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12febbraio 2002 19febbraio 2002 26febbraio 2002 5marzo 2002 12marzo 2002 19marzo 2002
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26marzo 2002 2aprile 2002 9aprile 2002 16aprile 2002 23aprile 2002
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| 30aprile2002 7maggio2002 14maggio2002 21maggio2002 28maggio2002 4giugno2002 | |
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Titolo originale: Along came a
spider Nazione: Usa
Anno: 2001 Genere: Thriller
Durata: 104' Regia:
Lee Tamahori Sito ufficiale: www.alongcameaspidermovie.com Cast: Morgan Freeman, Monica Potter, Michael Wincott, Dylan Baker, Penelope Ann Miller. Produzione: David Brown Productions, Paramount Pictures, Phase 1
Productions, Revelations Entertainment. Distribuzione: Eagle
Pictures Morgan Freeman torna a vestire i panni
del detective Alex Cross ("Il Collezionista") in una
pellicola tratta dal romanzo "Along Come a Spider" di James
Patterson. Questa volta il Detective Cross è alle prese con il rapitore della
figlia di un senatore degli Stati Uniti: Gary Soneij (Michael Wincott / "Strange
Days"). Nella difficile partita con Soneij, Cross è affiancato da
una bella agente dei Servizi Segreti: Jezzie Flannigan (Monica Potter / "Patch
Adams") che peraltro risulta colpevole di negligenza nel proteggere
la figlia del senatore. Null'altro si può dire sulla trama senza levare allo
spettatore il "gusto del giallo". Il thriller, ben orchestrato
registicamente da Lee Tamahori ("Once Were Warriors") si
snoda sul piano psicologico e del confronto tra cacciatore e preda, piuttosto
che su quello della pura azione, anche se non mancano scene abbastanza
adrenaliniche. La recitazione di Freeman, sempre molto
pacata, è in grado di coinvolgere lo spettatore proprio grazie al suo modo di
fare riflessivo piuttosto che a quello tipico di tanti action-movies
hollywooddiani. Forse proprio per questo la Potter sembra essere meno
convincente del suo compagno, come imbalsamata in una parte che, peraltro, non
è stata sviluppata al maglio dalla sceneggiatura. La pecca fondamentale della
pellicola, infatti, è proprio questa: al di là di alcune incongruenze nello
sviluppo del plot, lascia perplessi la scelta con cui viene approfondito lo
sviluppo psicologico dei personaggi: non si svelano lentamente le motivazioni
di ognuno, né si tratteggiano alcuni aspetti dei protagonisti, ma si
preferisce indicare direttamente ogni cosa. La sequenza iniziale è
sintomatica: presentare Alex Cross come una persona rosa dal rimorso
attraverso la spettacolarizzazione della morte della sua collega. La regia comunque non e' male, anche se
la prima scena, quella dell'incidente, e' fatta malissimo, riesce ad andare
oltre gli schemi hollywoodiani con buoni colpi di scena senza forzare la mano
sui momenti d'azione. Numerosi sono anche i saccheggi ad altre
pellicole miscelando vari generi tra loro (la negoziazione degli ostaggi, il
maniaco, il rapimento). |
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Titolo originale: Le pacte des
loups Nazione:
Francia Anno:
2001 Genere: Azione
Durata: 142' Regia: Christophe Gans Sito ufficiale: www.lepactedesloups.com Cast: Samuel Le Bihan, Vincent
Cassel, Emilie Dequenne, Monica
Bellucci, Jérémie Rénier, Mark Dacascos Produzione: Richard Grandpierre,
Samuel Hadida Distribuzione: 01
Distribution "Il Patto del Lupi" si basa su
un evento storico del 18° secolo: nella provincia del Gévaudan, in Francia,
una misteriosa bestia uccise più di 100 persone. Luigi XV organizzò una
battuta nella quale fu catturato un lupo che fu quindi dichiarato responsabile
dei massacri. Il regista francese Christophe Gans
("Crying Freeman") rievoca le atmosfere di quel tempo creando
le figure di Grégoire de Fronsac (Samuel le Bihan / "Capitan Conan"),
una sorta di scienziato-detective e di Mani (Mark Dacascos / "Crying
Freeman") uno sciamano indiano incaricati di indagare sulle
uccisioni. I due arrivano nella provincia dove tutti credono di essere vittima
di una maledizione o di un qualche lupo mannaro. Con l'aiuto del marchese d'Apcher
(Jeremie Renier) e dei fratelli Jean Fracois (Vincent Cassel /"I Fiumi
di Porpora")e Marianne de Morangias (Emilie Dequenne / "Rosetta")
tenteranno di svelare il mistero. La pellicola, particolarmente ambiziosa,
trae i suoi punti di forza sia dal cast, di sicuro richiamo, ma anche
dall'incredibile atmosfera frutto delle curatissime scenografie, e
dell'eccellente fotografia. Lo stile di Gans richiama quello di John Woo
soprattutto nel montaggio e nella costruzione degli scontri, ma con una cura
all'aspetto dell'immagine e della scenografia che si rifanno alla scuola
europea. Ogni particolare dell'abbigliamento, dell'arredamento e dei luoghi è
ricostruito con cura quasi maniacale ed il tutto è reso più vivido dalla
scelta delle luci e delle angolazioni di ripresa. Oltre alla sicura mano del regista, da
segnalare la splendida fotografia e lo stato di grazia di gran parte del cast,
Bellucci compresa. Anche la commistione di generi,
l'investigativo, il film in costume e l'action movie, risulta ben equilibrata.
È comunque chiaro che specialmente la figura di Mani (un esperto di arti
marziali animato da una filosofia quasi "new-age") è stata inserita
strizzando l'occhio alla spettacolarizzazione ed al pubblico più giovane. |
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Titolo originale: The Spy Game
Nazione: Gran Bretagna/USA
Anno: 2001 Genere: Azione/Thriller
Regia: Tony Scott Sito ufficiale: www.thespygame.net Cast: Robert Redford, Brad Pitt, Catherine
McCormack Produzione: Beacon Communications LLC, Red Wagon Entertainment,
Zaltman Film Distribuzione: Medusa
Con la caduta del muro ed il nuovo assetto geopolitico sia la letteratura che il cinema hanno perso una delle loro più grandi fonti di ispirazione: lo spionaggio. Ormai i nuovi lavori incentrati su questo
tema sono tutti all'insegna della spettacolarità, della tecnologia e
dei corpi speciali invincibili, ma essenzialmente hanno perso quel tocco
umanizzante che li rendeva così affascinanti. Lo scontro di menti
geniali, il faccia a faccia costituito essenzialmente di trucchi, finte,
inganni e doppio gioco. Qualcosa si era riassaporato con "Ronin",
ma finalmente "Spy Game" è in grado di restituirci
quel gusto perduto. Che poi vedendo l’esito disastroso sia degli
attentati terroristici sia della giustizia infinita che ne deriva,
dovrebbe essere una strada da tenere molto più in considerazione anche
dalle democrazie occidentali... Ovviamente ci troviamo all'inizio degli
anni novanta, quando Tom Bishop (Brad Pitt /"Ocean's Eleven")
viene catturato in Cina durante un'operazione sotto copertura per la
CIA. La situazione particolarmente delicata, alla vigilia di un meeting
commerciale con il Governo cinese, induce i vertici dell'Agenzia a
valutare l'opzione di abbandonare Bishop al suo destino. L'opzione, però,
va avallata da Nathan Muir (Robert Redford / "L'Uomo che
Sussurrava ai Cavalli"), il suo ex-comandante. Muir è ormai disincantato dal suo lavoro, alle soglie della pensione e questa "grana" non è certo il regalo d'addio che si aspettava. Tony Scott ("Nemico Pubblico")
dirige al meglio la pellicola nonostante sia un regista spesso associato
a film d'azione, ma il fratello del più rinomato Ridley è ormai
decisamente cresciuto. I numerosi flashback, che ripercorrono la
carriera di Bishop, brillano per l'ottima scelta di
"filtrarli" attraverso luci diverse che ne sottolineino al
meglio il periodo storico. Il Vietnam del '75 è così dominato da toni
gialli, quasi da documentario d'epoca, mentre i primi anni ottanta di
Berlino sono virati su un blu freddo ed impersonale. La Beirut
dell'ottantacinque invece è ripresa con colori caldi ed uno stile da
reportage della CNN. In tutte queste occasioni, sapientemente gestite,
la cinepresa di Scott ruota intorno ai personaggi o corre parallelamente
a loro, a volte in modo febbrile e convulso, a sottolinearne la tensione
e lo stato d'animo, in palese contrasto con l'atmosfera degli uffici
dell'Agenzia dove tutte sembra asettico e soltanto un orologio scandisce
il tempo che trascorre verso il drammatico finale. La presenza di Robert Redford è ormai
quasi sinonimo di una garanzia sulla qualità del lavoro, infatti lo
sceneggiatore ha mostrato una particolare cura sia nei dialoghi sia nel
tessere una trama di intrighi dove ognuno sembra giocare la sua partita
personale cercando di sfruttare al meglio appoggi e traballanti
alleanze. Una piacevole notizia è stata scoprire un Pitt finalmente
convincente e non il classico attore di gesso di molti suoi precedenti
lavori. Redford, benché palesemente invecchiato dai tempi del "Condor",
è sempre avvolto dalla sua aura di indiscusso carisma. Finalmente l'allievo e il maestro si
confrontano sul piano della recitazione, e abbiamo l'esempio di come due
generazioni lontane di attori non siano mai state così vicine! Per
vedere il film basterebbe come pretesto la magistrale colonna sonora di
Harry Gregson, già autore delle musiche del celebre Metal Gear solid,
videogame. La migliore spy story degli ultimi dieci anni. La frase: "Bisogna fare gioco di
squadra." "Quando il mio allenatore diceva così finivo
in panchina!" Curiosità: Il personaggio di Brad Pitt
si chiama Tom Bishop, ne "I Signori della |
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Titolo originale: The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring Nazione: Nuova Zelanda/Usa
Anno: 2001 Genere: Avventura/Fantasy
Durata: 178' Regia: Peter Jackson Sito ufficiale: www.lordoftherings.net Sito italiano: www.ilsignoredeglianelliilfilm.it Cast: Elijah Wood, Ian McKellen,
Viggo Mortensen, Christopher Lee, Liv
Tyler, Cate
Blanchett. Produzione: New Line Cinema, The
Saul Zaentz Company, WingNut Films. Distribuzione: Medusa "Tre anelli al Re degli Elfi sotto
il cielo che risplende...". Il film inizia con una voce penetrante
che recita questi versi posti da J.R.R. Tolkien all'inizio della sua
trilogia. Siamo convinti che questo è ciò che
tutti quelli che hanno letto e amato il libro di Tolkien intimamente
speravano. Accostandoci all'evento il timore crescente era quello di
veder sacrificato lo spirito profondo dell'opera letteraria in nome di
una spettacolarizzazione tecnologica dove gli effetti speciali la
facessero da padrone sulle componenti interiori della storia di Tolkien. Peter Jackson ("Creature del
cielo", "Sospesi nel tempo") non ha deluso
tutti coloro che attendevano l'uscita di questo film. Il regista
neozelandese ha amato la trilogia di Tolkien e si vede. Il vincitore di
questa scommessa è certamente lui. Jackson è riuscito pienamente
nell'impresa di riprodurre fedelmente le ambientazioni e le emozioni del
libro. Ottima la scelta degli interpreti: Ian Holm ("I vestiti
nuovi dell'Imperatore") nella parte di Bilbo sembra nato per
recitare questo ruolo, Elijah Wood ("The war") è un
Frodo ingenuo ma determinato, Ian McKellen ("X-Men")
rende il personaggio del mago Gandalf con maestria e le giusta ironia,
eccezionale Christopher Lee ("La leggenda di Sleepy Hollow")
nei panni di Saruman il traditore, così come azzeccatissimi sono gli
interpreti degli umani Aragorn (Viggo Mortensen, "Soldato Jane")
e Boromir (Sean Bean, "Ronin"). Anche le scelte più
difficili, quelle riguardanti le attrici che avrebbero dovuto
interpretare gli elfi femmina sono state felici. Sia Liv Tyler ("Io
ballo da sola"), sia Cate Blanchett ("Elizabeth")
forniscono una grande prova riuscendo a cogliere nei personaggi quella
velata impalpabile malinconia così ben delineata nel libro. Ma Jackson dà il meglio di sé nella
ricostruzione degli ambienti. La paciosa e serena "Contea", il paese degli Hobbit, le eteree e slanciate città degli elfi, la terribile ed agghiacciante Moria, la miniera all'interno di una gigantesca montagna: il regista riesce a trasmettere allo spettatore la giusta atmosfera cogliendone la intrinseca essenza e l'intimo legame con i personaggi che abitano quei luoghi fantastici. Come detto, Jackson ha amato il libro e
ne ha colto la filosofia sottesa. La brama per il potere, la caducità e
la debolezza dell'uomo, l'invidia ma anche l'amicizia, la solidarietà,
l'eroismo: tutti concetti che il regista ha ben presente e che
rappresenta alternando momenti esaltanti e commoventi, drammatici e
appassionanti, ben sottolineati dalla musica di Howard Shore. Ma il film è anche e soprattutto una
meravigliosa favola emozionante. Fughe spericolate e combattimenti
all'ultimo sangue, momenti di apprensione e di paura, scene di
coinvolgente vigoria si susseguono nel film rendendone la visione sempre
interessante nonostante le due ore e 45 minuti della sua durata e dove
l'uso degli effetti speciali è misurato e ben calibrato. Fra le scene
più esaltanti segnaliamo la fuga dalla miriade di orchi delle caverne
ed il combattimento di Gandalf contro il terrificante Balrog, sequenze
da antologia. Anche la cura, quasi maniacale, dei
particolari, così cara a Tolkien, è stata attentamente seguita da
Jackson. Valga come esempio l'ostinazione con cui il regista ha preteso
che gli attori "elfici" imparassero l'idioma elfico (inventato
dallo stesso Tolkien) affinché recitassero in quella lingua. Il suo
volere è stato rispettato, gli attori elfi recitano in elfico e le loro
battute sono sottotitolate!
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Titolo originale: Le Placard Nazione: Francia
Anno: 2000 Genere:
Commedia
Durata: 84' Regia: Francis Veber Sito ufficiale: www.leplacard-lefilm.com Sito italiano: www.lapparenzainganna.it Cast: Daniel
Auteuil, Gérard Depardieu, Thierry Lhermitte, Michèle Laroque, Michel Aumont, Jean Rochefort. Produzione: EFVE, Gaumont, Le
Studio Canal+, TF1 Films Productions. Distribuzione: Filmauro "L'abito non fa il monaco" o
per dirla come Francis Veber "L'apparenza inganna". Succede spesso
infatti che lo sguardo degli altri ci imponga una visione di noi stessi
totalmente diversa, con la quale però siamo costretti a fare i conti; come un
abito di taglia diversa che in alcune occasioni siamo costretti ad aggiustarci
addosso. È ciò che accade a François Pignon. Mollato dalla moglie e ignorato dal
figlio diciassettenne, che lo considera noioso e banale, deve subire
l'affronto di un licenziamento dopo 20 anni di onorato servizio. E così il
povero Pignon, insulso e insignificante ometto che nessuno nota e tutti
dimenticano, riflette seriamente sulla possibilità di suicidarsi: ma il nuovo
vicino di casa gli viene in aiuto con una soluzione piuttosto ingegnosa.
L'idea prevede che Pignon finga di essere omosessuale per rendere così
impossibile alla sua azienda, produttrice tra le altre cose di preservativi,
di licenziare un impiegato di questa "natura", senza rischiare
ritorsioni sindacali o peggio. Venuti a conoscenza della "verità",
tutti i suoi colleghi cominciano a guardare Pignon diversamente e
l'eterosessualità banale e scialba di ieri si trasforma nell'omosessualità
curiosa ed interessante di oggi. L'Apparenza inganna. Davvero, perchè
nessuno si sarebbe mai aspettato un film così intelligente, divertente e
triste allo stesso tempo da Veber, anche regista de "La cena dei
cretini". Il tema del film, serissimo, è quello di un mondo che non più
si definisce discriminatorio e che forse lo è più di prima. Tenerissimo,
quindi, e contemporaneamente molto più cattivo di quanto sembra. Francis Veber dopo il grande successo
dello scorso anno ottenuto con "La cena dei cretini" torna con
un'altra esilarante commedia. Il suo è un eroe sui generis: un uomo comune a
cui la natura non ha regalato molto e nella folla passa inosservato: ha un
aspetto innocuo e il tono della sua voce resta sempre lo stesso; raramente dà
le sue opinioni perché sa che nessuno l'ascolterebbe. Ma come per ogni uomo
c'è anche per lui il momento della riscossa che lo riscatta dall'insulsaggine
della vita condotta fino a quel momento. Questi uomini diventano grandi come
dice lo stesso Veber, se "illuminati dal sole del marciapiede". Un commento musicale che ricorda le
commedie francesi anni '50/60, curata dall'imprescindibile Vladimir Cosma, ci
introduce all'avventura umana di Pignon e il ritmo non perde mai un colpo. I
personaggi si trasformano in corso d'opera, come lo sgradevole smargiasso
Santini, direttore del personale interpretato da Gèrard Depardieu, che
diventa una mammoletta, sensibile e affettuoso proprio con l'uomo che qualche
giorno prima voleva crudelmente licenziare. Attraverso la sua presunta
omosessualità Pignon riesce a riconquistare l'interesse del figlio con il
quale finisce per fumare spinelli dopo una cena a base dei soliti
"spaghetti alla piratesca". Passata la tempesta della novità e di
tutti i cambiamenti, tornato l'equilibrio nell'azienda e nella propria vita,
l'uomo comune/Pignon si è inesorabilmente trasformato perché, per sua stessa
ammissione "da quando passo per gay ho cominciato a sentirmi più
uomo". Un cast d'attori di provata bravura e
professionalità che seguono il ritmo incessante della commedia alla Veber:
una attenta osservazione della realtà, della vita e di tutte quelle
"avventure" con le quali quotidianamente e senza troppo lamentarci
siamo costretti a misurarci. |
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Titolo originale: Vanilla Sky
Nazione: Usa
Anno: 2001 Genere: Romantico/Thriller
Durata: 135' Regia: Cameron Crowe Sito ufficiale: www.vanillasky.com Sito italiano: cinema.iol.it/vanillasky Cast: Tom Cruise, Penélope Cruz, Kurt Russell, Cameron Diaz. Produzione: Cruise-Wagner
Productions Distribuzione: Uip Se n'è parlato tantissimo, fin dai primi
ciak, sopratutto perché ha segnato la fine del matrimonio Cruise/Kidman e
l'inizio della nuova e attuale unione Cruise/Cruz. Simili avventure
cinematografiche sono all'ordine del giorno, non ultima quella fulminea tra
Meg Ryan e Russell Crowe, dissipatasi però come fumo al vento alla fine delle
riprese. Il remake di "Apri gli occhi"
di Cameron Crowe non è comunque all'altezza del suo originale, diretto
dall'allora venticinquenne regista ispano-cileno Alejandro Amenabar;
paradossalmente neppure Penelope Cruz è all'altezza dello stesso ruolo che in
quella versione aveva interpretato. In nome dell'amore viene stravolta la
costruzione frammentaria con cui avanza il film di Amenabar, perdendo la
sensazione claustrofobica e inquietante del racconto, per trasformarsi in una
storiella piuttosto banale. Crowe elimina tutti gli incessanti
spostamenti temporali di Amenabar, liberando i protagonisti dalle oscure e
pesanti atmosfere e facendoli volteggiare nel cielo color vaniglia di un
dipinto di Monet. E i due ne approfittano talmente da trasformarsi in ridicole
marionette ammiccanti e saltellanti. Il David Aames di Tom Cruise è un
affascinante dirigente di una casa editrice di New York, che vive in un
appartamento grande quanto una villa, ha pochissimi amici veri e ancora meno
amori. Assidua frequentatrice del suo letto è Julie Gianni, segretamente
innamorata del bel manager ma decisamente non corrisposta; soprattutto quando
nel giorno del suo compleanno David incontra Sofia Serrano, ballerina spagnola
arrivata da poco nella Grande Mela. La storia d'amore tra i due è intensa ma
brevissima: David resta sfigurato a seguito di un gravissimo incidente di
macchina in cui Julie muore. Nella rabbia forsennata della solitudine in cui
si nasconde, perde Sofia e l'amico più caro ma intraprende un viaggio
"di sogno" alla ricerca della sua anima. Il rompicapo "costantemente sul filo
del sogno" di Amenabar, si trasforma in una storia tra realtà e
fantascienza, in cui tutto è sottoposto alla ricerca dell'amore perfetto,
sognato e ricostruito dal protagonista attraverso i ricordi d'infanzia, le
immagini consolatorie dei film di Frank Capra e le copertine di dischi. Una nota di merito alla colonna sonora che, seppur prenda troppo spesso la scena, è bellissima.
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Titolo originale: Santa Maradona Nazione: Italia
Anno: 2001 Genere: Commedia Regia: Marco Ponti Cast: Stefano Accorsi, Anita
Caprioli, Mandala Tayde, Libero De Rienzo Distribuzione: Mikado Straordinari
i titoli di testa del film d'esordio di Marco Ponti con i quali
raccoglie e presenta tutti i più bei gol del grande
"napoletano" Maradona, mentre le note della canzone di Manu
Chao "Santa Maradona" ne rafforza le immagini. Purtroppo però la pellicola di Ponti
potrebbe essere fatalmente annoverata nella lista di film italiani sui
trentenni o quasi, poco produttivi e poco concreti che ancora chiedono a
se stessi cosa devono fare della propria vita. Andrea laureato in lettere con alcune
fidanzate e molte speranze ha due cari amici che lo seguono e
condividono le incertezze della sua vita che langue su dei binari che
sembrano morti: Bart suo coinquilino, "anomalo" giornalista
che copia gli articoli di sconosciuti giornali di provincia e li
pubblica con il proprio nome e Lucia, italo-indiana con una travagliata
vita sentimentale. Saltando da un colloquio di lavoro
all'altro, Andrea si innamora perdutamente di Dolores contro la quale
sbatte un pomeriggio mentre si precipita correndo ad un appuntamento con
l'ennesimo direttore del personale. Una storia d'amore improvvisa e
appassionata che paradossalmente sarà d'aiuto a tutti i protagonisti,
spingendoli a ritentare il salto: inventarsi un nuovo futuro e cambiare
tutto ciò che non piace. Purtroppo il film soffre molto del
grande successo de "L'ultimo bacio". I ritmi concitati e la
visione del mondo dei quattro protagonisti sono decisamente troppo
vicini a quelli proposti dal film di Muccino. Stefano Accorsi sembra
ripetersi con il personaggio di Andrea: i suoi dubbi e le sue incertezze
non si discostano molto da quelle di Carlo. I dialoghi, molto vicini
alle elucubrazioni mentali senza capo né coda di molti intellettuali,
non rendono facile l'impresa e in alcuni momenti quei lunghi discorsi
fanno perdere la necessaria naturalezza agli interpreti. Ma l'avventura dei quattro avanza
rapidamente tra battute salaci e divertenti, fino alla discussione
urlata tra Andrea e Bart, che si vomitano addosso verità dure e anche
un po’ dolorose. La loro amicizia però è un sentimento vero, e li
ritrova seduti sul divano davanti alla televisione, senza rancore anzi
con in più la voglia di cambiare il corso delle cose. Il cast di giovani attori dimostra
ancora una volta che il panorama cinematografico italiano è pieno di
ottimi elementi e fa ben sperare. Il regista debutta con una certa
padronanza dei mezzi e seppure la sua sceneggiatura manchi di una storia
vera e originale, l'insieme di battute e momenti comici copre assai bene
queste mancanze. comunque il migliore è lui....BART, il nullafacente e il fannullone di turno....lo è in effetti...ma se il far nulla produce certe riflessioni sulla vita....allora mettiamoci tutti in ferie e ....meditiamo!!!!
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Titolo
originale: Brucio nel vento Nazione: Italia/Svizzera Anno: 2001 Genere: Drammatico
Durata: 120' Regia: Silvio
Soldini Sito ufficiale:
www.brucionelvento.it Cast: Ivan
Franeck, Barbara Lukesovà, Caroline Baehr, Ctirad Gotz, Cecile Pallas. Produzione: Albachiara,
Rai cinema, Vega Film, Tele+. Distribuzione:
01
Distribution "Nato in
un villaggio senza nome di un paese senza nome", Tobias Horvath
vive da dieci anni in Svizzera e lavora in una fabbrica di orologi.
Nella ripetizione estenuante degli stessi gesti un giorno dopo l'altro,
Tobias vuole dimenticare la sua infanzia. Fuggito dal
villaggio e dal paese dopo aver pugnalato il padre naturale, Tobias si
rifugia in Svizzera dove cambia identità. Ma il senso di colpa si
mescola saldamente al desiderio di espiazione e la sua vita si trasforma
in un incubo ossessivo. Le attenzioni della romantica Yolande o della
passionale Eve non riescono a fargli dimenticare il profondo tormento al
quale tenta di sopravvivere. Si rifugia nella scrittura e nella lettura
e aspetta con sicurezza testarda l'arrivo della donna dei suoi sogni che
insiste a chiamare "Line". Tratto dal
romanzo della scrittrice ceca Agota Kristof "Ieri", l'ultima
fatica di Soldini è lontana miglia dai toni da commedia del suo
precedente "Pane e tulipani". Ispirato dalla durezza e dalla
secchezza dello stile della Kristof, il regista racconta una storia di
amore e passione dai risvolti ossessivi, ambientata nel mondo degli
immigrati in un paese estraneo come la Svizzera che con i suoi ritmi
implacabili rende impossibile l'aspirazione ad una nuova appartenenza.
Modificato il finale punitivo della Kristof in una conclusione in cui si
fa strada la speranza per Tobias e Line di una vita finalmente diversa,
Soldini resta troppo affascinato dalla lentezza raggelante delle
atmosfere letterarie. Contrariamente all'opera della sua ispiratrice non
riesce a trasmettere lo stesso pathos, e la stasi degli eventi non crea
la tensione che invece si stabilisce con intensità sempre crescente tra
le pagine del romanzo. Girato in
Svizzera, Cecoslovacchia e in parte in Liguria, più degli attori, il
cui lavoro non si distingue e resta ai limiti della normalità, ci
sentiamo di portare l'attenzione allo straordinario lavoro
interpretativo dei doppiatori italiani tra i quali spiccano nomi come
Fabrizio Gifuni, Licia Maglietta e Giuseppe Battiston. L’intervista È la prima
volta che utilizza una sceneggiatura non originale per il suo film,
perchè? Perché è la
prima volta che mi colpisce tanto la lettura di un libro. Mi ha fatto
sentire impellente il desiderio di raccontarlo a modo mio, con le mie
immagini. Cosa l'ha
colpita del romanzo di Agota Kristof? Due cose
principalmente. Volevo fare un film con un personaggio maschile che
fosse protagonista dall'inizio alla fine, e l'uomo forte e insieme
fragile di cui parlava la Kristof era esattamente ciò che cercavo. La
seconda cosa che mi ha colpito è stato il suo stile, secco asciutto,
senza fronzoli, e semplice solo all'apparenza. Condivido molto quello
che ha detto Lodoli: "Duro come una pietra". Secco e duro
ma anche surreale, difficile da trasporre sullo schermo insomma! È stato
indubbiamente complesso riuscire a ripensare l'essenzialità e
visionarietà del romanzo in immagini. Oltretutto volevo evitare a
qualsiasi costo di cadere nella trappola del "neo-realismo" e
ridicolizzare tutta l'operazione. Perché ha
modificato il finale del romanzo? Non me la sono
sentita di conservare un finale così punitivo. Soprattutto perché
durante la scrittura della sceneggiatura avevamo modificato il
personaggio femminile, che si fa via via più forte e tenace fino a
prendere in mano le redini della relazione con Tobias e scegliere di
stare con lui. In questa ottica il finale tragico non aveva senso. Nel
romanzo invece l'azione è mandata avanti esclusivamente dal personaggio
maschile e quel tipo di finale era giustificato. Il film
concorre al Festival di Berlino... Si, e ne sono
particolarmente felice. Dopo aver partecipato ai Festival di Cannes e di
Venezia, Berlino mi sembra un bel coronamento. Oltretutto mi preme molto
vedere in prima persona il riscontro del pubblico a questo film.
"Pane e Tulipani" è andato benissimo in Germania lo scorso
anno, ha avuto un enorme successo incassando persino più che in Italia.
Credo ci sia una certa attesa per questo film. A proposito di
"Pane e Tulipani", perché è tornato a film diciamo più
"seri"?
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Titolo
originale: Alì Nazione: Usa Anno: 2001 Genere: Azione/Drammatico Regia: Michael
Mann Sito
ufficiale: www.spe.sony.com/movies/ali Cast: Will
Smith, Jamie Foxx, Jon
Voight, Mario Van Peebles, Ron Silver, Jeffrey Wright,
Mykelti Williamson Produzione: Paul
Ardaji, A. Kitman Ho, James Lassiter, Michael Mann, Jon Peters Distribuzione:
Cecchi
Gori “Io sono il più grande. Sono molto cattivo!”. Il 30 ottobre
del 1974 Cassius Clay alias Muhammad Alì, affrontava a Kinshasa,
capitale dello Zaire, l'attuale detentore della corona dei pesi massimi
George Foreman. Fu un incontro di rilevanza planetaria, giudicato
leggendario dai cultori della nobile arte della boxe. Alì combatté
Foreman, più giovane e più potente di lui, con le armi
dell'intelligenza e dell'astuzia. Sfiancò l'avversario che come un toro
continuava a caricare Alì alle corde che incassava una gragnola di
colpi senza battere ciglio, finché come un navigato matador non
inflisse una serie di pugni allo sfinito Foreman che crollò a terra
senza più rialzarsi. Alì aveva
vinto. Aveva vinto
contro coloro che in patria non accettavano la sua diversità, aveva
vinto contro coloro che lo avevano osteggiato togliendogli la cintura di
campione del mondo dopo il suo rifiuto di partire per il Vietnam a
combattere i Viet-Cong, aveva vinto contro coloro che gli avevano
impedito di combattere. Ma soprattutto aveva vinto per il popolo degli
schiavi neri di cui si professò discendente, aveva vinto per quei
milioni di persone che a Kinshasa lo avevano eletto come loro
rappresentate universale. Pochi come
Michael Mann riescono a caricare di tensione una scena, una sequenza di
inquadrature, con la sapiente combinazione di primi piani, parole,
dettagli, musiche, luce e movimenti. Il regista di "Heat" e
"The Insider" è un maestro nel creare emozioni forti che
coinvolgono lo spettatore facendolo entrare in sintonia con la storia
che si racconta. Tensione emotiva e grande carica passionale che, si
nota, riesce a trasferire anche agli attori che lavorano con lui. Siamo
certi che, dopo aver fatto la fortuna di Russel Crowe, chiamato da Mann
ad interpretare il protagonista di "The Insider", questa volta
il beneficiato sarà Will Smith ("Nemico pubblico", "Men
in black") autore di una prova superlativa. Il giovane attore nero
abbandona quel ghigno da ragazzetto furbo regalandoci una serie di
espressioni che vanno dal malinconico al divertito dall'irriverente al
conciliante. Alì, campione di cazzotti, ma anche campione di parole,
dotato di qualità affabulatorie che mai ti aspetteresti da un nero del
Michigan. Smith rende con veemenza e scioltezza queste caratteristiche
ed è un piacere ammirarlo nel confronto dialettico, a base di battute e
facezie, con Howard Cosell, il telecronista della ABC (un Jon Voight in
forma straordinaria). È stimolante assistere al suo rapporto con
Malcolm X (Mario Van Peblees) che gli svelerà le rivelazioni
dell'Islam. Micheal Mann
è uno dei più grandi registi viventi, la rappresentazione
cinematografica di un mito è un'operazione delicata e difficile da
realizzare senza sconfinare nella retorica. Il mito incarna il sogno di
un'intera generazione. Questo è ancora più vero quando questo mito si
chiama Mohammed Ali, perchè allora è tutta la frustrazione di una
società che si libera e si fa reale. Ali, al pari di Malcom X e di
Martin Luther King, ha rappresentato la presa di coscienza da parte
degli afro-americani delle proprie origini e della propria cultura come
elementi valorizzanti e non penalizzanti. Un uomo che per lottare in
quello in cui credeva ha perso gli anni migliori della sua carriera di
pugile... "I Vietcong non mi hanno fatto niente...mai nessuno di
loro mi ha chiamato negro" questo il suo pensiero sulla guerra del
Vietnam. L'accademy ha dimostrato poca attenzione al lavoro di Mann,
riconoscendo solo a Smith e Jon Voight (irriconoscibile nella parte del
famoso giornalista della ABC Howard Cossell) la meritata nominations
all'ambita statuetta. Il film di Michael Mann ripercorre i dieci anni
della vita del Campione che ne hanno fatto una leggenda dello sport e un
leader della comunità nera americana: dal 1964, quando diventa per la
prima volta campione del mondo (battendo un grande Sonny Liston), fino
allo storico incontro di Kinshasa contro Foreman, avvenuto nel 1974. E'
essenzialmente un film fatto di primi piani, sul volto intenso di Will
Smith. Un film fatto di dettagli: le scarpette che danzano sul ring, un
paradenti che cade, una piega di un vestito, i guantoni, i muscoli, il
sudore, ma soprattutto gli sguardi. Quelli di Alì e quelli delle
persone che gli stanno intorno : di donne, di allenatori, di amici, di
nemici. Straordinaria prova d'attore di Will Smith, con una
sceneggiatura ridotta all'osso Mann ci regala momenti di grande cinema.
Anche la vita privata del Campione e le sue tante mogli sono descritte
in modo molto fugace. La musica viene usata per accentuare alcuni
passaggi chiave ma senza sovrapporsi alla storia, senza essere retorica.
Anche i combattimenti sono straordinariamente veri, più dell'azione
contano la fatica e i pensieri.
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Titolo
originale: A beautiful mind Nazione: Usa
Anno: 2001 Genere: Drammatico/Romantico Durata: 134 Regia: Ron
Howard Sito ufficiale:
www.abeautifulmind.com Cast: Russell
Crowe, Jennifer
Connelly, Ed
Harris Produzione: Brian
Grazer, Ron
Howard Distribuzione:
UIP Abbandonati da
tempo i panni di gladiatore e dimenticati quelli del nerboruto ex
soldato, poi agente esperto in rapimenti e riscatti, Russel Crowe
ritorna ai ruoli di composizione e ancora una volta come fu per "Insider"
riceve una nomination agli Oscar. Ammesso nel
1947 con una borsa di studio al corso di specializzazione post laurea in
matematica dell'esclusiva Università di Princeton, Nash è
letteralmente ossessionato da un unico pensiero: trovare un'idea
veramente originale. Sebbene all'interno del dipartimento di matematica
ci sia una grande competitività, Nash non se ne preoccupa concentrato
com'è sul suo unico proposito. A soli 22
anni, dopo aver sovvertito, contraddicendola, la teoria dei giochi di
Adam Smith, padre dell'economia moderna, John Nash diviene l'astro
nascente della "nuova matematica", tanto da vedersi offerto
l'ambitissimo posto di ricercatore e professore all'università. Ma gli impegni
universitari e il progetto top secret di decodifica di alcuni codici
segreti, affidatogli dall'agente governativo William Parcher, conducono
rapidamente il giovane genio alla schizofrenia. Una interpretazione
indubbiamente straordinaria, quella di Crowe, sebbene non sia affatto
supportata da una regia se non originale, almeno vivace. A parte il
comprensibile momento di tensione della scoperta della propria malattia,
il resto della storia, nonostante la sua eccezionalità, viaggia su
binari piuttosto ovvi, in cui l'intensità della recitazione dei
protagonisti, nessuno escluso, non riesce a sollevarne le sorti. La lotta
impari di Nash contro la sua malattia e lo scontro tra ragione e follia
che non avrà mai realmente fine, sono trattati come brevi e fugaci
momenti della vita di un uomo dalle doti eccezionali. Il controllo
che Nash riuscì ad avere con il solo aiuto della propria forza di
volontà sui personaggi che la sua mente malata continuava a mantenere
vivi, è ridotto a poche immagini e solo l'intensa partecipazione di
Crowe riesce a tratti a coinvolgere. La straordinaria storia di coraggio e di amore, sostenuta da una indistruttibile forza di volontà viene così ridotta ad un racconto piatto e banale dal finale commovente.
L’intervista Un personaggio
complesso quello di John Forbes Nash. Cosa l'ha aiutata a capire ed
entrare meglio nel ruolo? Considerando
la totale assenza di informazioni per il periodo della sua lotta contro
la schizofrenia, 35 anni, si trattava soprattutto di costruire la sua
vita dividendola in due parti: la sua giovinezza e cioè gli anni prima
della malattia e l'età matura. Ho avuto a disposizione solamente 17
fotografie in bianco e nero di Nash da giovane e ho dovuto fare molte
ricerche sulla malattia studiando anche i cambiamenti fisici che causa
nelle persone colpite. Mi aveva impressionato molto una sua fotografia
scattata a 20 anni in una piscina, il suo fisico scattante e muscoloso
rivelava una salute sana e robusta. Nelle fotografie di qualche anno
dopo, la malattia lo aveva come rimpicciolito, ristretto. Ho preso molti
spunti anche dall'autobiografia di Silvia Nasar, e ascoltato i ricordi
di alcuni colleghi di Nash. Sul set ad un
certo punto è arrivato il vero John Nash, una fonte di informazioni
fondamentale... Si, certo, ma
in realtà quando Nash si è presentato sul set, al 3° giorno delle
riprese, avevamo già approfondito molto i personaggi. Inoltre lui era
il Nash adulto e ispirandomi a quel modello per il personaggio degli
anni universitari avrei anticipato troppo gli elementi della malattia
della sua maturità. John Nash veniva spesso a trovarci durante le
riprese, passeggiava e si avventurava tra i cavi e le luci del set. Ho
avuto molte occasioni per parlare con lui. Succedeva spesso che
rispondesse alle domande dopo aver riflettuto a lungo e considerato
tutte le diverse opportunità: alcuni di questi episodi mi hanno molto
rassicurato sulle deduzioni alle quali ero arrivato prima di
incontrarlo, costruendo il personaggio. Il film di Ron
Howard però non considera molti degli aspetti di cui la Nasar parla
nella autobiografia... È chiaro che non si possa riportare una vita intera al cinema, altrimenti impiegheremmo gli stessi 72 anni che Nash ha vissuto. Il film non voleva essere un documento medico e neppure far credere che per risolvere una malattia simile è sufficiente l'amore e l'affetto della famiglia. È il racconto di un processo di guarigione, che il protagonista riesce ad affrontare grazie anche al rapporto affettivo con Alicia. Le scelte di Ron Howard rispetto al libro della Nasar sono sempre state a vantaggio dei personaggi del film. Il successo di pubblico parla da solo. Se ci si sente coinvolti dagli stati mentali di Nash e dalla sua battaglia vuol dire che è stato fatto un buon lavoro.
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Titolo originale: Le fabuleux destin d'Amélie Poulain Nazione: Francia/Germania Anno: 2001 Genere: Commedia
Durata: 120' Regia: Jean-Pierre Jeunet Sito
ufficiale: www.amelie-lefilm.com Sito italiano:
www.amelie.it
Cast: Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz, Rufus, Yolande Moreau, Artus de
Penguern Produzione: Jean-Marc Deschamps Distribuzione:
BIM Amelie è una
piccola e delicata ragazza che vive a Parigi un'esistenza solitaria ed
appartata. La sua vita trascorre senza sussulti ed è caratterizzata da
una calma piatta. Poi, improvvisamente, quasi per caso, trova qualcosa
che le permette di fare del bene ad una persona fino ad allora per lei
sconosciuta. Questa apparente insignificante evenienza farà di lei una
paladina di tutti i diseredati, deboli, sconfitti, e depressi che
gravitano attorno al suo mondo. Come un angelo farà breccia nel mondo
di questi paria, anche in maniera indiscreta, con l'intento di recare
loro una luce di benevolenza e simpatia, trasformando le loro vite
grazie ad una innata e travolgente inventiva e punendo leggiadramente
chi approfitta delle disgraziate esistenze altrui. Questa è
Amelie, meravigliosamente interpretata con leggero disincanto
dall'esordiente Audrey Tautou, dallo sguardo delicatamente spensierato,
uno di quei personaggi il cui spessore e la cui resa rendono nobile
l'arte del recitare e l'arte dello scrivere. Un'amica, una tenera
amante, una figlia dolce ma attenta, una compagna che sempre vorremmo al
nostro fianco per sostenerci e consigliarci. Ma Amelie non è forgiata
solo con la sostanza degli angeli, Amelie è anche di carne ed ossa: è
dotata di umanità ed è anche umana. Allora, questo suo impegnarsi per
gli altri, questo prodigarsi nel dispensare quiete e serenità, diviene
per lei un gioco, ora gaio ora crudele, nel quale riuscirà a risolvere
anche quelli che sono i suoi personali problemi. "Il meraviglioso mondo di Amelie" è una di quelle pellicole dove tutte le componenti dell'opera contribuiscono a fornire un risultato più che eccellente. La storia a tratti ricorda le iperboliche storie gravide di personaggi di Daniel Pennac, è raccontata da riprese attentamente studiate, dove i colori assumono connotazioni pregnanti e precise, si eleva per originalità e freschezza: il tutto è magistralmente sovrapposto ad una tonalità scarlatta ricorrente, che evoca non a caso le sfumature del cuore. La caratterizzazione dei personaggi è sempre approfondita e ben resa da dialoghi interessanti e mai banali. La recitazione degli attori, fra i quali spicca Rufus ("Train de vie", "Delikatessen") un attore caro a Jeunet, nei panni di una personaggio caratterizzato da una gelosia ossessiva e maniaca, è di alto livello. Da segnalare che nel cast, in un ruolo importante, vi è anche il regista Mathieu Kassovitz ("I fiumi di porpora", "L'odio"). |
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Titolo
originale: No man's land Nazione: Italia/Belgio/Slovenia/Gran
Bretagna Anno: 2001
Genere: Commedia
Durata: 98' Regia: Danis
Tanovic Cast: Branko
Djuric, Rene Bitorajac, Filip Sovagovic, Simon Callow, Katrin
Cartlidge. Produzione: Counihan
Villiers Productions, Fabrica, Man's Films, Noé Productions,
Studio Maj/Casasablanca. Distribuzione: 01
Distribution
Con queste
parole Danis Tanovic introduce il suo film, "No man's land",
storia di due soldati, un bosniaco e un serbo, bloccati in una
trincea abbandonata tra due linee nemiche. Una situazione bizzarra
alla quale i due uomini non riescono a far fronte, seppur venga in
loro aiuto, infrangendo le regole del non intervento, un
coraggioso sergente delle Nazioni Unite. Il film di
Tanovic, premiato a Cannes per la Sceneggiatura, e acquistato nel
mondo intero inclusa la Jugoslavia, è una commedia tragica in cui
l'ironia e il grottesco della situazione si intrecciano
strettamente all'atrocità di quel dramma. "Molti anni fa
lessi il racconto di Selimovic: la storia di due cavalieri che
arrivati su di un ponte non vogliono lasciare all'altro il passo.
Combattono per ore fino a quando esausti non si fermano e, seduti
vicini iniziano a parlarsi scoprendo così di conoscere la
medesima fanciulla. Recuperate le forze riprendono il
combattimento fino ad uccidersi l'un con l'altro". Laureato in
cinematografia a Bruxelles e diplomato al conservatorio di
Sarajevo, Tanovic non si limita alla regia per il suo film
d'esordio: ne cura la colonna sonora ma soprattutto scrive la
sceneggiatura: "I miei professori a scuola insistevano
molto sull'importanza della sceneggiatura in un film. Ne sono
convinto anche io, non si costruisce senza basi. Beethoven diceva
che l'opera di un artista è composta dall'1% di talento e il 99%
di lavoro". Il film di
Tanovic non è un film sulla guerra, non accusa né un fronte né
l'altro: la sua storia non punta il dito contro chi ha sbagliato.
"Non nego le responsabilità e le atrocità commesse nella
guerra in Bosnia, il mio voto è indubbiamente contro la violenza.
Ma io volevo fare un film di contrasti e disarmonie. I miei
personaggi sono gente comune, quasi antieroi, rimasti intrappolati
nella guerra". Con questa ottica il regista affronta ogni
elemento di quella guerra: l'incomprensione totale dei due
protagonisti; la disperazione del sergente francese delle NU
davanti all'inutilità della neutralità e alla follia di volerla
credere possibile; l'esaltazione dei media davanti ad uno
straordinario scoop e la loro totale indifferenza nei confronti
della follia omicida che si svolge davanti ai loro occhi. Ammettendo
l'utilità dei media e criticandone al contempo il continuo
bombardamento di immagini, Tanovic si dice fiero di essere
bosniaco e ritiene inammissibile che alle soglie del terzo
millennio metà della popolazione del mondo viva ancora come nel
XIV secolo "Bisognerebbe bombardare con libri,
videocassette l'Afghanistan, invece di usare bombe, come vorrebbe
fare l'America. La cultura apre la mente e avvicina le persone. Ci
sono circa 10.000 mine anti-uomo in quel paese: questo significa
che non c'è neppure la libertà di camminare". Gli antieroi
di "No man's land" combattono strenuamente come i
due cavalieri di Selimovic, scoprono di avere un'amica in comune
ma non riescono ad accettare che la guerra non abbia colpevoli. I
loro pensieri di vendetta si mescolano a quelli della ragione. Balcani, terra
di cineasti É bellissima
da vedere questa terra di nessuno, finché la telecamera si limita
a carrellate sull'azzurro del cielo o sulle infinite tonalità di
verde della campagna. Un bozzetto bucolico finchè non irrompe
l'uomo, col fragore cieco dell'odio. Da dove nasce? Chi potrà
fermarlo? Nessuno. Nessuna risposta, se non quelle di circostanza
di militari-burocrati. La forza del film è nell'efficacia del
simbolo: tre uomini in stallo in una terra di nessuno, uno disteso
su una mina innescata che nessuno sa come disinnescare, due a
fronteggiarsi senza sapere perché, nonostante condividano persino
una ragazza. Per un attimo l'attenzione dei media sembra gettare
un fascio di luce su una vicenda segnata, suscitando l'interesse
di facciata delle forze di pace dell'Onu. Ma poi vince la vendetta
e la mina non si può disinnescare. La Bosnia contesa, le
responsabilità impossibili da accertare, l'immobilismo e
l'impotenza delle organizzazioni internazionali, l'effimero e
cinico sensazionalismo dei media: tutto questo è stato il
conflitto dei Balcani e trova, in quest'opera, mirabile sintesi
poetica. Una storia che
mescola ironia e tragicità per mostrarci le crudeltà degli
uomini, di qualunque etnia o nazionalità essi siano. Raccontare la
crudeltà e l'assurdità della guerra nello spazio angusto di una
trincea con tre soli personaggi è un'intuizione brillante. La
sceneggiatura del film è esemplare, una lezione di scrittura. La
regia è efficace, gli interpreti impressionanti. Mai desiderio di
pace e di serenità ha trovato immagini così dolorose. Dopo Underground
e Prima della pioggia, la dissoluzione della ex-Jugoslavia
partorisce un altro capolavoro, venato di dolorosa ironia.
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Titolo
originale: I am Sam Nazione:
Usa Anno:
2001
Genere: Drammatico
Durata: 132' Regia: Jessie
Nelson Sito
ufficiale: www.iamsammovie.com Cast: Sean
Penn, Michelle
Pfeiffer, Dakota
Fanning, Doug Hutchison, Laura Dern Produzione: Marshall Herskovitz, Jessie Nelson, Richard Solomon, Edward
Zwick Distribuzione:
Nexo Le piccole
grandi convinzioni di chi vede molto cinema sono le più
disparate: tra queste quella secondo la quale i grandi attori,
prima o poi, si devono cimentare in un ruolo difficile come quello
del "down" per avere il plauso della critica e ...
ambire ad un oscar. L'ha fatto De Niro ("Risvegli"),
l'ha fatto Hoffman ("Rain Man") ed a così voluto
farlo anche Penn. Non che questa sia una critica, anche perché la
sua interpretazione è da incorniciare per intensità e bravura,
è una semplice constatazione. Sam Dawson (Sean
Penn / "La Sottile Linea Rossa") è un uomo con
una figlia: Lucy (Dakota Fanning). La madre li ha abbandonati
subito dopo la sua nascita ed ora Sam deve crescerla da solo.
Sarebbe un'impresa difficile per chiunque, ma lo è ancora di più
per Sam che ha il Q.I. di un bambino di 6 anni. Nonostante tutto,
e grazie all'amore che nutre per la sua piccola, oltre all'aiuto
della sua vicina Annie (Dianne Wiest / "Pallottole su
Brodway"), riesce nell'impresa. Una vita felice fatta di
cose semplici, ma vere. Dietro
l'angolo, però, c'è la realtà della legge: un uomo come Sam non
può crescere una bambina perché non è in grado di offrirgli il
supporto di ciò che ha bisogno e quindi la bambina sarà data in
affidamento ad una famiglia "normale". Sam non è
disposto a rinunciare alla figlia per nulla al mondo, la sua Lucy
ed anche i suoi amici, molto particolari, sono pronti a
supportarlo, quello che ora gli serve è un avvocato, un buon
avvocato, magari quello che ha il miglior annuncio sull'elenco
telefonico: Rita Harrison (Michelle Pfeiffer / "Storia di
Noi Due"). Rita però non può certo aiutare uno come Sam,
che vive con lo stipendio di garzone di caffetteria, lei che
guadagna cifre a cinque zeri, ma a volte, magari per una semplice
scommessa, può accadere l'incredibile. La pellicola,
diretta da Jessie Nelson, risulta essenzialmente un po’ lunga e
con poco ritmo. L'intento principale è chiaramente quello di
toccare, pesantemente, le corde emotive dello spettatore,
scatenando pianti a più non posso. La figura di Sam sembra creata
appositamente allo scopo con la sua difficoltà di comunicare ed i
mille problemi a cui va incontro. Al di la dell'aspetto
lacrimevole del tutto, vengono comunque affrontati argomenti
importanti: l'esplorazione dei legami familiari e dei sentimenti
che uniscono padri, madri e figli (molto cara alla sceneggiatrici
già autrici di "Nemiche Amiche"), come anche
l'opportunità che un giudice divida due persone non in base
all'amore che le lega, ma alle presunte capacità di crescere un
figlio ed infine l'incomunicabilità di alcuni genitori per la
mancanza di tempo (e di pazienza) da dedicare ai loro figli. In ogni caso
il film merita una visione se non altro per la prova degli attori;
oltre a Penn c'è la stupefacente Dakota Fanning nel ruolo di Lucy
ed il gruppo di amici "speciali" di Sam sorprendenti
nella loro semplicità. Michelle Pfeiffer dipinge una perfetto
avvocato in carriera con tutte le sue nevrosi ed i suoi tic, ma
allo stesso tempo riesce poi, durante l'arco della storia, a
restituirci una donna diversa più consapevole dei valori della
vita tanto che alla fine ci viene da chiederci chi abbia
guadagnato di più dal rapporto cliente avvocato, lei o Sam.
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Titolo
originale: Moulin Rouge Nazione: Usa
Anno: 2001 Genere: Drammatico Regia: Baz
Luhrmann Sito
ufficiale: www.moulinrougeilfilm.it Sito italiano:
www.20thfox.it/siti/mr/ Cast: John
Leguizamo, Nicole
Kidman, Ewan
McGregor, Jim Broadbent, Richard Roxburgh. Produzione:
Bazmark Films. Distribuzione: 20th
Century Fox Un'opera
difficilmente collocabile quella di Baz Luhrmann ("Romeo +
Giulietta") a cavallo tra il film onirico, il musical, la
commedia ed il dramma. La
storia non è poi così importante, sia per la sua scontatezza ma
soprattutto poiché non è altro che un pretesto per Luhrmann di
mostrarci il mondo del Moulin Rouge e fotografare esplosioni di
colore e coreografia. Christian, un
inglese arrivato a Parigi cavalcando l'onda del movimento bohemien,
si trova sua malgrado arruolato in una scalcinata compagnia teatrale
che tenta di metter su uno spettacolo per il Moulin Rouge: tempio
della decadenza dell'eccesso. Amore,
passione, gelosia, tradimento, inganno ed ovviamente...morte, tutti
gli ingredienti più classici vengono miscelati con una punta di
ironia a creare un affresco in bilico tra serio e faceto. Al di la delle
mirabolanti scenografie e degli incredibili numeri di ballo, è la
colonna sonora la vera protagonista della pellicola. Un tributo a
tutti i motivi pop che hanno segnato gli ultimi cinquant'anni: da
"Diamond's Are a Girl Best Friends" a "Roxanne".
I primi numeri del Moulin Rouge sono una cacofonia melodica e un
caos visivo, un pò come la vita all'interno della "tenda
rossa". Poi man mano l'ordine prende il posto del caos, e la
melodia quello del ritmo frenetico. La fotografia
segue lo stesso percorso il grigiore di Parigi fa da contraltare
allo splendore multicolore del Moulin Rouge ed il tutto è
presentato come se ci trovassimo su un palco teatrale. L'unico
dubbio è quello correlato alla parte in computer graphic: certo una
ricostruzione di Parigi sarebbe stata decisamente più costosa, ma
gli effetti utilizzati lasciano un pò a desiderare. Soprassediamo
sulle scelte del regista di voler chiaramente dare un senso di
"artificioso" alla pellicola, ma le carrellate dall'alto,
seppur di grande effetto, risultano troppo finte. Su tutti la
figura di Zidler, una sorta di "Mangiafuoco" con i suoi
burattini, ma con un cuore. Il successo di questo personaggio va
comunque ascritto all'eccellente interpretazione di Broadbent. La frase: "La cosa più grande che tu possa imparare è amare e
lasciarti amare". Curiosità: Nicole Kidman si è fratturata una costola durante le riprese
delle scene di ballo e la lavorazione si è fermata per due
settimane.
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Titolo
originale: Training Day Nazione: Usa
Anno: 2001 Genere: Drammatico
Durata: 123' Regia: Antoine
Fuqua Sito
ufficiale: trainingday.warnerbros.com Cast: Denzel
Washington, Ethan
Hawke, Tom
Berenger, Snoop Doggy Dogg, Dr. Dre, Scott Glenn, Macy Gray Distribuzione: Warner
Bros
Il primo
giorno del pivellino Jake Hoyt (Ethan Hawke) nella squadra narcotici
della Polizia di Los Angeles, gestita con molta disinvoltura e con
metodi poco convenzionali dal detective Alonzo Harris (Denzel
Washington), si snoda tra spacciatori della peggiore risma, scontri
vari tra gang, violenze domestiche e, quando va bene, una serie di
insulti di prima qualità. Eppure il regista Antoine Fuqua non
intende dipingere la solita lotta tra i buoni e i cattivi, ma
presentare in uno stile da documentario la realtà dei sobborghi
americani, la viscerale battaglia quotidiana della polizia che deve
adattare, secondo il detective Harris, i propri sistemi alle persone
che si devono affrontare. Il lupo va
affrontato con le sue stesse armi, se vuoi tornare a casa vivo alla
sera, insegna lo spregiudicato poliziotto veterano al sempre più
turbato novellino, dimentica il codice, la legalità, gli ideali,
fuori gli artigli, costi quel che costi. Quali saranno i costi non
lo vogliamo anticipare agli spettatori, coinvolti in sparatorie da
strada, in adrenaliniche scene di violenza e nel progressivo
tormento del neo-arrivato poliziotto che, nell'arco di poche ore,
deve rivedere tutti i propri principi morali e decidere se
stravolgerli, adattarli alle circostanze o portarli alle estreme
conseguenze. I due opposti sono ben delineati, grazie alla
"cattiva" interpretazione di Denzel Washington e
all'ingenua, ma non troppo caratterizzazione di Hawke, sprovveduto
quanto basta, ma non disposto al ruolo di vittima sacrificale. Autentico fino
a portare sullo schermo veri esponenti delle gang di Los Angeles,
Training Day può risultare sgradevole e irritante, ma questa è la
realtà delle strade, piaccia o no, dichiara il regista. E' un film
sicuramente forte, che colpisce, anche perchè rispecchia molto la
realtà americana, un riuscito thriller d'azione di ambientazione
urbana, dove il regista Fuqua è stato capace di mischiare violenza
e ironia mantenendo in certi momenti una suspence quasi palpabile
con trovate consone ad una trama piuttosto articolata, trattando in
maniera quasi analitica e "giustificabile" il tema della
corruzione. Ottimo come sempre Denzel Washington che passa ad un
ruolo da cattivo per la prima volta (come è successo per Ford ne
"le verità nascoste" e per Van Damme in "the
replicant") con un'interpretazione egregia.
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Titolo originale: The man who wasn't
there Nazione: Usa
Anno: 2001 Genere: Commedia
Durata: 116' Regia: Joel
Coen Sito
ufficiale: www.themanwhowasntthere.com Cast: Billy
Bob Thornton, Frances
McDormand, James Gandolfini Produzione: Working Title Films Distribuzione:
Medusa La malinconica rassegnazione per la
propria marginalità è la molla dell’ultima carica noir dei
fratelli Coen (ricordate “Fargo” ed “Il grande
Lebowsy”?). Piccolo capolavoro passato (ingiustamente e
naturalmente) sotto silenzio nell’ultima stagione cinematografica,
schiacciato dal “peso” di bellissime menti ed anelli
risplendenti, nell’”uomo che non c’era” rivive con compiuta
e lucida reminiscenza il sapore e il senso delle opere
cinematografiche di un tempo troppo lontano. L’ambientazione
scenica rimane come sempre nella scelta artistica dei due germani
cineasti la degenerazione di un iter perfetto. Del perfetto
equilibrio della perfetta anonimità della perfetta famiglia nella
perfetta provincia americana. Nella piccola cittadina Californiana in
cui la storia è ambientata sembra non esserci felicità, ma solo
tranquillità. Un uomo che non ha vere emozioni,la sua vita è il
suo lavoro e poco altro. Un barbiere che dice (frase
memorabile):"i capelli sono parte di noi, noi gettiamo via i
capelli,quindi gettiamo parte di noi". Tutto è sconsolato,
freddo, triste. Un nucleo di mondo a parte, che è poi il mondo di
tutti. La morte in uno stanzone surrealmente tutto bianco:
raggiungere la morte,dunque finalmente la felicità e "il
sorriso che non è mai esistito"? Ed
è singolare e propria della mano degli autori che il decadimento
rimanga un fatto avulso dalla forma della narrazione, la quale, a
dispetto degli eventi, mantiene le sua realizzazione completa. Nella
regia lenta, misurata e proporzionale ai caratteri. Nel pulito
bianco e nero della fotografia. Nel greve e, allo stesso tempo,
ingenuo leit motiv sonoro che incornicia le vicende. Nel percorso di
assoluta eleganza recitativa dei protagonisti (Billy Bob Thornton,
Frances Mc Dormand e James Gandolfini). Nel serioso sguardo degli
archetipi della Grande Madre America. La figura
portante del film è il protagonista stesso (interpretato dal
camaleontico Billy Bob Thornton), uomo che non è, personaggio
lineare e quasi passivo nei confronti di una vita che pare negargli
una vera esistenza, che nei rari momenti in cui parla spaventa la
gente con strani pensieri sulla incessante crescita dei capelli.
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Titolo
originale: Hable con ella Nazione: Spagna
Anno: 2001 Genere: Drammatico/Romantico Durata: 112' Regia: Pedro
Almodóvar Cast: Javier
Cámara, Leonor Watling, Darío Grandinetti, Rosario Flores. Produzione: El
Deseo S.A. Distribuzione:
Warner
Bros Tutto su Mia
Madre terminava con un sipario che si apriva
su una scena buia, qui il film inizia mentre si apre il sipario. Indubbiamente,
che piacciano o meno, i film di Almodovar hanno una grande
peculiarità: emozionano. Parla con Lei ubbidisce a questa regola e nel tumulto generale di
sentimenti, gioia, tristezza, disperazione e stupore, alla fine ci
lascia un messaggio positivo. Una storia,
anzi più storie che si intrecciano e si sovrappongono diventando
alla fine un unico affresco. Marco (Dario Grandinetti) e Benigno (Javier
Camara) si incontrano la prima volta, casualmente, a teatro, sono
semplicemente seduti uno vicino all'altro, ma il destino ha in serbo
per loro qualcosa di più: una indissolubile amicizia nata sotto il
segno della tragedia. Marco si innamora, anche qui casualmente, di
Lydia (Rosario Flores) una torera, ma questa durante una corrida
rimane gravemente ferita e resta in coma. Lydia verrà ricoverata
nella clinica "El Bosque" dove Benigno lavora come
infermiere ed accudisce Alicia (Leonor Watling), anche lei in coma
in seguito ad un incidente. La situazione
in comune, le lunghe giornate passate al capezzale delle due donne,
crea un forte legame tra Marco e Benigno che inizieranno a
condividere molto di più del tempo passato nella clinica. La pellicola
di Almodovar non si limita ad esplorare il rapporto uomo donna, né,
come fa di solito, ad indagare sull'universo femminile: questa volta
sono gli uomini ad essere sotto il microscopio, ma non solo. La
solitudine (non a caso Marco si definisce per ben due volte un uomo
"solo"), l'incomunicabilità e la capacità di affrontare
una situazione tanto drammatica da risultare insostenibile. Tutto ciò che
non può essere detto. Questo dovrebbe essere il sottotitolo di un
film che invita decisamente alla parola. Almodovar tratta un tema,
il coma vegetativo, che sinora è stato trattato come un tabù. E lo
fa mostrandocene gli aspetti meno pietosi, ma certamente più
veritieri: il vestire, accudire, pulire una persona che sembra
ridotta a un corpo Un film sulle possibilità terapeutiche della
conversazione, non tanto per chi sta in un letto, ma per chi gli sta
accanto, che può usarle come valvola di sfogo, come forma di
autoanalisi. Anche la
follia maniacale di Benigno e le sue azioni, sicuramente
condannabili, nel contesto del regista spagnolo diventano quasi
giustificabili. "La
tragedia è imitazione di un'azione seria e compiuta in se stessa
....... la quale mediante una serie di casi che suscitano pietà e
terrore ha per effetto di sollevare e purificare l'animo da siffatte
passioni" (Aristotele). Tragico
Almodovar, che ci presenta due casi pietosi e terrifici aventi
ognuno due protagonisti. Donne in coma
e uomini soli ci conducono alla nostra purificazione dopo aver
ballato, cantato, lacrimato, ucciso tori e serpenti, amato e
lasciato, violentato, ma soprattutto dopo aver parlato (e non a caso
la torera sembra pagare con il coma il suo silenzio sulla verità
dei suoi sentimenti). Scopriamo così che se il meditare da solo è
onanismo, il pensare con altri (conversare) è coito, generatore di
vita, motore resuscitante. Il mondo si capovolge e Almodovar ci
presenta corpi femminili immobili che giacciono ma che pulsano,
camici-sudari e, alla fine, il coito resuscitante di un
"folle": l'eterogenesi dei fini è compiuta, la salvezza
non è questione di normalità, interessa l'accoglienza che siamo
disposti a dare al diverso che è in noi e che è vicino a noi, al
"femminino e al masculino" (come dice simpaticamente
Geraldine Chaplin nel film), eterne e inscindibili categorie del
nostro spirito. Al di la
dell'incredibile bravura dei protagonisti (dato che non è così
facile interpretare un malato in coma), lo stesso Almodovar ci
ribadisce il suo genio non solo come autore, ma anche come regista,
utilizzando un montaggio con dei flashback, a lui poco consono, ed
inserendo un breve cortometraggio muto come metafora degli eventi
che si stanno concretizzando e come passaggio narrativo dal primo
blocco, introduttivo, al secondo, risolutivo. 19 marzo 2002
- Conferenza stampa Intervista al regista di "Parla con
lei" Lei ha
fatto un film incentrato sulla parte femminile dell'uomo; un uomo
che piange e che accudisce la sua donna con fare protettivo. Perché
questa scelta? Non è stata
una scelta ponderata. Le mie storie nascono dal mio istinto e
dall'intuizione del momento. Quando ho raccolto abbastanza idee su una storia
la scrivo e la sviluppo e se il risultato mi appassiona decido di
girare il film. Ero affascinato da questi due uomini fragili,
sofferenti e contemporanei. Le storie sull'amicizia
"virile" ci sono sempre state, soprattutto nel genere
western, ma io volevo realizzare qualcosa più legato alla nostra
realtà attuale. Nel film,
come nella nostra realtà contemporanea, c'è molta solitudine:
perché? Io sono
abituato alla solitudine, è una situazione che stimola la mia
creatività, mi è necessaria per scrivere, è la molla che ti
spinge a fare qualcosa per uscirne. Poi si può anche essere
circondati da molte persone ed essere soli, od avere una compagnia
non fisica e quindi non sentire la solitudine: uno spirito affine o
quello di una persona amata che non è più tra noi. Comunque per
non sentirsi soli bisogna sentirsi desiderati. Cos'è per
lei l'amore? L'amore è
passione ed intendo quella carnale. È fondamentale nella vita di
una persona, da l'energia da cui scaturisce tutto. Non si può,
ovviamente, essere sempre innamorati, ma bisogna nella vita avere
questa esperienza. L'amore, almeno per un certo periodo, ti assorbe
completamente, e questo è fantastico. Leggendo
una sua "auto-intervista" si ha la sensazione che la
storia abbia molti più aspetti di quelli poi presenti
effettivamente nel film. Questa riduzione è stata effettuata in
fase di montaggio o piuttosto nello sviluppo della sceneggiatura? In effetti
la storia era molto complessa per me, ma volevo che fosse
estremamente chiara per lo spettatore. I vari incroci, gli
slittamenti temporali, i flashback e gli incisi possono disorientare
se non addirittura far "perdere" lo spettatore, quindi ho
dovuto lavorarci sopra. Inoltre di solito monto il girato giorno per
giorno, ma qui non è stato possibile, soprattutto perché dovevamo
inserire degli effetti digitali (e si sa il team degli effetti
speciali ci mette settimane per consegnare il suo lavoro), e questo
mi ha reso molto insicuro. Insomma il film è più facile da vedere
che da spiegare. Sappiamo
che lei ama molto Roberto Benigni, non è che il personaggio di
Benigno è ispirato a lui? Si è vero,
Roberto mi piace moltissimo sia come autore che come attore; uno dei
miei più grandi crucci è quello di non poterlo vedere direttamente
nel suo ambiente, magari a teatro. Roberto ha la qualità di rendere
verosimile qualunque stravaganza impregnandola di umanità. Questo
è un incredibile mix di talento e di qualità fisiche. Forse un
giorno riusciremo a lavorare insieme. Per questa
pellicola ho trovato Javier che ha qualità molto simili a quelle di
Benigni e tra l'altro non presenta l'ostacolo della lingua. La
pellicola contiene una forte provocazione: da un atto abbietto nasce
qualcosa di positivo. Secondo lei quello di Benigno è un atto di
sopraffazione o d'amore? e lui è un malato o un puro? Se fossi un
avvocato, un giudice o uno psichiatra direi che Benigno è uno
psicopatico che deve essere internato; ma come scrittore mi suscita
simpatia ed affetto. Io ho voluto spiegare come era Benigno, cosa
pensa e come agisce di fronte alla realtà (la sua, ovviamente,
diversa dalla nostra). Benigno non ha esperienza della vita, passata
ad accudire prima la madre e poi Alicia e vive così in una sorta di
mondo parallelo che si confonde con la realtà. Se volete potete
definire questa follia, ma io non la penso così, poiché quando
scrivo non giudico i miei personaggi, mi limito a mostrarli, magari
in situazioni estreme. Benigno è
sempre coerente a se stesso ed alla fine capisce che non potrà
sopravvivere in un mondo che lo ha privato persino della possibilità
di tenere il fermaglio della persona amata. È un personaggio
lirico, romantico e non amorale. Questo alla fine pone un dilemma
sull'atto di Benigno (di cui non voglio nemmeno pronunciare la
parola), un atto terribile, esecrabile, ma che visto con altri occhi
può avere una valenza diversa; l'atto di Benigno non è lascivo, ma
d'amore anche perché Benigno è talmente lineare nelle sue azioni e
nei suoi pensieri che non potrebbe mai avere malizia. Lei ha scelto
di lavorare con Geraldine Chaplin, cosa pensa abbia ereditato dal
padre? Ma io non
conoscevo il padre, sono nato in un piccolo villaggio e lui non ci
è mai venuto. Scherzi a parte penso, da quello che ho potuto vedere
dai film di Chaplin, che lei abbia la sua stessa vitalità ed
eleganza. Lei ha lo stesso animo di una bambina, ingenua e con uno
humor molto particolare. Vorrei fare un film con lei come
protagonista. Dopo
"Tutto Su Mia Madre", come anche dopo "Donne
sull'Orlo di una Crisi di Nervi", lei sembra aver pensato: ed
adesso… Il nuovo film invece è lineare, ma molto complesso. Quale
era il suo animo? Non era
facile. Dopo l'Oscar ho ricevuto numerose proposte per lavori
internazionali, ma avevo anche deciso che volevo restare me stesso e
tornare a Madrid nel posto dove avevo finito l'altro film. Volevo
legare le due pellicole e dimostrare la mia indipendenza, perché
l'unico capo della mia carriera sono io stesso. Progetti americani e
budget miliardari non mi interessano, voglio restare il
"piccolo" Almodovar che racconta le sue storie. Non è
spocchia, ma una necessità mia personale.
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