel vento

Titolo originale: Brucio nel vento

Nazione: Italia/Svizzera   Anno: 2001

Genere: Drammatico   Durata: 120'

Regia: Silvio Soldini

Sito ufficiale: www.brucionelvento.it

Cast: Ivan Franeck, Barbara Lukesovà, Caroline Baehr, Ctirad Gotz, Cecile Pallas.

Produzione: Albachiara, Rai cinema, Vega Film, Tele+.

Distribuzione: 01 Distribution

 

"Nato in un villaggio senza nome di un paese senza nome", Tobias Horvath vive da dieci anni in Svizzera e lavora in una fabbrica di orologi. Nella ripetizione estenuante degli stessi gesti un giorno dopo l'altro, Tobias vuole dimenticare la sua infanzia.

Fuggito dal villaggio e dal paese dopo aver pugnalato il padre naturale, Tobias si rifugia in Svizzera dove cambia identità. Ma il senso di colpa si mescola saldamente al desiderio di espiazione e la sua vita si trasforma in un incubo ossessivo. Le attenzioni della romantica Yolande o della passionale Eve non riescono a fargli dimenticare il profondo tormento al quale tenta di sopravvivere. Si rifugia nella scrittura e nella lettura e aspetta con sicurezza testarda l'arrivo della donna dei suoi sogni che insiste a chiamare "Line".

Tratto dal romanzo della scrittrice ceca Agota Kristof "Ieri", l'ultima fatica di Soldini è lontana miglia dai toni da commedia del suo precedente "Pane e tulipani". Ispirato dalla durezza e dalla secchezza dello stile della Kristof, il regista racconta una storia di amore e passione dai risvolti ossessivi, ambientata nel mondo degli immigrati in un paese estraneo come la Svizzera che con i suoi ritmi implacabili rende impossibile l'aspirazione ad una nuova appartenenza. Modificato il finale punitivo della Kristof in una conclusione in cui si fa strada la speranza per Tobias e Line di una vita finalmente diversa, Soldini resta troppo affascinato dalla lentezza raggelante delle atmosfere letterarie. Contrariamente all'opera della sua ispiratrice non riesce a trasmettere lo stesso pathos, e la stasi degli eventi non crea la tensione che invece si stabilisce con intensità sempre crescente tra le pagine del romanzo.

Girato in Svizzera, Cecoslovacchia e in parte in Liguria, più degli attori, il cui lavoro non si distingue e resta ai limiti della normalità, ci sentiamo di portare l'attenzione allo straordinario lavoro interpretativo dei doppiatori italiani tra i quali spiccano nomi come Fabrizio Gifuni, Licia Maglietta e Giuseppe Battiston.

 

L’intervista

È la prima volta che utilizza una sceneggiatura non originale per il suo film, perchè?

Perché è la prima volta che mi colpisce tanto la lettura di un libro. Mi ha fatto sentire impellente il desiderio di raccontarlo a modo mio, con le mie immagini.

Cosa l'ha colpita del romanzo di Agota Kristof?

Due cose principalmente. Volevo fare un film con un personaggio maschile che fosse protagonista dall'inizio alla fine, e l'uomo forte e insieme fragile di cui parlava la Kristof era esattamente ciò che cercavo. La seconda cosa che mi ha colpito è stato il suo stile, secco asciutto, senza fronzoli, e semplice solo all'apparenza. Condivido molto quello che ha detto Lodoli: "Duro come una pietra".

Secco e duro ma anche surreale, difficile da trasporre sullo schermo insomma!

È stato indubbiamente complesso riuscire a ripensare l'essenzialità e visionarietà del romanzo in immagini. Oltretutto volevo evitare a qualsiasi costo di cadere nella trappola del "neo-realismo" e ridicolizzare tutta l'operazione.

Perché ha modificato il finale del romanzo?

Non me la sono sentita di conservare un finale così punitivo. Soprattutto perché durante la scrittura della sceneggiatura avevamo modificato il personaggio femminile, che si fa via via più forte e tenace fino a prendere in mano le redini della relazione con Tobias e scegliere di stare con lui. In questa ottica il finale tragico non aveva senso. Nel romanzo invece l'azione è mandata avanti esclusivamente dal personaggio maschile e quel tipo di finale era giustificato.

Il film concorre al Festival di Berlino...

Si, e ne sono particolarmente felice. Dopo aver partecipato ai Festival di Cannes e di Venezia, Berlino mi sembra un bel coronamento. Oltretutto mi preme molto vedere in prima persona il riscontro del pubblico a questo film. "Pane e Tulipani" è andato benissimo in Germania lo scorso anno, ha avuto un enorme successo incassando persino più che in Italia. Credo ci sia una certa attesa per questo film.

A proposito di "Pane e Tulipani", perché è tornato a film diciamo più "seri"?

A dire la verità l'idea di "Brucio nel vento" è venuta ancor prima che intraprendessi "Pane e tulipani". Avevo letto il romanzo della Kristof subito dopo l'uscita de "Le acrobate" e insieme a Doriana (Leondef co-sceneggiattrice) abbiamo deciso che sarebbe stato quello il film successivo. Non avevo voglia di aspettare: le co-produzioni internazionali spesso impongono tempi molto lunghi e io sentivo forte la necessità di realizzare qualcosa di più leggero. Così ci siamo "fermati" un po’ con "Pane e Tulipani" con l'idea di riprendere il progetto subito dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alì

Titolo originale: Alì

Nazione: Usa   Anno: 2001

Genere: Azione/Drammatico  

Regia: Michael Mann

Sito ufficiale: www.spe.sony.com/movies/ali

Cast: Will Smith, Jamie Foxx, Jon Voight, Mario Van Peebles, Ron Silver, Jeffrey Wright, Mykelti Williamson

Produzione: Paul Ardaji, A. Kitman Ho, James Lassiter, Michael Mann, Jon Peters

Distribuzione: Cecchi Gori

“Io sono il più grande. Sono molto cattivo!”.

Il 30 ottobre del 1974 Cassius Clay alias Muhammad Alì, affrontava a Kinshasa, capitale dello Zaire, l'attuale detentore della corona dei pesi massimi George Foreman. Fu un incontro di rilevanza planetaria, giudicato leggendario dai cultori della nobile arte della boxe. Alì combatté Foreman, più giovane e più potente di lui, con le armi dell'intelligenza e dell'astuzia. Sfiancò l'avversario che come un toro continuava a caricare Alì alle corde che incassava una gragnola di colpi senza battere ciglio, finché come un navigato matador non inflisse una serie di pugni allo sfinito Foreman che crollò a terra senza più rialzarsi.

Alì aveva vinto.

Aveva vinto contro coloro che in patria non accettavano la sua diversità, aveva vinto contro coloro che lo avevano osteggiato togliendogli la cintura di campione del mondo dopo il suo rifiuto di partire per il Vietnam a combattere i Viet-Cong, aveva vinto contro coloro che gli avevano impedito di combattere. Ma soprattutto aveva vinto per il popolo degli schiavi neri di cui si professò discendente, aveva vinto per quei milioni di persone che a Kinshasa lo avevano eletto come loro rappresentate universale.

Pochi come Michael Mann riescono a caricare di tensione una scena, una sequenza di inquadrature, con la sapiente combinazione di primi piani, parole, dettagli, musiche, luce e movimenti. Il regista di "Heat" e "The Insider" è un maestro nel creare emozioni forti che coinvolgono lo spettatore facendolo entrare in sintonia con la storia che si racconta. Tensione emotiva e grande carica passionale che, si nota, riesce a trasferire anche agli attori che lavorano con lui. Siamo certi che, dopo aver fatto la fortuna di Russel Crowe, chiamato da Mann ad interpretare il protagonista di "The Insider", questa volta il beneficiato sarà Will Smith ("Nemico pubblico", "Men in black") autore di una prova superlativa. Il giovane attore nero abbandona quel ghigno da ragazzetto furbo regalandoci una serie di espressioni che vanno dal malinconico al divertito dall'irriverente al conciliante. Alì, campione di cazzotti, ma anche campione di parole, dotato di qualità affabulatorie che mai ti aspetteresti da un nero del Michigan. Smith rende con veemenza e scioltezza queste caratteristiche ed è un piacere ammirarlo nel confronto dialettico, a base di battute e facezie, con Howard Cosell, il telecronista della ABC (un Jon Voight in forma straordinaria). È stimolante assistere al suo rapporto con Malcolm X (Mario Van Peblees) che gli svelerà le rivelazioni dell'Islam.

 

Micheal Mann è uno dei più grandi registi viventi, la rappresentazione cinematografica di un mito è un'operazione delicata e difficile da realizzare senza sconfinare nella retorica. Il mito incarna il sogno di un'intera generazione. Questo è ancora più vero quando questo mito si chiama Mohammed Ali, perchè allora è tutta la frustrazione di una società che si libera e si fa reale. Ali, al pari di Malcom X e di Martin Luther King, ha rappresentato la presa di coscienza da parte degli afro-americani delle proprie origini e della propria cultura come elementi valorizzanti e non penalizzanti. Un uomo che per lottare in quello in cui credeva ha perso gli anni migliori della sua carriera di pugile... "I Vietcong non mi hanno fatto niente...mai nessuno di loro mi ha chiamato negro" questo il suo pensiero sulla guerra del Vietnam. L'accademy ha dimostrato poca attenzione al lavoro di Mann, riconoscendo solo a Smith e Jon Voight (irriconoscibile nella parte del famoso giornalista della ABC Howard Cossell) la meritata nominations all'ambita statuetta. Il film di Michael Mann ripercorre i dieci anni della vita del Campione che ne hanno fatto una leggenda dello sport e un leader della comunità nera americana: dal 1964, quando diventa per la prima volta campione del mondo (battendo un grande Sonny Liston), fino allo storico incontro di Kinshasa contro Foreman, avvenuto nel 1974. E' essenzialmente un film fatto di primi piani, sul volto intenso di Will Smith. Un film fatto di dettagli: le scarpette che danzano sul ring, un paradenti che cade, una piega di un vestito, i guantoni, i muscoli, il sudore, ma soprattutto gli sguardi. Quelli di Alì e quelli delle persone che gli stanno intorno : di donne, di allenatori, di amici, di nemici. Straordinaria prova d'attore di Will Smith, con una sceneggiatura ridotta all'osso Mann ci regala momenti di grande cinema. Anche la vita privata del Campione e le sue tante mogli sono descritte in modo molto fugace. La musica viene usata per accentuare alcuni passaggi chiave ma senza sovrapporsi alla storia, senza essere retorica. Anche i combattimenti sono straordinariamente veri, più dell'azione contano la fatica e i pensieri.

Mann ha una capacità innata di vedere le immagini associate alla musica: dopo aver visto i suoi film si esce dalla sala con la colonna sonora che ti resta nella mente. Soul, blues, jazz, funky sono la colonna sonora di questa storia “di un personaggio reale con attorno personaggi sempre più irreali”.. Non era facile raccontare la vita di Alì, era una scommessa troppo rischiosa con tutti quei tranelli nei quali si poteva cadere (ad esempio il vittimismo esasperato), ma il regista e tutti i collaboratori l'hanno vinta con pieno merito anche grazie ad una sceneggiatura millimetrica capace di mantenere sempre un ottimo ritmo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A beautiful mind

Titolo originale: A beautiful mind

Nazione: Usa   Anno: 2001   Genere: Drammatico/Romantico   Durata: 134

Regia: Ron Howard

Sito ufficiale: www.abeautifulmind.com

Cast: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Ed Harris

Produzione: Brian Grazer, Ron Howard

Distribuzione: UIP

Abbandonati da tempo i panni di gladiatore e dimenticati quelli del nerboruto ex soldato, poi agente esperto in rapimenti e riscatti, Russel Crowe ritorna ai ruoli di composizione e ancora una volta come fu per "Insider" riceve una nomination agli Oscar.
Diretto da Ron Howard, Crowe interpreta la difficile vita di un genio matematico, il premio Nobel John Forbes Nash Jr.

Ammesso nel 1947 con una borsa di studio al corso di specializzazione post laurea in matematica dell'esclusiva Università di Princeton, Nash è letteralmente ossessionato da un unico pensiero: trovare un'idea veramente originale. Sebbene all'interno del dipartimento di matematica ci sia una grande competitività, Nash non se ne preoccupa concentrato com'è sul suo unico proposito.

A soli 22 anni, dopo aver sovvertito, contraddicendola, la teoria dei giochi di Adam Smith, padre dell'economia moderna, John Nash diviene l'astro nascente della "nuova matematica", tanto da vedersi offerto l'ambitissimo posto di ricercatore e professore all'università.

Ma gli impegni universitari e il progetto top secret di decodifica di alcuni codici segreti, affidatogli dall'agente governativo William Parcher, conducono rapidamente il giovane genio alla schizofrenia. Una interpretazione indubbiamente straordinaria, quella di Crowe, sebbene non sia affatto supportata da una regia se non originale, almeno vivace. A parte il comprensibile momento di tensione della scoperta della propria malattia, il resto della storia, nonostante la sua eccezionalità, viaggia su binari piuttosto ovvi, in cui l'intensità della recitazione dei protagonisti, nessuno escluso, non riesce a sollevarne le sorti.

La lotta impari di Nash contro la sua malattia e lo scontro tra ragione e follia che non avrà mai realmente fine, sono trattati come brevi e fugaci momenti della vita di un uomo dalle doti eccezionali.

Il controllo che Nash riuscì ad avere con il solo aiuto della propria forza di volontà sui personaggi che la sua mente malata continuava a mantenere vivi, è ridotto a poche immagini e solo l'intensa partecipazione di Crowe riesce a tratti a coinvolgere.

La straordinaria storia di coraggio e di amore, sostenuta da una indistruttibile forza di volontà viene così ridotta ad un racconto piatto e banale dal finale commovente.

 

L’intervista

Un personaggio complesso quello di John Forbes Nash. Cosa l'ha aiutata a capire ed entrare meglio nel ruolo?

Considerando la totale assenza di informazioni per il periodo della sua lotta contro la schizofrenia, 35 anni, si trattava soprattutto di costruire la sua vita dividendola in due parti: la sua giovinezza e cioè gli anni prima della malattia e l'età matura. Ho avuto a disposizione solamente 17 fotografie in bianco e nero di Nash da giovane e ho dovuto fare molte ricerche sulla malattia studiando anche i cambiamenti fisici che causa nelle persone colpite. Mi aveva impressionato molto una sua fotografia scattata a 20 anni in una piscina, il suo fisico scattante e muscoloso rivelava una salute sana e robusta. Nelle fotografie di qualche anno dopo, la malattia lo aveva come rimpicciolito, ristretto. Ho preso molti spunti anche dall'autobiografia di Silvia Nasar, e ascoltato i ricordi di alcuni colleghi di Nash.

Sul set ad un certo punto è arrivato il vero John Nash, una fonte di informazioni fondamentale...

Si, certo, ma in realtà quando Nash si è presentato sul set, al 3° giorno delle riprese, avevamo già approfondito molto i personaggi. Inoltre lui era il Nash adulto e ispirandomi a quel modello per il personaggio degli anni universitari avrei anticipato troppo gli elementi della malattia della sua maturità. John Nash veniva spesso a trovarci durante le riprese, passeggiava e si avventurava tra i cavi e le luci del set. Ho avuto molte occasioni per parlare con lui. Succedeva spesso che rispondesse alle domande dopo aver riflettuto a lungo e considerato tutte le diverse opportunità: alcuni di questi episodi mi hanno molto rassicurato sulle deduzioni alle quali ero arrivato prima di incontrarlo, costruendo il personaggio.

Il film di Ron Howard però non considera molti degli aspetti di cui la Nasar parla nella autobiografia...

È chiaro che non si possa riportare una vita intera al cinema, altrimenti impiegheremmo gli stessi 72 anni che Nash ha vissuto. Il film non voleva essere un documento medico e neppure far credere che per risolvere una malattia simile è sufficiente l'amore e l'affetto della famiglia. È il racconto di un processo di guarigione, che il protagonista riesce ad affrontare grazie anche al rapporto affettivo con Alicia. Le scelte di Ron Howard rispetto al libro della Nasar sono sempre state a vantaggio dei personaggi del film. Il successo di pubblico parla da solo. Se ci si sente coinvolti dagli stati mentali di Nash e dalla sua battaglia vuol dire che è stato fatto un buon lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il favoloso mondo di Amelie

 Titolo originale: Le fabuleux destin d'Amélie Poulain

Nazione: Francia/Germania   Anno: 2001

Genere: Commedia   Durata: 120'

Regia: Jean-Pierre Jeunet

Sito ufficiale: www.amelie-lefilm.com

Sito italiano: www.amelie.it

Cast: Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz, Rufus, Yolande Moreau, Artus de Penguern

Produzione: Jean-Marc Deschamps

Distribuzione: BIM

 

Amelie è una piccola e delicata ragazza che vive a Parigi un'esistenza solitaria ed appartata. La sua vita trascorre senza sussulti ed è caratterizzata da una calma piatta. Poi, improvvisamente, quasi per caso, trova qualcosa che le permette di fare del bene ad una persona fino ad allora per lei sconosciuta. Questa apparente insignificante evenienza farà di lei una paladina di tutti i diseredati, deboli, sconfitti, e depressi che gravitano attorno al suo mondo. Come un angelo farà breccia nel mondo di questi paria, anche in maniera indiscreta, con l'intento di recare loro una luce di benevolenza e simpatia, trasformando le loro vite grazie ad una innata e travolgente inventiva e punendo leggiadramente chi approfitta delle disgraziate esistenze altrui.

Questa è Amelie, meravigliosamente interpretata con leggero disincanto dall'esordiente Audrey Tautou, dallo sguardo delicatamente spensierato, uno di quei personaggi il cui spessore e la cui resa rendono nobile l'arte del recitare e l'arte dello scrivere. Un'amica, una tenera amante, una figlia dolce ma attenta, una compagna che sempre vorremmo al nostro fianco per sostenerci e consigliarci. Ma Amelie non è forgiata solo con la sostanza degli angeli, Amelie è anche di carne ed ossa: è dotata di umanità ed è anche umana. Allora, questo suo impegnarsi per gli altri, questo prodigarsi nel dispensare quiete e serenità, diviene per lei un gioco, ora gaio ora crudele, nel quale riuscirà a risolvere anche quelli che sono i suoi personali problemi.

"Il meraviglioso mondo di Amelie" è una di quelle pellicole dove tutte le componenti dell'opera contribuiscono a fornire un risultato più che eccellente. La storia a tratti ricorda le iperboliche storie gravide di personaggi di Daniel Pennac, è raccontata da riprese attentamente studiate, dove i colori assumono connotazioni pregnanti e precise, si eleva per originalità e freschezza: il tutto è magistralmente sovrapposto ad una tonalità scarlatta ricorrente, che evoca non a caso le sfumature del cuore. La caratterizzazione dei personaggi è sempre approfondita e ben resa da dialoghi interessanti e mai banali. La recitazione degli attori, fra i quali spicca Rufus ("Train de vie", "Delikatessen") un attore caro a Jeunet, nei panni di una personaggio caratterizzato da una gelosia ossessiva e maniaca, è di alto livello. Da segnalare che nel cast, in un ruolo importante, vi è anche il regista Mathieu Kassovitz ("I fiumi di porpora", "L'odio").

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No man's land

Titolo originale: No man's land

Nazione: Italia/Belgio/Slovenia/Gran Bretagna

Anno: 2001   Genere: Commedia   Durata: 98'

Regia: Danis Tanovic

Cast: Branko Djuric, Rene Bitorajac, Filip Sovagovic, Simon Callow, Katrin Cartlidge.

Produzione: Counihan Villiers Productions, Fabrica, Man's Films, Noé Productions, Studio Maj/Casasablanca.

Distribuzione: 01 Distribution


"La Terra appartiene a tutti e a nessuno".

Con queste parole Danis Tanovic introduce il suo film, "No man's land", storia di due soldati, un bosniaco e un serbo, bloccati in una trincea abbandonata tra due linee nemiche. Una situazione bizzarra alla quale i due uomini non riescono a far fronte, seppur venga in loro aiuto, infrangendo le regole del non intervento, un coraggioso sergente delle Nazioni Unite.

Il film di Tanovic, premiato a Cannes per la Sceneggiatura, e acquistato nel mondo intero inclusa la Jugoslavia, è una commedia tragica in cui l'ironia e il grottesco della situazione si intrecciano strettamente all'atrocità di quel dramma. "Molti anni fa lessi il racconto di Selimovic: la storia di due cavalieri che arrivati su di un ponte non vogliono lasciare all'altro il passo. Combattono per ore fino a quando esausti non si fermano e, seduti vicini iniziano a parlarsi scoprendo così di conoscere la medesima fanciulla. Recuperate le forze riprendono il combattimento fino ad uccidersi l'un con l'altro".

Laureato in cinematografia a Bruxelles e diplomato al conservatorio di Sarajevo, Tanovic non si limita alla regia per il suo film d'esordio: ne cura la colonna sonora ma soprattutto scrive la sceneggiatura: "I miei professori a scuola insistevano molto sull'importanza della sceneggiatura in un film. Ne sono convinto anche io, non si costruisce senza basi. Beethoven diceva che l'opera di un artista è composta dall'1% di talento e il 99% di lavoro".

Il film di Tanovic non è un film sulla guerra, non accusa né un fronte né l'altro: la sua storia non punta il dito contro chi ha sbagliato. "Non nego le responsabilità e le atrocità commesse nella guerra in Bosnia, il mio voto è indubbiamente contro la violenza. Ma io volevo fare un film di contrasti e disarmonie. I miei personaggi sono gente comune, quasi antieroi, rimasti intrappolati nella guerra". Con questa ottica il regista affronta ogni elemento di quella guerra: l'incomprensione totale dei due protagonisti; la disperazione del sergente francese delle NU davanti all'inutilità della neutralità e alla follia di volerla credere possibile; l'esaltazione dei media davanti ad uno straordinario scoop e la loro totale indifferenza nei confronti della follia omicida che si svolge davanti ai loro occhi.

Ammettendo l'utilità dei media e criticandone al contempo il continuo bombardamento di immagini, Tanovic si dice fiero di essere bosniaco e ritiene inammissibile che alle soglie del terzo millennio metà della popolazione del mondo viva ancora come nel XIV secolo "Bisognerebbe bombardare con libri, videocassette l'Afghanistan, invece di usare bombe, come vorrebbe fare l'America. La cultura apre la mente e avvicina le persone. Ci sono circa 10.000 mine anti-uomo in quel paese: questo significa che non c'è neppure la libertà di camminare".

Gli antieroi di "No man's land" combattono strenuamente come i due cavalieri di Selimovic, scoprono di avere un'amica in comune ma non riescono ad accettare che la guerra non abbia colpevoli. I loro pensieri di vendetta si mescolano a quelli della ragione.

 

Balcani, terra di cineasti

É bellissima da vedere questa terra di nessuno, finché la telecamera si limita a carrellate sull'azzurro del cielo o sulle infinite tonalità di verde della campagna. Un bozzetto bucolico finchè non irrompe l'uomo, col fragore cieco dell'odio. Da dove nasce? Chi potrà fermarlo? Nessuno. Nessuna risposta, se non quelle di circostanza di militari-burocrati. La forza del film è nell'efficacia del simbolo: tre uomini in stallo in una terra di nessuno, uno disteso su una mina innescata che nessuno sa come disinnescare, due a fronteggiarsi senza sapere perché, nonostante condividano persino una ragazza. Per un attimo l'attenzione dei media sembra gettare un fascio di luce su una vicenda segnata, suscitando l'interesse di facciata delle forze di pace dell'Onu. Ma poi vince la vendetta e la mina non si può disinnescare. La Bosnia contesa, le responsabilità impossibili da accertare, l'immobilismo e l'impotenza delle organizzazioni internazionali, l'effimero e cinico sensazionalismo dei media: tutto questo è stato il conflitto dei Balcani e trova, in quest'opera, mirabile sintesi poetica.

Una storia che mescola ironia e tragicità per mostrarci le crudeltà degli uomini, di qualunque etnia o nazionalità essi siano.

Raccontare la crudeltà e l'assurdità della guerra nello spazio angusto di una trincea con tre soli personaggi è un'intuizione brillante. La sceneggiatura del film è esemplare, una lezione di scrittura. La regia è efficace, gli interpreti impressionanti. Mai desiderio di pace e di serenità ha trovato immagini così dolorose. Dopo Underground e Prima della pioggia, la dissoluzione della ex-Jugoslavia partorisce un altro capolavoro, venato di dolorosa ironia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi chiamo Sam

 

 

Titolo originale: I am Sam

Nazione: Usa   Anno: 2001   Genere: Drammatico   Durata: 132'

Regia: Jessie Nelson

Sito ufficiale: www.iamsammovie.com

Cast: Sean Penn, Michelle Pfeiffer, Dakota Fanning, Doug Hutchison, Laura Dern

Produzione: Marshall Herskovitz, Jessie Nelson, Richard Solomon, Edward Zwick

Distribuzione: Nexo

 

 

Le piccole grandi convinzioni di chi vede molto cinema sono le più disparate: tra queste quella secondo la quale i grandi attori, prima o poi, si devono cimentare in un ruolo difficile come quello del "down" per avere il plauso della critica e ... ambire ad un oscar. L'ha fatto De Niro ("Risvegli"), l'ha fatto Hoffman ("Rain Man") ed a così voluto farlo anche Penn. Non che questa sia una critica, anche perché la sua interpretazione è da incorniciare per intensità e bravura, è una semplice constatazione.

Sam Dawson (Sean Penn / "La Sottile Linea Rossa") è un uomo con una figlia: Lucy (Dakota Fanning). La madre li ha abbandonati subito dopo la sua nascita ed ora Sam deve crescerla da solo. Sarebbe un'impresa difficile per chiunque, ma lo è ancora di più per Sam che ha il Q.I. di un bambino di 6 anni. Nonostante tutto, e grazie all'amore che nutre per la sua piccola, oltre all'aiuto della sua vicina Annie (Dianne Wiest / "Pallottole su Brodway"), riesce nell'impresa. Una vita felice fatta di cose semplici, ma vere.

Dietro l'angolo, però, c'è la realtà della legge: un uomo come Sam non può crescere una bambina perché non è in grado di offrirgli il supporto di ciò che ha bisogno e quindi la bambina sarà data in affidamento ad una famiglia "normale". Sam non è disposto a rinunciare alla figlia per nulla al mondo, la sua Lucy ed anche i suoi amici, molto particolari, sono pronti a supportarlo, quello che ora gli serve è un avvocato, un buon avvocato, magari quello che ha il miglior annuncio sull'elenco telefonico: Rita Harrison (Michelle Pfeiffer / "Storia di Noi Due"). Rita però non può certo aiutare uno come Sam, che vive con lo stipendio di garzone di caffetteria, lei che guadagna cifre a cinque zeri, ma a volte, magari per una semplice scommessa, può accadere l'incredibile.

La pellicola, diretta da Jessie Nelson, risulta essenzialmente un po’ lunga e con poco ritmo. L'intento principale è chiaramente quello di toccare, pesantemente, le corde emotive dello spettatore, scatenando pianti a più non posso. La figura di Sam sembra creata appositamente allo scopo con la sua difficoltà di comunicare ed i mille problemi a cui va incontro. Al di la dell'aspetto lacrimevole del tutto, vengono comunque affrontati argomenti importanti: l'esplorazione dei legami familiari e dei sentimenti che uniscono padri, madri e figli (molto cara alla sceneggiatrici già autrici di "Nemiche Amiche"), come anche l'opportunità che un giudice divida due persone non in base all'amore che le lega, ma alle presunte capacità di crescere un figlio ed infine l'incomunicabilità di alcuni genitori per la mancanza di tempo (e di pazienza) da dedicare ai loro figli.

In ogni caso il film merita una visione se non altro per la prova degli attori; oltre a Penn c'è la stupefacente Dakota Fanning nel ruolo di Lucy ed il gruppo di amici "speciali" di Sam sorprendenti nella loro semplicità. Michelle Pfeiffer dipinge una perfetto avvocato in carriera con tutte le sue nevrosi ed i suoi tic, ma allo stesso tempo riesce poi, durante l'arco della storia, a restituirci una donna diversa più consapevole dei valori della vita tanto che alla fine ci viene da chiederci chi abbia guadagnato di più dal rapporto cliente avvocato, lei o Sam.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Moulin Rouge

 

 

Titolo originale: Moulin Rouge

Nazione: Usa   Anno: 2001   Genere: Drammatico

Regia: Baz Luhrmann

Sito ufficiale: www.moulinrougeilfilm.it

Sito italiano: www.20thfox.it/siti/mr/

Cast: John Leguizamo, Nicole Kidman, Ewan McGregor, Jim Broadbent, Richard Roxburgh.

Produzione: Bazmark Films.

Distribuzione: 20th Century Fox

 

 

Un'opera difficilmente collocabile quella di Baz Luhrmann ("Romeo + Giulietta") a cavallo tra il film onirico, il musical, la commedia ed il dramma.

La storia non è poi così importante, sia per la sua scontatezza ma soprattutto poiché non è altro che un pretesto per Luhrmann di mostrarci il mondo del Moulin Rouge e fotografare esplosioni di colore e coreografia.

Christian, un inglese arrivato a Parigi cavalcando l'onda del movimento bohemien, si trova sua malgrado arruolato in una scalcinata compagnia teatrale che tenta di metter su uno spettacolo per il Moulin Rouge: tempio della decadenza dell'eccesso.

Amore, passione, gelosia, tradimento, inganno ed ovviamente...morte, tutti gli ingredienti più classici vengono miscelati con una punta di ironia a creare un affresco in bilico tra serio e faceto.

Al di la delle mirabolanti scenografie e degli incredibili numeri di ballo, è la colonna sonora la vera protagonista della pellicola. Un tributo a tutti i motivi pop che hanno segnato gli ultimi cinquant'anni: da "Diamond's Are a Girl Best Friends" a "Roxanne". I primi numeri del Moulin Rouge sono una cacofonia melodica e un caos visivo, un pò come la vita all'interno della "tenda rossa". Poi man mano l'ordine prende il posto del caos, e la melodia quello del ritmo frenetico.

La fotografia segue lo stesso percorso il grigiore di Parigi fa da contraltare allo splendore multicolore del Moulin Rouge ed il tutto è presentato come se ci trovassimo su un palco teatrale. L'unico dubbio è quello correlato alla parte in computer graphic: certo una ricostruzione di Parigi sarebbe stata decisamente più costosa, ma gli effetti utilizzati lasciano un pò a desiderare. Soprassediamo sulle scelte del regista di voler chiaramente dare un senso di "artificioso" alla pellicola, ma le carrellate dall'alto, seppur di grande effetto, risultano troppo finte.

Su tutti la figura di Zidler, una sorta di "Mangiafuoco" con i suoi burattini, ma con un cuore. Il successo di questo personaggio va comunque ascritto all'eccellente interpretazione di Broadbent.

 

La frase: "La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare".

Curiosità: Nicole Kidman si è fratturata una costola durante le riprese delle scene di ballo e la lavorazione si è fermata per due settimane.

 

Training Day

 

 

Titolo originale: Training Day

Nazione: Usa   Anno: 2001   Genere: Drammatico   Durata: 123'

Regia: Antoine Fuqua

Sito ufficiale: trainingday.warnerbros.com

Cast: Denzel Washington, Ethan Hawke, Tom Berenger, Snoop Doggy Dogg, Dr. Dre, Scott Glenn, Macy Gray

Distribuzione: Warner Bros

 


Neorealismo metropolitano o semplice versione aggiornata del "buddy movie" poliziesco? Brutale affresco di un giorno qualunque nella periferia americana o puntata per adulti della serie "Sulle strade della California"?

Il primo giorno del pivellino Jake Hoyt (Ethan Hawke) nella squadra narcotici della Polizia di Los Angeles, gestita con molta disinvoltura e con metodi poco convenzionali dal detective Alonzo Harris (Denzel Washington), si snoda tra spacciatori della peggiore risma, scontri vari tra gang, violenze domestiche e, quando va bene, una serie di insulti di prima qualità. Eppure il regista Antoine Fuqua non intende dipingere la solita lotta tra i buoni e i cattivi, ma presentare in uno stile da documentario la realtà dei sobborghi americani, la viscerale battaglia quotidiana della polizia che deve adattare, secondo il detective Harris, i propri sistemi alle persone che si devono affrontare.

Il lupo va affrontato con le sue stesse armi, se vuoi tornare a casa vivo alla sera, insegna lo spregiudicato poliziotto veterano al sempre più turbato novellino, dimentica il codice, la legalità, gli ideali, fuori gli artigli, costi quel che costi. Quali saranno i costi non lo vogliamo anticipare agli spettatori, coinvolti in sparatorie da strada, in adrenaliniche scene di violenza e nel progressivo tormento del neo-arrivato poliziotto che, nell'arco di poche ore, deve rivedere tutti i propri principi morali e decidere se stravolgerli, adattarli alle circostanze o portarli alle estreme conseguenze. I due opposti sono ben delineati, grazie alla "cattiva" interpretazione di Denzel Washington e all'ingenua, ma non troppo caratterizzazione di Hawke, sprovveduto quanto basta, ma non disposto al ruolo di vittima sacrificale.

Autentico fino a portare sullo schermo veri esponenti delle gang di Los Angeles, Training Day può risultare sgradevole e irritante, ma questa è la realtà delle strade, piaccia o no, dichiara il regista.

 

E' un film sicuramente forte, che colpisce, anche perchè rispecchia molto la realtà americana, un riuscito thriller d'azione di ambientazione urbana, dove il regista Fuqua è stato capace di mischiare violenza e ironia mantenendo in certi momenti una suspence quasi palpabile con trovate consone ad una trama piuttosto articolata, trattando in maniera quasi analitica e "giustificabile" il tema della corruzione. Ottimo come sempre Denzel Washington che passa ad un ruolo da cattivo per la prima volta (come è successo per Ford ne "le verità nascoste" e per Van Damme in "the replicant") con un'interpretazione egregia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'uomo che non c'era

 

Titolo originale: The man who wasn't there

Nazione: Usa   Anno: 2001   Genere: Commedia   Durata: 116'

Regia: Joel Coen

Sito ufficiale: www.themanwhowasntthere.com

Cast: Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini

Produzione: Working Title Films

Distribuzione: Medusa

 

La malinconica rassegnazione per la propria marginalità è la molla dell’ultima carica noir dei fratelli Coen (ricordate “Fargo” ed “Il grande Lebowsy”?). Piccolo capolavoro passato (ingiustamente e naturalmente) sotto silenzio nell’ultima stagione cinematografica, schiacciato dal “peso” di bellissime menti ed anelli risplendenti, nell’”uomo che non c’era” rivive con compiuta e lucida reminiscenza il sapore e il senso delle opere cinematografiche di un tempo troppo lontano. L’ambientazione scenica rimane come sempre nella scelta artistica dei due germani cineasti la degenerazione di un iter perfetto. Del perfetto equilibrio della perfetta anonimità della perfetta famiglia nella perfetta provincia americana. Nella piccola cittadina Californiana in cui la storia è ambientata sembra non esserci felicità, ma solo tranquillità. Un uomo che non ha vere emozioni,la sua vita è il suo lavoro e poco altro. Un barbiere che dice (frase memorabile):"i capelli sono parte di noi, noi gettiamo via i capelli,quindi gettiamo parte di noi". Tutto è sconsolato, freddo, triste. Un nucleo di mondo a parte, che è poi il mondo di tutti. La morte in uno stanzone surrealmente tutto bianco: raggiungere la morte,dunque finalmente la felicità e "il sorriso che non è mai esistito"?

Ed è singolare e propria della mano degli autori che il decadimento rimanga un fatto avulso dalla forma della narrazione, la quale, a dispetto degli eventi, mantiene le sua realizzazione completa. Nella regia lenta, misurata e proporzionale ai caratteri. Nel pulito bianco e nero della fotografia. Nel greve e, allo stesso tempo, ingenuo leit motiv sonoro che incornicia le vicende. Nel percorso di assoluta eleganza recitativa dei protagonisti (Billy Bob Thornton, Frances Mc Dormand e James Gandolfini). Nel serioso sguardo degli archetipi della Grande Madre America.

La figura portante del film è il protagonista stesso (interpretato dal camaleontico Billy Bob Thornton), uomo che non è, personaggio lineare e quasi passivo nei confronti di una vita che pare negargli una vera esistenza, che nei rari momenti in cui parla spaventa la gente con strani pensieri sulla incessante crescita dei capelli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parla con lei 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo originale: Hable con ella

Nazione: Spagna   Anno: 2001   Genere: Drammatico/Romantico   Durata: 112'

Regia: Pedro Almodóvar

Cast: Javier Cámara, Leonor Watling, Darío Grandinetti, Rosario Flores.

Produzione: El Deseo S.A.

Distribuzione: Warner Bros

 

 

Tutto su Mia Madre terminava con un sipario che si apriva su una scena buia, qui il film inizia mentre si apre il sipario.

Indubbiamente, che piacciano o meno, i film di Almodovar hanno una grande peculiarità: emozionano. Parla con Lei  ubbidisce a questa regola e nel tumulto generale di sentimenti, gioia, tristezza, disperazione e stupore, alla fine ci lascia un messaggio positivo.

Una storia, anzi più storie che si intrecciano e si sovrappongono diventando alla fine un unico affresco. Marco (Dario Grandinetti) e Benigno (Javier Camara) si incontrano la prima volta, casualmente, a teatro, sono semplicemente seduti uno vicino all'altro, ma il destino ha in serbo per loro qualcosa di più: una indissolubile amicizia nata sotto il segno della tragedia. Marco si innamora, anche qui casualmente, di Lydia (Rosario Flores) una torera, ma questa durante una corrida rimane gravemente ferita e resta in coma. Lydia verrà ricoverata nella clinica "El Bosque" dove Benigno lavora come infermiere ed accudisce Alicia (Leonor Watling), anche lei in coma in seguito ad un incidente.

La situazione in comune, le lunghe giornate passate al capezzale delle due donne, crea un forte legame tra Marco e Benigno che inizieranno a condividere molto di più del tempo passato nella clinica.

La pellicola di Almodovar non si limita ad esplorare il rapporto uomo donna, né, come fa di solito, ad indagare sull'universo femminile: questa volta sono gli uomini ad essere sotto il microscopio, ma non solo. La solitudine (non a caso Marco si definisce per ben due volte un uomo "solo"), l'incomunicabilità e la capacità di affrontare una situazione tanto drammatica da risultare insostenibile.

Tutto ciò che non può essere detto. Questo dovrebbe essere il sottotitolo di un film che invita decisamente alla parola. Almodovar tratta un tema, il coma vegetativo, che sinora è stato trattato come un tabù. E lo fa mostrandocene gli aspetti meno pietosi, ma certamente più veritieri: il vestire, accudire, pulire una persona che sembra ridotta a un corpo Un film sulle possibilità terapeutiche della conversazione, non tanto per chi sta in un letto, ma per chi gli sta accanto, che può usarle come valvola di sfogo, come forma di autoanalisi.

Anche la follia maniacale di Benigno e le sue azioni, sicuramente condannabili, nel contesto del regista spagnolo diventano quasi giustificabili.

"La tragedia è imitazione di un'azione seria e compiuta in se stessa ....... la quale mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore ha per effetto di sollevare e purificare l'animo da siffatte passioni" (Aristotele).

Tragico Almodovar, che ci presenta due casi pietosi e terrifici aventi ognuno due protagonisti.

Donne in coma e uomini soli ci conducono alla nostra purificazione dopo aver ballato, cantato, lacrimato, ucciso tori e serpenti, amato e lasciato, violentato, ma soprattutto dopo aver parlato (e non a caso la torera sembra pagare con il coma il suo silenzio sulla verità dei suoi sentimenti). Scopriamo così che se il meditare da solo è onanismo, il pensare con altri (conversare) è coito, generatore di vita, motore resuscitante. Il mondo si capovolge e Almodovar ci presenta corpi femminili immobili che giacciono ma che pulsano, camici-sudari e, alla fine, il coito resuscitante di un "folle": l'eterogenesi dei fini è compiuta, la salvezza non è questione di normalità, interessa l'accoglienza che siamo disposti a dare al diverso che è in noi e che è vicino a noi, al "femminino e al masculino" (come dice simpaticamente Geraldine Chaplin nel film), eterne e inscindibili categorie del nostro spirito.

Al di la dell'incredibile bravura dei protagonisti (dato che non è così facile interpretare un malato in coma), lo stesso Almodovar ci ribadisce il suo genio non solo come autore, ma anche come regista, utilizzando un montaggio con dei flashback, a lui poco consono, ed inserendo un breve cortometraggio muto come metafora degli eventi che si stanno concretizzando e come passaggio narrativo dal primo blocco, introduttivo, al secondo, risolutivo.

 

 

19 marzo 2002 - Conferenza stampa

Intervista al regista di "Parla con lei"

 

Lei ha fatto un film incentrato sulla parte femminile dell'uomo; un uomo che piange e che accudisce la sua donna con fare protettivo. Perché questa scelta?

Non è stata una scelta ponderata. Le mie storie nascono dal mio istinto e dall'intuizione del momento. Quando ho raccolto abbastanza idee su una storia la scrivo e la sviluppo e se il risultato mi appassiona decido di girare il film. Ero affascinato da questi due uomini fragili, sofferenti e contemporanei. Le storie sull'amicizia "virile" ci sono sempre state, soprattutto nel genere western, ma io volevo realizzare qualcosa più legato alla nostra realtà attuale.

Nel film, come nella nostra realtà contemporanea, c'è molta solitudine: perché?

Io sono abituato alla solitudine, è una situazione che stimola la mia creatività, mi è necessaria per scrivere, è la molla che ti spinge a fare qualcosa per uscirne. Poi si può anche essere circondati da molte persone ed essere soli, od avere una compagnia non fisica e quindi non sentire la solitudine: uno spirito affine o quello di una persona amata che non è più tra noi. Comunque per non sentirsi soli bisogna sentirsi desiderati.

Cos'è per lei l'amore?

L'amore è passione ed intendo quella carnale. È fondamentale nella vita di una persona, da l'energia da cui scaturisce tutto. Non si può, ovviamente, essere sempre innamorati, ma bisogna nella vita avere questa esperienza. L'amore, almeno per un certo periodo, ti assorbe completamente, e questo è fantastico.

Leggendo una sua "auto-intervista" si ha la sensazione che la storia abbia molti più aspetti di quelli poi presenti effettivamente nel film. Questa riduzione è stata effettuata in fase di montaggio o piuttosto nello sviluppo della sceneggiatura?

In effetti la storia era molto complessa per me, ma volevo che fosse estremamente chiara per lo spettatore. I vari incroci, gli slittamenti temporali, i flashback e gli incisi possono disorientare se non addirittura far "perdere" lo spettatore, quindi ho dovuto lavorarci sopra. Inoltre di solito monto il girato giorno per giorno, ma qui non è stato possibile, soprattutto perché dovevamo inserire degli effetti digitali (e si sa il team degli effetti speciali ci mette settimane per consegnare il suo lavoro), e questo mi ha reso molto insicuro. Insomma il film è più facile da vedere che da spiegare.

Sappiamo che lei ama molto Roberto Benigni, non è che il personaggio di Benigno è ispirato a lui?

Si è vero, Roberto mi piace moltissimo sia come autore che come attore; uno dei miei più grandi crucci è quello di non poterlo vedere direttamente nel suo ambiente, magari a teatro. Roberto ha la qualità di rendere verosimile qualunque stravaganza impregnandola di umanità. Questo è un incredibile mix di talento e di qualità fisiche. Forse un giorno riusciremo a lavorare insieme.

Per questa pellicola ho trovato Javier che ha qualità molto simili a quelle di Benigni e tra l'altro non presenta l'ostacolo della lingua.

La pellicola contiene una forte provocazione: da un atto abbietto nasce qualcosa di positivo. Secondo lei quello di Benigno è un atto di sopraffazione o d'amore? e lui è un malato o un puro?

Se fossi un avvocato, un giudice o uno psichiatra direi che Benigno è uno psicopatico che deve essere internato; ma come scrittore mi suscita simpatia ed affetto. Io ho voluto spiegare come era Benigno, cosa pensa e come agisce di fronte alla realtà (la sua, ovviamente, diversa dalla nostra). Benigno non ha esperienza della vita, passata ad accudire prima la madre e poi Alicia e vive così in una sorta di mondo parallelo che si confonde con la realtà. Se volete potete definire questa follia, ma io non la penso così, poiché quando scrivo non giudico i miei personaggi, mi limito a mostrarli, magari in situazioni estreme.

Benigno è sempre coerente a se stesso ed alla fine capisce che non potrà sopravvivere in un mondo che lo ha privato persino della possibilità di tenere il fermaglio della persona amata. È un personaggio lirico, romantico e non amorale. Questo alla fine pone un dilemma sull'atto di Benigno (di cui non voglio nemmeno pronunciare la parola), un atto terribile, esecrabile, ma che visto con altri occhi può avere una valenza diversa; l'atto di Benigno non è lascivo, ma d'amore anche perché Benigno è talmente lineare nelle sue azioni e nei suoi pensieri che non potrebbe mai avere malizia.

Lei ha scelto di lavorare con Geraldine Chaplin, cosa pensa abbia ereditato dal padre?

Ma io non conoscevo il padre, sono nato in un piccolo villaggio e lui non ci è mai venuto. Scherzi a parte penso, da quello che ho potuto vedere dai film di Chaplin, che lei abbia la sua stessa vitalità ed eleganza. Lei ha lo stesso animo di una bambina, ingenua e con uno humor molto particolare. Vorrei fare un film con lei come protagonista.

Dopo "Tutto Su Mia Madre", come anche dopo "Donne sull'Orlo di una Crisi di Nervi", lei sembra aver pensato: ed adesso… Il nuovo film invece è lineare, ma molto complesso. Quale era il suo animo?

Non era facile. Dopo l'Oscar ho ricevuto numerose proposte per lavori internazionali, ma avevo anche deciso che volevo restare me stesso e tornare a Madrid nel posto dove avevo finito l'altro film. Volevo legare le due pellicole e dimostrare la mia indipendenza, perché l'unico capo della mia carriera sono io stesso. Progetti americani e budget miliardari non mi interessano, voglio restare il "piccolo" Almodovar che racconta le sue storie. Non è spocchia, ma una necessità mia personale. Il successo da dei privilegi, il mio è la possibilità di restare fedele a me stesso.